Pagare per salvare una vita

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L’aggiornamento del decreto sicurezza di Salvini è riuscito, anche se sembrava impossibile, a peggiorare il suo predecessore. Se diventerà legge, infatti, e ci aguriamo di no, per salvare una vita in mare bisognerà possedere un permesso altrimenti si rischia una multa salatissima.

E’ l’ennesimo atto dell’unica cosa che questo governo è riuscito a perseguire con tenacia e costanza: la guerra contro gli ultimi.

Mai, come da quando Cinque Stelle e Lega sono al potere, chi lavora nel sociale, chi si spende per gli altri, è stato così vilipeso, perseguito, offeso, mai, come oggi, gli è stato impedito di salvare vite umane. Ma il terzo settore, che svolge un compito che lo Stato non riesce a svolgere, che si occupa di quelli di cui lo Stato non si occupa, è stato messo così gratuitamente e insensatamente sotto attacco.

I Cinque stelle non sono esenti da questa ventata di disumanità: hanno cominciato loro, accusando le Ong di essere taxi del mare in accordo con gli scafisti, accuse rivelatesi poi infondate, come tutte le altre lanciate dal loro sodale Salvini. Hanno comunque appoggiato tutte le porcherie del ministro e l’unica cosa che Di Maio ha contestato al decreto è di non aver fatto abbastanza per le espulsioni. Il Movimento ormai, bisogna prenderne atto, è un partito di estrema destra.

Il decreto è osceno nella sua formulazione, come sempre quando si tratta di Salvini. Mi riferisco alle assurde restrizioni riguardanti l’accoglienza, dal dimezzamento della cifra che lo Stato dava alle associazioni per svolgere il loro lavoro, già bassa, al trasformare i centri di accoglienza in qualcosa di molto simile a una stalla, dove si fornisce vitto e alloggio, e nient’altro, dove non si insegna più l’italiano e non c’è più nessuno che aiuta persone traumatizzate da esperienze drammatiche. Non è un caso che molte associazioni abbiano rinunciato a partecipare ai bandi, perché tale trattamento viola la costituzione che garantisce piena dignità a chi vive sul territorio italiano. I numeri dei profughi non più ospitati sono alti, un’emergenza creata a tavolino da una politici cinici, privi di coscienza e di valori.

In questa escalation di violenta disumanità, che non sembra interessare nessuno, va inserita la campagna contro i rom, dai panini calpestati ai fatti di Casal Bruciatto, atti brutali e vigliacchi a danno di persone che non avevano fatto nulla. Rientra nella formula della creazione del nemico, strumento utile a una coalizione che, altrimenti, dovrebbe prendere atto dell’inconsistenza della propria politica e del proprio fallimento.

C’è il sospetto di trovarsi davanti a una nuova forma di strategia della tensione, perché questi provvedimenti porteranno inevitabilmente a un aumento della criminalità, quindi a nuovi provvedimenti repressivi e restrittivi nei riguardi di tutti gli stranieri e non solo dei criminali, naturalmente.

E poi toccherà a noi.

Eh, sì, perché sequestrare telefonini e striscioni, non so quanto legittimamente, è un segnale chiaro di quanto Salvini non ami il dissenso, sentire un ministro dell’interno parlare di zecche rosse, nei riguardi di chi lo contesta, come i poliziotti che durante il G8 del 2001 massacrarono gente inerme che manifestava anche per loro, fa venire i brividi. Come fa venire i brividi l’attacco della polizia a un cittadino sotto sorveglianza, un episodio molto più oscuro e inquietante del rilievo che ha avuto sui giornali.

De te fabula narrantur, dicevano gli antichi, questa storia parla di te, qualunque storia parla di noi. Emanare un decreto che costringa chi salva una vita a pagare per farlo, è una tale oscenità, una tale aberrazione, che dovrebbe sconvolgerci nel profondo. Invece non accade, neanche dall’opposizione arriva la levata di scudi che ci si attenderebbe dinanzi a un tale arbitrio. Neanche i giornali liberal danno più di tanto risalto alla notizia, quasi vivessimo una sorta di assuefazone all’iniquità, quasi ci aspettassimo, ogni giorno, una nuova diminutio di umanità da accogliere con indifferenza. In nome della campagna elettorale e di un pugno di voti, si abiura qualunque valore. Senza comprendere, che quello che facciamo agli altri ricadrà su di noi.

Mi sono sempre chiesto come poterono gli ebrei accettare, senza protestare, le progressive riduzioni di diritti civili e libertà che gli inflissero i nazisti e i fascisti: comincio a rendermente conto, in Italia, oggi.

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Botta e risposta Saviano-Polizia di stato: qualcosa non funziona.

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La polizia di Stato serve il paese e non è piegata ad alcun interesse di parte. Chi sbaglia paga nelle forme prescritte dalla legge. Che pena leggere commenti affrettati e ingenerosi per dispute politiche o per regolare conti personali”.

