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Bestiario sulla scuola

Mi pare di poter affermare, senza tema di smentite, che l’intervento odierno del ministro (chiamiamola così) dell’Istruzione rappresenti l’apice di una escalation di idiozie che appaiono ormai quotidianamente in dosi massicce sui social e sui giornali.

Provo quindi a replicare alle fesserie più evidenti accompagnando la replica con una preghiera: prego chi non ne è parte integrante di non parlare di scuola. La prima regola che insegno ai miei allievi è che, a volte, è meglio tacere piuttosto che dire stupidaggini.

Domanda: Medie ed elementari lavorano in presenza, perché le superiori no?

Risposta: medie ed elementari hanno un’utenza di quartiere che non sovraccarica i mezzi pubblici e, di conseguenza, dovrebbe esserci una riduzione del rischio notevole. In realtà non è così, ma dal momento che i bambini non possono essere lasciati a casa da soli si è preferito lasciare aperta la frequenza e sperare in bene. I ragazzi delle scuole superiori arrivano nelle sedi scolastiche da tutta la provincia e dall’entroterra, con un grave sovraccarico dei mezzi pubblici e aumento del rischio di contagio.

Affermazione: La dad deprime i ragazzi e uccide la loro socialità.

Basterebbe il quotidiano sequestro di cellulari in tutte le scuole del regno per mostrare che si tratta di un idiozia. I ragazzi si contattano, vivono, si relazionano in modo virtuale da sempre. Ovvio che l’aggregazione sociale sarebbe auspicabile ma, tranne casi specifici che risulterebbero comunque problematici anche in presenza, mi sento di smentire, per esperienza diretta, questa affermazione, che, guarda caso, non viene mai accompagnata da dati statistici.

Affermazione: Cresceremo una generazione di ignoranti

Risposta: Gli insegnanti italiani, per la stragrande maggioranza, hanno e stando dimostrando la loro grande professionalità, al contrario di chi dovrebbe rappresentarli in parlamento, portando avanti regolarmente i programmi didattici anche in dad, inventando nuove strategie e sperimentando. Se il ministro eviterà di dire a Marzo che tutti saranno promossi, come accaduto l’anno scorso, i risultati scolastici a fine anno saranno quelli attesi e non ci saranno particolari lacune nella preparazione degli studenti, per la stragrande maggioranza di loro.

Affermazione: Disabili e alunni in difficoltà sono danneggiati

Gli alunni disabili vanno a scuola regolarmente, quelli in difficoltà, se abbandonati a sè stessi, sono sicuramente danneggiati dalla didattica a distanza ma la responsabilità è anche di chi li abbandona a sè stessi, non solo della scuola. Vogliamo parlare della dispersione scolastica? Meglio di no.

Affermazione: Si potrebbe andare a scuola due volte a settimana per spezzare la routine.

Risposta: Sfugge il nodo del problema: le scuole non sono in sicurezza, il distanziamento di un metro non è efficace e non ci sono sistemi di aerazione efficienti. Oltre al problema dei mezzi di trasporto.

Affermazione: all’estero non si è chiuso.

Risposta: Sticazzi! Andate a controllare le statistiche dei contagi a scuola all’estero, guardate cosa sta succedendo nel nord Europa. E comunque, tutti gli Stati europei hanno chiuso e stanno chiudendo le scuole.

Affermazione: Le scuole non sono focolai.

Risposta: Vero, quasi vero, falso. Non abbiamo dati ufficiali, il che induce a pensar male. Ma se anche fosse, il problema sono i mezzi di trasporto e il fatto che i ragazzi, se a scuola sono controllati, non lo sono fuori e rischiano di contagiare i loro compagni e i loro insegnanti a scuola. Ripeto: non è stato fatto nulla, da parte di quella stessa persona che oggi dichiara di stare dalla parte degli studenti, per mettere le scuole in sicurezza.

Affermazione: gli studenti protestano in tutta Italia

Risposta: mi spiace per quelle poche decine di studenti plagiati ( guardate le immagini: non arrivano mai a dieci) che protestano per ritornare a scuola in condizioni di scarsa sicurezza. Con la retorica, le lettere di scuse pubblicate sui giornali e i bei gesti. i problemi restano, lavorando seriamente, in parte, si risolvono. Questo vale anche per tutti i colleghi che “stanno con i ragazzi”. Che non vuol dire un cazzo.

Affermazione: Allora dobbiamo restare chiusi a tempo indeterminato?

