Tag Scuola pubblica

La scuola che non conta nulla

Il peso politico della scuola, alla luce della finanziaria che verrà varata tra breve da quello che potremmo definire un governo ombra fatto di ombre, è pari a zero.

Ancora una volta, chi guida questo paese, evita accuratamente di programmare il futuro, limitandosi alle solite promesse sulla fine del precariato, che fa buona compagnia alla fine della povertà e dei debiti.

L’ultimo intervento strutturale sulla scuola è stata la Buona scuola di Renzi, un progetto coraggioso in teoria, che non si è tradotto in buone pratiche ma nell’esatto contrario, anche perché scritto malissimo. L’errore di quella legge è stato quello di essere stata imposta dall’alto, senza consultare chi la scuola la fa e la vive ogni giorno, chi ne conosce i problemi e i meriti. Senza contare l’introduzione del finto merito, mai regolamentato, fonte di divisioni e contrasti all’interno dei collegi docenti. Senza contare norme di arruolamento del tutto prive di qualunque raziocinio e, per fortuna rientrate, o altre norme, come quella della chiamata diretta, mirate ad attribuire un potere d’arbitrio enorme ai dirigenti, per fortuna eliminate.

Ma, almeno, ci ha provato, ha smosso le acque.

Oggi invece, la scuola sembra non interessare nessuno dei due partiti principali di governo, bene attenti a non erodere i propri margini di consenso consapevoli che la Scuola ha in parte segnato il destino di Renzi, che è materia da trattare con i guanti, visto il numero ingente di voti che può portare o togliere.

Quindi la scelta è di cambiare poco o nulla, con provvedimenti che assicurino il massimo consenso possibile e il minimo attrito.

Ma la politica non può ridursi a esercizio del potere e ricerca del consenso perseguita seguendo la pancia degli elettori, questo è il metodo della destra, non di un governo quantomeno liberale, se non vogliamo definirlo ( non voglio) di sinistra. La politica deve fornire valori, indicare strade, proporre modelli diversi da quelli del senso comune. Non può ridursi ad affermazioni che si possono ascoltare in qualunque bar.

Il giorno in cui ci si renderà conto che la Scuola è una istituzione strategica nel nostro paese, quella che prepara il futuro, che forma la classe dirigente e i quadri che verranno, che deve contribuire alla crescita di cittadini consapevoli, sarà sempre troppo tardi.

Fino adesso, come spesso accade, il ministro nominato non sembra avere ben chiaro la natura del proprio lavoro e alcune notevoli idiozie, come sostituire l’educazione civica con l’educazione ambientale, preoccupano non poco riguardo la sua conoscenza del settore che è deputato a dirigere.

Come qualunque insegnante di Lettere fa, quasi quotidianamente, educazione civica, che glielo dica il ministero o no, così qualunque insegnante di Scienze fa educazione ambientale, che glielo dica o no il ministero. Non è di nuove materie e di cervellotici calcoli per inserirle nell’orario e capire come valutarle quello di cui la Scuola ha bisogno, ma di soldi, e Renzi ne ha messi tanti, male ma li ha messi, e di una visione, un progetto, un rinnovamento generale che guardi non alle tanto decantate nuove tecnologie, che rischiano di diventare un fine piuttosto che uno strumento da dosare con parsimonia, ma alla didattica, ad esperienze consolidate da decenni in altre realtà che, chissà come mai, in questo paese sono sistematicamente osteggiate.

La scuola oggi ci pone nuove sfide: quella di famiglie allargate o disgregate o diverse dal consueto, di un nuovo modo di rapportarsi con ragazzi perennemente connessi e, paradossalmente, più soli, problematici, spesso stressati dalle aspettative di genitori che proiettano su di loro sogni superiori alle loro forze. La Scuola deve confrontarsi col problema delle droghe, di una società violenta e amorale, del razzismo dilagante. La Scuola deve essere il primo agente di integrazione e di condivisione tra ragazzi italiani e ragazzi stranieri. La Scuola, soprattutto, è un presidio di democrazia fondamentale e deve operare nella massima libertà all’interno dei limiti imposti dalla professionalità di ognuno. La sospensione della collega di Palermo è stato un atto di inaudita gravità passato troppo presto nel dimenticatoio.

Non c’è traccia di tutto questo nella prossima finanziaria o nelle dichiarazioni del ministro. Come accade quasi sempre.

O la scuola torna ad essere ascensore sociale, e su questo, su una meritocrazia di fatto che non sia una estensione del clientelismo ma qualcosa di assolutamente e inedito nel patrimonio nazionale, deve dibattere la politica, e i ragazzi devono tornare ad essere motivati a frequentarla, oppure tanto vale sostituirci con Wikipedia.

Lo dico a bassa voce, non vorrei regalare un’idea al ministro.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La scuola è salva ma non può restare immobile

769269636e9da1abd9e5eb7cebb5fe

Diamo a Cesare quel che è di Cesare e, dunque, rendiamo onore ai Cinque stelle per aver impedito quell’oscenità che era la regionalizazzione della scuola pubblica.

Per ora dunque, il pericolo di avere per legge scuole più ricche e scuole più povere e, addirittura, stipendi diversi per i docenti a seconda delle regioni in cui lavorano, è scampato.

Diamo merito anche ai tanti vituperati sindacati nazionali, con buona pace dei tupamaros che urlarono alla svendita della scuola quando, dopo un incontro col presidente del Consiglio e il ministro dell’Istruzione, Cgil, Cisl e Uil ottennero l’impegno, oggi mantenuto, di lasciare integra la scuola della costituzione.

La scuola si è salvata a un passo dalla fine ma non si può dire che sia in buona salute. Aumentano i precari, la Buona scuola continua a far danni anche se mitigati grazie al lavoro quotidiano dei sopra citati sindacati confederali, i programmi sono vecchi, le differenze tra nord e sud, anzi, tra quartieri ricchi e di periferia nella stessa città esistono e sono un problema enorme perché, di fatto, limitano il diritto allo studio.

Se dovessi citare un esempio del fallimento della nostra scuola, citerei paradossalmente un esempio virtuoso: quello dei maestri di strada di Napoli, segno, a un tempo, della professionalità e dello spirito di servizio di molti insegnanti e dell’assenza della scuola come istituzione.

La politica, negli ultimi vent’anni, ha svalorizzato la scuola, proponendo un modello di affermazione personale basato sul mettersi in vetrina e in vendita al miglior offerente, ha delegittimato gli insegnanti dipingendoli come fannulloni o, addirittura, nell’era Salvini, come pericolosi plagiatori delle giovani menti. Ha fatto anche ottimi affari, spingendo sull’uso delle nuove tecnologie e facendo la felicità delle case produttrici di computer.

Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi di tutti: la scuola viene vissuta da molte famiglie come una piacevole incombenza senza un reale valore o una effettività utilità per il futuro dei propri figli. La retorica del merito ha portato a sopravvalutare il voto, un numero che molte volte poco dice su chi è davvero un ragazzo o una ragazza, a scapito del valore formativo della scuola, che invece ci dice moltissimo, il nozionismo fine a sé stesso a scapito del pensiero critico.

Altri problemi sono la messa in sicurezza degli edifici, la decisione di assegnare in reggenza le scuole sotto una soglia di alunni stabilita per legge, le troppe reggenze, spesso su istituti comprensivi enormi, l’enorme carico di lavoro dei dirigenti  ( quelli che lavorano seriamente) e l’aumento del carico di lavoro per le segreterie spesso sotto dimensionate, come sotto dimensionato in molte scuole è il personale ata.

Last but not least, la burocrazia che occupa almeno un terzo della giornata di ogni insegnantie la litigiosità delle famiglie, sempre più aggressive e, a volte violente, il terrore costante dei ricorsi che finisce per condizionare comunque, anche inconsciamente, il lavoro quotidiano.

Sono solo una parte dei tanti problemi che il passaggio alle regioni avrebbe solo amplificato, provocando inevitabilmente, l’implosione della scuola.

Ma se la Lega ha ceduto su questo punto, purtroppo, significa che della scuola non gli importa poi molto e ai Cinque stelle, dato quanto hanno fatto finora, nulla, importa solo in questo momento, per segnare una tacca sul cinturone caso mai si andasse a elezioni.

Una politica che si disinteressa della scuola, se non quando si deve votare o, come in questo caso, si deve giocare una partita politica, è una politica a cui non interessa il futuro del paese.

E’ evidente che i valori fondanti della scuola, come la cooperazione, la tolleranza, la cultura della pace, il rispetto della diversità, la valorizzazione delle competenze di ognuno al di là della razza e della religione, lo sviluppo della spirito critico e l’accrescimento culturale, stonano con una politica che disprezza i libri polverosi e quotidianamente, usa il termine “professore” in senso dispregiativo, che utilizza l’odio come strumento di consolidamento del consenso e il disprezzo delle opinioni fuori dal coro come metodo.

Il quotidiano livello di volgarità verbale e intellettuale. cui ci stiamo assuefacendo, può essere abbassato solo da una scuola che funzioni ma la scuola può funzionare solo se lo Stato e il governo del momento, comprende che una scuola che funziona va a vantaggio di tutta la società. In questo momento, non mi pare che sussistano queste condizioni.

Aver scampato un provvedimento assurdo non può essere motivo di soddisfazione, tutt’al più può provocare un sospiro di sollievo ma la scuola italiana, se questo paese vuole avere una chance, ha bisogno di ben altro.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La curiosa schizofrenia del ministero dell’Istruzione

welcome-bullying.600x400

La parola d’ordine del Miur, per quest’anno, sembra essere: contrastiamo il bullismo.  Le scuole sono obbligate da quest’anno ad avere un referente per il contrasto al bullismo e il referente è obbligato (ahimè) a formarsi sull’argomento, così da ritrovarsi la posta elettronica piena di offerte di formazione, tutte a pagamento, of course, dai vari angoli d’Italia.

E’ mia opinione personale che il bullismo sia fenomeno molto più marginale di quanto i media ci facciano credere, tuttavia, fosse anche solo una l’anno la vittima di tali atti, va tutelata, e l’autore va recuperato o punito. Già.

Dico già perché qui arriviamo alle dolenti note. Da quest’anno, il voto di condotta, oltre ad essere, per motivi oscuri, di nuovo espresso ” con una valutazione del comportamento con giudizio sintetico e non più con voti decimali, per offrire un quadro più complessivo sulla relazione che ciascuna studentessa o studente ha con gli altri e con l’ambiente scolastico” non ha più valore ai fini dell’ammissione della classe successiva.  Come poi io possa offrire un quadro di più complessivo sulla vita di relazione di uno studente all’interno della scuola con un giudizio di poche righe è oggetto di esilaranti discussioni tra noi insegnanti e frutterà, probabilmente, formule alchemiche standardizzate.

Il povero referente sul bullismo si chiede: senza un deterrente efficace, come lo spettro della bocciatura, senza soldi per attuare progetti ad hoc, senza un rapporto costante e cooperativo con la famiglia, come te lo recupero il bullo ?

Il professore, specie se lavora in una scuola di periferia, con quei criteri di disagio economico e sociale che le fanno attribuire la qualifica di scuola a rischio, si chiede: come la mantengo la disciplina se il comportamento non vale neanche per la media finale di ammissione all’esame?

Nel giro di tre anni siamo passati dalla possibilità di bocciare un alunno con solo un cinque in condotta ( follia pura),  al non poter più non ammettere alla classe successiva un alunno che si comporta in modo non adeguato con compagni e professori, che è maleducato, ecc. ( follia purissima).

Personalmente non credo nelle sanzioni disciplinari ma nei deterrenti sì e questa schizofrenia ministeriale, questo andare incontro a genitori iperprotettivi e sempre assolutori nei riguardi dei figli, invece che a insegnanti  sempre più delegittimati, mi preoccupa molto.

In realtà il mistero è presto svelato: le bocciature costano e il ministero, non potendo (ancora) vietarle del tutto, forse per un residuo di pudore, forse per mera dimenticanza, mette comunque dei paletti sulla strada degli insegnanti sempre più ardui da superare.

Peccato che così ad essere danneggiati siano i primi fruitori della scuola, i ragazzi e le loro famiglie, anche quelle iperprotettive. 

Perché un ragazzo che non rispetta gli altri non rispetta, prima di tutto, sé stesso, un ragazzo che ignora le regole non è libero e intraprendente, la maggior parte delle volte è solo maleducato, un ragazzo “difficile” può essere recuperato, con lo sforzo congiunto dei suoi insegnanti, molta pazienza  e adeguati deterrenti ma, se questi mancano, sarà perso. A meno che il Miur non voglia risparmiare ulteriormente aumentando i tassi di dispersione scolastica.

Spesso, gli unici a curarsi veramente dei ragazzi, a tendergli la mano, sono gli insegnanti, dal momento che, specie in certe realtà, le famiglie, quando ci sono, sono occupate a tirare avanti a stento. Con questa schizofrenia costante, queste normative che sono evidentemente mirate esclusivamente al risparmio e ignorano totalmente il lato educativo e formativo della scuola, si sta via via indebolendo e delegittimando un’Istituzione che dovrebbe essere a fondamento della democrazia di un paese civile.

