La legge sull’aborto e la necessità dell’educazione sessuale

L’intervento volgare, greve e rozzo di Salvini dovrebbe essere l’occasione per avviare un provvedimento necessario: l’inserimento dell’educazione sessuale nelle scuole, vista la precocità dei primi rapporti sessuali e il materialismo dilagante nella nostra società. Ne discuto nel podcast.

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L’emergenza odio

La bella intervista su Repubblica del ministro La Morgese sul clima di odio ed emarginazione che si respira in Italia e sulla necessità di contrastarlo con politiche culturali adeguate, mi trova perfettamente d’accordo anche sulle virgole.

Non è un caso se a pronunciare parole chiare e forti su quanto sta accadendo nel nostro paese non è un politico, ma un ministro “tecnico” che quindi non ha né timori riguardanti la propria rielezione, né necessità di blandire l’elettorato, né paturnie riguardanti la permanenza sulla poltrona. Il ministro è una donna che ha subito in prima persona le violenze verbali dei vigliacchi social e che adempie il proprio ruolo con coscienza etica e serietà. Dovrebbe servire da esempio ai suoi colleghi, ma temo che resterà una rara avis nella storia di questo governo.

Il ministro non fa nomi, non attribuisce le campagne d’odio a una sola parte politica e ha, a mio avviso, assolutamente ragione. Certi atteggiamenti da stadio, certe asperità verbali sono trasversali, hanno ormai contagiato tutti gli schieramenti politici e, a volte, all’intento dello stessa area politica, tra seguaci di guru diversi, gli insulti sono anche peggiori di quelli con la controparte.

È tuttavia inutile negare che questa destra sempre più neofascista, priva di valori e contenuti politici, incapace di virare verso la moderazione e di costituirsi alla stregua delle destre liberali di altri paesi, preferendo il neonazismo spiccio di un mediocre dittatorucolo da quattro soldi come Orban, all’adesione ai principi dell’Unione europea, costituisca un problema. La virulenta campagna permanente contro i migranti, quella nascosta d una patina di cristianesimo ipocrita e deviato contro gli omosessuali, le posizioni grottesche riguardo il problema delle dipendenze, oltre a mostrare un vuoto ideologico che può essere riempito solo con grossolane menzogne mostrano una fobica paura dell’alterità, del diverso, vissuto sempre come minaccia e mai come risorsa, che potrebbe spingere le frange più estreme, con cui Salvini flirta spesso a volentieri, a radicalizzarsi.

L’incoscienza e l’assenza di vincoli morali della destra e dei suoi leader, non porteranno un ritorno del fascismo in Italia, perché la Storia, al riguardo, ha già espresso il suo inappellabile verdetto, ma possono riportare nelle piazze uno scontro tra le frange più radicali di destra e di sinistra che, chi ha la mia età, sa quali conseguenza nefaste potrebbe portare al paese.

Non basta, a contrastare questo clima, il perbenismo borghese e di tendenza delle sardine, un Movimento certamente portatore di novità positive ma che rivela, come ampiamente previsto, la sua inconsistenza politica.

Come dice il ministro, il vero nemico da combattere è l’indifferenza, la posizione di comodo di chi non schiera mai, il qualunquismo degli astenuti, l’ignavia di chi ritiene di non avere obblighi civili e morali da spendere a favore della collettività.

Per combatterla, è necessario un rinnovamento culturale del paese che deve partire dalla scuola, dai programmi didattici, da quella risorsa necessaria in democrazia che è la libertà d’insegnamento, dal funzionamento reale degli organi di controllo che regolano la libertà di stampa, come l’ordine dei giornalisti, dal ritorno delle reti Rai alsero ervizio pubblico autentico.

Confondere il pluralismo con l’omaggio al potente di turno, la libertà d’opinione con il diritto di diffondere informazioni false e insultare grossolanamente l’avversario politico, permettere che in una rete pubblica un così detto giornalista affermi che il fascismo nacque come reazione alle violenze dei comunisti, minoritari a quel tempo, e che Berlusconi sia stato un partigiano a nove anni, non è libertà d’opinione, è una tentativo squallido e disonesto di manipolare l’opinione pubblica tramite il mezzo televisivo. Scene penose come quella sopracitata sono indegne di un servizio pubblico.

