Un mondo connesso con l’indifferenza

indifferenza

Silvestro, protagonista del capolavoro di Vittorini, soffriva per i mali del mondo; Che Guevara diceva che non può esserci felicità se da qualche parte nel mondo un uomo è oppresso; gli studenti del ’68, quando la speranza di cambiare il mondo divampò e si spense rapidamente come un bel sogno, dicevano I care, me ne curo; a Genova, nel 2001, giovani e meno giovani gridavano che un mondo diverso, più giusto, con meno diseguaglianze, più sostenibile, è possibile.

Sogni, lampi di speranze spente in una giungla boliviana, dal piombo del terrorismo o dalle torture nella caserma di Bolzaneto, un tensione verso l’altro che oggi sembra scomparsa sia dall’agenda politica della sinistra, sia da quella destra destra, se non i termini di bieco populismo, di politica anti sistema che, in realtà, vuole mettere a tacere chi al Sistema si oppone. Quel che è peggio è che sembra sparita anche nella gente, sempre più chiusa, impaurita, restia ad accettare l’altro, che si tratti dei migranti o di chi, semplicemente, la pensa in modo diverso. Il rifiuto al posto del confronto.

E’ un mondo, quello di oggi, dove chi prova a spendersi per gli altri viene dileggiato, diffamato o, nella migliore delle ipotesi, ignorato. Se poi trova consenso, arrivano le minacce, come il fantoccio impiccato di Greta a un viadotto dell’autostrada. O gli insulti, come quelli piovuta su Carola, prima e dopo il suo intervento a Bruxelles. Chi si spende per gli altri mette a nudo davanti allo specchio la pochezza umana di chi non lo fa, per questo irrita.

E’ un mondo connesso nell’indifferenza globale, che dibatte sul particolare dimenticando l’universale, sempre più simile al mondo descritto da Guicciardini: egoista, teso all’autoffermazione individualistica, privo di valori. Anzi si può dire che Guicciardini abbia ormai soppiantato definitivamente, come modello di riferimento, quel Machiavelli citato spesso a sproposito, che mascherava dietro l’apparente  cinismo un  forte  idealismo e un amore disperato per il popolo.

Il pensiero liquido ha lasciato il posto alla tentazione del pensiero unico, o del pensiero flessibile, mutuato dalle opinioni volubili del capo, non importa se si tratti dell’ego della bilancia che prossimamente riunirà gli stati generali alla Leopolda o dell’inutile Di Maio. Il pensiero liquido ha lasciato il posto al non pensiero, all’azzeramento dello spirito critico e alla trasformazione delle fazioni politiche in sette con i rispettivi, infervorati adepti.

E’ un mondo pericoloso, dove un squallido cialtrone come Donald Trump fa e dice quello che, fino a poco tempo fa, sarebbe stato inaudito e indicibile senza trovare nessuno che riesca a contrastarlo, neanche tra le fila del suo partito, che ha annoverato in passato anche persone decenti ma che preferisce l’esercizio del potere all’esercizio razionale del potere, anche se al potere c’è un demente.

Il mondo italiano si contraddistingue per un di più di squallore, di pavida ipocrisia. Solo così si spiega il silenzio del Pd, in particolare, sulle donne e bambini morti al largo delle nostre coste. Con il pretesto di non voler dare fiato alla propaganda razzista della destra si finisce per cadere in un’ignavia colpevole, per certi versi, ancora peggiore.

Siamo insomma passati dal soffrire per i mali del mondo a fottercene allegramente, a fare finta che quei morti siano una triste fatalità e non il frutto di immondi compromessi. Molto meglio applaudire un’inutile riforma che diminuisce la dmeocrazia, piuttosto che dedicare un minuto di silenzio a quei morti che pesano sulla cosceinza di quelli che applaudivano più forte.

Non manca, ovviamente, un tocco di grottesco che si concretizza nei cinquecento pseudo scienziati che negano l’evidenza attaccando Greta, o negli articoli di certa sinistra per cui tutto ciò che è mediatico è il male, come ieri loe ra tutto ciò che era popolare,  e accusa una ragazza di sedici anni di porre problemi e non di proporre soluzioni. E’ evidente che Popper non abita più qui.

Invece di preparare un neo umanesimo, necessario e auspicabile per cambiare il presente, stiamo scivolando in un neo oscurantismo, un medioevo prossimo venturo che non lascia presagire nulla di buono.