Quando a quegli insegnanti verrà tolta la possibilità di tendere la mano, sta già succedendo e succederà, creeremo generazioni di ragazzi infelici, arrabbiati, disadattati,  autoreferenziali e nichilisti, e il successo che riscuotono presso i giovani certi movimenti è la prova evidente di quanto sto scrivendo.

Io, quando devo fermare un alunno, mi faccio mille scrupoli e problemi e così ognuno dei miei colleghi: valutiamo i pro e i contro, la sua situazione familiare e sociale, i margini possibili di miglioramento, ecc.

Tutto questo, che è parte del nostro lavoro, che è una importante assunzione di responsabilità, da quest’anno non avrà più senso perché un burocrate ha deciso che la scuola deve continuare ad essere oggetto di macelleria sociale.

Tanto non importa nulla a nessuno. Tranne a chi quei ragazzi e quelle ragazze li vede ogni giorno, li guarda negli occhi, a volte li sgrida, più spesso li ascolta e, ogni giorno, sente la frustrazione di non poter fare altro per loro se non svolgere al meglio il proprio lavoro.

Ed è proprio il nostro lavoro che non vogliono più farci fare.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La scuola che si apre al mondo non è quella che ci state imponendo

compiti

Mentre scrivo ascolto Blue  maquams dI Anouar Brahem, grande suonatore di Oud, strumento a corde maghrebino. E’ accompagnato da Dave Holland, Jack de Johnnette e Django Bates, nomi che chiunque ami il jazz conosce molto bene.

E’ musica che profuma di mediterraneo, di deserto, di spezie e tristezza, l’ideale colonna sonora per una panoramica sui volti tristi dei migranti su una nave, in attesa che il mare decida la sentenza. E’ musica che arriva all’anima, che ti avvolge come un abbraccio caldo e ti fa viaggiare con la mente.

Nella scuola che sogno, durante l’ora di musica, i ragazzi, ad occhi chiusi, ascoltano queste note di una bellezza struggente, aprono la mente ad altri suoni, ad altre possibilità e sentono l’odore del mondo.

Si potrebbe partire da quei suoni per parlare di migrazioni, o della desertificazione del pianeta, degli squilibri sociali, del terrorismo, dell’arte islamica paragonata a quella cristiana, delle tre grandi religioni monoteiste che nascono dove nasce questa musica…

Si potrebbe, se avessimo una scuola attrezzata, dove la musica si può ascoltare e apprezzare in modo decente e non attraverso orribili registratori portatili, se in ogni scuola ci fosse una lim e una connessione adeguata, per aprire Google earth, se si potesse, senza attendere il placet di dirigenti che spesso lavorano su più scuole, invitare a scuola, a parlare con i ragazzi un Imam, un sacerdote, un rabbino, confrontandosi con loro e cercando risposte alle domande che certamente sorgerebbero numerose nei ragazzi.

E’ un esempio banale di scuola che si apre al mondo. Ma perché lo faccia, perché i ragazzi possano comprendere quello che gli si propone, bisogna fargli qualche orribile lezione frontale e dargli anche qualcosa da approfondire a casa. Perché comprendano anche che,se si vogliono avere risultati, bisogna impegnarsi per ottenerli.

La scuola proposta dal ministero, la scuola della 107 e oggi della ministra Fedeli, non è scuola. Nella narrazione renziana la logica del sacrifico non esiste ad nessun livello, esiste invece la velocità, quella tanto amata dai futuristi. I ragazzi vanno preparati presto ad entrare nel mondo del lavoro, tanto presto da pensare di eliminare un anno di scuola alle superiori, per accelerare il processo, nel nome di un schizofrenia motoria assolutamente incomprensibile e incompatibile con quello che è l’istruzione.

Non pensare, corri, è il mantra dei nostri tempi.

Fermati    e rifletti, dopo che l’hai fatto, rifletti ancora, questo è quello che dovremmo insegnare a scuola. Pensa, guardati attorno, cerca di capire cosa ti circonda, di decifrare i messaggi con cui ti bombardano, trova la tua strada. Questo insegniamo ai nostri ragazzi e ancora: nessuno ti regala niente, non ci sono scorciatoie, a pagare è il sacrificio, l’onestà, l’impegno.

Sono consapevole che sono valori in contrasto sia con la scuola supermercato berlusconiana sia con la scuola azienda di Renzi, ma questo è quello che fanno gli insegnanti quando mettono un brutto voto o quando, malvolentieri, bocciano un ragazzo. Perché la bocciatura non è un atto di sadismo gratuito, ma una decisione collegiale presa da tutti i docenti del corso per il bene del ragazzo.

Così come i compiti a casa sono il necessario complemento del lavoro svolto a scuola. Mi spieghi il ministro Fedeli come potrebbe insegnare qualcosa di utile senza assegnare un ripasso o un’ esercitazione sul lavoro svolto in classe un insegnante che ha due ore a settimana con quei ragazzi, magari attaccate o una all’inizio e una a mezzo settimana. Mi spieghi anche come possiamo verificare quello che hanno capito, le famose competenze di cui il ministero e lei, Ministro, mostrate di non capire niente, senza compiti, senza studio, lavorando solo in classe?

Le competenze sono una cosa seria, non sono d’accordo con chi dice che non servono a nulla, ma presuppongono un’altra scuola e un altro modo di lavorare. Lavoro per classi parallele, modalità cooperativa, classe capovolta, sistemi che possiamo utilizzare sporadicamente, per singole attività e non sistematicamente per quella carenza di strutture e materiali di cui parlavo all’inizio.

La compilazione del foglio che indica le competenze dei ragazzi, obbligatoria da quest’anno, è una presa in giro, alberi distrutti inutilmente per fabbricare cartaccia perché non siamo in grado, nel sistema attuale, di valutare nessuna competenza.

Avendo perso i docenti, il Ministero cerca di recuperare i genitori , con proposte prive di senso senza un cambiamento strutturale di programmi e modalità operative differenti. La scuola dovrebbe cambiarla chi la scuola la vive e la fa ogni giorno, non dei burocrati che fanno calare dall’alto riforme che sembrano copiate a spizzichi e bocconi da manuali di pedagogia vecchi di trent’anni.

La scuola non è una torre d’avorio e non è una fucina di lavoratori, è un luogo dove si maneggia materiale delicato e incandescente: gli uomini e le donne del futuro, i cittadini del futuro. Andrebbe trattata con più rispetto, andrebbe considerata un bene comune e, come tale, qualunque modifica andrebbe sottoposta al giudizio di chi  alla scuola riesce ancora a dare un senso col proprio lavoro quotidiano.

