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Se Fioramonti si dimetterà, restituirà dignità alla scuola

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Le possibili dimissioni del ministro dell’istruzione a fronte della scarsità dei fondi stanziati per la scuola nella finanziaria, sarebbero un atto di una gravità assoluta e, nello stesso tempo, di dignità e coerenza rare.

Di gravità assoluta perché rappresenterebbero la prova dell’assoluto disinteresse da parte del governo per un settore strategico per il futuro del paese, di dignità e coerenza perché il ministro, sin dall’inizio del suo mandato, ha affermato che o venivano stanziati i fondi necessari a rilanciare la scuola, o si sarebbe dimesso.

Sarebbe magnifico se anche il suo successore, a quel che si dice il senatore Nicola Morra, si rifiutasse di assumere l’incarico senza una garanzia sui fondi necessari a rilanciare l’Istruzione, ma questa è pura fantascienza.

Le dimissioni di Fioramonti, oltre alla dignità dell’uomo, restituirebbero quella dignità che manca da troppo tempo alla Scuola. Il ministero dell’Istruzione da troppi anni  è diventato un contentino per mettere a tacere gli scontenti, una poltrona un tempo prestigiosa  legata in un abbraccio mortale con il ministero dell’economia e della finanza e destinata a personaggi di second’ordine, teste di legno disposte a dire di sì, o a fedeli adepti al dettato neoliberalista che al vuole sottomessa al mondo del lavoro e classista.

Lo stato d’agitazione proclamato dai sindacati, che hanno visto sciogliersi come neve al sole le promesse fatte a inizio legislatura, aumenta la pressione sul governo che sembra sordo alle richieste di rinnovo contrattuale, di messa in sicurezza di tutte le scuole del territorio, di superamento della Buona scuola. Non basta inserire i fondi del così detto merito nel fondo d’Istituto per restituire alla Scuola quanto le è stato tolto negli ultimi dieci anni.

Per non parlare della situazione del personale Ata e di segreteria, cronicamente sotto organico, mal pagato e costretto a turni stressanti, con gravi ripercussioni sull’efficienza delle scuole.

Ma come Alice, il governo sembra non sapere nulla di tutto questo, nonostante le promesse roboanti dei grillini. Più imbarazzante appare la posizione del Pd, dal momento che quell’oscenità chiama Buona scuola, immane spreco di denaro che avrebbe potuto essere utilizzato in modo assai più sensato, è stata partorita all’interno delle sue fila anche se dal suo figlio reietto, quel Renzi che, almeno sulla scuola, ha il buon gusto di tacere. Renzi che ha sempre rivendicato di aver speso moltissimo per la scuola, verissimo, omettendo però di dire di aver speso malissimo e di aver fatto innominabili pasticci.

Parla tanto di scuola invece Calenda, ma senza entrare mai nel concreto, in termini generali ed elettorali, in perfetta continuità con gli altri partiti.

No, non tutti: la Lega, per voce del suo indagato segretario, le proposte concrete le fa, prive di senso e grottesche, per non dire esilaranti, ma le fa, cercando di aizzare l’antico avversione per gli insegnanti da parte del popolo, che invece, a giudicare da una recente sondaggio, sembra rendersi conto di quanto il lavoro di tramandare cultura e valori , di lavorare per la condivisione di percorsi comuni con chi viene da lontano, di fornire ai ragazzi le chiavi per cominciare a decifrare il mondo che li circonda, sia diventato sempre più difficile e faticoso.

Tanto di cappello a Fioramonti se si dimetterà, vergogna a chi lo permetterà e a chi prenderà il suo posto, se sarà consapevole di non poter svolgere al meglio il proprio lavoro.

Augurandosi che la Scuola torni ad essere una cosa seria.

 

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Ricordando Portella della ginestra

La strage di Portella della Ginestra rappresenta la perdita dell’innocenza della democrazia italiana, almeno quanto l’omicidio di J.F.K. rappresenta la stessa cosa per quella americana. Un perdita precoce che suona quasi come un destino predeterminato.