Non so per voi ma, a mio parere, è questa risposta partita dall’account ufficiale della polizia di Stato in risposta a un post di Saviano che dovrebbe occupare le prime pagine dei giornali e alimentare un confronto acceso. Un post minaccioso, che non entra nel merito della questione legittimamente posta da Saviano e offende lo scrittore, per altro sotto scorta da anni, accusandolo di essere ingeneroso con Salvini (sic!) o di voler regolare non ben precisati conti personali. Affermazione che riguardo a un uomo perseguitato dalla Camorra è piuttosto inelegante.

Aggiungiamo, qualche giorno fa, la messa in rete del video con le violenze di Manduria, del tutto ingiustificata, che ha aizzato una campagna d’odio contro i responsabili di quei fatti che, questo dovrebbe saperlo sia la polizia sia il capo della polizia che ha ridicolizzato chi si è interrogato sulla necessità di diffusione di quel filmato, una volta arrestati, sono sotto la tutela dello Stato e innocenti fino a prova contraria, quindi sotto le leggi delle stato di diritto.

Cosa aveva scritto di tanto scandaloso Salvini? Quello che pensiamo in molti e, a mio parere, a difesa delle forze di polizia, a suo parere ridotte a sequestrare striscioni e telefonini, e sulla legittimità di questi atti qualcuno, prima o poi, chiederà ragione nelle sedi opportune, invece che, per esempio, impegnate disperdere i fascisti di Casapound che, con un gazebo, da giorni incitano all’odio razziale verso una famiglia rom a Casal Bruciato, violando un paio di leggi costituzionali.

Oggi ho visto casualmente un servizio sul Tg2 dove un giornalista. per buoni cinque minuti, ha riempito di insulti, usando un gergo camorrista e mafioso, il colpevole del ferimento della piccola a Napoli, alimentando così un’altra fiammata d’odio. Lungi da me difendere un feritore di bambine, provo disgusto solo a vederlo, ma lo stato di diritto vale anche per lui così come la deontologia dovrebbe essere seguita anche dal cronista in questione.

Questa salvinizzazione della polizia e dell’informazione, questo uso della volgarità intellettuale o, nel caso del giornalista, della volgarità tout court, somiglia sinistramente ai commenti di un esponente di un sindacato di polizia durante i fatti del G8: sprezzanti, sostanzialmente tesi a difendere l’indifendibile. Solo che lì si trattava, appunto, di un sindacato, qui si tratta della Polizia di Stato, che dovrebbe difendere i diritti garantiti dalla Costituzione di tutti noi, responsabili di reati e non, rom, neri e bianchi.

Io credo che la polizia sia essenziale per garantire la tenuta dello stato di diritto e della democrazia nel nostro paese, che abbia pagato un prezzo altissimo in passato e che tutti dobbiamo mostrare riconoscenza e rispetto verso gli uomini in divisa, ma affermare che non è piegata ad alcun interesse di parte, in quest’episodio specifico, mi sembra discutibile. Non si conosce il responsabile del post né il responsabile della messa in rete del video di Manduria ma io credo che i vertici della polizia, invece di fare sconsiderate accuse di vittimismo e commenti sarcastici, dovrebbero intervenire con chiarezza e smetterla di considerare il loro operato esente da critiche. Non inseguire l’impunità, come qualche volta è avvenuto in passato, ma la limpidezza e l’onestà, oltre che la chiarezza.

Io a Genova nel 2001 c’ero e spero di non rivedere più quello che ho visto allora, ma con un ministro degli interni come quello attualmente in carica e dichiarazioni di questo tipo avallate dai vertici della Polizia di Stato, non mi sento per nulla tranquillo.

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Pro o contro non si sa bene cosa

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Ormai è un format consolidato:  Salvini dice una cazzata, altro non sa fare da decenni, Fusaro, enorme paraculo di genio, aizza la polemica con forbita cialtronaggine e sui social si infiamma la polemica, perdendo di vista il nodo cruciale del discorso.

Questa volta è toccato a Saviano, personaggio controverso, con cui spesso mi trovo in disaccordo.

Mentre trovo nella sostanza e non nei toni, insopportabili, la critica di Fusaro, che a volte non dimentica di essere un filosofo di sinistra, al momento passato alla parte che gli dà più visibilità, trovo asoslutamente inaccettabile la volgare e rozza minaccia del ministro dell’interno di togliere la scorta a Saviano.