Siamo stanchi di frasi buttate a caso, di esternazioni estemporanee, di considerazioni da viaggio in metropolitana senza capo né coda, che sottintendono che gli insegnanti passano il loro tempo a trastullarsi invece di pensare al proprio lavoro.

Gli insegnanti italiani lavorano con spirito di servizio, affrontano e risolvono problemi spesso da soli, sono punti di riferimento per famiglie ed alunni e meriterebbero ben altro rispetto e considerazione da chi dovrebbe garantirli ed aiutarli a svolgere al meglio i propri compiti.

La funzione educativa va di pari passo con quella formativa, il mondo è sempre più complesso e sono gli insegnanti, in prima battuta, a fornire le chiavi per decodificarlo mentre il loro compito prioritario sembra essere diventato quello di riempire moduli su moduli che non dicono niente e non servono a niente.

Non magister scholae sed magister vitae, dicevano gli antichi, trovando perfetta consonanza tra il sapere, la conoscenza e la vita. Questo dovrebbe essere la scuola, un luogo in cui si studia la musica del mondo perché ognuno possa trovare la propria melodia.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

un passato lontano, un presente vicino

l0zfjaec5blrwqv8epzj

Anche se non ero ancora nato, questa foto la conosco. Anzi, conosco l’altra, quella in cui i Marshalls scortano la piccola Ruby Bridges a scuola, il 14 Novembre 1960, per proteggerla dagli inferociti genitori bianchi che protestavano contro la legge sull’integrazione.

Basterebbe questa foto per rispondere alle polemiche di questi giorni a Genova suscitate dalla mozione che ribadisce che la scuola si  schiera contro  ogni razzismo e discriminazione, approvata da due Istituti Comprensivi e  appoggiata con coraggio pubblicamente da Iris Alemano, dirigente dell’I.C. Pegli.

Spiace, ma non stupisce,  che  un prudentissimo provveditore agli studi abbia   preferito glissare su una domanda fatta al riguardo, domanda certamente tendenziosa  ma legittima, da un giornalista.

Non voglio entrare nella polemica con un gruppo di abitanti di Multedo, strenui difensori di un asilo privato, e del giornalista loro portavoce, che ha accusato i colleghi di Pegli di non saper scrivere ma che dimostra capacità argomentative davvero povere, per uno che fa il suo mestiere, dal momento che si potrebbero confutare le sue affermazioni offensive in trenta secondi.

Voglio invece riflettere sul ruolo della scuola al tempo della 107.

L’eccesso di burocrazia seguito alla riforma, la marea di acronimi con cui siamo costretti a combattere ogni giorno, l’apparente ampliamento di poteri dei Dirigenti (inesistente) e il reale ampliamento delle loro responsabilità, la riduzione della rappresentanza sindacale a mero organo consultivo per la divisione di risorse sempre più esigue, la competitività tra docenti, favorita e incoraggiata anche pubblicamente da esponenti del ministero, l’ossessione per le nuove tecnologie come panacea di tutti i mali e il pensiero perverso e aberrante che compito della scuola sia esclusivamente quello di formare manodopera a richiesta delle aziende,  l’incapacità congenita dello Stato di comprendere che la scuola è un investimento necessario per il futuro del paese e non si può continuare a tagliare risorse e , quando ci sono, a spenderle male, ci stanno allontanando sempre di più dalla scuola disegnata dalla Costituzione.

Il dettato costituzionale, in contrasto con la scuola fascista di Giovanni Gentile, che somiglia molto all’idea di scuola renziana, prevedeva una scuola delle pari opportunità, una scuola che fosse portavoce di valori civili e sociali fondamentali, una scuola in cui la libertà d’insegnamento fosse una garanzia contro le ideologie  totalitarie, una scuola che funzionasse come ascensore sociale, che è ben diverso dal renderla subalterna alle logiche economiche e alle imprese.

La scuola italiana non è, prima di tutto, egualitaria: c’è un divario di risorse e dotazioni di base tra scuole del nord e scuole del sud, tra scuole di diverse regioni  e scuole all’interno della stessa città. I miei colleghi di sindacato sanno da quanto tempo, ossessivamente, insista su questo tema: diamo a tutte le scuole d’Italia gli gli stessi strumenti, poi parliamo di riforme. Invece la 107 ha ignorato questo divario e, di fatto, lo ha aumentato. Il problema non è da poco perché mette in discussione il diritto all’istruzione. E’ doveroso ricordare, che in certe scuole, in certi quartieri, la scuola rappresenta l’unica presenza dello Stato, l’unico punto di riferimento per le famiglie e i ragazzi.  Il lavoro degli insegnanti, certamente più gravoso che in altre scuole, se non altro per le difficoltà ambientali, penso allo Zen, a Scampia, ecc. , non è in alcun modo riconosciuto e l’inserimento del merito, con le modalità cervellotiche che l’hanno caratterizzato,  suona più come una beffa che come un modo per valorizzare questi colleghi.

La scuola italiana è sede di sperimentazioni didattiche straordinarie, svolte per necessità: se hai poco o nulla, ti inventi qualcosa. Sperimentazioni svolte nonostante e non, come dovrebbe essere, grazie al Ministero, alle direzioni didattiche regionali, spesso anche nonostante i dirigenti.  La scuola la fa andare avanti chi ci mette la faccia ogni giorno e chi ci mette la faccia andrebbe tutelato dalla dirigenza, cosa che si verifica sempre più di rado.

I docenti italiani discutono, litigano, propongono e deliberano, in perfetto italiano, non me ne voglia il giornalista di Multedo, evidente avvezzo a privilegiare la forma alla sostanza, perché la scuola italiana è ancora, nonostante tutto, democratica, collegiale, cooperativa.

La scuola italiana è, è sempre stata e sempre sarà, includente. L’inclusione dei disabili è stata presa a modello in tutta Europa, anche nelle tanto lodate scuole del nord, il lavoro che quotidianamente viene svolto con gli alunni stranieri credo sia di gran lunga superiore ad altre esperienze. In certi quartieri si può parlare di condivisione pacifica degli spazi comuni ( io non parlo di integrazione, che trovo un termine fascista) come di una realtà, grazie al lavoro svolto dalle scuole in quei quartieri.