Risposta: No. In una settimana si possono fare tamponi in tutte le scuole o, comunque, in un numero tale di scuole da essere statisticamente credibile e valutare la situazione. Temo non lo si faccia perché si conoscono già i risultati. In una settimana si possono vaccinare tutti gli insegnanti e gli studenti, ma non lo si fa perché poi insorgerebbero, giustamente, le altre categorie che lavorano a contatto con il pubblico. Di sicuro, in una settimana non si possono mettere in sicurezza le scuole.

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La cattiva informazione sulla scuola.

Non leggo neanche più le notizie sulla scuola che, quotidianamente, appaiono sui maggiori quotidiani. Sono piene di inesattezze, animate da palese malafede e funzionali a fare da altoparlante o da velleitario contraltare critico, anzi acritico, alle iniziative del governo.

Oggi ad esempio, su Repubblica, c’era un articolo che ci informava sul fatto che la DAD amplia le diseguaglianze. Come se, prima, le diseguaglianze fossero ridotte e non fossero invece amplificate da una scuola che, negli ultimi anni, sull’onda di una certa retorica meritocratica, trasversale e ottusa, è diventata più classista di quanto già non fosse.

Anche il quadro che si fa dei giovani, dipinti come depressi, deprivati socialmente, ecc. non tiene conto che da anni, ormai, nella totale indifferenza di tutti tranne che, guarda un po’, degli insegnanti, le relazioni tra i ragazzi, i contatti sociali, le interazioni preliminari, anche sessuali, sono ormai virtuali, passano prima, durante e dopo il contatto fisico e visivo, dai social. L’esposizione social definisce la popolarità, il successo sociale degli adolescenti, aumenta o deprime la sua autostima.

Ma ovviamente, riguardo i giovani, non si interpella chi li vede e interagisce con loro per anni, due, tre, quattro ore al giorno, ma psicologi, filosofi, sociologi che, da quel che dicono, non hanno mai neppure dialogato con un adolescente oggi ( i colleghi che redigono i pdp e si trovano davanti certe diagnosi, sanno cosa intendo).

Finchè un cretino si alzerà ogni mattina, dirà la sua sulla scuola e un giornale lo pubblicherà in prima pagina, finché i social saranno pieni di imbecilli che pontificano su un lavoro sempre più complesso e frustrante, senza sapere di cosa parlano, finché il ministero dell’Istruzione verrà assegnato per dare un contentino a questo o quello schieramento e non sulla base di competenze reali ( vabbè il ministro attuale le competenze le avrebbe, in teoria. E’ sul reali che crolla), parlare di scuola sarà inutile e inutile sarà leggere le argomentazioni di chi ne parla, perché non sa quel che dice.

Prima del Covid, non andava tutto bene. Le classi erano stracolme, gli spazi limitati, i programmi svolti obsoleti, anzi morti, visto che non esistono più da trent’anni e continuiamo a prorogarne la fine, mancava il personale per buona parte del primo quadrimestre, non c’era alcun motivo logico per un un/a giovane dotato/a di normali facoltà mentali dovesse scegliere di svolgere un mestiere ingrato, mal pagato, faticoso e burocraticamente allucinante.

Lasciamo poi stare i tupamaros della scuola in presenza, i luddisti pronti a distruggere i pc, ecc. ormai bastano tre alunni, probabilmente prezzolati che stazionano davanti a una scuola vuota, e pochi colleghi convinti, no, loro non sono prezzolati ci credono davvero, per dire che i ragazzi e gli insegnanti vogliono la scuola in presenza a rischio della vita.

Poi partecipi a un’assemblea sindacale e tocchi con mano i problemi, la paura, le preoccupaszioni di una categoria che nessuno più rispetta. Con buona pace dei luddisti.

Passato il Covid, sarà uguale, La scuola continuerà ad essere classista e ad escludere gli ultimi esattamente come prima: le classi continueranno ad essere sovraffollate ( vi passa mai per la mente che definirle “pollai” è offensivo verso i ragazzi?), gli insegnanti a mancare, i precari a protestare, i ministri a legiferare cose inutili.

La verità, corroborata dai fatti, è che la scuola, ormai, è solo uno strumento di propaganda politica, una parola di cui riempirsi la bocca e poi sputare via, un cattivo pensiero da scacciare. Non gliene frega niente a nessuno e lo Stato si guarda bene dall’investire sull’istruzione, per limitare il rischio che si riesca davvero a formare e istruire generazioni di ragazzi consapevoli e dotati di spirito critico.

Il fatto che, nonostante tutto e tutti, continuiamo a svolgere il nostro lavoro, ad andare avanti anche in piena emergenza, ad usare la DaD come un momento di formazione e stimolo a fornire un servizio migliore, personalmente non lo trovo un motivo di vanto: probabilmente, dimostra solo che siamo cretini.