Trovo le considerazioni di Saviano riguardo l’immigrazione assolutamente populiste e semplicistiche, anche se di segno opposto rispetto a quelle razziste e fascistoidi di Salvini, altrettanto censurabili e criticabili. Il problema dell’immigrazione esiste, perché se è vero che non c’è nessuna invasione e che molte menzogne sono state raccontate, è anche vero che esiste la percezione sociale della minaccia e, da Hitler in poi, la percezione sociale è quella che crea il consenso. E’ tempo che la sinistra, se vuole riguadagnare quello che ha perso, rifugga da un ecumenismo ipocrita che non le appartiene, dato anche che Salvini sta solo seguendo il sentiero tracciato dall’odioso Minniti, ma proponga soluzioni concrete ed efficaci che vadano verso un’accoglienza controllata e regolamentata, guardando a quanto già esiste in molte realtà del nostro paese, dove l’integrazione esiste e funziona ed esportando queste soluzioni su scala nazionale. Il razzismo si combatte alla radice, togliendogli argomenti, non con manifestazioni e frasi nobili.

Ma il problema non è la posizione politica di Saviano, nè se abbia copiato alcune parti dei suoi libri  ( come fanno tutti gli scrittori) nè se sia un genio letterario o meno (non lo è, è un pessimo scrittore, noioso, retorico e verboso), il nodo del problema è che un ragazzo che vive da anni una vita a metà, perché questa è la vita sotto scorta, perché ha mostrato un grande coraggio, o una grande ingenuità, dicendo pubblicamente quello che molti tacevano per paura, è stato pubblicamente minacciato con metodi mafiosi da colui che dovrebbe assicurarne la sicurezza.

In qualunque altro paese europeo che non appartenga alla congrega nazista di Visegrad, il ministro si sarebbe dimesso tre minuti dopo aver pronunciato la sua minaccia e la sua carriera politica sarebbete definitivamente, e meritatatmente, terminata.

Invece sui social italiani si scatena la guerra di chi sta con Saviano e chi contro, addirittura arrivando a dire che sarebbe giusto togliergli la scorta perché scrive male!

Siamo veramente all’azzeramento non solo dello spirito critico ma delle più elementari capacità cognitive.

Va detto che anche Saviano ci ha messo del suo, andando fuori dalle righe nella sua replica e contribuendo ad aizzare la lite. Peccato che nello scontro tra questi due bulli di quartiere si giochi, sullo sfondo, una battaglia di legalità fondamentale. Perché se chi occupa un ruolo istituzionale usa tono e modi da mafioso , il problema ci riguarda tutti, razzisti e buonisti, di destra o di sinistra.

E soprattutto, maschera per l’ennesima volta il fatto che, a quasi quattro mesi dalle elezioni, il nuovo governo non abbia ancora fatto una beata minchia per il paese.

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L’insopportabile comizio di un ineleggibile

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Francamente mi piacerebbe commentare notizie assai più sinistre e importanti del comizio di Berlusconi ieri sera su Rai uno, complice un Fabio Fazio come al solito deferente e prono ai potenti.

Mi piacerebbe parlare delle infiltrazioni mafiose nel traffico di migranti dalla Tunisia scoperte da Nemo ( altro programma, altra rete, altra tempra di giornalisti) o delle testimonianza raccolte dalle Ong, o del silenzio del ministro Minniti sulle condizioni in cui vengono detenuti i profughi rispediti in Libia, ma comprendo che sono argomenti di nessun interesse: la campagna elettorale è già cominciata con frizzi e lazzi, bonus come noccioline e il pregiudicato sorridente che riguadagna gli schermi televisivi, questo appassiona gli italiani, non tediose stragi di esseri umani consumati nel black friday, non la quotidiana tragedia di quelli a cui chiudiamo la porta.

Due parole quindi su Fazio e Berlusconi. Fazio è un conduttore mediocre, un uomo buono per tutte le stagioni perché pronto a salutare qualunque bandiera e a seguire dove soffia il vento. Piace alle mamme e alle nonne, è odiato dai radical chic che per questo vengono accusati di essere radical chic, ha creato un  circolo di soliti noti che lo aiutano a dare prestigio allo stesso programma che ci propina da anni.  Gramellini, al suo confronto, fa monologhi interessanti e avvincenti, tenete conto che io considero, di solito, Gramellini interessante come un calcio nei denti.

Ovvio quindi che Berlusconi abbia scelto il nulla per parlare del nulla. Uno sfondo neutro, un conduttore inesistente e deferente, un grande pubblico assicurato.

C’è da chiedersi, casomai, quale tipo di servizio pubblico permette, a pochi giorni dalla morte del capo di Cosa Nostra, di comparire in televisione a un pregiudicato ineleggibile dopo la riapertura del fascicolo per il suo coinvolgimento nell’attentato di via d’Amelio. Non solo, ma quale servizio pubblico permette a un pregiudicato in odor di mafia di tessere le lodi di un condannato per associazione mafiosa. Non si poteva certo pretendere che un non conduttore, non giornalista, si permettesse di opinare in proposito. Ma in questo paese, nulla accade per caso e ciò che sembra banale, spesso non lo è.