Il problema è che dopo anni in cui entrando a scuola ci si sentiva liberi di sperimentare, di esprimere le proprie opinioni, anche di litigare, da quando la riforma è stata approvata ci si sente un po’ meno liberi, un po’ meno collegiali, un po’ più prudenti.  La reticenza del direttore didattico regionale e dei colleghi della dott.ssa Alemano è frutto di questo eccesso di prudenza. Cosa significa non prendere posizione e restare equidistanti sull’affermazione che la scuola deve rigettare qualunque posizione razzista e discriminatoria?  Equidistanti da chi?  Parlando di equidistanza si ammette che esista un contrasto e se il contrasto è sulle affermazioni che stigmatizzano comportamenti razzisti e discriminatori logica vuole che sia con chi quei comportamenti li approva. E’ tra queste due posizioni che il responsabile delle scuole della città ritiene di dover mantenere la propria equidistanza?

La scuola non può permettersi timidezze di sorta sui principi perché è un presidio di democrazia, perché ogni giorno applica la Costituzione, perché è stata e deve tornare ad essere promotrice di valori e la condivisone di percorsi comuni con chi viene da lontano, la condanna di ogni discriminazione, sono valori irrinunciabili per tutte le scuole, di ogni ordine e grado, valori che andrebbero ribaditi ad alta voce in prima battuta da chi delle scuole è il portavoce.

Altrimenti il futuro sarà un ritorno al passato, a quella foto che ho inserito all’inizio dell’articolo. Sessant’anni sono meno di un battito di ciglia, storicamente parlando, e di strada da fare, purtroppo quella bambina ne ha ancora tanta.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Perché si fatica a chiamarla ministro

Si fa davvero fatica a chiamare ministro la sig.ra Fedeli, persona della cui onestà non ho motivo di dubitare, lo stesso non posso dire della sua competenza nelle materie riguardanti il  vicastero che guida-

Ho ascoltato in preda a sentimenti contrastanti, dallo stupore, alla depressione, alla rabbia, una sua lunga videointervista su Repubblica riguardo le deleghe del governo sulla scuola. A parte l’eloquio non proprio fluente, a colpire è l’approssimazione e la banalizzazione di concetti che meriterebbero ben altri approfondimenti.

Parlando del bullismo, la sig.ra Fedeli parla di un fenomeno diffusissimo nelle nostre scuole e del sei in condotta come di un chiaro segnale che esiste la volontà di arginarlo.

Il bullismo è un fenomeno per lo più mediatico, non perché non esista, esiste da sempre, ma perché in tutte le scuole del regno insegnanti coscienziosi e preveggenti, non si affidano al sei in condotta per arginarlo ma ad una puntuale sorveglianza e ad altrettanto puntuali sanzioni inflitte a chi si rende colpevole di atti di bullismo. Tutto questo continuerebbe a non servire a nulla, se quotidianamente, ostinatamente, spesso da soli, ogni giorno non  insegnassimo ai ragazzi le basi della convivenza civile, del rispetto, dell’accettazione dell’altro.Il sei in condotta la conseguenza, e non la più importante. di una serie di interventi educativi di cui la signora Fedeli non è evidentemente a conoscenza.

La signora ha poi parlato di cyberbullismo, dimostrando di essere informata sui possibili aspetti devianti delle nuove tecnologie ma non sugli ambiti di competenza degli insegnanti: il cyberbullismo è fenomeno che non riguarda la scuola ma le famiglie e il controllo, spesso inesistente, quasi sempre insufficiente, che esercitano sull’uso degli strumenti di comunicazione.

Il bullismo in sé, poi, per nostra fortuna, non è un fenomeno diffusissimo,  ma limitato e sporadico, buono però per attirare l’attenzione delle mamme italiane, iper protettive, iper ansiose e pronte a sfoderare il termine per comportamenti che tra gli adolescenti si configurano come assolutamente normali dai tempi di Seneca. Incontrando l’interesse delle mamme, automaticamente in fenomeno diviene mediatico e oggetto di costante disinformazione, approssimazione e pura e semplice speculazione sul nulla. Ma tutto questo la sig.ra Fedeli, evidentemente, non lo sa.

La signora, bontà sua, ha poi affermato che la scuola media è l’unica a non essere stata toccata dalla riforma. Sticazzi!, viene spontaneo dire. Negli ultimi anni la scuola media ha visto la riduzione delle cattedre a diciotto ore, con la scomparsa dei quindicisti e una ricaduta devastante sull’ordinaria attività scolastica, con classi divise, una demenziale e arbitraria divisione delle cattedre, ecc.ecc. ha perso il tempo prolungato, e viene abbastanza da ridere quando si parla di scuole aperte al pomeriggio, dal momento che le scuole erano aperte al pomeriggio e le hanno chiuse, ha subito il passaggio dai giudizi estesi, ai giudizi sintetici, al voto con incluso il pagliaccesco foglio delle competenze su cui ritornerò, ha visto riformare l’ammissione all’esame con il grottesco obbligo della sufficienza in tutte le materie, ha subito una riforma del sostegno umiliante per insegnanti e famiglie. Non c’era modo di demolirla ulteriormente anche impegnandosi.

Potrei parlare poi della confusione che la signora Fedeli ha più volte fatto parlando di valutazione e intendendo valutazione delle competenze in alternativa al voto numerico. Ecco, su questo argomento ci sarebbe molto da dire perché la valutazione delle competenze implicherebbe veramente una rivoluzione copernicana della scuola pubblica, una riforma vera e strutturale:  ma questo non è argomento che possano affrontare la sig.ra Fedeli, il sig. Faraone e gli altri tristissimi protagonisti della devastazione di un caposaldo cruciale del welfare.

Con tutti i loro difetti, che sono tanti, con tutte le loro contraddizioni, la stragrande maggioranza degli insegnanti italiani non merita un ministro così, anzi, la stragrande maggioranza degli insegnanti italiani meriterebbe che a rappresentarli ci fosse un ministro vero, competente e lungimirante. Con i tempi che corrono, un miracolo.

Certo che affermare come ha fatto la sig.ra Fedeli, che gli unici problemi causati dalla Buona scuola riguardano il reclutamento, è un po’ come dire che il peggior danno di Attila è quello causato all’agricoltura.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Di contributi volontari, ragazzi soli, sciocchezze ministeriali: appunti per un mondo senza scuola

La notizia non stupisce: i contributi volontari alle scuole da parte delle famiglie sono crollati. In alcuni istituti di Genova non si arriva al cinquanta per cento, in altri la percentuale scende.

Non mi stupisce. Lavorando in un quartiere proletario percepisco le difficoltà delle famiglie, i danni che questa crisi, nonostante la narrazione ormai stucchevole, oltre che falsa, di una politica che vaneggia di riprese e sviluppo, provoca alla gente che vive con uno stipendio e cerca di tirare avanti come può.