Il consiglio di lettura di oggi è il diario, esilarante ma non troppo, di una collega di Vercelli.

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Le scuole non incidono sull’aumento dei contagi. Per ora.

I numeri non sono opinioni, i numeri dicono la verità. L’istituto superiore di Sanità dice che la riapertura delle scuole ha inciso per il 2% sull’aumento dei contagi e l’esperienza quotidiana di chi lavora a scuola ci dice che è vero.

Non mi giunge notizia di intere classi di contagiati, ma di casi sporadici e di tante richieste di tamponi, che poi risultano negativi. Non c’è bisogno di un infettivologo per capire che, se la scuola davvero fosse il veicolo primario d’infezione, come qualcuno comincia irresponsabilmente ad affermare, le cifre sarebbero ben altre. Avremmo intere classi in quarantena e istituti chiusi. Non è così.

Tuttavia, le scuole potrebbero inevitabilmente diventare un problema se il governo centrale e quelli regionali continueranno a far finta di non sapere cosa sta accadendo. Anzi, potrebbero diventare un comodo capri espiatorio per giustificare ritardi, inettitudini e omissioni volontarie.

Non è certo bloccando le partite di calcetto o impedendo la vendita di alcolici dopo le 21 che l’infezione si attenuerà. Sarebbe forse il caso di cominciare ad avviare controlli stringenti nelle aziende e di affrontare il tema dei trasporti pubblici. Invece, in nome dell’economia, si preferisce attuare provvedimenti di facciata del tutto irrilevanti, arrivando agli estremi del governatore della Liguria Toti, secondo cui non bisogna dare addosso a chi vuole continuare a vivere e a divertirsi, anche se lo fa a scapito della salute pubblica, infischiandosene di chi ha vicino.

Quello che sta accadendo è il risultato del liberi tutti troppo frettoloso di questa estate, di una politica ormai del tutto priva di etica e subordinata al capitale, di una società sempre più egoista, manichea, dove la solidarietà sociale sta diventando una parola priva di significato.

A scuola, ogni mattina, vedo persone responsabili che hanno cura di sé e degli altri, svolgere il proprio lavoro con grande spirito di servizio e, dall’altra parte della cattedra, ragazzi che rispettano le regole senza protestare, consapevoli che vanno a vantaggio di tutti. Ma purtroppo, in questo caso, il microcosmo scolastico non è l’espressione del macrocosmo.

So che ci sono colleghi nostalgici della didattica a distanza e ne rispetto le opinioni, ma non le condivido: è giusto, che fino a quando sarà possibile farlo in sicurezza, si vada a scuola in presenza.

Quello che fa rabbia è che con pochi accorgimenti, ventilazione delle aule, distanziamento assicurato grazie all’aumento degli organici, doppi turni dove necessario, si sarebbero potuti evitare, probabilmente, anche i pochi casi che si verificati fino adesso, garantendo un prosieguo tranquillo e senza ambasce dell’anno scolastico.

Si è scelta la strada dei proclami, delle operazioni di facciata, del finto rigore nei riguardi dei più deboli ( i precari), del fare (pochissimo) senza pensare a cosa si stava facendo, dell’arroganza a scapito del confronto. Nonostante questo, la professionalità di chi la scuola la fa ogni giorno sta prevalendo e sta ottenendo risultati che non verranno mai riconosciuti da nessuno.

Quello che succede fuori dai cancelli delle scuole è responsabilità politica e la politica, centrale e regionale, è pericolosamente tentennante, quando non è completamente latitante. È anche, ahimè, responsabilità individuale, che non è la dote più spiccata degli italiani.

Stiamo andando verso un nuovo disastro? Non lo so e non è mio compito dirlo. Io sono pagato, poco, per insegnare ed è quello che cerco di fare meglio che posso ogni giorno. Ci sono persone con compiti istituzionali, pagate molto più di me per risolvere questi problemi, che non mi sembra stiano facendo lo stesso.

Mi auguro che non si arrivi a una nuova chiusura delle scuole: questo paese ha bisogno di cultura, di nuove idee, di energie, tutte cose che possono arrivare solo dai ragazzi e dalla scuola. Chiudere di nuovo significherebbe sbarrare ancora una volta le porte al futuro.

 

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L a scuola che ti porti dentro

Nel mio lavoro, per come lo concepisco, le gratificazioni non sono frequenti, frequente è invece la fatica, la frustrazione, l’angoscia che a volte ti assale quando hai davanti un ragazzo/a in sofferenza per problemi più grandi di lui/lei e sai di non poter dargli altro che parole.