Il discorso si fa complesso e pericoloso. Due giorni dopo la morte di Riina, Sottile sul Foglio e Sansonetti sul giornale per pochi intimi su cui scrive adesso, discettavano della inutilità del 416 bis e della  necessità di chiudere, anche dal punto di vista giudiziario, quella stagione che secondo loro è terminata con la morte del boss dei corleonesi. Come se Messina Denaro non fosse latitante, come se la Camorra non uccidesse quasi quotidianamente, come se la ‘Ndrangheta non si estendesse in tutta Europa, come se ogni giorno non comparissero notizie sui giornali riguardo la presenza mafiosa al nord, come se la mafia che non uccide ma fa affari, ricicla denaro, traffica droga, rifiuti e armi,  entra nel business dei migranti, ecc., fosse meno pericolosa e letale della vecchia mafia.

Lungi da me pensare che Sansonetti e Sottile siano anche lontanamente collusi con la mafia: sono certo che hanno scritto in buona fede, convinti della bontà delle loro asserzioni. E il problema è esattamente quella buona fede, quella convinzione.

Se la mafia non spara, la mafia non arriva sulle prime pagine e, se non arriva sulle prime pagine, non esiste. La normalizzazione, il silenzio, l’anonimato, sono esattamente quello di cui hanno bisogno le organizzazioni mafiose, quello che auspicano ed il motivo per cui tutti odiavano, pur temendolo, Totò Riina. Con un’ antimafia civile ormai istituzionalizzata,  che celebra, giustamente, la memoria delle vittime ma forse, ha perso di vista la necessità di tenere alta la guardia, di avvertire, informare, denunciare, con un’antimafia politica delegittimata dalla stessa magistratura, la guardia alta la tengono poche persone che non arrivano al grande pubblico: studiosi seri  come Nando Dalla Chiesa, scrittori e intellettuali come Saviano, Giacomo di Girolamo, che spesso eccedono e diventano oggetto di facili accuse da parte di chi ha interesse a marginalizzarli.

Il primo messaggio è arrivato con quel post su Facebook della figlia di Riina: una foto elegante, moderna, quasi glamour, che riprendeva una parte del viso della figlia e un dito che indicava il silenzio.La mafia comunica per simboli, sono uomini medievali con una mentalità medievale e un’ intelligenza moderna.  Cosa significava quel post? Dovete tacere davanti a un grande uomo o continuate a tacere, non è cambiato niente? A colpire era l’eleganza del messaggio, evidentemente studiato a tavolino, non lo sfogo improvviso e comprensibile di una figlia che ha perso il padre, ma un messaggio, appunto.

Non vorrei che anche l’ignobile comizio di ieri sera sia un altro segnale, questa volta non state zitti, ma state tranquilli. Non vorrei, ma a pensar male   spesso…

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Infami

Infame, semanticamente, è colui che non deve essere nominato,la cui memoria deve essere cancellata, una cosa talmente vergognosa da non poter essere detta.

Per quanto l’aggettivo mi ripugni, per l’uso improprio che ne fanno fanno i mafiosi, non trovo altro aggettivo per definire chi, in questi giorni, sta facendo bassa politica sulla pelle degli ultimi, chi approva e giustifica l’ingiustificabile, chi sui social, quasi sempre con tono saccente, approva, chi, in un paese dove nessuno rispetta le regole, neanche quelle più elementari, improvvisamente si scopre rigido censore e pretende che vengano rispettate le regole da chi salva vite umane, chi non conosce la storia, neanche quella dei propri nonni e grida alla scandalo per similitudini assolutamente corrette, chi non conosce la storia di oggi e urla a un’inesistente invasione, chi dice “ ora è tutto chiaro” processando e condannando a priori, quando non è chiaro nulla, i leghisti, i fascisti e chi, pensandola come i leghisti e i fascisti, è leghista e fascista a sua volta, che appartenga al Pd o ai Cinque stelle, poco importa, chi dà del buonista a quelli che non hanno scordato la loro umanità, chi ritiene assolutamente corretto rimandare nell’inferno delle prigioni libiche centinaia di esseri umani, chi minaccia di togliere la scorta a chi, giustamente, lo ha accusato di essere uno sciacallo che cerca sciacalli, chi li vuole aiutare a casa loro e chi è contento se ne annegano cento in più, chi fa le barricate contro donne e bambini, chi li fa morire sui binari e  chi condanna un uomo vero, chi mangia ogni giorno frutta e verdura raccolta dai neri sfruttati dai caporali e poi inveisce contro i neri, quelli che non possiamo accoglierli tutti ( e infatti, non lo facciamo), quelli che non hanno mai rispettato una legge in vita loro e parlano di legalità, quelli che, adesso sì che le cose vanno come devono, quelli che quando governeranno loro non entrerà più nessuno, quelli che adorano Trump, un cerebroleso alla guida di quella che fu la prima potenza al mondo, quelli che adorano Salvini, un cerebroleso che solo in questo paese di merda può contare qualcosa, quelli che non dicono niente e guardano alla finestra, quelli che hanno paura di esprimere la loro solidarietà e aspettano di vedere se gli conviene.