Aggiungiamo a questo le lettere di chi non fa fare i compiti ai figli per farli “vivere”, e le motivazioni alla base di questa situazione sono tutte sul piatto: crisi, povertà in aumento, egoismo e individualismo sfrenati,razzismo, tutti questi fattori contribuiscono a squalificare la scuola pubblica, considerata ormai un fastidio, poco più che una delle tante incombenze burocratiche da ottemperare da cui non ci si può liberare.

Tutto questo grazie anche alle campagne politiche mirate a squalificare e delegittimare gli insegnanti per giustificare la macelleria sociale che negli ultimi anni ha colpito l’Istruzione. negli ultimi vent’anni questo Stato si è retto, in buona misura, sulla progressiva distruzione dell’istruzione pubblica.

Intanto i ragazzi sono sempre più soli, fragili, autoreferenziali, vulnerabili, incapaci di dialogare veramente se non dietro una tastiera e una maschera, incapaci di pensare al futuro perché proiettati sempre e solo sul qui e ora, quando i genitori non li spingono a mettere tutte le proprie energie nello sport, nella speranza neanche troppo sottaciuta di aver generato un campione. I ragazzi sono complessi, multi dimensionali, capaci di stupirti con improvvisi lampi di una umanità spontanea, genuina che apre il cuore e capaci di irritarti ed esasperati all’eccesso, spesso nell’arco di una stessa mattina.

Negli ultimi anni sempre più spesso compaiono le figure dei genitori “amici”, quelli convinti che i loro figli adolescenti gli raccontino tutto. Sono genitori deresponsabilizzati e deresponsabilizzanti che abiurano al proprio ruolo e , non riuscendo ad ottenere il necessario rispetto dai ragazzi, ne cercano la complicità, spesso coprendoli, fiancheggiandoli e attaccando con veemenza gli insegnanti che tentano di aprirgli gli occhi e farli uscire dall’idea di mondo stile Mulino Bianco che hanno nella testa,

E i ragazzi restano sempre più soli, senza punti di riferimento, relazionandosi tra di loro in modo sempre più superficiale, perché le relazioni vere possono ferire e questi nostri ragazzi non sono minimamente in grado di gestire la loro emotività, di controllare le proprie emozioni, che sono sempre eccessive. Vivono d’un colpo quello che la nostra generazione scopriva lentamente: il sesso, la trasgressione, che non è più la prima sigaretta che ti fa vomitare o la prima birra. Spesso non sono adeguatamente guidati in queste scoperte, non ne conoscono i pericoli e l’importanza, ne hanno paura e ne sono attratti. E finiscono per fare pasticci, perché accidenti sono ragazzi, non adulti, non amici, sono bambini in un corpo da grandi che avrebbero bisogno di uno schiaffo o una carezza quando necessario, delle parole giuste sempre.

La scuola dovrebbe contribuire anche all’educazione emozionale dei ragazzi, il concetto di “classe”, di un insieme di elementi che lavorano insieme allo stesso obiettivo, che cooperano e si stimolano l’uno con l’altro, dovrebbe servire anche a questo. E gli insegnanti dovrebbero tornare ad essere dei punti di riferimento. ma diventa difficile farlo in una classe pollaio (che brutto termine, parlando di ragazzi) o quando gli insegnanti mancano.

Quando il ministro Giannini dice che non esiste una emergenza scuola perché “non siamo mica a Natale”, dice una enorme sciocchezza e dimostra, ancora una volta, di non essere in grado di svolgere il lavoro per cui è lautamente retribuita. Un ragazzino disabile che ha stabilito un rapporto con una insegnante di sostegno e la vede andare via dopo due mesi, subirà un trauma gratuito, inutile ed evitabile, le classi costrette a essere divise in continuazione perché nel loro corso mancano insegnanti non ancora nominati,creano e subiscono un disagio, oltre che rinunciare a ore e ore di insegnamento a cui hanno diritto. La ministra Giannini dovrebbe vergognarsi di quello che dice quasi ogni volta che parla di scuola. E’ tempo di finirla di parlare solo di insegnanti famiglie e governo: la scuola è fatta dai ragazzi e di loro tutti dovrebbero tornare a occuparsi.

Un dirigente commentando la diminuzione dei contributi volontari ha deplorato il fatto che la gente ritenga che lo Stato debba pensare a tutto. Peccato che questo Stato non pensi quasi a niente. Per quello che riguarda l’istruzione lo stato deve pensare a tutto perché questo è scritto nella Costituzione, dove non c’è cenno a contributi volontari. 

Io lavoro per fare la differenza, per dare ai ragazzi che mi toccano in sorte quello di cui hanno diritto e possibilmente qualcosa di più, che sia fiducia, supporto, la parola giusta al momento giusto o l’intervento giusto al momento giusto, quello che conta quando conta.

Lo Stato che mi paga (pochissimo) per svolgere il mio lavoro mi sta impedendo di svolgerlo al meglio. Provo una crescente sensazione di inutilità e amarezza quando, a fronte dei problemi dei ragazzi, spesso seri e urgenti, non posso che offrire le mie parole, perché gli interventi sono lunghi, macchinosi, sottoposti a una burocrazia assurda, perché mancano le risorse per fare quello che andrebbe fatto, perché, molte volte, si ha tutti contro, a parte i ragazzi, che sanno sempre riconoscere quelli a cui importa di loro.

Un mondo dove la scuola è per pochi è un mondo di servi e padroni. L’impressione è che sempre di più, nel nostro paese si vada in quella direzione.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Il mondo che stiamo preparando per i nostri figli

Ieri ho fatto una cosa assurda, assurda in un mondo ideale, dove gli esseri umani si comportano come tali. Leggo un post su facebook di Libera che dice che nel palazzo di via XX Settembre ( per chi non è di Genova: la via principale della città, quella dello shopping) dove sono ospitati undici profughi, l’assemblea di condominio ha negato l’allacciamento dell’acqua, acqua che, intendiamoci, sarebbe stata pagata dal Comune.L’iniziativa è partita da singoli cittadini e L’Arci ha invitato le persone a presentarsi davanti al portone del palazzo con una bottiglia d’acqua.

Ero appena uscito da scuola, da una scuola dove la metà dei ragazzi sono stranieri. Chiamo mia moglie e le dico:” Dobbiamo andare”. Non eravamo molti, ma oltre agli iscritti all’Arci, a Libera,e alle altre associazioni, a qualche politico, c’erano anche signore eleganti, giovani e meno giovani, con la bottiglia in mano, gente che abita in centro e non voleva essere confusa con chi nega l’acqua agli assetati. C’era anche un odioso negoziante, quello accanto la portone del palazzo dove sono ospitati i migranti, che si è lamentato delle bottiglie temporaneamente posate accanto all’entrata.

Cambio argomento, ma solo apparentemente, perché sempre di razzismo si tratta, sempre di noi e voi, di affermazioni di diversità: la questione del panino a mensa.