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Un faro nella nebbia

foto tratta da gg.geowiev.info

Duemila persone che in una città  governata dal centro destra partecipano a un presidio contro il decreto sicurezza, a favore della dignità e della difesa dei diritti umani, non sono molti ma, di questi tempi, non sono di certo pochi. E’ accaduto a Genova, qualche giorno fa, ed è confortante, perché questa città, nel bene e, nel recente passato, soprattutto nel male, ha spesso segnato la strada.

Io non c’ero al presidio, non perché non condivida pienamente i valori di chi era presente ma perché, dopo vent’anni di sindacato, sono piuttosto disincantato verso questa forma di manifestazione delle proprie opinioni. Invidio quelli che erano presenti, tutti, perché hanno una fiducia nella possibilità di sensibilizzare il prossimo che io comincio a non avere più, o almeno, la riservo al mio lavoro quotidiano di insegnante. Io credo che a cambiare le cose debba essere la politica e che l’influenza della gente, oltre che manipolabile con estrema facilità, sia al giorno d’oggi assolutamente irrisoria nelle scelte dei governi.

Ma sarebbe bello se non fosse così, sarebbe bello se fosse un inizio, se si potesse costruire un ponte ideale, vero, incrollabile tra quelle duemila persone e i sacerdoti che da ottobre celebrano messa in una chiesa dell’Aja per impedire che una famiglia armena venga espulsa, eh già, non è solo l’Italia ad avere l’esclusiva del potere cieco e della discriminazione, un ponte che continui superando l’oceano e arrivi al confine messicano, scavalcando qualunque muro l’idiozia di un presidente criminale possa costruire, un ponte che passi per l’Africa, la Siria, la Cina, un ponte di solidarietà che tocchi chiunque vede violati i propri diritti e che circondi il mondo, diventando una strada aperta, senza dogane, senza decreti, senza divise pronte a impedire il passaggio, un ponte talmente alto da essere irraggiungibile per chi ha pensieri bassi, per chi pensa che la soluzione sia l’odio, per chi non ha il coraggio di specchiarsi nell’altro e scoprire sé stesso.

Solo così Genova potrà sanare davvero quella ferita aperta che vedo ogni mattina, quell’assenza più forte di ogni presenza, solo così renderà davvero omaggio alle vittime, molte delle quali erano straniere, lo si ricorda poco e mal volentieri, solo così darà un senso  a quelle morti atroci, ingiuste, laceranti.

Solo costruendo ponti di pace e solidarietà Genova potrà tornare davvero Superba, ritrovare orgoglio e dignità. Forse ci andrò al prossimo presidio, forse d’ora in poi dedicherò questo spazio a storie belle di civiltà e amore, come quella dei sacerdoti protestanti dell’Aja, forse la smetterò di amplificare gesti e parole di piccoli uomini con piccole menti e pensieri meschini per dare visibilità ai costruttori di ponti.  

Duemila persone in una città di destra, e fa male dirlo, anche a me che vi abito e non la amo più da tempo,  forse sono poche, forse sono moltissime, forse sono un grido nel silenzio, forse le fondamenta del ponte che verrà, difficile dirlo. Ma fa bene pensare che siano una luce nella nebbia, il segnale fioco ma visibile, di una nuova rotta.

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Del relativismo e di come il terrorismo sia strumento di potere

L’attentato di  Londra costituisce un precedente gravissimo, il sintomo allarmante di una possibile escalation di follia che va fermata il più presto possibile.

Noto senza sorpresa che su facebook nessuno sta con gli islamici aggrediti e nessuno inveisce contro l’inglese che ha cercato di fare una strage. Sintomo sia del relativismo tipicamente occidentale per cui le medesime azioni non sono ugualmente deprecabili a seconda del colore della pelle di chi le compie, sia di una progressiva americanizzazione che contempla il ritorno all’ occhio per occhio dente per dente come un’ opzione tutto sommato da non disprezzare. Ovviamente, la ragione dorme sonni profondi e i mostri ballano.