Questo è un paese infame, con un’informazione infame, politici trasversalmente infami e persone infami.

Un paese senza memoria è un paese senza storia, facevo recitare ai miei alunni qualche tempo fa, al termine di un cortometraggio sul razzismo. Se decidessi di rigirarlo oggi, dovrei fargli dire che un paese senza storia è un paese senza futuro.

Per fortuna, non sono tutti come voi.

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L’ultimo comandante

 

Fidel castro

La morte di Fidel Castro ha generato, come è naturale, moltissime reazioni sui media e sul web. Da infimo professore di scuola media, due cose mi urtano in modo particolare: l’approssimazione quando si parla di storia e un certo gusto a sentirsi fuori dal coro, senza avere però la voce per cantare, fuori dal coro.

Un esempio tipico di questo atteggiamento sono stati i due post di Roberto Saviano su facebook: il primo, un attacco frontale al leader maximo, definito dittatore crudele, persecutore di dissidenti e omosessuali, ecc. Il secondo, un post “riparatore”, che se possibile è peggiore del primo. Ecco, ritengo che chi posta su un social ed ha un profilo pubblico elevato, dovrebbe essere almeno consapevole di quello che dice, andarsi a rivedere L’Autobiografia a due voci di Fidel Castro e Ignacio Ramonet, leggersi la biografia di Castro di Paco Ignacio Taibo, qualche passo di Le vene aperte dell’America latina di Edoardo Galeano, ripassare la politica americana dagli anni sessanta a oggi, leggersi magari la Trilogia americana di james Ellroy, guardarsi i due film di Oliver Stone e magari l’eterno film sul Che e poi parlare. Tutto questo se non è riuscito ad andare a Cuba.

Cuba, per gli appartenenti alla sinistra della mia generazione, è stato il sogno, l’utopia che diventava realtà: un popolo unito nella sua resistenza contro l’impero americano, un pugno chiuso che dava speranza alle popolazioni oppresse dell’America latina e dell’Africa, guidato da un intellettuale vorace, lucidissimo, che sapeva vedere lontano e ha intuito, in anticipo su tutti, il declino degli Stati Uniti, la globalizzazione, le colpe del capitalismo radicale, ecc.

Castro è stato un dittatore? Senz’altro, ma non come quelli dell’America latina, pagati dai veri presidenti degli Stati Uniti perché permettessero lo sfruttamento indiscriminato delle risorse dei loro paese da parte delle multinazionali in cambio del supporto militare per consumare massacri. Ecco, aggiungete  un qualsiasi testo di Noam Chomsky ed Edoardo Galeano e Sepulveda alla vostra bibliografia minima per parlare di Castro.

Perché c’è dittatore e dittatore: Stalin non era Hitler e Castro non è stato Pinochet. Ha perseguitato gli omosessuali? Sì, per cinque anni, negli anni settanta, nel quinquennio che la stessa Cuba ufficiale definisce “nero”. Ha firmato condanne a morte e perseguitato i dissidenti? Sì, ma al netto della propaganda occidentale, delle manifestazioni dei dissidenti pagati dalla Cia, dei terroristi finanziati sempre dalla Cia, il numero di condanne non giustifica il termine “persecuzione “ o “purga” per quanto, senza dubbio, vada annoverato nella casella delle colpe del regime e delle violazioni dei diritti umani. In ogni caso dal duemila non è stata più emanata nessuna sentenza contro dissidenti politici.

Castro è stato un rivoluzionario autentico e un liberatore? Senza dubbio. ha preso un popolo diviso e l’ha unito, ha dato ai cubano un’appartenenza e l’orgoglio di quell’appartenenza, ha avviato riforme sociali radicali, è stato l’unico capo di stato, nella storia moderna,ad attuare  una riforma agraria e dividere veramente le terre tra i contadini, ha resistito e fatto resistere il suo popolo a un embargo infame durato quasi cinquant’anni, ha scacciato dall’isola le compagnie petrolifere americane e la mafia: Cuba è l’unico paese del sud America dove non c’è narcotraffico. Ha trasformato il bordello e la casa da gioco degli U.S.A.,  in un paese indipendente e libero, orgoglioso e ammirato in tutta l’America latina e buona parte dell’Africa.

Tutto questo è storia documentata, fatti, non  chiacchiere. Tutto questo va contestualizzato nel periodo della guerra fredda quando in tutta l’Europa “libera” si approntavano strutture sul tipo di Gladio per impedire l’ascesa al potere delle sinistre, quando un presidente americano veniva assassinato e insieme  a suo fratello, futuro presidente, quando Luther King vedeva il suo sogno infrangersi nei proiettili che straziavano il suo corpo. Esistono necessità storiche che impongono scelte difficili e Castro non le ha mai rinnegate. Poteva fare meglio e di più? Certo, ma quello che ha fatto è stato enorme e resterà nella storia, al contrario di quello che ha fatto buona parte dei nove presidenti americani che gli sono sfilati davanti durante la sua lunga vita, avendo a disposizione ben altri mezzi.