Non sembra possibile che un governo impegnato a far passare una legge contro un diritto acquisito e a difendere l’indifendibile, incapace di assumersi la responsabilità di abrogare provvedimenti iniqui e stabilire un nuova soglia di civiltà nel nostro paese, possa avviare la politica culturale auspicata dal ministro.

Continueremo quindi a scendere lungo una china che sembra, da qualche tempo, interminabile, in attesa dell’ennesimo insulto alla ragione, dell’ennesimo nemico da usare, dell’ennesimo silenzio da parte di chi avrebbe voce e non la usa.

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Il virus peggiore è la paura

Viviamo in un mondo politico, cantava Bob Dylan qualche anno fa, un mondo dove tutto era interconnesso e le dinamiche sociali avrebbero dovuto unire, invece di dividere. Se e quando ci regalerà un nuovo album, probabilmente canterà che viviamo in un mondo dominato dalla paura e dall’egoismo. Oltre che dall’idiozia.

L’ondata di sinofobia che investe il nostro paese, non si può spiegare solo con le legittime preoccupazioni per la salute, stiamo andando molto oltre. Quando una ragazzina dai tratti asiatici sale su un treno e il vagone si svuota come per magia, lasciando soli lei e il sottoscritto, quando un’altra ragazzina, che si sta recando a scuola, viene insultata e fotografata su un mezzo pubblico, casomai fosse un’untrice, quando sui social compaiono lettere deliranti di genitori preoccupati per la compagna di classe dei figli, che viene dalla Corea e l’ha vista solo in cartolina, quando un rettore invita gli studenti cinesi a non recarsi a dare gli esami e quattro governatori di regione propongono di tenere gli alunni cinesi a casa, quando un sindaco, nonostante le rassicurazioni mediche, impedisce a una nave di attraccare in porto, ci troviamo davanti a un cortocircuito che non può essere ascritto solo alla puara.

C’è perfetta continuità con quel rifiuto programmatico dell’alterità, che in questo caso ha anche tratti somatici diversi dai nostri e appartiene a un cultura arcaica, con quella presunta difesa del territorio e dell’italianità che fa parte del programma politico dei neo fascisti e che, evidentemente, riesce a trasmettere la paura attraverso canali privilegiati, non ultimi giornali illeggibili e programmi televisivi dei canali nazionali che sembrano essersi accordati nell’ostinato rifiuto di fare servizio pubblico.

Naturalmente, questa gente si rifiuta di ascoltare i medici, che invitano sistematicamente a mantenere la calma, a non discriminare nessuno e a rispettare norme igieniche elementari che andrebbero usate sempre. Perfino il più allarmista dei commentatori, Burioni, che personalmente non amo ma di cui rispetto la competenza, ha detto che discriminare i cinesi è un comportamento da idioti.

Viviamo ormai in uno stato di quotidiana follia da cui sembra non esserci via d’uscita. Io vorrei che rifletteste su un fatto. I dati e le cifre riguardanti i decessi parlano chiaramente di un virus a bassa letalità, anche più bassa della normale influenza e di un rischio, in questo momento, assolutamente controllato. Due amici arrivati da Shangai con cui ho avuto il piacere di cenare, mi hanno confermato che la situazione in Cina appare sotto controllo, che i cinesi sono fiduciosi e che il governo ha isolato un’area di sessantaquattro milioni di abitanti, agendo in fretta e in modo efficace. Non hanno visto gettare animali dalle finestre nè scene di panico nelle strade.

Perfino il governo italiano, nonostante le consuete bugie di Salvini, che dovrebbe temere la sua passione per il junk food piuttosto che il virus, ha agito tempestivamente e in modo adeguato. A parte la penosa e provincialistica esaltazione per aver isolato il virus per primi. Non siamo stati i primi, ma i sesti .