C’è tutto in quella strage di lavoratori, tutto quello che verrà: l’anticomunismo che caratterizzerà buona parte della nostra politica, il timore che “gli ultimi” alzino la teste rivendichino i propri diritti, la mafia utilizzata da parti  dello stato e dell’imprenditoria  per fare il lavoro che, fino a qualche anno prima, avevano fatto le squadracce fasciste, i depistaggi, le ambiguità, le collusioni e le intersezioni che si sono ripetute in tutti gli eventi cruciali della storia italiana recente.

Il bandito Giuliano, usato e poi tradito, assassino assassinato per ragion di Stato, è solo uno dei tanti criminali che, in momenti topici della nostra storia, hanno svolto il lavoro sporco, hanno messo bombe sui treni, nelle stazioni, durante manifestazioni sindacali, hanno fomentato scontri di piazza, hanno commesso omicidi eccellenti.

La mafia, non un anti stato, come è stata dipinta per troppo tempo, piuttosto un complemento oscuro dello Stato, ha giocato in questi eventi un ruolo da protagonista e, purtroppo, continua a giocarlo nell’indifferenza  colpevole e complice, della politica e del mondo dell’imprenditoria, che non sono cambiati poi molto da quegli anni.

Portella della Ginestra è un’offesa non ancora sanata ai lavoratori, a quei principi di internazionalismo e solidarietà una volta vivi e, oggi, sempre più trasformati in memoria pallida ed evanescente.

Bene hanno fatto i sindacati confederali, che con tutte le contraddizioni e gli errori di percorso restano portatori di valori e difensori di diritti, a scegliere quella piana insanguinata per la manifestazione odierna, a ribadire il valore simbolico e sacrale di un luogo dove la nostra democrazia ha svelato una parte della sua anima. Bene hanno fatto a ricordare che alcuni dei morti di quel giorno portavano cognomi albanesi,bene hanno fatto a sottolineare che la lotta per il lavoro è internazionale e globale.

Questo è un paese con una democrazia incompiuta, che non ha mai fatto i conti con la propria storia e chi non sa guardarsi indietro non troverà mai il coraggio di guardare avanti. E’ anche un paese dove latita il senso della responsabilità individuale, non esiste una coscienza civile condivisa e non esiste una concezione del bene comune. La Resistenza, l’unica pagina gloriosa della storia dell’Italia unita, è stata lotta di una parte contro l’altra, vinta dalla parte minoritaria. L’affermazione di uno sconsolato Pavese secondo cui l’Italia era e sarebbe rimasto un paese fascista, trova, purtroppo, conferme quasi quotidiane nella ricerca dell’uomo forte, nel populismo razzista e anti sindacale, nel qualunquismo dominante e forcaiolo.

Portella è una ferita ancora aperta nella nostra storia e quei lavoratori continuano a popolare la piana in cerca di giustizia e di libertà. Non potremo mai considerarci davvero liberi, se quella ferita non verrà sanata.  La strada, al momento, sembra ancora lunga.

Buon Primo Maggio a chi crede che un altro mondo e un’altra Italia è possibile.

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La scuola devastata

 

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Se si può imputare un grave colpa a questo governo, e a parere di chi scrive se ne possono imputare parecchie, è certamente la riforma della scuola. Un anno fa, in questo spazio, prevedevo i danni che avrebbe procurato e le previsioni si sono rivelate esatte.

Basta considerare cosa sta succedendo in questi giorni con la presunta valutazione del merito: commissioni impegnate a stabilire criteri che non siano oggetto di ricorso e che si inventano le categoria più assurde come l’autorevolezza o la disponibilità, quasi fossero misurabili oggettivamente e quindi soggette a indiscutibile giudizio. Dirigenti che si affannano a inserire nella graduatoria del merito il proprio cerchio magico, altri che esercitano arbitrariamente il proprio (presunto) potere,  altri ancora che provano a usare equilibrio e senso della misura, rammaricandosi di questa nuova e surreale incombenza piovuta sulle loro spalle. Le indicazioni del governo? Il bonus non va attribuito a tutti ma neanche a pochi. Stop.

