Il deficit peggiore è quello di umanità

Foto di Klaus Hausmann da Pixabay

Cos’è peggio? Dare una cittadinanza temporanea a cinque, seicentomila disgraziati perché sputino sangue nelle nostre campagne al soldo di padroni cui sarebbe assicurata l’impunità, consapevoli che senza cancellare i decreti sicurezza e discutere in sede europea un piano condiviso sugli sbarchi si tratta di un provvedimento demagogico, privo di valore, gretto, che ci riporta indietro ai tempi del latifondo, o offendere con insulti da trivio indegni e privi di pietà, insulti che provengono per la maggior parte da quelli che fino a qualche giorno fa volevano le chiese aperte, una ragazza sequestrata per diciotto mesi e appena uscita da un incubo?

Sono peggio certi titoli di giornali di destra o i distinguo che vengono da renziani e sinistroidi che della sinistra non conoscono nè la storia nè i valori? E’ peggio chi vuole conoscere l’ammontare del riscatto o chi vuole garanzie che non si paghi mai più nessun riscatto?

E’ peggio Feltri, con i suoi titoli vomitevoli o Gramellini con la sua ipocrisia, il suo perbenismo da borghese piccolo piccolo, che gli fa dimenticare l’altrettanto vomitevole elzeviro che aveva scritto subito dopo il rapimento di Silvia Romano?

Il paese è in crisi, il paese è malato, il paese è in ginocchio: tutto vero.

Ma il vero deficit, il vero problema è aver finalmente messo a nudo la sua anima nera, la sua incapacità di uscire, nel migliore dei casi, dalla retorica, nel peggiore dalla cialtroneria fascista.

Il vero deficit di questo paese è la progressiva e irreversibile assenza di umanità, di guardare all’altro come opportunità e non un nemico, l’incapacità di provare, solo per un istante, a capire.

Siamo un paese dove chi cerca di fare il proprio lavoro o di essere, semplicemente, un uomo o una donna decente, chi cerca di amare liberamente, chi prova ad essere sé stesso fino in fondo, costi quel che costi, viene messo alla gogna.

Gli italiani brava gente non sono mai esistiti, basta studiare un po’ di storia per capirlo. La maggioranza degli italiani, oggi come allora, è quella che applaudiva un miserabile assassino che appariva in pose grottesche dal balcone di Piazza Venezia ed è scappato come un ladro, non tornato alla luce del sole come Silvia, caro Feltri, scappato come un ladro con una divisa che è simbolo di orrore.

Cosa resta alla minoranza? Cosa resta a noi che abbiamo chiesto ogni giorno, sui social, la liberazione di Silvia? La lotta silenziosa e inarrestabile del lavoro ben fatto, i libri come armi, la conoscenza come faro in questa notte che dura da troppo tempo, i dubbi come scudo.

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Dalla parte di Cappuccetto rosso: Esodo, di Domenico Quirico.

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Domenico Quirico è un giornalista, un giornalista vero, non come i moralisti da quattro soldi che pontificano in televisione e scrivono i loro editorialucoli sui giornali. Domenico Quirico ha lavorato nelle zone più calde della terra per informare e denunciare cosa stava accadendo.
Come Silvia Romano, la giovane cooperante italiana, Quirico è stato rapito in Libia e liberato dopo cinque mesi grazie all’intervento dello Stato italiano. Probabilmente, a suo tempo, qualche moralista da quattro soldi lo avrà tacciato di avventurismo e invitato a documentarsi attraverso internet, così da non costringere lo Stato a versare altro denaro per salvargli la vita.
Questo è un libro prezioso, appassionato, doloroso, documentato a tratti lirico, perché racconta storie di migranti africani ma anche la presa di coscienza di un uomo che, anche accanto ai disperati, su un barcone, rischiando la pelle, comprende di non essere come loro, di restare un privilegiato, responsabile della loro sofferenza.
Libro di cronaca, cronaca straziata e straziante, che racconta di violenza e miseria, di giovani che scompaiono nel nulla, forse inghiottiti dal mare forse dall’Occidente, di popoli in movimento che sono già domani nascosti nell’ombra delle nostre città, ignorati e disprezzati da chi si muove solo ed esclusivamente per tutelare la propria ricchezza, come si conviene a una civiltà decadente all’alba di un nuovo futuro.
Libro di formazione, di presa di coscienza, di un uomo che con il suo sguardo dolente cerca di comprendere, di afferrare il senso di un’esodo senza fine, di trovare una scintilla di vita in una umanità umiliata, offesa, massacrata, ignorata. Quirico racconta di sé attraverso le storie degli altri, si racconta impudicamente, senza filtri, cercando nella parola scritta un senso a tanto dolore, una speranza dove la speranza sembra morire.
Quirico ci avverte che dove si alzano muri muore la civiltà, che nessuno può difenderci dall’umanità ferita,  che o torniamo a soffrire per i mali del mondo o ci estingueremo, né più né meno come quei paesi africani desolati dove sono rimasti solo gli anziani, a sperare e piangere i loro giovani partiti verso un miraggio e dispersi nel nulla.
Il libro descrive una migrazione biblica, un popolo immenso che prende il largo, che non può essere arrestata dalle nostre paure, né fermato da una presunzione di superiorità che suona grottesca alla luce del nostro tempo.
Ma ci avverte che il sangue nuovo che attracca sulle nostre spiagge, che riempie alberghi fatiscenti e accampamenti, che diventa capro espiatorio e pretesto per distogliere l’attenzione dai veri colpevoli, è salvifico, necessario perché quest’Europa vecchia, chiusa, sorda e cieca possa tornare a vedere, sentire e progredire seguendo strade nuove.  E’ sangue rabbioso, che reclama quello che noi abbiamo smesso di reclamare, sazi di benessere, centrati su noi stessi e irresponsabili.
Quirico non parla, banalmente, di accoglienza, ma di un nuovo assetto del mondo inevitabile, perché nulla può fermare lo spirito vitale, l’istinto di sopravvivenza di un uomo che ha perso tutto e non ha più nulla da perdere. Ci invita ad affrontare l’immigrazione da un punto di vista diverso, a considerarla non una minaccia ma la possibilità di costruire un mondo migliore.
Perché la radice della grande migrazione è la disuguaglianza, l’ingiustizia, la rabbia che sale silenziosa e inarrestabile. La disuguaglianza che paga il nostro benessere, la disuguaglianza che abbiamo creato noi e di cui non ci importa più nulla, basta trovarsi dalla parte giusta del mondo, basta avere il colore giusto.
Rinchiuderci nelle nostre città dentro una sicurezza artificiale, significa rifiutarsi di guardare un domani che è già presente, significa rinchiuderci nella nostra arroganza e nella nostra solitudine in attesa di una sconfitta inevitabile.
Il mondo si muove, nonostante il nostro egoismo, nonostante il razzismo dilagante come acqua di fogna da un tombino che spurga, nonostante i moralisti da quattro soldi che scrivono i loro editorialucoli sui giornali e sorridono come ebeti dagli schermi televisivi.
Il mondo si muove, sta a noi accettare se guardare avanti od ostinarci a guardare indietro, diventando statue di sale.
Questo è un libro che parla di uomini che si sono lasciati dietro ogni cosa, anche l’anima, per chi un’anima ce l’ha ancora.
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