Quindi perché questa ondata di sinofobia, perché sfogare la propria paura in modo del tutto gratuito e ingiustificato? Posso capire i decerebrati che a Brescia hanno attaccato manifestini sulle serrande dei negozi cinesi ( perché non sulle vetrate, davanti ai padroni? perché sono vigliacchi, come tutti i fascisti), a quelli, come a molti leghisti, manca un numero sufficiente di neuroni per elaborare concetti elementari, sono più o meno come quei rifuti umani che in nome di Dio invitano i gay a immolarsi, frutti amari della legge Basaglia. A turbarmi è la paura della gente normale, dei cittadini sugli autobus e sui treni, questa caccia all’untore che dimostra due fatti incontrovertibili:

A) La gente è capace di una ascolto selettivo che seleziona il peggio e diffida delle persone competenti in materia.

b) Bisogna assolutamente tornare a leggere a scuola La storia della colonna infame, perché Manzoni aveva capito tutto con largo anticipo. oggi ho cominciato.

Io temo cosa potrebbe succedere se l’allarme fosse reale, se la pandemia fosse più grave e le notizie poco incoraggianti. Arriveremmo ai pogrom? O ai lager per cinesi? Perché, signore e signori che avete la pazienza di leggere le mie elucubrazioni, la strada è quella, la paura segue una via che porta sempre allo stesso punto.

Speriamo che l’allarme rientri presto, il picco in Cina dovrebbe essere stato raggiunto e dovrebbero cominciare a calare sia i contagi sia le vittime, in attesa del prossimo capro espiatorio, della prossima categoria vittimaria da perseguire, fino a quando, se la politica per allora non si sarà svegliata e la risposta della gente non si limiterà solo a cantare canzoni in piazza, succederà una tragedia. Speriamo che il sonno della ragione per allora sia terminato e sia cominciato il risveglio delle coscienze.

Perché siamo di fronte, oltre che a un caso evidente di stupidità di massa, a una scelta etica e morale di non poco conto, ci avviciniamo sempre di più al punto critico in cui saremo costretti a decidere chi vogliamo essere e da che parte vogliamo stare, una volta per tutte, seriamente, sapendo che la scelta potrà comportare anche qualche rischio. Reale, questa volta.

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La disperata ricerca del Vate, o della scomparsa dello spirito critico in Italia

Pubblico su Twitter una garbata critica a Calenda, che ha affermato che la Lega e Fratelli d’Italia rappresentano una novità nella destra italiana. Faccio notare che, politicamente, non c’è nulla di nuovo nella loro proposta, cambia, ovviamente, il medium con cui viene veicolata che è però in perfetta continuità con quello berlusconiano: dalle tv alla rete.

Vengo subissato di critiche dai calendiani, che difendono a spada tratta l’opinione del leader senza entrare, ovviamente, nel merito di quanto affermo o dandogli ragione obtorto collo.

Accade in continuazione anche con (alcuni) renziani, il cui fideismo nel nuovo Vate è pari solo a quello leghista nei confronti di Salvini.

Con i leghisti non parlo, le rare volte che ci ho provato, in passato, sono stato subissato di insulti del tutto privi di qualche fondamento, per altro, perché riferiti al mio precedente libro dove, su Salvini, non ero più critico che su Renzi o Minniti.

Lo spirito critico, la capacità di afferrare il senso di un commento e di controbattere sul merito dell’affermazione e non aprioristicamente, sembra del tutto scomparso in questo paese, sostituito da una affannosa e disperata ricerca del Vate, dell’uomo superiore che ha in tasca ogni soluzione per ogni problema, il leader 3.0, multitasking e onnisciente, che pensa al nostro posto e delega ai seguaci solo il compito di difenderlo a spada tratta.

Nel mio libro Il granello di sabbia, a un certo punto della narrazione, il protagonista rimprovera ai ribelli che lottano contro il regime oppressivo che domina il paese, di usare di usare le stesse armi e lo stesso linguaggio del nemico.

Mettendo da parte spudoratamente ogni modestia, credo di aver centrato il problema.