Poi succede che una madre scrive un bellissimo post su facebook che non riproduco per pudore, dove trova parole che centrano esattamente quello che per me è la scuola, il senso del mio mestiere, la scuola che mi porto dentro.

Ma non finisce qui, tra i numerosi “mi piace” a quel post riconosco ex alunni e tanti genitori di ex alunni. Allora ti viene il sospetto che, forse, quel lavorare sempre, ostinatamente, per fare la differenza, qualche volta è servito allo scopo.

A scuola non si lavora soli e ho avuto quasi sempre, in questi anni, il privilegio di avere accanto a me colleghi accomunati da un comune sentire, da una diversità palese che ci ha portato sempre, alla fine di ogni anno, a fare i conti tra quello che era andato storto e quello che era andato bene e scoprire che, magari per poco, erano ancora in attivo.

Questo è stato ed è un anno particolare e la classe che ho salutato è stata una classe particolare, con una storia tormentata e complicata, una classe che mi ha portato a riflettere sul senso del mio lavoro e su quanto, negli anni, il luogo in cui lo svolgo da tanto tempo, troppo, sia cambiato, a mio parere, non esattamente in meglio. Dopo tanti episodi che mi hanno procurato profonda amarezza, non certo per colpa dei ragazzi, le parole di questa madre mi rincuorano e mi confortano a non cambiare il mio modo di essere e di rapportarmi ai ragazzi, dovunque lavorerò in futuro.

Perché la scuola che mi porto dentro e che, per fortuna, ci portiamo dentro in molti, è una scuola che trasmette valori e insegna a conoscere e a conoscersi, è una scuola che insegna ad apprezzare la bellezza e a conoscere il male per poterlo combattere, è una scuola empatica che si apre al mondo.

Ringrazio quindi di cuore chi ha scritto quelle parole bellissime, che mi resteranno dentro a lungo e mi serviranno per ricordare perchè faccio questo lavoro.

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tutto pur di non parlare seriamente di scuola

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il problema è l’incompetenza, l’incompentenza di un ministro che confonde la meritocrazia con il saper tracciare una crocetta su un foglio e non sa, nonostante dica di aver lavorato a scuola, che l’esperienza di un precario che lavora nella scuola da anni è un patrimonio prezioso da curare, specie in tempi di crisi come quello che stiamo vivendo.

L’incompetenza del sottosegretario Anna Ascani, che non ha caso ha scritto un libro sulla scuola con una prefazione di chi alla scuola ha dato il colpo di grazia, Matteo Renzi, e di gente come Nardella, che la segue a ruota e che ipotizzano un ultimo giorno di scuola che faccia da ponte simbolico, con la ripresa delle attività a Settembre, dimostrando lo stesso quoziente intellettivo degli imbecilli che si accalcano nei luoghi della movida in questi giorni.,

La follia e le offese di Agamben, che stimo e di cui condivido, in parte, le ossessioni, che equipara i docenti che utilizzano la didattica a distanza e che, eventualmente, la utilizzeranno a Settembre, ai docenti che accettarono l’iscrizione al partito fascista.

Cominciamo da lui: a parte l’insistenza su una comunità scolastica umana che non esiste e che dimostra una disconnessione con i giovani che affollano oggi le aule scolastiche e universitarie, su cui tanto ci sarebbe da dire ma,di fronte a tanto lume, mi taccio, i docenti in questi mesi, vorrei che lo capisse, inventando, improvvisando, faticando oltre il dovuto e lavorando più del dovuto, hanno applicato la Costituzione che garantisce il diritto all’ìstruzione per tutti, hanno fatto del dettato costituzionale realtà concreta come facevano ogni mattina sedendosi in cattedra, con gli strumenti a loro disposizione, non messi a disposizione dallo Stato o dall’amministrazione, attenzione, ma che si sono procurati da soli. Quindi Agamben non si permetta mai più di tacciarli di fascismo o servilismo nei confronti del potere, accusa vergognosa di cui si dovrebbe vergognare.

Veniamo ad Anna Ascani e Nardella: vi invito nella mia scuola, cinquento ragazzi e rotti in un quartiere soffocato dal cemento e dai gas di scarico delle auto costantemente in coda davanti alla scuola. Mi dite dove li mettiamo, socialmente distanziati in sicurezza, per l’ultimo giorno di scuola? Per fare cosa, poi? Guardarci in faccia e vedere chi ride o chi piange per primo, urlare i saluti con un megafono, giocare ai mimi?