Balla il mostro del razzismo, che una maldestra (ma dai?) azione politica del Pd ha risvegliato, trasformando un problema serissimo, quello dello ius soli, in una polemica di bassissimo livello che ha scatenato tutto lo spregevole armamentario razzista di gruppi marginali di falliti che hanno avuto il loro quarto d’ora di celebrità e torneranno nelle loro tane a chiedersi quale significato abbia il pollice opponibile.

Balla il mostro della paura, in parte giustificata, in parte fomentata ad arte da governi che mascherano la propria inadeguatezza agitando lo spettro di un nemico che hanno contribuito a inventare e che continuano a tenere in vita perché fa comodo a tutti.

Balla il mostro dell’ignoranza, Nixon, volgare, rozzo, corrotto, al confronto dell’attuale presidente degli Stati Uniti, sembra un fine intellettuale, il repubblichino Almirante, paragonato a Salvini appare come un lucido intellettuale progressista. Va aggiunta l’ignoranza di un popolo, il nostro, ampiamente coltivata e curata dalla politica, il cui unico risultato concreto negli ultimi dieci anni è quello di aver efficacemente contribuito a devastare la scuola pubblica.

Balla il mostro dell’ipocrisia, delle false promesse, delle cattive intenzioni mascherate da principi morali.

Balla il mostro della disinformazione accurata, costante, ossessiva da parte di media  ormai totalmente asserviti al potere che danno spazio, come si trattasse di giganti del pensiero, alle bizze di mediocri figuranti come Fabio Fazio.

In questo quadro da terra desolata l’attentato di Londra era quasi inevitabile, a furia di agitare senza alcun motivo il vessillo dello scontro di civiltà ( io quel saggio l’ho letto: è orrendo) si finisce per arrivarci davvero, facendo il gioco del potere, che trova nuovi strumenti per limitare le libertà individuali col plauso di tutti.

Inutile stare qui a disquisire di guerre del petrolio e del fatto che non siamo di fronte a nessuno scontro di civiltà ma all’ennesimo tentativo di impadronirsi delle risorse dei paesi più poveri da parte dei paesi più ricchi. La lettura di uno qualsiasi dei saggi più recenti di Franco Cardini, storico di destra, quindi lontano dalle mie idee politiche ma lucido e documentato quando si parla di problemi del mondo arabo, per farsi un’idea chiara della differenza tra ciò che sta accadendo e quello che ci raccontano.

Quello che mi preme sottolineare è l’assenza della pietà 2.0, quella dei badge e dei flames, quella dei coraggiosi da tastiera così ben rappresentati da Crozza. Il pensiero liquido colpisce ancora, il relativismo morale, anche e la pietà scompare. Viene da pensare, a leggere certi interventi, che, parafrasando Custer, l’unico bambino arabo buono è quello morto su una spiaggia.

  Terribile questa frase, vero? Dà da pensare, dà un’idea del baratro in cui ci stiamo lanciando allegramente da un bel po’ di tempo. Finiremo per raggiungerlo, prima o poi, se non riusciamo a frenare. E si sa la fine che ha fatto Custer.

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Pensiero liquido o liquefatto?

 

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A vedere i primi passi di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, viene da chiedersi cosa avevano in mente i milioni di americani che l’hanno votato. Si parva licet ecc, sono d’accordo con l’opinione di Philip Roth che ha definito  Trump un truffatore volgare e ignorante, sarò considerato da Michele Serra un radical chic, a leggere la sua ultima amaca, ma me ne faccio una ragione.

D’altronde, lo stesso Serra ha tessuto negli ultimi tempi le lodi di uno che, quanto a ignoranza, non è secondo a nessuno.

Torniamo a Trump, parliamo del muro alla frontiera messicana. Ma davvero gli americani pensano che si tirerà su un muro lungo tremila chilometri, una specie di mostruosa parodia della grande muraglia in versione stars and stripes? E non hanno pensato a cosa sarebbero gli Stati Uniti senza gli immigrati, anche quelli messicani, che forniscono manodopera a basso costo? Nulla, non sarebbero nulla e nulla torneranno a essere nella fantascientifica ipotesi che le multinazionali permettessero a Trump di portare avanti i suoi deliri protezionisti.

Quale meccanismo spinge la gente a votare un palese bugiardo, a delegare il destino del proprio futuro nelle mani di un imbonitore, non importa si chiami Trump, Berlusconi, Renzi o Grillo? Possibile che il cervello degli elettori si sia liquefatto a questo punto, che si sia passati dalla resilienza alla demenza?

