Nessuno metta il cappello sul venticinque Aprile

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Non amo le ricorrenze, specie quelle finte come l’ipocrita festa della bandiera genovese inventata dal sindaco della città in cui vivo per rivendicare un orgoglio che non esiste più da quando, molti anni fa, Genova ha rinnegato sé stessa e le proprie radici. Il fatto che arrivi a due giorni dall’anniversario della Liberazione aggiunge un ché di ulteriomente offensivo.

Odio le ricorrenze, ma il venticinque Aprile è un’altra cosa e trovo ugualmente nauseante sia la presa di posizione di Salvini, che col consueto coraggio che lo contraddistingue, si defila dalle celebrazioni per non scontentare una parte consistente del suo elettorato e quell’estrema destra che ne rappresenta la testa di ponte nelle periferie, sia quella di Di Maio che, soffocato dalla schiacciante supremazia di quello che avrebbe dovuto essere un alleato di governo e ne ha invece monopolizzato la direzione, tenta una penosa e inaccettabile svolta a sinistra, rievocando radici che non possiede e in cui buona parte dei suoi elettori non si riconosce.

Basta fare una rapida ricerca sui commenti dei Cinque stelle al venticinque Aprile negli anni scorsi per accorgersi di quanto un partito senza radici e senza un’idea, non possa riconoscersi in quella Resistenza che ha fondato la democrazia nel nostro paese.

Altrettanto penosa, dopo tre anni di governo Renzi, la cui prima occupazione è stata quella di fare tabula rasa degli ideali della sinistra distruggendo il partito, appare il richiamo al venticinque Aprile di uno Zingaretti, magari sincero ma poco credibile, un leader di cartone che naviga sotto costa in attesa delle bordate dei renziani dopo il disastro annunciato delle elezioni di Maggio.

Farebbe bene la politica, a parte il presidente Mattarella, l’unico degno di parteciparvi, a tenersi lontana, tutta, dalle celebrazioni di una giornata che, in un paese normale, dovrebbe essere una festa gioiosa e nel nostro assume invece la valenza di una levata di scudi contro una folle deriva sempre più oppressiva e inquietante. Farebbe bene la politica a tacere, perché i caduti della Resistenza meritano almeno il silenzio.

Nessuno, a parte la gente che riterrà opportuno scendere in piazza, è autorizzato a mettere il cappello sulla giornata di domani. Morirono per la libertà giovani comunisti e socialisti, futuri democristiani e liberali, aderenti al partito d’azione e repubblicani, in quella che è stata l’unica, vera rivoluzione nel nostro paese, l’unica e sanguinosa impennata d’orgoglio di un’Italia che oggi vede la propria dignità calpestata sotto i piedi da inetti e cialtroni senza scrupoli e dall’ignoranza che dilaga come un’inarrestabile fiume in piena.

Domani sara’ la giornata di tutti quelli che credono nella democrazia, nei diritti civili, nell’accoglienza e nella cooperazione, nella fratellanza tra i popoli, la giornata di chi non si arrende e continua, quotidianamente, ostinatamente, a svolgere con coscienza il proprio ruolo nella società, a credere nel lavoro ben fatto come unica difesa contro l’odio e il rancore.

Che sia una giornata di festa e di orgoglio, dunque, l’orgoglio di chi non ha venduto la propria dignità per trenta denari o una poltrona, l’orgoglio di chi crede che le idee, anche se del secolo scorso, non  invecchiano, casomai si rinnovano e trovano nuova linfa, si tramandano ai giovani, che hanno più forza e coraggio di noi per portarle avanti. Che sia la giornata di chi costruisce ponti e non muri.

Che sia un giornata di democrazia e libertà, dunque, per onorare chi ha dato la vita perché potessimo scendere in piazza o non scenderci, perché nessuno mai più ci obblighi a fare l’una o l’altra cosa.