Ma cosa avete nel cervello quando pensate queste cose? Rompete la minchia a chi si va a mangiare una pizza la sera e poi insistete per far spostare cinquecento alunni e una cinquantina di insegnanti per la città mettendoli a rischio per che cosa? Ripeto: cosa avete nel cervello?

Ministro Azzolina, il ministero non è un feudo dove quello che lei decide è giusto perché l’ha deciso lei, io credo che sia mal consigliata: si scelga altri consiglieri, ascolti i sindacati, ma soprattutto, faccia il lavoro per cui è pagata.

Usi questo tempo non solo per organizzare un rientro a scuola a Settembre che non ricada sulle spalle dei dirigenti, la smetta di fare scaricabarile e avvii quel dibattito sul mondo della scuola necessario per riformarla. Pensate ai ragazzi ma pensate anche anche al lavoro fatto dai docenti in questi mesi, lavoro che l’ha salvata da una debacle clamorosa. Si renda conto che quello che non ha funzionato è colpa sua, perché in democrazia funziona così e cerchi di porvi rimedio.

La verità è che della scuola, tra un po’, quando, speriamo, le acque si saranno calmate, tornerà a non importare nulla nessuno. Torneranno a blaterare di meritocrazia, di scuole aperte, ecc.ecc. senza capire cosa significa fare scuola ogni giorno e rendersi conto che tutti, ma proprio tutti, fanno il possibile per non metterti in condizione di svolgere il tuo lavoro come andrebbe svolto. L’attuale ministro verrà scaricato al momento opportuno e sostituito con un altro o un’altra di pari capacità, perché della scuola non importa nulla a nessuno.

Peccato che la scuola rappresenti il futuro di un paese.

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Riflessioni di un insegnante in questo tempo sospeso

Foto di Peggy und Marco Lachmann-Anke da Pixabay
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Di scuola, politica e altre amenità al tempo del coronavirus

Foto di freakwave da Pixabay
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Le prove Invalsi: non è tutt’oro quel che riluce

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Cito testualmente dall’articolo apparso su Repubblica oggi, firmato da Maria Pia Velediano

“Sia pure nell’anonimato degli studenti, la rilevazione permette di leggere i progressi (o i mancati progressi) nella acquisizione delle competenze linguistiche e matematiche dalla scuola primaria all’ultimo anno delle superiori e permette quindi di vedere quale ordine di scuola non dà abbastanza, quali aree geografiche soffrono di criticità, dove devono andare le maggiori risorse. Dice, ad esempio, attraverso il dato della variabilità degli esiti fra classi della stessa scuola e fra scuole della stessa città, se si sta sbagliando, se si creano in partenza classi elette e classi ghetto e gli uffici scolastici territoriali possono saperlo e intervenire con i dirigenti. È un dato che ci serve, fondamentale per l’equità.”

Il virgolettato in questione contiene, a mio modesto avviso, ma io sono solo un docente di scuola media, anzi, secondaria di primo grado, alcune marchiane inesattezze che mi permetto di sottoporre all’attenzione e alla pazienza di chi legge. Premetto che l’unica cosa in positivo che penso delle prove Invalsi  è che non costituiscono più una prova d’esame.

Intanto parliamo dell’anonimato degli studenti che vengono classificati numericamente e quindi sono assolutamente riconoscibili da chi ha ideato il cervellotico sistema di classificazione che prevede di incollare materialmente delle striscione numerate dopo averle ritagliate su delle schede. davvero, non sto scherzando. Ma che l’anonimato non sia garantito,  lo chiarisce la stessa redattrice nell’articolo: se dai risultati possiamo osservare la variabilità degli esiti tra classi dello stesso Istituto, mi dite dove sta l’anonimato?

Quanto alla variabilità degli esiti tra classi della stessa città, è dovuta al fatto che esistono scuole più ricche e scuole più povere, scuole che operano in quartieri con famiglie strutturate e benestanti e scuole che operano in quartieri con famiglie destrutturate e disastrate, scuole con molti alunni stranieri e scuole senza.  Dati, di cui l’Invalsi non tiene alcun conto. Il dato sarebbe, come dice la redattrice correttamente, fondamentale per l’equità, peccato che dopo anni di Invalsi sull’equità tra scuole in Italia non si sia fatto un accidente di niente. Ricordo che equità significa anche garanzia del rispetto del diritto allo studio.