Perché della gente di buon senso deve ritenere che i problemi siano sempre colpa di altri, dei messicani, dei migranti di Lampedusa, dell’Europa. perché non fermarsi un attimo a riflettere che se in Italia l’unica impresa in attivo è la mafia, forse abbiamo imprenditori incapaci e disonesti, se c’è un’evasione fiscale alle stelle forse il problema non sono i migranti che rubano il lavoro ma i disonesti che ci derubano di risorse che ci spettano? Perché gli americani non riflettono sul fatto che, oltre che a mandare a morire i loro ragazzi in mezzo mondo, le operazioni militari costano milioni di dollari che vanno a incidere, inevitabilmente sull’economia, specie se si esternalizzano servizi che fino a ieri erano gestiti dall’esercito? Perché gli inglesi si sono lasciati abbindolare da un pifferaio che aveva poco di magico, senza capire che fuori dall’Europa la perfida Albione conterà poco meno di zero?

Io credo che la risposta stia nell’insostenibile leggerezza della democrazia odierna, nell’assenza di memoria storica, nella riduzione della cultura a reminiscenza fugace, buona per partecipare a un quiz televisivo, nel totale disinteresse per parole ormai desuete che andrebbero messe fuori dai vocabolari: impegno, sacrificio, responsabilità.

Non servono analisi sociologiche per capire perché i nuovi leader sembrano fatti con lo stampino: privi di retroterra ideologico, arroganti, bugiardi, narcisisti patologici interessati solo al potere. Sono i prodotti della società in cui viviamo, del decadimento del sistema capitalista che, partendo dal valore della ricchezza come strumento per assicurare il benessere a tutti, questa era la tesi del capitalismo classico, è arrivato a trasformare il denaro in valore e la corsa per accaparrarselo in una gara ad ostacoli che non fa prigionieri. Distruggendo ogni altro valore, reificando anche gli esseri umani, cancellando il concetto stesso di etica.

La politica è diventata una metafora della società dei consumi, che ci propone oggetti inutili da consumare e sostituire compulsivamente, così salgono sulla scena leaders inutili, che non hanno nulla da dire, comici da avanspettacolo che salgono sul palco per vivere il loro momento di gloria e poi scompaiono, una volta compreso che il potere non è nelle loro mani, il potere è invisibile, virtuale, come il denaro delle grandi transazioni, che non si vede, non si sente, non odora. ma, spesso, uccide

Trump è solo un altro burattino che verrà messo da parte una volta che avrà assolto il proprio compito, puoi cambiarlo col viso sorridente di Clinton o con la maschera di Reagan, il risultato è sempre lo stesso: il nulla.

L’era della politica, dei grandi statisti, della lotta per la democrazia e i diritti civili è finita, democrazia e politica hanno perso, ha vinto la grande finanza, che non è il capitalismo, perché il capitalismo nasce come dottrina sociale, è la degenerazione del capitalismo, esattamente come il comunismo russo e quello cinese sono stati la degenerazione del comunismo.

E’ dunque inutile dividersi in fazioni: renziani e anti renziani, grillini e anti grillini, con Trump o contro Trump: cambiato l’ordine dei fattori il risultato è sempre lo stesso, La Clinton era solo più presentabile del suo avversario ma i contenuti del suo discorso, non differivano poi molto. Quanto al muro, basta guardare la miserevole condizione in cui gli Stati Uniti hanno ridotto il Messico, un paese dove a governare realmente sono i narcotrafficanti e al cui confronto la corruzione italiana fa ridere, per comprendere che non c’è bisogno di alzare muri,  basta vedere come i poliziotti americani trattano i neri per comprendere  che il muro esiste da decenni.

Non c’è dunque soluzione, dobbiamo rassegnarci a questo mondo di pupazzi?