Buon venticinque Aprile, a chi crede che gli uomini siano tutti uguali e abbiano gli stessi diritti e doveri, a chi è capace di guardare il mondo da posizioni diverse, a chi pensa che un libro sia prezioso come un diamante e che la cultura sia la nostra ancora di salvezza in mezzo alla tempesta, a chi come me, ha conosciuto i partigiani ancora giovani,quando venivano nelle scuole, ha ascoltato i loro racconti, li ha sentiti dire che la scuola era tutto, che l’istruzione era necessaria perchè l’orrore non si ripetesse mai più, che loro avevano combattuto anche perché noi potessimo essere dietro quei banchi. Non ho mai dimenticato le loro parole e ne ho fatto regola di vita.

Buon venticinque Aprile, quindi, ai ragazzi di ieri e di oggi.

 

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Figli di uno Stato che non esiste

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Stavo svolgendo il servizio militare quando venne ci fu la strage di Capaci. Ricordo la notizia che passò veloce tra i soldati anche se in caserma le notizie dal mondo esterno arrivano ovattate, quasi deprivate del loro senso. Oltretutto c’era la guerra in Bosnia e il mio reparto rischiava di partire da un momento all’altro. Questo per dire che solo dopo la morte di Borsellino, avvenuta poco prima del congedo, una volta tornato alla vita “civile”, potei afferrare pienamente l’orrore e la portata di quei due attentati.

Attentati che rinforzarono la tempesta scatenata nel paese dall’inchiesta di Mani pulite. Furono momenti terribili, in cui  tutto sembrava possibile e lo Stato sembrava vacillare ed essere sul punto di crollare. sappiamo com’è andata a finire: Riina perse la sua partita, Cosa nostra venne ridimensionata ma lo Stato non ebbe il coraggio o la volontà di assestare il colpo finale.

Falcone e Borsellino, insieme a tutti gli altri, sono due simboli, due esempi di dedizione estrema a uno Stato che in Italia non è mai esistito. Erano infiammati da un’utopia irrealizzabile, la sconfitta della mafia, eppure sono andati avanti verso quella fine che avevano predetto, senza tentennamenti, senza dubbi, nonostante fossero consapevoli che la mafia e lo Stato italiano, da sempre, sono due poteri che vivono in simbiosi, due maledetti gemelli siamesi che nemmeno un titano può dividere.

Oggi la Camorra e la ‘ndrangheta, Cosa nostra ha un ruolo subordinato e ridimensionato rispetto al passato, ma non è stata sconfitta ed è viva e vegeta, nonostante quanto affermato con grande incoscienza dal ministro Alfano, hanno a disposizione, grazie al solo traffico di droga, una tale quantità di denaro liquido da poter comprare diversi paesi europei. Il potere corruttivo delle organizzazioni mafiose è inimmaginabile e pensare che possa essere sconfitto, oggi, è da folli.

La società civile sta facendo quanto può, soprattutto al sud, al nord non è ancora cosciente della presenza invasiva della mafie, quando si scuoterà dal sonno reagirà sicuramente con forza. Ma la società civile, senza la volontà politica dello Stato di combattere seriamente il fenomeno mafioso, è destinata a perdere. Quel 23 maggio 1992 non abbiamo perso solo due magistrati e gli uomini della scorta, abbiamo dilapidato il coraggio e la voglia di rivalsa dei ragazzi scesi in piazza, lo Stato italiano ha lasciato che la rabbia svaporasse e che tutto tornasse alla normalità. invece di sfruttare il consenso sociale per estirpare i rami secchi, invece di appoggiare il pool di Milano per dare un colpo mortale alla corruzione, il potere ha finto ti arrendersi per rigenerarsi sotto altre spoglie, lasciando che nulla cambiasse.

Abbiamo avuto un ministro che ha affermato placidamente che con la mafia bisogna convivere e un presidente del consiglio che con un mafioso conviveva, abbiamo visto delegittimare magistrati e assestare colpi di grazia a processi di capitale importanza, abbiamo visto un presidente della repubblica reticente su fatti di estrema gravità. Cos’altro ci serve per capire che no, lo Stato di Falcone e Borsellino, la repubblica della Costituzione, quella che nasceva dalle macerie della seconda guerra mondiale e dall’oppressione fascista, la repubblica dei partigiani, oggi usati come strumento di propaganda politica da chi, probabilmente, non li ha mai sentiti parlare e raccontare, non è cresciuto con                                           i loro canti nelle orecchie , non è stato educato all’antifascismo, non c’è, non c’era nel 92 e non c’è mai stata.

Questo è il paese della P2 e del piano Gladio, dei colpi di stato falliti e dei presidenti picconatori, questo è il paese di Portella della ginestra e del bandito Giuliano al soldo della Cia, è il paese di Abu Omar e della morte misteriosa di Mattei. Abbiamo visto le bombe di Brescia, Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, abbiamo visto assassinare magistrati,carabinieri poliziotti, rapire e uccidere un presidente del consiglio, massacrare un operaio. Abbiamo avuto un pregiudicato presidente del Consiglio per vent’anni, abbiamo accolto dittatori con tutti gli onori, consentendogli di bivaccare in Parlamento, abbiamo visto attraversare le porte del potere da legioni di bagasce e a Genova, sotto le manganellate di chi la libertà doveva assicurarla abbiamo visto spegnersi il sogno di un mondo migliore.

No, questo paese non si merita Falcone e tutti gli altri, questo paese non si merita eroi. In questa giornata l’unica cosa che i politici dovrebbero fare è quella di stare in silenzio, perché oggi è morto, ogni giorno è morto anche per loro,  qualcuno che sapeva cos’è la dignità.

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Il piacere dell’inutilità- Andate a votare.

“Non vado a votare perché è inutile” è una frase che si è sentita ripetere spesso in questi giorni, sui social e sui giornali. Io la trovo terribile, una resa al sistema in cui viviamo, la rassegnazione di fronte a una democrazia sempre più limitata, i cui gestori sono sempre meno controllabili. Chi non sceglie è complice di chi comanda, specie se chi comanda invita a non scegliere. Anche se voi vi credete assolti…

MI chiedo cosa penserebbero di quella frase quelli che per darci il diritto di esprimere le nostre opinioni, anche quelle “inutili”, che inutili non sono almeno in questo caso, hanno dato la vita. Se non altro, per rispetto a loro bisognerebbe andare a votare ed è semplicemente vergognoso che il presidente del Consiglio ed un ex presidente della Repubblica invitino a non farlo, perché loro, di quella memoria, dovrebbero essere gli eredi e proprio quei diritti pagati col sangue a loro hanno permesso di acquisire denari, privilegi e benefici di cui i cittadini normali non godono.

L’indecoroso editoriale  odierno di Scalfari su Repubblica, che dichiara come del referendum non importa nulla alle regioni che non hanno il mare, come se il territorio nazionale fosse diviso in lotti, come se non si possa avere a cuore la tutela dell’ambiente o a un Lombardo non possano stare sulle palle le lobbies del petrolio, l’assenza totale di commenti su un risultato di affluenza che lascia ben sperare, testimonia la paura dell’apparato, ola paura che la gente si stia svegliando e abbia capito che il re non solo è nudo, ma ce l’ha anche piccolo.

Votare è un atto di libertà e in un paese in cui si può pestare a morte un ragazzo fermato in galeraa, mettere a ferro e fuoco un città torturando e massacrando di botte degli innocenti, scardinare quanto la Costituzione dice sulla scuola, affermare impunemente che un capitalista becero che ha pensato solo a delocalizzare per sfruttare i lavoratori stranieri come non può più fare con gli italiani è meglio di un sindacalista, distruggere lo statuto dei lavoratori, distruggere, giorno dopo giorno, lo Stato sociale e farla franca, anche di un semplice, piccolo gesto di libertà inutile abbiamo bisogno.

Per ricordarci che se si vogliono cambiare le cose la parola “inutile” non esiste.

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