Parto da una semplice constatazione: la scuola pubblica è l’unico luogo in cui, per un periodo limitato della loro vita, spesso solo per la durata della scuola dell’obbligo, i ragazzi sperimentano l’uguaglianza: ricchi e poveri, bianchi, gialli, o neri, alti bassi, belli e brutti, i ragazzi a scuola hanno gli stessi diritti, devono seguire le stesse regole, rispettare gli stessi impegni, subire le stesse punizioni o essere premiati allo stesso modo. Mangiare, anche male, tutti insieme, fa parte di questo quadro, ne è in qualche modo l’ideale cornice. E parla un insegnante che vedeva l’ora di mensa come un supplizio ma ne ha sempre riconosciuto il valore pedagogico e sociale.

Andiamo a un altro argomento, anche questo correlato: la lettera della madre che scrive che sua figlia non farà i compiti perché ha il diritto di divertirsi.

Dovremmo educare i nostri figli a non umiliare gli altri, non a sentirsi diversi e privilegiati, questi genitori li educano invece  a sentirsi diversi dagli sfigati che mangiano a mensa o da quelli che fanno i compiti, loro sì che sono furbi e protetti, loro sì che possono portarsi a scuola un lauto pranzetto da consumare da soli, in barba a qualunque logica di classe, o rinunciare a fare i compiti che magari, più tardi, farà la mamma. Questi genitori li educano a distinguersi da chi è diverso, meno fortunato, più povero. Questi genitori sono razzisti.

Il razzismo schifoso dei condomini del palazzo di via XX Settembre nasce dai piccoli razzismi quotidiani, dal cominciare a stigmatizzare e segnalare la diversità già dai banchi di scuola. L’assoluto disprezzo di altri esseri umani, in virtù della propria appartenenza a una classe sociale diversa e quindi dotata di maggiori diritti rispetto agli altri, anche del diritto di essere impietosi e spregevoli, è purtroppo un male sempre più diffuso.

Al pensiero di quale mondo stiamo preparando ai nostri ragazzi, da genitore e da padre non posso non provare un moto di nausea.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Replica alla lettera di un genitore che non sa fare il genitore

Ha suscitato un certo scalpore sia sui social network che sui media ufficiali, le lettera di un genitore agli insegnanti del figlio riguardo la questione dei compiti per le vacanze.

Ancora una volta si evidenzia il fatto che le tematiche riguardanti la scuola vengono trattate dai media italiani in modo dilettantistico e strumentale, spesso senza aver cognizione di causa dell’argomento.

In secondo luogo, certi commenti sui social networks o sui forum dei quotidiani, non fanno che confermare la contestatissima frase del compianto Umberto Eco al riguardo.

Ciò nonostante, anche la lettera di un genitore che non sa fare il genitore, può essere spunto di riflessioni interessanti.

Partiamo dalla frase a effetto: “ io gli insegno la vita”.  Suona bene, ha una sua musicalità epica, peccato che sia una sciocchezza. Perché la vita non si insegna, la vita la si “impara” sulla propria pelle, perché un adolescente è per sua natura portato a rifiutare i consigli e gli insegnamenti che vengono dalla famiglia ( e meno male, con un padre così…), perché i ragazzi sono, per fortuna, ribelli per natura e modellano il mondo secondo il loro punto di vista. I ragazzi possono essere consigliati, avvertiti, guidati, stimolati: ma nessuno insegna niente a nessuno, né quel genitore che non sa fare il genitore, né gli insegnanti.

Raffaello ha visualizzato in forma iconica ed eterna il senso di fare scuola nell’affresco “La scuola di Atene”: imparare significa incontrarsi, confrontarsi, dialogare: nessuno dei grandi raffigurati sale su un pulpito, o si trova in posizione preminente rispetto agli altri, tutti hanno qualcosa da imparare da tutti.

Non a caso, “nuove” metodologie didattiche come la flipped classroom , il cooperative learning, il peer to peer, adottate da decenni nei paese anglosassoni e nei paesi del nord, pongono l’accento sulla figura dell’insegnante come motivatore, guida, non come sacerdote di un sapere consolidato che dispensa i suoi insegnamenti dal pulpito- cattedra. Cambiamento di paradigma necessario con l’avvento delle nuove tecnologie e con ragazzi nativi digitali, che sviluppano modalità di apprendimento e strutture cognitive differenti da quelle di venti, trent’anni fa.

Virgilio, nel capolavoro dantesco, guida Dante, ma è il poeta che “fa” il percorso, che apprende, che accresce le sue conoscenze ponendo le giuste domande e facendo tesoro delle risposte. Al netto delle tematiche religiose e salvifiche del poema, Virgilio stimola la sua curiosità e il suo desiderio di conoscenza. Questo deve fare, a mio avviso, un insegnante oggi.

Un altro dei nostri compiti è quello di far rispettare le regole, regole chiare e condivise. A scuola, per la prima volta nella vita, i ragazzi sperimentano un embrione di contratto sociale, subiscono un imprinting che, in un mondo perfetto, dovrebbe condurli domani a diventare persone civili, che rispettano la legge e assegnano il giusto discredito sociale a chi non lo fa. A scuola, entrano in rapporto con il mondo, ad esempio nelle classi multi etniche, con i problemi, le potenzialità e i mali del mondo, e sta a noi porre le basi perché domani possano renderlo migliore.

Come si vede, gli insegnanti hanno compiti complessi, ben diversi da quell’insegnare nozioni che il genitore che non sa fare il genitore evidenzia nella sua brutta lettera. Se il nostro lavoro si limitasse a trasmettere nozioni, intanto sarebbe molto più semplice, in secondo luogo sarebbe inutile, perché potremmo essere sostituiti da Wikipedia o da  qualcuna delle innumerevoli risorse presenti in rete. Il nozionismo, che tanto ci ha ammorbato quando gli studenti eravamo noi, fortunatamente è morto con la diffusione di Internet. “ Ciò che non sai di tua scienza in realtà non sai” scriveva Brecht, sono parole che scrivo alla lavagna il primo giorno di scuola nelle mie nuove classi, parole che ogni insegnante dovrebbe porsi come obiettivo: bisogna accendere nei ragazzi il desiderio di sapere.

Tuttavia il genitore che non sa fare il genitore pone un problema reale:è innegabile che le famiglie, e a volte anche i ragazzi, invece di vivere la scuola come il luogo in cui si sviluppa la coscienza critica, si affinano gli strumenti cognitivi, si impara a diventare cittadini, a entrare in relazione con gli altri e col mondo, la vivano come un luogo “altro”, dove la vita è come sospesa e legata a regole diverse da quella reale. Questa nella migliore delle ipotesi, altre volte, come nel caso del genitore che non sa fare il genitore, la scuola è vissuta come un peso, come una intromissione delle istituzioni nella sfera privata, in modo conflittuale.