E’ stata l’ultima voce a contestare il sistema capitalistico, insieme a tre papi ha messo in guardia il mondo contro il radicalismo capitalistico. Cuba poteva essere la terza via al socialismo, come il Cile, ma così non è stato perché la storia non lo ha permesso e i nemici erano troppo potenti. Il Cile è stato umiliato e offeso, ferito in modo indelebile dall’assalto degli scherani di Pinochet al suo presidente, Cuba ha tenuto la testa alta, indomita e bellissima, come un’idea.

“La storia mi assolverà”, disse Castro difendendosi in tribunale dopo l’assalto fallito alla caserma Moncada e dopo aver elencato accuratamente i crimini della giunta guidata dal pupazzo Batista ( quando si fa un citazione è sempre bene contestualizzarla, altrimenti si può far dire a chiunque qualunque cosa). Io credo che la storia lo abbia già assolto, che il peso delle sue colpe sia inferiore al peso di quanto di buono ha fatto. Il che non significa giustificare tutto, ovviamente, ma guardare con rispetto, senza infangarne gratuitamente la memoria, la figura di Fidel Ruiz Castro, rivoluzionario, costruttore di sogni, l’ultimo comandante.

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La mafia esiste ed è un problema

Il presunto coinvolgimento del presidente del Pd campano con il clan dei casalesi non fa altro che confermare l’allarme lanciato qualche giorno fa dalla commissione antimafia e ignorato dai più.

Rosy Bindi e i suoi colleghi hanno dichiarato che i legami delle mafie con la politica sono sempre più stretti e passano, spesso, per gli enti locali,attraverso la corruzione. la mafia esiste ancora, non è morta ed è un problema sempre più presente.

Se la gente avesse la memoria non dico lunga, ma normale, le recenti dichiarazioni di colui che non è mai stato eletto a proposito di magistratura e giustizialismo, alla luce di quanto sta accadendo oggi, suonerebbero non solo fuori luogo, ma sinistre.

Davigo e Di Matteo hanno dichiarato, con parole che non voglio definire forti ma semplicemente chiare, che la politica non ha gli anticorpi necessari per arginare la corruzione e ne abbiamo la prova evidente sotto gli occhi quasi ogni giorno.

Non passa  settimana senza che una notizia riguardante le mafie non appaia sui giornali: un comune sciolto al nord qui, arresti per associazione mafiosa là, un politico che si scopre referente di un clan o di una cosca qui e là.

Certo è che l’avviso di garanzia del presidente del Pd campano getta una nuova luce anche sull’elezione di De Luca e sulle voci che circolavano riguardo un presunto appoggio delle cosche, voci smentite con sdegno da quello stesso Pd campano che vede il suo presidente costretto a dimettersi.

Il problema è che la fantasiosa narrazione dell’Italia costruita dal colui che non è mai stato eletto e dai suoi servi sciocchi, non contempla le mafie come presenza stabile sulla scena politica del nostro paese, vero e proprio convitato di pietra di ogni sfida elettorale. Non contemplando le mafie, le si nega, le si ignora e poco si fa per contrastarle, questo nella migliore delle ipotesi.

L’intervista di Saviano di qualche giorno fa, in cui lo scrittore campano afferma di aver perso fiducia nella giustizia e nello Stato, è tristemente condivisibile ma parte da un errore di fondo: lo Stato non è la corte dei miracoli che ci governa, per fortuna lo Stato è ancora fatto da servitori fedeli, persone che quotidianamente cercano di svolgere nel migliore dei modi il loro servizio, spesso rischiando la vita o, più semplicemente, applicando quel principio di Havel secondo cui il lavoro ben fatto è l’unica forma di ribellione alla sopraffazione, all’arroganza del potere, alla corruzione. Quelle persone, caro Saviano, meritano rispetto e fiducia.

Quanto alla giustizia, se a rappresentarla sono i poliziotti che ironizzano con un tweet sul dramma dei profughi, gli stessi che applaudono l’assoluzione dei loro colleghi assassini, allora non è che la mia fiducia sia esattamente ai massimi livelli, ma per fortuna si tratta di una minoranza di miserabili che occupa le prime pagine dei giornali solo perché indossa una divisa. Per fortuna, magistrati e poliziotti sono altro da loro.

Le mafie dilagano dove il tessuto sociale è favorevole alla loro penetrazione, dove possono creare una rete di rapporti a tutti i livelli, dove ci sono persone disponibili a entrare in rapporto con loro. E’ per questo che lentamente ma inesorabilmente, stanno prosperando al nord e continuano a farlo al sud.

Tempo fa, colui che non è mai stato eletto, rispondendo a una affermazione di Saviano, disse in televisione che non esistono parti del territorio in mano alle mafie perché il tessuto sociale dell’Italia è sano. Mentiva sapendo di mentire o lui è proprio così? In un caso e nell’altro, c’è poco da stare allegri.