Chiudo citando un premio Nobel: the answer my friend, is blowing’ in the wind…

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Azzeramento etico

Le stragi ci toccano solo quando riguardano quelli come noi, l’ho già scritto e lo ribadisco. Sono anni che in quel rettilario che è il medio oriente si consumano stragi che non ci toccano minimamente, guerre per cui nessuno scenderà mai in piazza. Lo stesso accade in Africa e in Asia. Chi conosce il dittatore delle Filippine che si è vantato di aver assassinato a sangue freddo di persona quattro spacciatori per insegnare alla polizia come fare? E deve essere stato un ottimo insegnante dato l’impressionante numero di omicidi consumati dalla polizia a danno di spacciatori e tossicodipendenti. Cosa ce ne importa? Chi conosce il nome di qualcuno delle decine di dittatori africani che continuano a uccidere, imprigionare, torturare e depredare i loro popoli? Che cosa ce ne importa?  Chi ricorda di Guantanamo, la prigione cubana dove si consuma la più clamorosa violazione di diritti civili dal dopoguerra a oggi da parte degli americani? Che ce ne importa?

Dovrebbe importarcene invece, perché se il medio oriente è un rettilario è perché vi si gioca la partita tra Stati Uniti, Russia ed Europa per il controllo delle risorse, partita che comporta costi elevatissimi in vite umane, ma vite di altri, non gente come noi. Risorse, ovviamente, da depredare, spartendole con pochi, ricchi, potenti e ignorando le esigenze delle popolazioni.

Forse ad Aleppo le cose non stanno esattamente come vogliono farci credere, ma la gente muore, cambia qualcosa? Mosul, Gaza, Iraq, Afghanistan, cambia qualcosa?

Forse tra trent’anni l’Isis sarà ricordato come uno straordinario movimento di liberazione islamico, e l’Occidente come una ipocrita culla di torturatori e assassini a sangue freddo tesa a proteggere solo i proprio confini. La storia, a volte, riserva strane sorprese. Ma non ce ne importa nulla comunque. (Considero l’Isis, a scanso di equivoci, un branco di schifosi fanatici assassini mantenuto in loco dagli americani perché non si sa mai come possono andare a finire le cose in Siria).

Non ce ne importa nulla perché, come paventava Levi nella poesia che apre  Se questo è un uomo, abbiamo dimenticato e con la memoria abbiamo perso parte della nostra umanità.

Il sistema capitalista non contempla l’etica, se consideri l’uomo come merce, l’umanità è solo una voce di listino. Stiamo assistendo da anni a un azzeramento etico globale senza precedenti, non si può spiegare in altro modo l’ascesa alla carica più importante del mondo di un industriale fallito, razzista e cialtrone, totalmente privo di idee sensate e di valori che non siano la difesa dell’egoismo americano. Ricordo che gli Stati Uniti sono un paese dove la destra radicale e xenofoba, in combutta con i servizi americani, collaborò all’omicidio di un presidente, di un futuro presidente e di un leader dei diritti civili. Trump è solo una vecchia faccia degli Stati Uniti che esce allo scoperto perché il momento è propizio.

Passando dall’universale al particolare, misero particolare, un commento a proposito della polemica sul nuovo ministro dell’istruzione. Bene, sarebbe opportuno, etico, che il ministro salutasse e si dimettesse, non perché non laureato, cosa che comunque gioverebbe a chi ha il compito arduo di guidare un mondo complesso come quello della scuola, ma perché ha mentito. Il ministro ha inserito nel curriculum una qualifica che non le appartiene e questa è un’infrazione che se viene scoperta nel curriculum di qualsiasi insegnante comporta, da sempre, ben prima del jobs act, il licenziamento in tronco. Se dunque il ministro resta al suo posto compie un grave vulnus. Con quale diritto può definire le regole chi quelle regole viola per primo?

Stesso discorso per Poletti, che aveva ampiamente dimostrato la propria incapacità nel precedente esecutivo: un ministro non può permettersi di offendere quelli che sono costretti a cercar fortuna altrove perché lui, e gente come lui in precedenza, non hanno saputo svolgere il proprio lavoro. Punto.

L’opinione pubblica dovrebbe essere compatta e unita sulle questioni etiche, questi sono due esempi chiari, limpidi, elementari in cui tutti, di qualunque colore politico siano, dovrebbero chiedere che queste persone vengano rimosse dal loro incarico perché non adeguate. Invece si assiste a penose difese, in cui si cita a sproposito Di Vittorio, che era un gigante ma non era laureato e non ha mai scritto di esserlo.

