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Piccole storie di quotidiano fascismo

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Rita Pavone attacca i Pearl Jam, e, già così, la notizia è esilarante.  Una mediocre cantante di musica leggera italiana che attacca quello che, probabilmente, è il più grande gruppo rock in attività, non può che far ridere. Quando però si scopre il motivo di quell’attacco, si mette da parte il sorriso.

I Pearl jam sono rei di aver invitato, prima di una cover di Imagine durante il concerto, (entusiasmante), tenuto Roma, gli italiani ad aprire i porti.  La Pavone, offesa, li ha invitati a farsi i fatti loro e a pensare ai problemi del loro paese.

E’ evidente che la mediocre cantante italiana non conosce la storia dei Pearl Jam e, in particolare, quella di Eddie Vedder, il frontman della band, da sempre impegnato socialmente in battaglie anche scomode, è evidente che non sa nulla dell’invito fatto ai fans durante un concerto di twittare un testo di una loro canzone che parla di migranti a Trump,, dal momento che il presidente non ascolta musica e non legge libri, è evidente che non sa cos’è stato e cos’è ancora oggi, grazie a gruppi come i Pearl jam, il rock: musica, ma anche protesta sociale. Se il rock non è contro, se non provoca, se non grida di rabbia, diventa solo musica leggera, appunto.

La seconda storia riguarda un Liceo di Faenza dove molti alunni hanno citato nel tema di maturità l’articolo 2 della Costituzione. Secondo alcuni consiglieri leghisti, lo avrebbero fatto spronati dall’insegnante comunista che li avrebbe plagiati e si sarebbe fatta fotografare con loro con il braccio teso.

A parte lo scarso rispetto dei ragazzi  che dimostrano i suddetti consiglieri, credo che a diciassette anni si sia perfettamente in grado di ragionare con la propria testa riguardo certe questioni, se la collega ha davvero plagiato i ragazzi ha sbagliato, senza se e senza ma, anche se il plagio non è più reato da decenni, ma questo è troppo complesso da spiegare ai leghisti. Voglio invece commentare una delle dichiarazioni fatte da questa gente nell’atto di consegnare l’esposto alla Procura, una dichiarazione che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia: la scuola deve  essere apolitica, un insegnante deve limitarsi a insegnare.

E’ la visione della scuola di Giovanni Gentile, quella che si proponeva di creare animali da lavoro da un lato, e una classe dirigente di indottrinati dal verbo del regime dall’altro. E’ la visione della scuola che si trova sullo sfondo della Legge 107, è una visione della scuola che la stragrande maggioranza degli insegnanti, non tutti perché l’imbecillità è trasversale, per fortuna di questo paese rifiuta.

Se c’è un’istituzione squisitamente politica, nel senso ovviamente più alto del termine, è la scuola. Compito di ogni insegnante è sviluppare in ogni alunno quella facoltà che rappresenta il nutrimento base della democrazia: lo spirito critico.

Tenuto conto della condizione in cui si trova il paese, non abbiamo lavorato al meglio negli ultimi anni.,

Usare lo spirito critico significa problematizzare la realtà, rifiutare le verità apriopristiche e porsi delle domande su ogni cosa, processo complesso che permette, se usato correttamente, di utilizzare al meglio la propria facoltà di scelta.  Scegliere significa schierarsi da una parte o dall’altra, scegliere significa usare al meglio la propria libertà, scegliere, cristianamente, significa usufruire del libero arbitrio.

Un insegnante può e deve esprimere opinioni su quello che accade nel mondo, specie se richiesto dai ragazzi perché il suo compito è anche quello di fornire le chiavi per interpretarlo, il mondo . Quello che non deve fare è indirizzare, inculcare opinioni che sono tali e non sono verità. Anzi, svolge un buon lavoro quando i ragazzi comprendono che la verità non esiste e ognuno deve costruirsi la propria, giorno dopo giorno, e magari farla a pezzi per ricostruirne una nuova.

Tutto questo però non significa che non esiste il bene e male, che non ci siano scelte oggettivamente sbagliate come quella del razzismo e della discriminazione: ce lo insegna la Storia.  La Storia non è la narrazione fittizia e quotidiana del potere, destinata a scomparire nell’oblio, la Storia resta e, per chi sa ascoltarla, per chi riesce a decifrarla, insegna. E l’articolo due della Costituzione nasce dal fumo della Storia.

Dire che la scuola è apolitica è altrettanto cretino che invitare i Pearl Jam a farsi i fatti loro, è segno di un’ignoranza e una mancanza di rispetto intollerabili sia in una mediocre cantante di musica leggera sia in persone che hanno responsabilità politiche.

Sono piccoli sintomi del clima mefitico e liberticida che si respira nel nostro paese da una ventina d’anni e che ha trovato nell’attuale governo una rappresentazione particolarmente, rozza, grossolana, volgare e violenta, fino adesso solo verbalmente.

Disprezzare chi la pensa diversamente da noi o, peggio, pretendere di metterlo a tacere, è, senza dubbio, un atteggiamento fascista e contro il fascismo sia il rock che la scuola, non solo hanno il diritto di parlare ma hanno il dovere di farlo.

Due piccole storie ignobili di ignoranza e arroganza che sono purtroppo lo specchio di questo nostro tempo.

Godetevi i Pearl jam e meditate.

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Leonard Cohen, il poeta

 

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Il suo ultimo disco, bellissimo, cupo ma non triste, toccato dalla grazia come tutti i suoi lavori recenti, bellissimo, quasi sussurrato, l’aveva quasi annunciato: se n’è andato, in quest’anno davvero orribile per il rock, Leonard Cohen, il massimo interprete della “poesia per musica” dopo Dylan. Poeta e scrittore affermato, Cohen si avvicina alla musica tardi, quando, come molti altri grandi interpreti del rock, dopo aver ascoltato Dylan, comprende che con una chitarra in mano si poteva fare poesia e arrivare ad un pubblico molto più ampio.