Non credo che questa informazione, asservita,prona al potere, sia in grado di assolvere a quell’opera di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica necessaria a contrastare fenomeni di questo tipo. O in questo paese si arriva a capire che la corruzione non è un male necessario, un peccato veniale che si può perdonare ma un delitto ai danni della collettività, il tradimento di un mandato popolare e dei principi a fondamento della democrazia, oppure ne usciremo mai, fino a quando nel baratro non ci saremo finiti, dopo aver tante volte camminato sull’orlo.

Io non credo che la società civile, il mondo associativo, il volontariato, possano da soli assolvere al compito di creare una nuova coscienza civile e non può farlo (anche se dovrebbe) questa scuola, dilaniata da un riforma insensata,deprivata della sua fondamentale funzione, ma bisogna comunque provarci, per non guardarsi allo specchio domani e sentirsi complici.

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Il cinismo al servizio del boss

Non è una questione di pacificazione, né di revisione storica, la presenza del figlio di Riina a Porta a Porta è frutto del cinico calcolo di un ex giornalista che per rialzare l’audience non esita a giocare una carta truccata.

Non esiste diritto di cronaca né libertà di pensiero quando a parlare è la mafia. Remarque diceva che la guerra va diffamata, sempre e comunque, io penso che la mafia vada combattuta, odiata e avversata,sempre e comunque e che chi non lo fa sia un infame, nel senso letterale di “persona che non merita di essere nominata”.

Ai parenti di vittime di mafia, ne conosco personalmente due, uno è un amico di vecchia data,. un altro un amico recente, va non la mia solidarietà, che è scontata, ma la condivisione della rabbia, dello schifo e del sovrano disprezzo per chi ha ordito una operazione di livello così infimo.

Ma io credo che i primi a indignarsi, i primi ad alzare gli scudi e a rifiutarsi di avallare una simile porcheria, avrebbero dovuto essere i giornalisti. Il giornalismo, al di là degli improperi che rivolgo a questo o quell’editorialista da queste pagine, è mestiere nobile, al servizio della verità e della libertà di pensiero. Come possono i giornalisti televisivi e della carta stampata tollerare la placida arroganza del padrone del vapore e limitarsi a riportare la notizia senza chiedere che venga radiato dall’ordine chi ha fatto un tale affronto alla loro professione?

In Campania si muore di camorra ogni giorno, la presenza delle mafie nel nostro paese è soffocante, ieri Cantone ha sottolineato come la sanità sia ricettacolo di criminali d’ogni risma. Com’è possibile dare la parola a chi, lungi dall’esprimere l’ombra di un pentimento, mostra di aver assimilato le folli idee paterne e ha la faccia di recriminare sul fatto che un pluriomicida stragista marcisca ancora, giustamente, in galera? Com’è possibile fornire per due volte a parenti di mafiosi una vetrina da cui vomitare sugli italiani falsità, risposte ambigue e giustificazioni dell’ingiustificabile?

Forse il programma vuole dare un amano al premier che ama considerare la mafia un orpello del passato o almeno, è evidente che non la considera qualcosa di cui preoccuparsi, dal momento che non un passo ha compiuto il suo esecutivo per combattere questo male.

Eppure leggendo oggi i forum dei quotidiani, c’è chi difende questa scelta, chi interpreta la libertà d’opinione come libertà di menzogna, chi confonde l’infamia col diritto. Segno che stiamo perdendo il senso della libertà, la sua essenza più preziosa: quella di essere tale se non urta o limita la libertà del vicino. La presenza del figlio del capo della mafia in tv urta milioni di italiani onesti, centinaia di parenti delle vittime, migliaia di appartenenti alle forze dell’ordine, non è quindi libertà ma arbitrio.

Parecchi anni fa Sergio Zavoli, grande giornalista di tempra ben diversa dal piccolo uomo di cui stiamo parlando, portò in televisione i terroristi, in uno dei migliori programmi mai prodotti dalla Rai: La notte della Repubblica.

I terroristi intervistati spiegarono i motivi che li avevano condotti alla lotta armata e quelli che li avevano portati al pentimento: sui loro volti, nei loro gesti, si leggeva il tormento e la necessità di una confessione in pubblico dolorosa e catartica. Non cercavano giustificazioni, chiedevano perdono. Ci volle coraggio allora per fare quello che fece Zavoli, ma il programma era talmente ben costruito e tanta impressione fecero quello interviste, che nessuno poté negare la bontà dell’operazione. Operazione ben diversa dalla squallida trovata pubblicitaria da mentecatto descritta sopra.

Poiché è inutile cercare di parlare a Vespa di principi etici e rispetto, di senso del limite e misura, sarebbe forse il caso che chi di dovere, lo pensionasse o quantomeno, chiudesse la sua oscena trasmissione e gli desse una collocazione tale da nuocere il meno possibile.