Il passo più irritante poi è quello in cui si dice che le prove Invalsi permettono di vedere quale ordine di scuola non dà abbastanza. Su che basi? Secondo la redattrice preadolescenti obbligati ad andare a scuola e a studiare cose di cui non gli importa un accidente possono fornire prestazioni uguali ad adolescenti che hanno scelto la scuola da frequentare e studiano secondo le loro competenze materie che gradiscono? Il giovane della scuola media di Scampia o dello Zen di Palermo può fornire le stesse prestazioni del liceale di Napoli o di Palermo e, in caso contrario, significa che la scuola med… scusate, secondaria di primo grado non funziona? Avrebbe ragione Salvini a definirla un parcheggio? Si può essere seri almeno una volta parlando di scuola?

C’è poi un’affermazione esilarante: i test Invalsi stabilirebbero in quali zone debbano andare le maggiori risorse. Le risorse, chiunque fa scuola lo sa, sono, per misteriose alchimie, abbondanti dove non ce n’è bisogno e scarse dove servirebbero e parlare di redistribuzione delle stesse dopo anni in cui la scuola è stata oggetto di tagli costanti, con fondi d’Istituto ormai ridotti al lumicino, provoca, appunto, grasse risate. Si ride per non piangere, ovviamente.

Quanto alla volontarietà dei test Invalsi, citata a inizio articolo, permane alle superiori mentre nella secondaria di primo grado il superamento del test è conditio sine qua non per l’accesso all’esame.

Scrivere in modo approssimativo sulla scuola, in un momento in cui la scuola è in grave crisi, i suoi lavoratori hanno il contratto scaduto da mesi e si lavora costantemente in emergenza, non è elegante e da un giornale come Repubblica ci si aspetterebbe qualcosa di più della difesa d’ufficio della Buona scuola e delle prove Invalsi, cordialmente detestate da molti docenti italiani. Anche perché di Scuola, di una scuola attiva ed efficiente che formi cittadini responsabili questo paese ha disperatamente bisogno.

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La scuola che non c’è più e la barbarie prossima ventura

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Se questo governo non fosse per metà miope, per metà sconcertante nella sua carenza di capacità di fare politica, ( ditemi voi se un ministro può dire di un’azienda che ha vinto un regolare bando pubblico che “non li convince”), se questo governo, dicevo, non fosse una eterogenea accozzaglia raccogliticcia di mediocri, quando va bene, interpreti della politica, data la situazione sociale, vista la rabbia che serpeggia tra le fasce più basse della popolazione, avrebbe provveduto a quel rilancio della Scuola che appare ormai ineludibile.

È evidente che quelli che passano il loro tempo a insultare via internet presidenti della repubblica e reduci dell’Olocausto salvo poi chiedere scusa quando colti con le mani nel sacco, esclusi i sessantenni per cui servirebbe il geriatra, non hanno evidentemente frequentato con profitto le scuole e imparato ad esercitare quella funzione essenziale per vivere attivamente in società che si chiama spirito critico. Probabilmente considerano i libri strumenti del demonio e si abbeverano alle verità confezionate ad arte per loro da chi usa la rete come strumento di manipolazione di massa.

Banalizzo, certo, sociologi e psicologi troveranno altre motivazioni mentre, i geni dell’ultima ora, ritengono che le masse operaie abbiano trovato il loro punto di riferimento nell’estrema destra perché dice loro quello che vogliono sentire. Io vengo da una famiglia operaia e,onestamente, credo che le masse operaie sappiano sgamare un bugiardo disonesto tanto che non mi risulta di aver visto cortei operai inneggiare a quello che si manda i proiettili da solo per fare notizia. L’odierna ondata di violenza che si concretizza a vari livelli ha l’odore forte e chiaro dell’ignoranza.

Il declino della scuola coincide, guarda un po’, con il progressivo imbarbarimento della nostra società, con la caduta di valori che, fino a poco tempo fa, credevamo inattaccabili. Il sonno della ragione genera mostri, diceva Unamuno, da noi genera mostricciattoli, almeno per ora, e il sonno della ragione si accompagna sempre all’ignoranza. Il disprezzo della cultura e dei professori è un distintivo della destra italiana che non è mai riuscita a diventare, come altrove, democratica, liberale,  europea, antifascista.

La svalutazione dell’istruzione, e della competenza, comincia con l’era Berlusconi, una grossa mano l’hanno data Monti e personaggi come Burioni, non proprio simpatici, incapaci di capire che la comunicazione, oggi, va gestita in modo intelligente e puoi essere un genio ma, se non sai come portare avanti le tue tesi in modo da arrivare a più gente possibile, specie a quella fascia di popolazione che non ha gli strumenti per capire, resterai un genio odiato.