Stiamo perdendo la capacità di guardare al senso profondo delle cose, di vedere i contorni di ciò che essenziale, accecati come siamo da un egoismo di parte insensato e fuori luogo.  Egoismo che si riflette nei nostri leader politici: arroganti, preda di un narcisismo autoreferenziale, privi di valori, di un minimo interesse verso il prossimo, squallidi.  Inutile illudersi: Renzi, Grillo, Salvini, Berlusconi, sono accomunati da un retroterra politico inesistente, da una mancanza totale di valori, dal cinismo, da un peronismo all’amatriciana e dall’uso della politica come strumento di appagamento personale. Chi pensa che uno sia meno razzista dell’altro, o più preparato dell’altro, non riesce a scorgere, appunto, i contorni reali delle cose, il senso delle loro azioni che sono tutte, indistintamente, tese ad appagare il loro ego e favorire amici e amici degli amici ignorando il bene pubblico.

Oggi, uno dei pochi a parlare di etica è Papa Francesco, che sta combattendo una lotta disperata per riaffermare il valore dell’umanità, il senso profondo dell’essere umani che sta, appunto, nell’etica. Come tutti i profeti, è solo, inascoltato, osteggiato, un piccolo e fragile uomo che ha ancora la forza di urlare contro i mostri che, a poco a poco, stanno mostrificando anche tutti noi.

Non sarà l’ideologia a cambiare il mondo, un mitico risveglio rivoluzionario da oriente,  né un leader illuminato, sarà lo scintillio sinistro di una nuova guerra globale o una palingenesi ambientale, a meno che non accada, presto, qualcosa che risvegli le nostre coscienze drogate. In ogni caso, troveremo e troveranno qualcuno su cui scaricare la colpa.

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Uno spartito per tutte le stagioni

Slavoj Zizeck, con il suo tono provocatorio e irridente, afferma nel suo “Dalla parte delle cause perse” che un’ideologia diventa davvero vincente quando, per sconfiggerla, gli avversari assumono modi e temi di quella stessa ideologia.

E’ accaduto in Inghilterra con Blair che ha sostituito la Thatcher portando avanti il suo programma e diventando più thatcheriano di lei, ed è accaduto anche da noi, dove Renzi ha assunto il potere scimmiottando il berlusconismo, fino ad arrivare a emanare leggi che Berlusconi non avrebbe mai osato fare (es. la Buona scuola, il jobs act, ecc.).

Su questa falsariga, sul berlusconismo assunto a canone, spartito buono per tutte le stagioni, si inserisce il ritorno sulla scena politica annunciato ieri da Beppe Grillo. Possiamo osservare, nella messinscena andata in onda a Palermo, alcuni caratteri propri del primo Berlusconi: l’unto del Signore che si propone come salvatore, l’accentramento autoritario del potere, il bagno di folla, ecc.

Nulla di nuovo sotto il sole: il fascismo latente nella mente degli italiani è riuscito a trovare un modo lecito per tornare in auge anche in democrazia: basta rispolverare il mito del demiurgo, dell’uomo forte, che con un paternalismo bonario si carica sulle spalle i problemi del paese per risolverli, e il gioco è fatto: qualche milione di cittadini abbocca sempre.

Che poi Berlusconi sia entrato in politica per evitare bancarotta e galera, che Renzi sia un prodotto del neo yuppismo degli anni duemila, con poche idee, confuse, nessuna cultura politica e pochi scrupoli, che Grillo sia l’espressione del qualunquismo più becero, un raccoglitore di discorsi da autobus, un comico miliardario annoiato che ha trovato un nuovo giocattolo con cui trastullarsi, poco importa: il narcisismo patologico, il delirio di onnipotenza, l’adrenalina del potere sono i veri motori che uniscono questi tre personaggi, che li trasfigurano agli occhi degli altri e portano il consenso.

Il fatto è che l’ideologia berlusconiana, quella sorta di “fascismo soft” che ha governato il paese per vent’anni, è diventato ormai lo spartito da suonare se si vuole arrivare al potere in questo paese e sia Renzi, sia Grillo sono abili esecutori di questa “Sonata per uomo sole e forte”,

L’alternativa a questa situazione che io giudico calamitosa, è che appaia sulla scena una musica nuova, suonata da un ensemble di solisti talentuosi, che non sia la folla di postfascisti che seguì Berlusconi, quella di rassegnati al meno peggio che vota Renzi e quella di adepti a un culto tra il demenziale  e le visioni di Philip K. Dick, che segue Grillo.