La responsabilità di questo è anche nostra ma non solo nostra: i governi che si sono succeduti negli ultimi venticinque anni, hanno delegittimato il ruolo degli insegnanti e squalificato quello della scuola, fino a ridurla a quello che è oggi, su cui non mi dilungo perché troppo ne ho scritto.

Quel genitore non sa fare il genitore perché non capisce che rispettare regole condivise, come quella di fare i compiti assegnati, è il primo passo per riconoscere negli altri noi stessi, per passare dal narcisismo adolescenziale alla condivisone e alla cooperazione, non ha capito che la scuola è palestra di vita, palestra privilegiata: perché è l’unico luogo, l’unico momento della vita, in cui un ragazzo sentirà di essere come gli altri, di avere le stesse possibilità, gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri. Sarà poi la vita a disilluderlo, molto presto, senza bisogno che lo faccia un padre supponente, ignorante e incosciente.

Chiudo con una nota personale: io non assegno compiti per le vacanze ma non biasimo e non critico i colleghi che lo fanno. perché a scuola ho imparato a rispettare chi ha opinioni diverse.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Domani ultima chiamata per la scuola pubblica

martedì-5-maggio-sciopero-generale-delle-scuole

Io credo che molti insegnanti non abbiano ben compreso l’importanza dello sciopero generale di domani. Se non ci sarà una grande mobilitazione della categoria a Settembre la 107 entrerà a pieno regime, completando il processo di destrutturazione della scuola pubblica e avviando quel processo che porterà a una progressiva privatizzazione delle scuole sul modello americano.

La chiamata diretta da parte dei dirigenti comporterà, di fatto, un ridimensionamento del concetto di libertà d’insegnamento e avvierà la precarizzazione di tutta la categoria.

Se eliminare il precariato significa trasformare tutti in precari, il trio delle meraviglie formato da  colui che non è stato eletto, Giannini e Faraone, hanno mantenuto le promesse.

La 107 è un legge che si basa su un unico principio: quello del ricatto. Vuoi lavorare? Spostati a mille chilometri di distanza e se hai famiglia, fatti tuoi. Ti regalo cinquecento euro ma solo se li spendi come dico io. Vuoi chiedere trasferimento? Costruisco degli ambiti territoriali assurdi e vediamo se ne hai ancora il coraggio. Vuoi il bonus? beh allora devi sottostare ad alcune regole che non sono uguali per tutti ma differenti da scuola a scuola e da dirigente a dirigente, perché alla fine è lui che decide i nomi. Stai sull’anima al dirigente? La titolarità di cattedra non esiste più e lui ti sistema nell’organico di potenziamento, a fare il tappabuchi, o nell’organico di rete, a saltare da una scuola all’altra.

Questa è la 107 e chi si illude di ritagliarsi un posto al sole, di ottenere il suo bell’incarico e stare tranquillo alla corte del re, non ha considerato che ogni tre anni il re cambia e si sa quel che si lascia ma non quel che si trova.

La chiamata diretta del dirigente oltre che violare il contratto di lavoro nazionale che è ancora in vigore e non può essere cancellato dalla legge, rappresenta la legalizzazione del clientelismo. Certo, il dirigente non può assumere parenti ma può farli assumere dal suo collega vicino, che a sua volta gli chiederà di assumere il tale, secondo quella logica di scambio di favori che ha già trasformato la politica in un mercato e che ha fatto la fortuna delle mafie nel nostro paese.

Non mi permetterei mai di dire che tutti i dirigenti sono favorevoli a questo scenario, attenzione, anzi

posso dire che in quindici hanno di carriera ho avuto a che fare con dirigenti più o meno capaci ma tutti, indiscutibilmente onesti. Ma chiedete ai colleghi che hanno dirigenti autoritari e prevaricatori come si lavora nelle loro scuole, quale clima si respira e quale timore serpeggia.

La 107 va neutralizzata  e l’unico modo per farlo è la via contrattuale. O domani si scende in piazza in tutta Italia tutti insieme, a chiedere il rinnovo del contratto e la modifica degli aspetti più assurdi della legge, o la scuola pubblica è destinata a scomparire.

Sarebbe bello se insieme agli insegnanti scendessero in piazza anche quei dirigenti scolastici, molti, che non hanno alcuna smania di potere. Sarebbe opportuno fossero con noi anche e le prime ad essere danneggiate da questa riforma, le famiglie: quando si renderanno conto che a pagare il prezzo più alto saranno i loro figli, sarà ormai troppo tardi. sarebbe importante che scendessero a riempire le piazze anche i precari, i più danneggiati, umiliati e offesi dalle nuove norme, anche quelli che stanno svolgendo le prove di un concorso organizzato con i piedi e condotto ancora peggio.

Chiudo con un esempio che ben illustra tutti gli aspetti negativi della 107. Siamo in tempo di bonus e i comitati di valutazione stanno scegliendo i criteri per assegnarlo, Ogni scuola sceglie criteri diversi e si va dai più fantasiosi ai pochi criteri sensati (verificabili, misurabili, oggettivabili). Nessuno ha informato i comitati di valutazione che sono penalmente responsabili di quanto decidono: se varano criteri passibili di ricorso, saranno loro a risponderne. Praticamente tutti i criteri proposti sono passibili di ricorso. E’ una situazione da terzo mondo, ideata da incapaci. Non credo esista in Europa una scuola che abbia varato a questo modo la valutazione degli insegnanti.  Non si discute il principio che il merito venga deciso a discrezione del dirigente, meglio che si assuma la responsabilità lui piuttosto che assistere a duelli rusticani tra gli  insegnanti, si chiede solo che il governo vari criteri condivisi e chiari, differenziati per ordine di scuola, all’inizio dell’anno così che un insegnante sia libero di concorrere al bonus oppure no, conoscendo prima le regole e non in corso d’opera. 

Si preferisce invece la lotta intestina nelle scuole, i colpi bassi, si vuole deliberatamente dividere i collegi docenti perché non abbiano più voce in capitolo nella gestione della scuola. E’ un altro passo verso la progressiva delegittimazione della categoria docenti, già arrivata a buon punto.

Ecco perché domani bisogna che gli insegnanti facciano sentire forte la loro voce, per tutelare la dignità del proprio ruolo, per rivendicare il valore insostituibile dell’istruzione pubblica.  Per non ritrovarsi a Settembre, come una favola al contrario, trasformati in servi.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail