La pesante eredità di un governo di pagliacci

governo-di-pagliacci-02Se il governo cadrà, e con la compagnia di giro che ancora comanda è tutto da vedere, chi lo seguirà dovrà avere spalle larghe e molto coraggio per sanare le ferite che ha lasciato.

Pochi provvedimenti, devastanti sia per l’economia, quota 100 e reddito di cittadinanza, sia nell’ambito dei diritti civili, un duetto da quattro soldi, volgare e privo di argomenti, un ignobile seminatore d’odio che farà la fine che quelli come lui fanno sempre, un presidente del consiglio che sembra aver capito qual è il suo ruolo solo adesso che lo sta perdendo e un deficiente analfabeta funzionale che ha ridotto al lumicino un consenso notevole diventando il servo idiota del ducato. Questo il quadro della situazione.

Dall’altra parte il nulla: una minifascista che ogni volta che apre bocca uccide un naziskin, una sinistra troppo presa a regolare i conti con il suo, di ducetto, piuttosto che guardare al bene del paese.

Resta sul tavolo la legge di bilancio, il vero motivo per cui il dj fallito ha deciso di far cadere il governo: sa benissimo che la flat tax è un’enorme stronzata e che questo governo non è in grado di presentare una legge di bilancio equilibrata ed accettabile in ambito europeo. Finito il tempo delle chiacchiere, delle prove di forza sulla pelle dei poveracci, dei proclami, il parassita fa quello che gli riesce meglio: scappa dalle sue responsabilità.

Sui possibili scenari, non mi pronuncio: io di questo paese mi vergogno. Non posso tollerare gente che insulta i bambini, che gioisce ad ogni naufragio, che applaude a un leader blasfemo e bugiardo. Mi auguro che chi fino ad oggi si è astenuto, e ne ha tutte le ragioni, comprenda che il momento è davvero grave, che se la situazione è stata tragica ma non seria fino ad ieri, adesso è serissima perché una eventuale vittoria di Salvini alle prossime elezioni sarebbe la fine della pace sociale in questo paese e l’inizio della fine per la democrazia.

Posso però dire cosa vorrei leggere nel programma di governo di chi si opporrà al parassita:

  1. Politiche ambientali serie, mirate alla riduzione delle emissioni e alla soluzione di situazioni, come quella di Taranto, che costano vite. Riassestamento del sistema idrogeologico del paese, limiti chiari senza deroghe alla cementificazione, una seria salvaguardia delle aree protette, ripristino della Forestale con tutte le sue mansioni, una seria politica antisismica.
  2. Politiche del lavoro a lungo termine di concerto con le politiche ambientali: periferie, centri storici, sistema infrastrutturale, ferrovie al sud, c’è da lavorare per decenni. Controlli severi e puntuali alle infrastrutture da parte dello Stato con un ampliamento deciso  del numero di ispettori disponibili.
  3. Riforma della scuola dopo aver sentito chi nella scuola ci lavora: messa in sicurezza (sul serio) di tutte le scuole del paese, dotazione informatica a tutte le scuole del paese, cancellazione della 107 che tanto è stata (per fortuna) in buona parte depotenziata, rispetto totale della libertà d’insegnamento, rinnovo dei curricula alla luce del tempo in cui viviamo, cancellazione della riforma dell’esame di maturità, revisione del contratto in particolare delle norme che riguardano il permesso per malattia, snellimento della burocrazia scolastica, stipendi decenti per gli insegnanti e meritocrazia interna valutata da un ente terzo e non da dirigenti e commissioni interne. Ampliamento degli operatori dei servizi sociali che devono lavorare in sinergia con le scuole quando si tratta di minori.
  4. Lotta senza quartiere alle mafie, con nuove leggi per contrastare le mafie economiche e fare sì che non esistano più situazioni come quella di Roma Capitale o di Montante in Sicilia. Creazione di una polizia europea anti mafia e di una legislazione europea antimafia, inasprimento delle pene per i fiancheggiatori e gli appartenenti alla zona grigia.
  5. Lotta senza quartiere all’evasione fiscale, azzeramento dei condoni, chi è onesto deve ottenere dei vantaggi, chi è disonesto deve essere pesantemente danneggiato. Pene raddoppiate per chi commette reati fiscali e appartiene allo Stato o alle forze di polizia.
  6. Pene aggravate per il reato di razzismo, inserimento del reato di tortura, obbligo del numero di riconoscimento visibile sul caso delle forze di polizia, regolamentazione chiara e seria dell’accoglienza con norme concordate in sede europea, rispetto delle convenzioni internazionali riguardanti i minori, introdurre il reato di incitamento all’odio razziale da parte di chi occupa posizioni di governo, ius soli, cancellazione dei due decreti sicurezza e della legge sulla legittima difesa.

Se qualcuno avesse il coraggio di presentarsi alle elezioni con questo programma, e di mantenerlo, lo voterei, qualunque bandiera avesse e sono sicuro che molti altri farebbero lo stesso.

Spero che le persone oneste che militano nei partiti d’opposizione comprendano che siamo arrivati al punto di non ritorno, a un dead  line oltre la quale sunt leones, feroci e incontrollabili. Spero che la fiamma dell’odio si spenga, per tornare a sentirmi italiano.

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Nessuno metta il cappello sul venticinque Aprile

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Non amo le ricorrenze, specie quelle finte come l’ipocrita festa della bandiera genovese inventata dal sindaco della città in cui vivo per rivendicare un orgoglio che non esiste più da quando, molti anni fa, Genova ha rinnegato sé stessa e le proprie radici. Il fatto che arrivi a due giorni dall’anniversario della Liberazione aggiunge un ché di ulteriomente offensivo.

Odio le ricorrenze, ma il venticinque Aprile è un’altra cosa e trovo ugualmente nauseante sia la presa di posizione di Salvini, che col consueto coraggio che lo contraddistingue, si defila dalle celebrazioni per non scontentare una parte consistente del suo elettorato e quell’estrema destra che ne rappresenta la testa di ponte nelle periferie, sia quella di Di Maio che, soffocato dalla schiacciante supremazia di quello che avrebbe dovuto essere un alleato di governo e ne ha invece monopolizzato la direzione, tenta una penosa e inaccettabile svolta a sinistra, rievocando radici che non possiede e in cui buona parte dei suoi elettori non si riconosce.

Basta fare una rapida ricerca sui commenti dei Cinque stelle al venticinque Aprile negli anni scorsi per accorgersi di quanto un partito senza radici e senza un’idea, non possa riconoscersi in quella Resistenza che ha fondato la democrazia nel nostro paese.

Altrettanto penosa, dopo tre anni di governo Renzi, la cui prima occupazione è stata quella di fare tabula rasa degli ideali della sinistra distruggendo il partito, appare il richiamo al venticinque Aprile di uno Zingaretti, magari sincero ma poco credibile, un leader di cartone che naviga sotto costa in attesa delle bordate dei renziani dopo il disastro annunciato delle elezioni di Maggio.

Farebbe bene la politica, a parte il presidente Mattarella, l’unico degno di parteciparvi, a tenersi lontana, tutta, dalle celebrazioni di una giornata che, in un paese normale, dovrebbe essere una festa gioiosa e nel nostro assume invece la valenza di una levata di scudi contro una folle deriva sempre più oppressiva e inquietante. Farebbe bene la politica a tacere, perché i caduti della Resistenza meritano almeno il silenzio.

Nessuno, a parte la gente che riterrà opportuno scendere in piazza, è autorizzato a mettere il cappello sulla giornata di domani. Morirono per la libertà giovani comunisti e socialisti, futuri democristiani e liberali, aderenti al partito d’azione e repubblicani, in quella che è stata l’unica, vera rivoluzione nel nostro paese, l’unica e sanguinosa impennata d’orgoglio di un’Italia che oggi vede la propria dignità calpestata sotto i piedi da inetti e cialtroni senza scrupoli e dall’ignoranza che dilaga come un’inarrestabile fiume in piena.

Domani sara’ la giornata di tutti quelli che credono nella democrazia, nei diritti civili, nell’accoglienza e nella cooperazione, nella fratellanza tra i popoli, la giornata di chi non si arrende e continua, quotidianamente, ostinatamente, a svolgere con coscienza il proprio ruolo nella società, a credere nel lavoro ben fatto come unica difesa contro l’odio e il rancore.

Che sia una giornata di festa e di orgoglio, dunque, l’orgoglio di chi non ha venduto la propria dignità per trenta denari o una poltrona, l’orgoglio di chi crede che le idee, anche se del secolo scorso, non  invecchiano, casomai si rinnovano e trovano nuova linfa, si tramandano ai giovani, che hanno più forza e coraggio di noi per portarle avanti. Che sia la giornata di chi costruisce ponti e non muri.

Che sia un giornata di democrazia e libertà, dunque, per onorare chi ha dato la vita perché potessimo scendere in piazza o non scenderci, perché nessuno mai più ci obblighi a fare l’una o l’altra cosa.

Buon venticinque Aprile, a chi crede che gli uomini siano tutti uguali e abbiano gli stessi diritti e doveri, a chi è capace di guardare il mondo da posizioni diverse, a chi pensa che un libro sia prezioso come un diamante e che la cultura sia la nostra ancora di salvezza in mezzo alla tempesta, a chi come me, ha conosciuto i partigiani ancora giovani,quando venivano nelle scuole, ha ascoltato i loro racconti, li ha sentiti dire che la scuola era tutto, che l’istruzione era necessaria perchè l’orrore non si ripetesse mai più, che loro avevano combattuto anche perché noi potessimo essere dietro quei banchi. Non ho mai dimenticato le loro parole e ne ho fatto regola di vita.

Buon venticinque Aprile, quindi, ai ragazzi di ieri e di oggi.

 

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