Di Maio sconcertato dai diritti civili

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Con un colpo da maestro Zingaretti mette alle strette Di Maio, ormai contestato da buona parte del suo partito e traccia un muro tra sé e Renzi, sempre più in stato confusionale e alla disperata ricerca del consenso ad ogni costo.

Chiedere a gran voce l’approvazione dello ius culturae e l’abolizione dei decreti sicurezza nel momento in cui la piazza di Bologna mostra che c’è ancopra voglia di sinistra in questo paese e il palazzetto semivuoto di Salvini che, forse, non tutto è perduto, è la strada maestra per tornare a guadagnare consensi nel bacino naturale di voti del Pd, prendendoli anche dai Cinque stelle, che fino adesso hanno nutrito la destra ma che hanno, al loro interno, un’anima di sinistra pronta a tornare a casa all’ennesimo errore di Di Maio.

Non sarà sufficiente, probabilmente, a vincere le prossime elezioni ma la mossa di Zingaretti restituisce identità al partito, lo riporta su una strada   che aveva abbandonato da troppo tempo, gli restituisce dignità e prospettive, segnando finalmente quella discontinuità netta dalla destra attesa da tempo.

L’inutile Di Maio si trova  così a un bivio: rompere definitivamente con l’amato Salvini cancellando le illusioni di un ritorno di fiamma e perdendo pezzi del partito, o continuare sulla strada di un’ambigua nullafacenza, cercando di tenere insieme i cocci di un esperimento fallito da tempo.

Risponde da par suo, questo ragazzo incolto e fortunato, lanciato senza alcuna preparazione e senza alcun merito alla guida del paese: dichiarando il proprio sconcerto di fronte a un alleato che lo mette alle strette, costringendolo a mostrare il suo vero volto.

Forse sa che la sua parabola è giustamente giunta al termine, che presto tornerà nell’anonimato e di lui ci si ricorderà come di un imbarazzante incidente di percorso. Forse intuisce che il tempo dei giochi è finito, che non ha più i numeri e la forza per fare la voce grossa e che non ci sarà il furbo Conte a spalleggiarlo.

I diritti civili di decine di migliaia di persone lo sconcertano, l’abolizione di due decreti illiberali, razzisti e indegni di un paese civile, lo sconcerta. Per chi è senza idee, senza ideali e senza valori, non c’è nulla di più irritante di chi i valori glieli sbatte sulla faccia.

Vediamo se Grillo deciderà di assestare il colpo di grazia al figlio ingrato o continuerà la farsa.

Attendiamo fiduciosi che Zingaretti si ricordi anche delle periferie, della lotta alle mafie, del diritto al lavoro. Ma per ora accontentiamoci, di questi tempi, va già bene così.

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Le convergenze parallele di Di Maio e Zingaretti

Il Pd non riesce a convincere gli elettori di sinistra perché troppo appiattito sui Cinque stelle e coautore di una finanziaria senza coraggio che ha finito per scontentare tutti. Zingaretti sapeva che l’abbraccio con i grillini poteva essere mortale ma la spinta dei renziani è stata decisiva per formare, suo malgrado, l’alleanza tra due formazioni politiche con storia e obiettivi incompatibili.

Obiettivi forti come lo ius soli, o quel che è nelle sue varie declamazioni, l’abolizione dei due decreti sicurezza, un’azione decisa su scuola e sanità non sono neanche stati sfiorati dall’azione di un governo che ha preferito una logica giustizialista e di facciata, in puro stile Cinque stelle.

Di Maio, la cui statura politica è risibile, è convinto di essersi spostato troppo a sinistra e dimentica che l’emorragia di voti era già cominciata per l’incapacità sua e del suo partito di opporsi alla deriva a destra di Salvini e co. Di Maio sta svelando in queste ore la sua natura, non troppo distante da quella di Salvini, come si evince anche dalla sua storia familiare, e gli inutili e dannosi fascisti di spicco dei Cinquestelle, Paragone e Di Battista, uno un servo di ogni padrone e l’altro la prova che si può vivere anche senza pensare, gli mordono le caviglie perché rompa l’alleanza con il Pd, Pd che, nonostante, tutto, va detto, tiene.