Per quanto riguarda la Scuola, si è solo provveduto a tagli indiscriminati riuscendo a creare una situazione costante di emergenza oltre che per la didattica anche per la sicurezza a interna degli istituti. La Buona scuola di Renzi, con il suo arruolamento cervellotico e la finta meritocrazia, ha creato una gerarchia interna di cui non si sentiva davvero il bisogno e speso tanti soldi, più di altri, malissimo.

Questo governo, che per la scuola non ha stanziato una lira, si mantiene sulla falsariga di chi l’ha preceduto: promesse, parole al vento, niente fatti, parecchie stupidaggini.

È proprio in momenti come questo, invece, che si dovrebbe intervenire con coraggio per fare sì che la scuola torni a formare persone consapevoli, informate, competenti, che possa aprirsi al mondo per cercare di decifrarne la chiave d’interpretazione utile a preparare i ragazzi ad affrontarlo, senza il rischio di diventare adepti del Masaniello di turno, di destra o di sinistra che sia.

Invece siamo al vanto dell’ignoranza, al disprezzo di quelli libri polverosi che sono, o sono stati, la bussola per i giovani di questo paese, al disprezzo quotidiano del sapere.

D’altronde, chi ha la verità in tasca, specie se facile ed elementare, chi semplifica grottescamente concetti che meriterebbero tutt’altra attenzione, ha il successo assicurato.

E’ èproprio oggi che la Scuola dovrebbe tornare a quella sua importante funzione politica a cui sembra aver abiurato.

Buona parte del merito della situazione attuale, va ascritto ai mezzi d’informazione e alla televisione. Abbiamo il giornalismo peggiore d’Europa, asservito, privo di nomi di spicco, con qualche eccezione, incapace di approfondire e teso solo a manipolare. Abbiamo una televisione di rara disonestà intellettuale, volgare, improponibile, spesso oltre il limite dell’osceno. Questo spiega gli hater ottuagenari ma non i giovani.

I ragazzi hanno bisogno di punti di riferimento che, un tempo, erano forniti, appunto, dalla Scuola. L’insegnante era una figura rispettata anche nelle scuole più disagiate perché dava l’esempio svolgendo il proprio lavoro nonostante tutto. Era un modello, qualcuno di cui ci si poteva fidare. Oggi continua a svolgere il proprio lavoro, nonostante tutto, ma a che fare con famiglie che, molto spesso, avrebbero bisogno di essere istruite più dei figli. E rischia anche di essere menato se si permette di  segnalare un problema a chi di dovere o a dare un brutto voto al genio di famiglia.

Eppure, questo paese nel dopoguerra è riuscito a produrre un’alfabetizzazione di massa, a creare una classe dirigente dignitosa, a crescere e progredire con fatica ma con buona rgadualità. Abbiamo avuto intellettuali di fama mondiale, come Eco e Sanguineti, e adesso ci siamo ridotti a Fusaro, che rimastica Marcuse senza averlo capito e crede di fare filosofia quando fa solo cabaret.

Questo paese ha una speranza se riparte da una scuola che deve tornare a insegnare, possibilmente sui libri polverosi, senza derive tecnologiche che non portano a niente se diventano un fine e non un mezzo, una scuola che deve essere ristrutturata dal punto di vista logistico e rivista dal punto di vista della didattica. Una scuola che diventi un laboratorio critico della società, che formi cittadini attivi e consapevoli, che al sapere nozionistico, necessario, accidenti se oggi è necessario!, accompagni la consapevolezza del mondo che ci circonda, che sottoponga alla lente dello spirito critico le verità che ci vengono amanite quotidianamente.

Diventa per me ormai essenziale che nelle scuole entri lo studio del linguaggio dei media, la decodificazione di una parte dei messaggi con cui ci bombardano quotidianamente e delle tecniche di manipolazione, altrettanto essenziale diventa insegnare a usare la rete, evitare che i ragazzi trovino solo ciò che conferma le proprie tesi e rifiutino il resto, istruirli su come distinguere le informazioni utili da quelle false..

Sono solo due proposte ma sono sicuro che da un confronto aperto con chi la scuola la vive e la fa quotidianamente ne uscirebbero molte altre, se solo qualcuno fosse disposto ad ascoltare.

Oigni volta che ho avuto il privilegio di confrontarmi con colleghi provenienti da altre scuole e da altre regioni, sono sempre venute fuori idee, spunti, riflessioni che ho poi usato per il mio lavoro quotidiano.

Se i politiuci ascoltassero direttamente chi la scuola al vive e la fa ogni giorno, prima di emanare leggi inutili e confuse, se avessero la bontà di consultare chi è competente, forse avrebbero qualcosa da imparare anche loro.