Questo se ancora si vuole dare alla Rai l’etichetta di servizio pubblico, in caso contrario, cancelliamola e sostituiamola con l’etichetta di pubblica latrina.

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Se l’Unità dà del mafioso a Saviano

Ci si chiede che bisogno abbia Renzi  di Fabrizioi Rondolino, giornalista dell’Unità, il fu giornale fondato da Antonio Gramsci, con una pietosa tendenza alla  proskýnesis, la genuflessione del cortigiano davanti al padrone.

Il piccolo principe ha a sua disposizione La Repubblica, addirittura oggi uno Scalfari ormai avviato verso una senilità nebbiosa, lo paragona a Giolitti, tutte le reti televisive, una miriade di altri quotidiani, che bisogno c’è di un fogliaccio indecente talmente impregnato di bava da far rimpiangere gente come Sallusti e Feltri?

L’ultima prodezza di Rondolino è un attacco meschino e ignobile a Saviano, accusato di essere un “mafiosetto di quartiere” per aver osato chiedere al Ministro Boschi chiarimenti sul caso Guidi. Non scendo nei particolari dell’articolo, primo perché, come ho già detto, ignobile, secondo perché lo ha fatto benissimo Travaglio sul Fatto.

Mi interessa invece soffermarmi su un certo clima che, come una nebbia sottile ma invadente, aleggia nel nostro paese e che trovo francamente assai incompatibile col concetto di democrazia.

Quando Alessandro dal Lago scrisse nel 2010 “Eroi di carta”, un saggio in cui attaccava, da critico, non Roberto Saviano ma quello che Saviano aveva scritto in Gomorra, con argomentazioni puntuali, documentate e mai volutamente polemiche, Saviano venne difeso a spada tratta e acriticamente proprio da quella sinistra che oggi lo attacca e che gratificò il professor Dal Lago, uno degli intellettuali più lucidi del nostro paese, con insulti non troppo dissimili da quelli lanciati ieri da Rondolino a Saviano.

Dunque Saviano veniva bene sei anni fa, non viene più bene oggi. Sei anni fa era un eroe calunniato e vilipeso ( non è vero, ma così passò la narrazione dei fatti sui giornali), oggi è un bullo di quartiere che osa attaccare uno dei punti focali del cerchio magico del piccolo principe.

E’ un segno non del cambiamento della sinistra ma di come la sinistra non sia più tale da tempo. L’acritica difesa di Saviano e il livore contro un intellettuale di sinistra che lo aveva attaccato, in pieno berlusconismo, rispondevano a una strumentalizzazione politica che è la medesima che oggi spinge Rondolino al suo volgare attacco. Non era sinistra allora, non lo è oggi.

Bisognerebbe forse spiegare a Rondolino che la sacralità del sovrano è concetto decaduto con la rivoluzione francese e che nelle democrazie moderne, quindi non in Italia, chi viene eletto è tenuto a dare conto a chi lo ha eletto di ogni suo atto.

Si potrebbe obiettare che questo esecutivo non è stato eletto, certo, ma questo non lo esime dall’obbligo di dare conto ai cittadini di quello che sta succedendo nel nostro paese. Di cose ne stanno succedendo molte, quasi tutte spiacevoli.

Consiglierei a Rondolino e ai giornalisti dell’Unità,  la lettura di Graham Greene, scrittore inglese  che diceva che l’intellettuale “ deve stare a destra con un governo di sinistra e stare a sinistra con un governo di destra” frase da non intendersi letteralmente,ovviamente, che ribadisce il ruolo dell’intellettuale come provocatore, suscitatore di problemi, stimolatore di dubbi.

La verità è che questo governo, questo “sistema” che il piccolo principe sta creando, un sistema di amici degli amici che richiama alla memoria, sinistramente “cupole” ben note, non contempla l’intellettuale che dissente dalla narrazione del capo, non contempla il dissenso e la discussione,considerata una perdita di tempo che che contrasta con l’epica del “fare” riproposta dai continui mantra dei cortigiani del piccolo principe.

La verità è che la democrazia in questo paese è a rischio, un rischio serio e incombente e Saviano, verso cui nutro un atteggiamento non privo di riserve come scrittore ma che rispetto incondizionatamente  per il suo coraggio, è uno dei pochi a sottolineare con tenacia i buchi e le falle sempre più grandi nel tessuto della democrazia del nostro paese. Per questo va denigrato, ma senza esagerare, perché è ancora troppo popolare, nella più genuina logica mafiosa.

Nei paesi anglosassoni i giornalisti sono i cani da guardia del potere, pronti ad azzannarlo quando supera i limiti. Da noi, troppi giornalisti, sono i cani da riporto del potere, pronti a tornare dal capo portando in bocca il lavoro svolto e con la lingua bene a penzoloni per ottemperare al prossimo compitino.

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