La reazione impulsiva del leader grillino mostra la concezione di una politica che si fonda solo sul consenso e, quando questo manca, si scioglie come neve al sole. Di Maio non ha compreso che è stata la sua incapacità a rovinare il partito, la sua ottusa ostinazione a fare propaganda piuttosto che politica.

I Cinque stelle sono la dimostrazione che l’uomo della strada non può fare politica, che servono preparazione, competenza e visione d’insieme e a lungo termine, tutte doti che Di Maio non possiede neanche in minima parte.

Renzi ha poco da ridere. Da giorni sui social lancia messaggi su quanto è bravo e sulle cose che ha fatto, come se non fosse stato lui a dilapidare il patrimonio di consensi che aveva ottenuto. Renzi non ha ancora capito che non andrà oltre il 7/8% dei voti, che in una logica proporzionale gli permetterebbe di fare l’ago della bilancia ma solo con un Pd forte e in una coalizione di centro sinistra forte. Stesso discorso per Calenda, meno autocentranti di Renzi ma destinato come lui all’oblio se alle critiche non farà seguire proposte concrete e chiare che compattino il fronte della sinistra.

Renzi è l’unico, vero politico che c’è in quell’area, piaccia o non piaccia, a me non piace, ma, come una medicina amara, credo che sia necessario in questo momento per contrastare Salvini.

I duri e puri lo considerano uguale al leader leghista, ma sbagliano: essere liberali, essere perfino di destra, una destra moderna ed europea, è ben diverso dall’essere razzisti e fascisti, questo sarà bene che una parte della sinistra lo comprenda, quando questa finita alleanza finirà e si deciderà il futuro del paese alle elezioni.

Il voto in Umbria, conta poco: si tratta di una regione piccola, mal governata dalla sinistra e il risultato era prevedibile. Se cadesse l’Emilia Romagna, e vista la demenziale reazione di Di Maio non appare impossibile, sarebbe un altro discorso.

Una cosa è certa: l’interessa del paese passa in secondo piano rispetto all’interesse dei singoli partiti e questo spiega in buona parte la condizione del paese.

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Il voto degli ipocriti

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Delegare una proposta di alleanza politica a un ristretto numero di votanti che esprimeranno la loro opinione in proposito su una piattaforma dichiarata dal garante non affidabile, è una enorme ipocrisia.

La delega, +ai rappresentanti dei Cinque stelle, è già stata data col voto (e ampiamente tolta alle europee), non siamo una democrazia diretta, per fortuna, ma una democrazia rappresentativa e dunque, la votazione di oggi, è semplicemente una dimissione di responsabilità, l’ipocrita artifizio di un leader che si è già ampiamente delegittimato da solo e si trova in evidente stato confusionale.

La democrazia diretta è una calamità, legata com’è all’umore della gente, alla famosa pancia del popolo, popolo che non  ha gli strumenti itnellettuali e concettuali per scegliere responsabilmente, per capire quale sia la reale alternativa a questa alleanza di governo, mal digerita da entrambe le parti ma necessaria.

Il Pd non avrebbe dovuto accettare questa pagliacciata, specie dopo le polemiche dei giorni precedenti e la faccia tosta con cui Di Maio ha difeso l’operato fallimentare del precedente governo. Credo che Zingaretti, al contrario di Di Maio, del suo fratello scemo Di Battista e dell’uomo flessibile Paragone, sia l’unico ad avere  ben presente il vero obiettivo di questa alleanza: evitare che il paese vada in fallimento per la sciagurata politica economica dell’esecutivo precedente, e stia operando per senso di responsabilità, perché da questa operazione il Pd ha solo da perdere.

Renzi, abile e paraculo, come sempre, non esattamente coraggioso, come sempre, ha lanciato il sasso, ritirato la mano e lascia fare il lavoro sporco agli altri, rilasciando interviste e commenti in cui gioca, come sempre, a fare lo statista. Capisco sempre più il desiderio di Zingaretti di regolare i conti con questo narcisista patologico incapace di mettersi al servizio del partito che, con un atteggiamentoi diverso da parte sua, potrebbe risalire la china dal baratro in cui l’uomo di Rignano l’ha fatto sprofondare.

Ma a spaventare, in questo periodo, è anche il nulla che c’è dall’altra parte; una destra isterica e meschina che parla solo per slogan fiacchi ed è convinta che a fare i cattivi, a infierire su chi non può difendersi si guadagni consenso, una destra con un leader bolso e rintronato, ben incollato alla sua poltrona, nella speranza di non rispondere alle sue malefatte in tribunale, in attesa come uno sciacallo che il cadavere del nemico gli passi davanti, una destra che non ha una, che sia una idea di politica.

E poi i Cinque stelle, incarnati perfettamente da un leader che non ha idee che vadano oltre i discorsi da autobus, arrogante, ignorante, irresponsabile, mal consigliato da due totali e inutili dementi, guidato dall’alto dal padrone del vapore, un nessuno che crede di poter dettare legge e per ritrovare autorità deve sottomere il proprio operato al giudizio del suo popolo, giudizio che potrebbe essere manipolato e indirizzato verso una precisa direzione.

Comuqnue vada a finire questa stagione grottesca della nostra politica, finirà male.

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Salvini, Di Maio, Zingaretti: la politica dov’è?

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Certo che questa delle elezioni europee è tra le più anomale campagne elettorali che si siano vissute: non ho infatti letto o sentito da nessuno dei rappresentanti dei tre partiti principali uno straccio di programma elettorale, un’idea di Europa, una soluzione ai grandi problemi dell’Unione.

Salvini continua a non svolgere il suo lavoro, a insultare volgarmente chi lo contesta, non importa se cardinale o studenti, a citare cifre false per testimoniare i suoi finti successi e a litigare con Di Maio come se non fosse un alleato di governo. proponendo, di tanto in tanto, leggi talmente illiberali da essere quasi grottesche se non fossero pericolose.

Di Maio litiga con Salvini, rinfacciandogli il caso Siri, vantando con cifre false il successo del reddito di cittadinanza, che è un fallimento, addirittura assumendo posizioni vagamente antirazziste come se Salvini non fosse un alleato di governo e i Cinque stelle non avessero votato decreto sicurezza, legittima difesa, negato l’autorizzaizone a procedere.

Zingaretti fa proclami ecumenici, con frasi generaliste su cui non si può non essere d’accordo, ma non propone una linea politica nuova, anzi, una linea politica tout court e continua a barcamenarsi cercando di non scontentare nessuno e limitandosi a commettere l’errore capitale di incentrare la campgna elettorale sull’attacco a Salvini e il bla bla sull’antifascismo, candidandosi a una sconfitta annunciata. Solo l’entità della sconfitta deciderà il suo destino. Renzi, nell’ombra, arrota i denti e aspetta, sperando in una nuova pacca sulla spalla.

Di politica europea non una parola, appunto. Come se non importasse nulla, come se non dovessimo, tra breve, far fronte alle nostre inadempienze economiche, come se l’immigrazione non fosse un problema europeo così come la svolta filo nazista di alcuni paesi appartenenti all’Unione.

Eppure il Pd potrebbe proporre all’Europa il modello di integrazione che Mimmo Lucano ha sperimentato con successo, prima che  il ministro dell’Interno e qualche magistrato decidessero che quel modello funzionava troppo bene. Sarebbe una bella scelta di campo, qualcosa di sinistra, una svolta decisa, chiara, senza ambiguità. Invece si agita Lucano come un santino ma si sta bene attenti a dire che quel modello è una strada possibile per risolvere il problema. Con i tanti borghi quasi disabitati che ci sono nel paese, si potrebbe creare, sulla media distanza, una nuova possibilità di sviluppo e ricchezza.  Invece niente, forse per l’incapacità di controbattere adeguatamente in un dibattito pubblico la rozza e volgare vis oratoria di Salvini, di sentirsi dare dei professoroni? O forse per paura di perdere altri elettori moderati?

E ancora: perché il Pd non porta in Europa il problema della corruzione, che Salvini ritiene secondario, e della lotta congiunta alle mafie con la creazione di una polizia europea? Sono problemi ormai dilaganti nel continente, che riguardano, questi sì, la sicurezza dei cittadini, e che una forza di sinistra non può esimersi dall’affrontare.

Ultimo punto: le periferie.. Non è andando in periferia che il Pd risolve la sua latitanza. Nelle periferie manca quella ricchezza umana che era data dalle sezioni, dall’associazionismo, da punti di aggregazione che permettevano di avere il polso della situazione e dare risposte a problemi immediati, oltre che a pungolare circoscrizioni e comuni a svolgere quell’ordinaria amministrazione che è il cuore della politica.

E’ un patrimonio umano dilapidato dal dopo Pci in poi, beffeggiato dal renzismo e ignorato da quelli che l’hanno preceduto. Le sezioni erano una scuola di vita e lo scrive uno che frequentava l’Acr ma aveva molti amici che facevano vita di sezione con cui si confrontava e dialogava, imparando e crescendo di riflesso.

Questa campagna elettorale è lo specchio del passaggio dall’anti politica alla non politica, del nulla che ci sommerge, della mancanza assoluta di un pensiero sulla società, sul futuro del paese, sull’Europa, su dove stiamo andando.

Siamo in una terra di nessuno dove nessuna delle due sponde che si fronteggiano riserva particolari attrattive. Speriamo solo di non trovarci, presto o tardi, in mezzo al fuoco incrociato.

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Nessuno metta il cappello sul venticinque Aprile

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Non amo le ricorrenze, specie quelle finte come l’ipocrita festa della bandiera genovese inventata dal sindaco della città in cui vivo per rivendicare un orgoglio che non esiste più da quando, molti anni fa, Genova ha rinnegato sé stessa e le proprie radici. Il fatto che arrivi a due giorni dall’anniversario della Liberazione aggiunge un ché di ulteriomente offensivo.

Odio le ricorrenze, ma il venticinque Aprile è un’altra cosa e trovo ugualmente nauseante sia la presa di posizione di Salvini, che col consueto coraggio che lo contraddistingue, si defila dalle celebrazioni per non scontentare una parte consistente del suo elettorato e quell’estrema destra che ne rappresenta la testa di ponte nelle periferie, sia quella di Di Maio che, soffocato dalla schiacciante supremazia di quello che avrebbe dovuto essere un alleato di governo e ne ha invece monopolizzato la direzione, tenta una penosa e inaccettabile svolta a sinistra, rievocando radici che non possiede e in cui buona parte dei suoi elettori non si riconosce.

Basta fare una rapida ricerca sui commenti dei Cinque stelle al venticinque Aprile negli anni scorsi per accorgersi di quanto un partito senza radici e senza un’idea, non possa riconoscersi in quella Resistenza che ha fondato la democrazia nel nostro paese.

Altrettanto penosa, dopo tre anni di governo Renzi, la cui prima occupazione è stata quella di fare tabula rasa degli ideali della sinistra distruggendo il partito, appare il richiamo al venticinque Aprile di uno Zingaretti, magari sincero ma poco credibile, un leader di cartone che naviga sotto costa in attesa delle bordate dei renziani dopo il disastro annunciato delle elezioni di Maggio.

Farebbe bene la politica, a parte il presidente Mattarella, l’unico degno di parteciparvi, a tenersi lontana, tutta, dalle celebrazioni di una giornata che, in un paese normale, dovrebbe essere una festa gioiosa e nel nostro assume invece la valenza di una levata di scudi contro una folle deriva sempre più oppressiva e inquietante. Farebbe bene la politica a tacere, perché i caduti della Resistenza meritano almeno il silenzio.

Nessuno, a parte la gente che riterrà opportuno scendere in piazza, è autorizzato a mettere il cappello sulla giornata di domani. Morirono per la libertà giovani comunisti e socialisti, futuri democristiani e liberali, aderenti al partito d’azione e repubblicani, in quella che è stata l’unica, vera rivoluzione nel nostro paese, l’unica e sanguinosa impennata d’orgoglio di un’Italia che oggi vede la propria dignità calpestata sotto i piedi da inetti e cialtroni senza scrupoli e dall’ignoranza che dilaga come un’inarrestabile fiume in piena.

Domani sara’ la giornata di tutti quelli che credono nella democrazia, nei diritti civili, nell’accoglienza e nella cooperazione, nella fratellanza tra i popoli, la giornata di chi non si arrende e continua, quotidianamente, ostinatamente, a svolgere con coscienza il proprio ruolo nella società, a credere nel lavoro ben fatto come unica difesa contro l’odio e il rancore.

Che sia una giornata di festa e di orgoglio, dunque, l’orgoglio di chi non ha venduto la propria dignità per trenta denari o una poltrona, l’orgoglio di chi crede che le idee, anche se del secolo scorso, non  invecchiano, casomai si rinnovano e trovano nuova linfa, si tramandano ai giovani, che hanno più forza e coraggio di noi per portarle avanti. Che sia la giornata di chi costruisce ponti e non muri.

Che sia un giornata di democrazia e libertà, dunque, per onorare chi ha dato la vita perché potessimo scendere in piazza o non scenderci, perché nessuno mai più ci obblighi a fare l’una o l’altra cosa.

Buon venticinque Aprile, a chi crede che gli uomini siano tutti uguali e abbiano gli stessi diritti e doveri, a chi è capace di guardare il mondo da posizioni diverse, a chi pensa che un libro sia prezioso come un diamante e che la cultura sia la nostra ancora di salvezza in mezzo alla tempesta, a chi come me, ha conosciuto i partigiani ancora giovani,quando venivano nelle scuole, ha ascoltato i loro racconti, li ha sentiti dire che la scuola era tutto, che l’istruzione era necessaria perchè l’orrore non si ripetesse mai più, che loro avevano combattuto anche perché noi potessimo essere dietro quei banchi. Non ho mai dimenticato le loro parole e ne ho fatto regola di vita.

Buon venticinque Aprile, quindi, ai ragazzi di ieri e di oggi.

 

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Sotto il vestito ( e gli slogan) niente

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Questo governo non ha una linea politica, ormai è chiaro a tutti. Non esiste un programma, un progetto sensato e a lungo termine che vada oltre gli slogan e il sadico infierire del ministro dell’Interno su chi non può difendersi.  Non c’è politica, confronto, discussione, non ci sono proposte di cambiamenti strutturali.

Provvedimenti come il reddito di cittadinanza o la flat tax, che se attuati avrebbero conseguenze disastrose e comporterebbero inevitabilmente altri tagli dolorosi al welfare, leggi sanità e scuola, possono anche soddisfare la pancia di chi ha la vista corta e i tappi nelle orecchie, ma non hanno nulla di strutturale, non producono lavoro, non cambiano di una virgola la situazione in cui versa il paese e non possono essere sostenuti a lunga scadenza.

Per quanto riguarda poi la sicurezza, uno dei cavalli di battaglia del governo, a parte le menzogne e i presunti abusi di potere, non ci sono in vista provvedimenti che vadano nella direzione di un contrasto forte e deciso verso il potere delle mafie, verso la corruzione e l’evasione fiscale, c’è solo qualche inasprimento (legittimo) di provvedimenti già esistenti, come la proposta di escludere a vita dagli appalti pubblici chi è stato condannato per corruzione (che approvo).

Per non parlare del tira e molla con un’ Europa che, ci piaccia o no, e ci piace poco, è casa nostra e con cui siamo costretti a fare i conti, in tutti i sensi, se non vogliamo diventare il paese più ricco del terzo mondo.

Ma se Atene piange, Sparta, l’opposizione, non ride.

Al di là della retorica ormai stantia sull’ antifascismo, i valori della Costituzione e il bla bla bla sulla democrazia, gli esponenti del Pd continuano a parlare come se non avessero portato a termine l’ultima legislatura, facendo qualcosa di buono ma ponendo anche solide basi per quello che sarebbe accaduto in seguito.

Il problema non è la svolta liberista, inevitabile se solo si usa il cervello, non è, come scriveva un editorialista di Repubblica, il fatto che Renzi stesse con Marchionne e non con gli operai, il problema sta nel fatto che Marchionne era l’esponente di un liberismo cinico, spregiudicato, un liberismo che pone al di sopra di ogni valore l’aumento dei dividendi dell’azienda e trasforma le persone in numeri. Il problema è la svolte verso quel liberismo.

Come il comunismo non si manifesta in una sola forma, quello cinese è stato diverso da quello cubano, l’eurocomunismo è stata altra cosa rispetto a Mosca, ecc., così il liberismo non comporta necessariamente l’azzeramento del welfare, la cancellazione dei diritti dei lavoratori, la precarizzazione selvaggia del lavoro.

La fuga di cervelli dall’Italia non è casuale: oggi, le condizioni di lavoro nei grandi paesi europei sono migliori che nel nostro, gli stipendi più alti, i contratti a tempo indeterminato più facili da ottenere, la qualità della vita migliore. Eppure parliamo di Olanda, Svezia, Islanda, Germania, paesi alfieri del liberismo ma anche di un welfare moderno ed efficiente. Paesi dove si può dare una concessione autostradale ai privati senza che vengano giù i ponti anzi, con qualche prospettiva di miglioramento del servizio.

La differenza la fa proprio quel popolo che compare così spesso sulle labbra dei nostri incapaci populisti e degli altrettanto incapaci oppositori, la differenza la fa una civiltà e un senso civico, un rispetto per la cosa pubblica diversi dai nostri, la differenza la fanno le tasse pagate da quasi tutti che finiscono in servizi efficienti, in un welfare che funziona.

Quello che non capisce l’opposizione, è che questo governo attualmente composto da nulla facenti che intascano lauti assegni mensili pagati da tutti noi, si combatte non con i proclami e la retorica,  ma con una radicale inversione di rotta programmatica che deve essere, per forza di cose, transnazionale e non guardare più solo al proprio, devastato orto di casa.

Nelle dichiarazioni di Zingaretti, come in quelle dei renziani, non c’è nulla, niente di concreto, manca una visione, una scadenziario con progetti concreti, una visione che guardi lontano, manca una speranza per la gente. Parole vecchie, concetti vecchi  lontani da questo tempo, assoluta mancanza d’idee.

Anche sull’immigrazione, tema che mi è caro, non si va oltre il dire che Salvini è cattivo e chi sta dall’altra parte è buono, senza che chi sta dall’altra parte proponga una regolamentazione dell’accoglienza sensata, che coniughi umanità e rispetto delle leggi, solidarietà e regole condivise, regole, possibilmente, europee.

E’ arrivato il momento di premere sull’Europa perché ci sia una svolta nelle politiche sociali, perché ci si avvii verso un’Europa delle persone, dopo aver costruito l’Europa delle banche. Solo una sinistra nuova, europea, unita, che vada oltre gli equilibrismi di Macron e la rigidità della Merkel, può riuscire nell’intento, perché l’ha sempre fatto in passato, perché tutto quello di buono che è venuto dal dopoguerra a oggi per le persone comuni, è venuto da sinistra.

Una sinistra che non dev’essere anti liberista, quello è un sogno finito, ma proporre un altro liberismo, che esiste, funziona, può essere preso a modello. Una sinistra che torni a cambiare la gente, che riesca di nuovo a  trovare parole e soluzioni chiare, forti e incontestabili che possano essere comprese e accettate da tutti. Una sinistra che torni a curarsi della gente.

C’è bisogno di politica e di politici in Europa, non di  dilettanti allo sbaraglio o vecchi marpioni che vanno avanti a bugie,  c’è bisogno di cambiare le persone, ripotarle alla ragione, riunirle di nuovo attorno a valori forti e condivisi.

Altrimenti quello che ci aspetta, l’abbiamo già visto, lo vediamo ogni giorno, lo possiamo leggere, per quei pochi che ancora ritengono utile aprire un libro per viaggiare con la mente, nei libri di storia.

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