Sarà difficilissimo che questo possa accadere in tempi brevi dal momento che negli altri grandi paesi europei la situazione è più o meno la stessa, per non parlare di quella grottesca espansione del reganismo peggiore che è Donald Trump.

Un ensemble così non potrebbe che suonare una musica anarchica e ribelle, come il jazz e gli italiani,si sa, non hanno mai amato il jazz.

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Democrazia per ridere

renzi-pagliaccio

Le primarie in Italia sono una pagliacciata, uno strumento da parte del leader del momento per candidare chi vuole senza alcuna attinenza con la volontà popolare. Si può affermare, a ben vedere, che si tratta di un mezzo per restituire e fare favori politici, che nulla ha a che fare con la volontà degli elettori.

Non che altrove funzionino meglio: basta vedere cosa sta accadendo negli Stati Uniti, dove si rischia di veder eletto presidente la versione più ricca, più ignorante, più becera e più cattiva di Berlusconi.

Il caso Paita a Genova è la prova lampante di quanto ho appena affermato: Renzi impose una candidata talmente in urto con la base e con la gente comune, che la base ha preferito far salire l’improponibile candidato della controparte.

Ma il problema non sono neanche queste elezioni farsa e l’arroganza del segretario del partito, il problema è l’assenza totale della politica dalla competizione elettorale.

In questo paese si continua ad andare avanti negando la realtà, raccontando panzane, vivendo alla giornata senza un’idea di programma, un’ombra di progetto industriale, economico e sociale che non comporti la svendita del territorio al miglior offerente.

I candidati sindaci hanno presentato programmi sostanzialmente identici: vuoti, privi di sostanza, pieni di buone intenzioni senza alcuna indicazione si come applicarle nella realtà. A parte alcuni impresentabili come, per motivi diversi, Bertolaso e Sala, gli altri sono personaggi di apparato anonimi, certamente onesti e forse anche capaci, ma che per il solo fatto di essere candidati alla guida di città importanti, non potranno che rispondere agli interessi del capo.

La decentralizzazione del potere, che rispondeva a logiche democratiche e avrebbe dovuto portare a un federalismo reale, non quello razzista e becero della Lega, è ormai sepolta dalle tendenze neo autoritarie inaugurate da Berlusconi e portate avanti con entusiasmo da chi l’ha seguito.

Va registrato anche il costante declino del movimento Cinque stelle che ormai non ne azzecca una da mesi: col virtuale ritiro del loro capo, rientrato sulle scene che più gli competono, l’assenza di idee, uomini e programmi da parte di quello che per mesi è stato definito come l’unico partito di opposizione al governo, è ormai sotto gli occhi di tutti. Tra l’altro, in occasione del voto sulle unioni civili, i pentastellati sono stati l’alleato migliore di Renzi, con il loro ipocrita voltafaccia al momento della resa dei conti. Per quanto riguardi i candidati sindaci, stendendo un pietoso velo sulle modalità di scelta, hanno scelto di perdere ovunque.

E’ una democrazia dai tratti esilaranti e tragici a un tempo, quella in cui viviamo, degna del vecchio Woody Allen, quando prendeva in giro le repubbliche delle banane. Un governo non eletto che propone finte riforme strutturali peggiorando tutto quello a cui mette mano, un premier che continua a tacere su reali problemi del paese, millanta un credito internazionale che non ha e prende schiaffi ogni volta che prova ad alzare la voce, regioni gestite da assemblee decimate dalle inchieste giudiziarie, comuni sciolti per infiltrazioni mafiose e sindaci impotenti di fronte al taglio delle risorse, tassi di povertà in aumento in tutto il paese, una politica sull’immigrazione sempre più assente e incapace di risposte sensate.

Le primarie all’italiana si inseriscono perfettamente in questo quadro e il prossimo passo inevitabile saranno le elezioni all’italiana, se la corte costituzionale non fermerà un’altra legge  che umilia i cittadini e la democrazia.

D’altronde, da un paese privo di coscienza civile, dove lo Stato è sempre qualcosa che appartiene agli altri e di cui gli altri devono rendere conto e non un organismo del cui funzionamento tutti siamo corresponsabili, è inevitabile ottenere risposte di questo tipo. Il rischio è che a questa democrazia ridicola e limitata, corrisponda sempre di più una libertà. ridicola e limitata.  

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