Nei corridoi delle scuole i coltelli volano ad altezza d’uomo e chi si disinteressa della questione e continua a portare avanti il proprio lavoro, fortunatamente moltissimi, viene guardato con sospetto o apostrofato malamente per il proprio distacco da gente che non ha mai fatto un giorno di sciopero se non coincideva con un viaggio organizzato.

Non parliamo poi dei sindacati, che si affannano ad affermare che il bonus è oggetto di contrattazione, senza chiedersi quanto sia moralmente giusto che chi è stato eletto per tutelare i lavoratori contribuisca a decidere a chi deve andare l’elemosina di stato e a chi no.

Il governo Renzi ha trasformato i luoghi della cooperazione e del lavoro condiviso in piste per una corsa di bighe e questo è semplicemente vergognoso.

Purtroppo, quella reazione che la categoria ha avuto a Giugno e che i sindacati non sono riusciti a cavalcare, per debolezza oggettiva, incapacità e tutela di sacche di potere, è in mano a chi non trova miglior espediente per esprimerla che una retorica vecchia e vuota che fa il paio con la retorica del magnifico trio Renzi-Faraone- Giannini, più simile ai bulgari di Aldo, Giovanni e Giacomo che al trio Lescano.  Sono stanco di leggere la nostalgia per una scuola che non è mai esista perché, esclusi i primi anni della Repubblica e il ventennio fascista, non ha mai rappresentato un priorità per il governo ma una spiacevole incombenza.

La scuola non era perfetta prima della riforma, ma la riforma non ha risolto i problemi vecchi e ne ha aggiunto di nuovi, questa è la verità. La riforma ignora totalmente la formazione dei ragazzi, il mestiere dell’insegnare, l’etica del lavoro di chi, quotidianamente si siede ogni mattina alla cattedra per dare corpo e voce alla Costituzione.

Ha invece aggravato la già kafkiana burocrazia, ha sdoganato il servilismo e, l’abuso di autorità, ha aumentato a livelli insostenibili la conflittualità interna e la competizione, ha cercato di mettere la museruola e il guinzaglio a una categoria che, per fortuna, ha letto Il potere dei senza potere  di Havel e conosce il potere eversivo del lavoro ben fatto.

Il 20 maggio spero che siano loro, quelli del lavoro ben fatto, a svuotare le scuole e a riempire le sale delle assemblee chiedendo ai sindacati di avere qualcosa che fino adesso è mancato nel contrasto alla riforma: il coraggio.

Il ministro Giannini non capisce, le capita spesso, il motivo di questo sciopero a fronte dell’ennesima oceanica ondata di assunzioni annunciata.

Sarà forse che siamo stufi di farci prendere in giro? Sarà che abbiamo il contratto bloccato da sette anni e il governo è già stato condannato per questo dalla Corte Costituzionale? Sarà che le scuole sono ancora piene di precari e il governo continua a dimenticare il personale Ata, tranne quando si tratta di diminuirlo? Sarà che gli insegnanti di sostegno cambiano due o tre volte nel corso dell’anno, con grave danno per gli alunni, perché non si sanno stilare le graduatorie?  Sarà che da settembre, con l’assunzione diretta da parte del dirigente, il clientelismo diventa legge e noi diventiamo tutti precari? Sarà che la legge sulla sicurezza in moltissime scuole viene regolarmente derogata? Sarà che il governo ha creato ambiti territoriali assurdi per limitare la mobilità interna  e ha costretto senza alcun motivo centinaia di insegnanti a cambiare regione bandendo quest’anno il concorso nelle regioni di partenza? Sarà che il governo ha finanziato la lotta fratricida per il merito a scapito dei fondi d’istituto che vanno usati per lavorare con i ragazzi?

Ha idea il ministro del modo in cui è stato organizzato il concorso che si sta svolgendo in questi giorni? Esattamente come il ministro e i suoi sodali hanno gestito la riforma: nel modo peggiore possibile.

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