Sono tristi i primi album di Cohen, storie d’amore disperate, una visione della vita cupa e pessimista, lontani dall’ironia e dalla grazia delle sue opere più compiute ma ancora attuali, ancora in grado di parlare a tutti noi, come ogni classico che si rispetti. Suzanne, Bird on the wire, sono solo due dei titoli più famosi, canzoni che eseguiva ancora in concerto suscitando la commozione di chi le ascoltava. Era uno degli autori più amati da De Andrè, che lo sentiva molto vicino a lui, anche epr via del timbro basso di voce che li accomunava.

Una gioventù consumata in dissipatezze per molti anni, poi il ritiro in un monastero buddista in California e il ritorno sulle scene accolto trionfalmente. La sua biografia è affascinante e avvincente come le sue canzoni. “Volevo solo essere un bell’uomo che cantava canzoni per conquistare le donne”, ha detto una volta: è stato molto di più.

Uno dei grandi meriti di Leonard Cohen è quello di aver radunato centinaia di migliaia di persone negli stadi, nelle piazze e nei teatri di tutto il mondo ad ascoltare un poeta, a godere momenti di pura bellezza.

Elegante, alto, ironico, Cohen non è mai stato una rockstar ma un coltissimo signore della scena che ci ha regalato con la sua voce bassa e calda, canzoni che erano inni alla gioia di vivere, denunce contro i mali del mondo, riflessioni mai banali sull’amore.

Ho incontrato casualmente il poeta canadese molti anni fa, a Parigi, mentre si aggirava spaesato tra gli scaffali dei libri della Fnac. Elegantissimo, magrissimo, sembrava straordinariamente fuori posto, come è giusto che siano i poeti, i non riconosciuti legislatori del mondo, come ha scritto, se non sbaglio,. Shelley.

L’anno del Nobel a Dylan ci ha visto salutare molti grandi interpreti del rock. Forse, considerate le miserie di questo mondo, Dio vuole rilassarsi un momento ascoltando grande musica.

Grazie, mr. Cohen, per quello che ci hai lasciato. Halleluja.

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Il Giullare saluta e il Menestrello sale sul trono

 

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A Simple twist of fate è una delle canzoni più belle del neo premio Nobel per la letteratura Bob Dylan, o almeno una delle sue canzoni che amo di più. Ed è davvero una giravolta del destino quella che nel giorno della consacrazione di Dylan e del rock a cultura alta, ci saluti Dario Fo, geniale giullare e reinventore della parola teatrale.

Ho avuto occasione di vedere Fo molti anni fa, in un teatro tanto stracolmo che decise di far sedere alcuni spettatori privilegiati sul palco. Ero uno di quei privilegiati. Vedere da vicino la sua straordinaria mimica, ascoltare le sue parole che fluivano come una musica a cappella, vederlo poi nell’intervallo umile e preoccupato chiedere a noi, spettatori incantati, come stava andando lo spettacolo, è stata un’esperienza indimenticabile.

Poco importano le polemiche che seguirono all’assegnazione del Nobel in un paese perennemente diviso su tutto, anche su quanto dovrebbe unire: Fo ha reinventato il teatro civile, pescando dall’antica tradizione italiana e restando moderno e antico a un tempo, come solo i classici sanno fare. Era energia e pensiero in un paese assopito e poco incline alla speculazione, coraggioso e spudorato come solo un giullare può permettersi. Ed era un grande uomo, come attestano molte testimonianze. Poco  importa delle sue idee politiche: gli artisti si misurano sulle loro opere, è lì che trascendono e diventano giganti, nel privato sono uomini, con le loro debolezze, le loro miserie e le loro virtù. Ciao Dario, spero tu riesca a riportare un sorriso sul volto di Dio, ce n’è bisogno quaggiù.

Su Dylan non sono obiettivo: lo ascolto continuamente, l’ho visto per tre volte dal vivo, ho letto quasi tutto il leggibile su di lui: è il compagno dei momenti bui, che con la sua voce di carta vetrata mi aiuta a superare le difficoltà. La sua vittoria susciterà assurde polemiche, del tutto prive di fondamento: Dylan è il grande romanzo americano, le sue canzoni raccontano  la storia degli ultimi sessant’anni, la sua inquietudine d’artista, i cambiamenti di rotta repentini, le cadute e i ritorni trionfali ne dimostrano l’anarchia di fondo e la volontà di dire sempre quello che pensa senza compromessi.

Dylan non vende molto, ma è semplicemente il più importante poeta americano dell’età ,moderna. i suoi testi sono un diario in pubblico che racconta la storia di un’anima tormentata e raminga, i suoi estenuanti tour che toccano tutto il mondo sembrano quasi nascere dalla volontà di predicare un verbo destinato a restare inascoltato e forse per questo, tanto più forte e affascinante.

Dylan è Dylan e in questa frase si racchiude un mondo. Mai premio Nobel, a mio parere, fu più meritato e finalmente anche a Stoccolma hanno preso atto che il rock è cultura, spesso, con Dylan, Leonard Cohen ecc., altissima cultura Non è stato premiato solo un rocker ma un artista poliedrico e multiforme, con l’orologio spostato sempre un quarto d’ora avanti rispetto al suo tempo.

Non poteva esserci altro successore a Dario Fo: il giullare di certo ha sorriso quando il menestrello è salito sul trono.

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