Molti episodi ripetuti formano un clima e il clima che si respiura in Italia non è dei più salutari. La Scuola è un microcosmo a imamgine e somiglianza del macrocosmo che la circonda, la speranza è che possa essere utile a correeggerne i difetti e non ad acquisirli. Ma è una risposta che deve dare la politica.

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Scuola? No, grazie.

La dichiarazione del ministro del’Istruzione è quasi tenera nella sua ingenuità: dice, il ministro, che non ci sono soldi per la scuola nella finanziaria e che nessuno l’ha consultato.

Viene da chiedersi perchè gli viene pagato un lauto stipendio ogni mese, dal momento che non è neanche in grado di far sentire la propria voce quando si stila il documento più importante del governo.

Soldi alla scuola, lo premetto onde evitare ridicole polemiche, non significa solo soldi agli insegnanti, su quelli, ormai, non ci speriamo più. Significa soprattutto una marcia indietro sulle politiche degli ultimi vent’anni che hanno visto il settore istruzione sottoposto a operazioni di macelleria come nessun altro, ( e qui mi perdonino gli operai Arcelor Mittal a cui va tutta la mia solidarietà), soprattutto per quanto riguarda il taglio degli organici di personale ATA, segreteria e docenti.

E’ cominciata con la frontalizzazione, diciotto ore da lavorare in cattedra per tutti, compresi i docenti di Lettere che un anno sì e uno no, facevano quindici ore, restando a disposizione e tappando quei buchi che oggi si tappano smistando le classi con enormi problemi di sicurezza e gestione del lavoro. Poi sono arrivati i tagli della riforma Gelmini: un insegnante ogni dieci e e un’unità ogni sette di personale ATA. Quindi, gli aumenti dei carichi di lavoro delle segreterie, l’aggravio di responsabilità dei dirigenti scolastici, ecc.

Dopo la Gelmini, da cui non si è mai tornati indietro, la 107, con la distruzione della collegialità nelle scuole, un merito ridicolo che ha causato divisioni e malumori, un arruolamento che sembrava ideato da un pool in trip di allucinogeni. Tanti soldi spesi, male.

Tutto questo si traduce in un sistema perennemente sul punto di collassare, che va avanti grazie all’impegno e allo spirito di servizio di chi la scuola la fa ogni giorno, docenti, ATA e personale di segreteria, con gravi lacune in settori chiave come quello della sicurezza.

Il quaranta per cento degli edifici scolastici in Italia non è a norma, molti non sono nati come scuole e da decenni vi si lavora in condizioni di sicurezza critiche. Classi sovraffollate a causa di continue deroghe da parte dei dirigenti, personale ATA sempre sotto organico con piani scoperti ogni mattina nelle scuole di ogni ordine e grado.

Ma di aumento degli organici a Roma neanche si parla.

Io non so quali responsabilità dei singoli ci siano nella tragedia del bambino morto a scuola a Milano, né se ci sono responsabilità dei singoli, c’è un’indagine della magistratura e sarà il giudice ad accertare i fatti, ma ci sono sicuramente dei responsabili politici che non verranno neanche sfiorati dall’inchiesta giudiziaria.

A ogni tornata di rinnovo contrattuale, i sindacati firmatari di contratto chiedono l’apertura di tavoli tecnici per mettere sul piatto questi problemi che chiedono una soluzione politica, perché sugli organici il sindacato non ha possibilità alcuna di intervento, essendo materia di competenza delle amministrazioni. Sindacati che restano quasi sistematicamente inascoltati.

Andrebbero anche chiariti i nuovi ambiti di responsabilità giuridica e penale di dirigenti scolastici ed enti locali, responsabili della manutenzione degli edifici scolastici, che il nuovo testo unico sulla sicurezza non definisce in modo preciso.

La questione salariale è ovviamente sempre presente: anche qui promesse di tutti i ministri che si sono avvicendati negli ultimi vent’anni, con risultati offensivi per la categoria.

Il fatto che al scuola rappresenti il futuro e la speranza di questo paese non sembra sfiorare né i nuovi né i vecchi politici, incapaci di andare oltre la chiacchiera elettorale.

In un momento in cui l’ignoranza sta diventando una patente di vicinanza al popolo e i valori che la scuola deve proporre e portare avanti appaiono sempre più sbiaditi e lontani dal sentire comune, le prospettive di un cambiamento strutturale appaiono sempre più labili.

A farne le spese, i ragazzi, naturalmente, e chi nella scuola si spende ogni giorno chiedendosi ogni giorno perché.Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

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