La comunicazione si è talmente destrutturata, banalizzata, involgarita, da diventare omogenea e indistinguibile: a destra come a sinistra quasi mai si entra nel merito delle questioni, fermandosi alla superficie, all’antico “noi siamo i buoni e voi i cattivi”, categorizzazione manichea che sottintende che i buoni hanno ragione a priori, anche quando sbagliano.

La campagna elettorale in Emilia è stato un esempio paradigmatico di questo atteggiamento: con una candidata cabarettistica e una totale assenza di argomenti che non fossero l’altrettanto cabatteristico sbandierare il pericolo comunista o le provocazioni carnascialesche di un leader da sempre senza argomenti come Salvini, la destra ha ottenuto comunque un risultato notevole, sminuiti solo dal delirio di onnipotenza e dalla stupidità del suo Vate, che ha puntato tutto sul nero, perdendo.

Il Pd, che ha vinto le elezioni, non ha fatto nulla per ottenere il consenso: aveva un buon candidato, forse non proprio esattamente di sinistra, ma un buon candidato, ha aperto alle sardine pochi giorni prima delle elezioni e ha raccolto sicuramente, ma per fortuna, più di quanto meritasse. Ma gli argomenti politici del Pd erano esili quanto quelli della Lega.

Elly Schlein, astro nascente della sinistra sinistra, ha usato i social in modo assolutamente intelligente, a supporto di una campagna porta a porta vecchio stile, portando avanti istanze generaliste in gran parte condivisibili, ma non tutte condivisibili, a rifletterci qualche secondo sopra, e ha ottenuto un risultato lusinghiero.

Il grande assente della tenzone elettorale è stata la politica, il dibattito sui fatti concreti, lo spirito critico applicato alle istanze di una e dell’altra parte.

Infatti, subito dopo, renziani, calendiani e piddini si sono scannati sui social sulla e contro la Schlein, ovviamente senza mai entrare nel merito delle sue proposte, nella disperata difesa del proprio Vate. parliamo di persone che dovrebbero apaprtanere alla stessa famiglia politica. Perché ogni nuovo Vate portatore di verità assoluta, insidia il pulpito dei precedenti e si attira le ire dei fedeli.

La verità è che, nel nostro paese, chi applica lo spirito critico, chi chiede ragione di certe affermazioni o, semplicemente, ha la memoria lunga, rompe i coglioni.

Accade in qualsiasi ambito, in qualunque posto di lavoro. Ci sono miei colleghi che censurano addirittura gli alunni che chiedono perchè, che non si limitano a studiare la lezioncina o a seguirla muti e zitti nei loro banchi di costrizione, come se uno dei compiti della scuola non fosse, appunto, sviluppare lo spirito critico. Io dialogo sempre con i ragazzi, anche quando le domande sono irritanti, cercando di fartli arrivare da soli alle conclusioni. Capita anche che mi scusi con loro, talvolta, magarti per una sfuriata un po’ troppo energica, un gesto che non giudico di debolezza, come farebbero tanti, ma di rispetto nei confronti di chi ho davanti. Voglio che capiscano che nessuno ha sempre ragione. Spirito critico, appunto.

Se li educhiamo fin da piccoli a seguire i Vati che incontreranno nella vita, ad accettare senza fiatare quello che gli viene detto e introiettarlo acriticamente, non c’è da stupirsi se invece di un popolo consapevole, abbiamo un popolo di adepti che si limitano ad adorare invece di pensare.

Personalmente, plaudo a quei bambini che hanno contestato l’insegnante di Firenze secondo cui Liliana Segre si fa pubblicità con l’Olocausto, non perché Liliana Segre sia incriticabile ( per me lo è, ma è un’opinione personale) ma perché un’insegnante non può, deontologicamente, fare affermazioni che spingono all’antisemitismo. Il fatto che una simile affermazione riecheggi le parole della Mussolini, ci dice molto su quell’insegnante, che non voglio definire collega.

Concludo riabadendo la priorità di politiche culturali forti , che partano dal riassetto dei media, vecchi e nuovi, se non colpevoli, complici della scomparsa dello spirito critico nel nostro paese e contemplino una rialfabetizzazione generale del paese che non può che partire dall’arte e dai libri..

Non di vati abbiamo bisogno, ma di idee su cui confrontarci, di soluzioni per i problemi reali del paese, di un popolo che prenda coscienza e non la deleghi al giullare di turno.

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Se Fioramonti si dimetterà, restituirà dignità alla scuola

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Le possibili dimissioni del ministro dell’istruzione a fronte della scarsità dei fondi stanziati per la scuola nella finanziaria, sarebbero un atto di una gravità assoluta e, nello stesso tempo, di dignità e coerenza rare.

Di gravità assoluta perché rappresenterebbero la prova dell’assoluto disinteresse da parte del governo per un settore strategico per il futuro del paese, di dignità e coerenza perché il ministro, sin dall’inizio del suo mandato, ha affermato che o venivano stanziati i fondi necessari a rilanciare la scuola, o si sarebbe dimesso.

Sarebbe magnifico se anche il suo successore, a quel che si dice il senatore Nicola Morra, si rifiutasse di assumere l’incarico senza una garanzia sui fondi necessari a rilanciare l’Istruzione, ma questa è pura fantascienza.

Le dimissioni di Fioramonti, oltre alla dignità dell’uomo, restituirebbero quella dignità che manca da troppo tempo alla Scuola. Il ministero dell’Istruzione da troppi anni  è diventato un contentino per mettere a tacere gli scontenti, una poltrona un tempo prestigiosa  legata in un abbraccio mortale con il ministero dell’economia e della finanza e destinata a personaggi di second’ordine, teste di legno disposte a dire di sì, o a fedeli adepti al dettato neoliberalista che al vuole sottomessa al mondo del lavoro e classista.

Lo stato d’agitazione proclamato dai sindacati, che hanno visto sciogliersi come neve al sole le promesse fatte a inizio legislatura, aumenta la pressione sul governo che sembra sordo alle richieste di rinnovo contrattuale, di messa in sicurezza di tutte le scuole del territorio, di superamento della Buona scuola. Non basta inserire i fondi del così detto merito nel fondo d’Istituto per restituire alla Scuola quanto le è stato tolto negli ultimi dieci anni.

Per non parlare della situazione del personale Ata e di segreteria, cronicamente sotto organico, mal pagato e costretto a turni stressanti, con gravi ripercussioni sull’efficienza delle scuole.

Ma come Alice, il governo sembra non sapere nulla di tutto questo, nonostante le promesse roboanti dei grillini. Più imbarazzante appare la posizione del Pd, dal momento che quell’oscenità chiama Buona scuola, immane spreco di denaro che avrebbe potuto essere utilizzato in modo assai più sensato, è stata partorita all’interno delle sue fila anche se dal suo figlio reietto, quel Renzi che, almeno sulla scuola, ha il buon gusto di tacere. Renzi che ha sempre rivendicato di aver speso moltissimo per la scuola, verissimo, omettendo però di dire di aver speso malissimo e di aver fatto innominabili pasticci.

Parla tanto di scuola invece Calenda, ma senza entrare mai nel concreto, in termini generali ed elettorali, in perfetta continuità con gli altri partiti.

No, non tutti: la Lega, per voce del suo indagato segretario, le proposte concrete le fa, prive di senso e grottesche, per non dire esilaranti, ma le fa, cercando di aizzare l’antico avversione per gli insegnanti da parte del popolo, che invece, a giudicare da una recente sondaggio, sembra rendersi conto di quanto il lavoro di tramandare cultura e valori , di lavorare per la condivisione di percorsi comuni con chi viene da lontano, di fornire ai ragazzi le chiavi per cominciare a decifrare il mondo che li circonda, sia diventato sempre più difficile e faticoso.

Tanto di cappello a Fioramonti se si dimetterà, vergogna a chi lo permetterà e a chi prenderà il suo posto, se sarà consapevole di non poter svolgere al meglio il proprio lavoro.

Augurandosi che la Scuola torni ad essere una cosa seria.

 

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