La disperata ricerca del Vate, o della scomparsa dello spirito critico in Italia

Pubblico su Twitter una garbata critica a Calenda, che ha affermato che la Lega e Fratelli d’Italia rappresentano una novità nella destra italiana. Faccio notare che, politicamente, non c’è nulla di nuovo nella loro proposta, cambia, ovviamente, il medium con cui viene veicolata che è però in perfetta continuità con quello berlusconiano: dalle tv alla rete.

Vengo subissato di critiche dai calendiani, che difendono a spada tratta l’opinione del leader senza entrare, ovviamente, nel merito di quanto affermo o dandogli ragione obtorto collo.

Accade in continuazione anche con (alcuni) renziani, il cui fideismo nel nuovo Vate è pari solo a quello leghista nei confronti di Salvini.

Con i leghisti non parlo, le rare volte che ci ho provato, in passato, sono stato subissato di insulti del tutto privi di qualche fondamento, per altro, perché riferiti al mio precedente libro dove, su Salvini, non ero più critico che su Renzi o Minniti.

Lo spirito critico, la capacità di afferrare il senso di un commento e di controbattere sul merito dell’affermazione e non aprioristicamente, sembra del tutto scomparso in questo paese, sostituito da una affannosa e disperata ricerca del Vate, dell’uomo superiore che ha in tasca ogni soluzione per ogni problema, il leader 3.0, multitasking e onnisciente, che pensa al nostro posto e delega ai seguaci solo il compito di difenderlo a spada tratta.

Nel mio libro Il granello di sabbia, a un certo punto della narrazione, il protagonista rimprovera ai ribelli che lottano contro il regime oppressivo che domina il paese, di usare di usare le stesse armi e lo stesso linguaggio del nemico.

Mettendo da parte spudoratamente ogni modestia, credo di aver centrato il problema.

La comunicazione si è talmente destrutturata, banalizzata, involgarita, da diventare omogenea e indistinguibile: a destra come a sinistra quasi mai si entra nel merito delle questioni, fermandosi alla superficie, all’antico “noi siamo i buoni e voi i cattivi”, categorizzazione manichea che sottintende che i buoni hanno ragione a priori, anche quando sbagliano.

La campagna elettorale in Emilia è stato un esempio paradigmatico di questo atteggiamento: con una candidata cabarettistica e una totale assenza di argomenti che non fossero l’altrettanto cabatteristico sbandierare il pericolo comunista o le provocazioni carnascialesche di un leader da sempre senza argomenti come Salvini, la destra ha ottenuto comunque un risultato notevole, sminuiti solo dal delirio di onnipotenza e dalla stupidità del suo Vate, che ha puntato tutto sul nero, perdendo.

Il Pd, che ha vinto le elezioni, non ha fatto nulla per ottenere il consenso: aveva un buon candidato, forse non proprio esattamente di sinistra, ma un buon candidato, ha aperto alle sardine pochi giorni prima delle elezioni e ha raccolto sicuramente, ma per fortuna, più di quanto meritasse. Ma gli argomenti politici del Pd erano esili quanto quelli della Lega.

Elly Schlein, astro nascente della sinistra sinistra, ha usato i social in modo assolutamente intelligente, a supporto di una campagna porta a porta vecchio stile, portando avanti istanze generaliste in gran parte condivisibili, ma non tutte condivisibili, a rifletterci qualche secondo sopra, e ha ottenuto un risultato lusinghiero.

Il grande assente della tenzone elettorale è stata la politica, il dibattito sui fatti concreti, lo spirito critico applicato alle istanze di una e dell’altra parte.

Infatti, subito dopo, renziani, calendiani e piddini si sono scannati sui social sulla e contro la Schlein, ovviamente senza mai entrare nel merito delle sue proposte, nella disperata difesa del proprio Vate. parliamo di persone che dovrebbero apaprtanere alla stessa famiglia politica. Perché ogni nuovo Vate portatore di verità assoluta, insidia il pulpito dei precedenti e si attira le ire dei fedeli.

La verità è che, nel nostro paese, chi applica lo spirito critico, chi chiede ragione di certe affermazioni o, semplicemente, ha la memoria lunga, rompe i coglioni.

Accade in qualsiasi ambito, in qualunque posto di lavoro. Ci sono miei colleghi che censurano addirittura gli alunni che chiedono perchè, che non si limitano a studiare la lezioncina o a seguirla muti e zitti nei loro banchi di costrizione, come se uno dei compiti della scuola non fosse, appunto, sviluppare lo spirito critico. Io dialogo sempre con i ragazzi, anche quando le domande sono irritanti, cercando di fartli arrivare da soli alle conclusioni. Capita anche che mi scusi con loro, talvolta, magarti per una sfuriata un po’ troppo energica, un gesto che non giudico di debolezza, come farebbero tanti, ma di rispetto nei confronti di chi ho davanti. Voglio che capiscano che nessuno ha sempre ragione. Spirito critico, appunto.

Se li educhiamo fin da piccoli a seguire i Vati che incontreranno nella vita, ad accettare senza fiatare quello che gli viene detto e introiettarlo acriticamente, non c’è da stupirsi se invece di un popolo consapevole, abbiamo un popolo di adepti che si limitano ad adorare invece di pensare.

Personalmente, plaudo a quei bambini che hanno contestato l’insegnante di Firenze secondo cui Liliana Segre si fa pubblicità con l’Olocausto, non perché Liliana Segre sia incriticabile ( per me lo è, ma è un’opinione personale) ma perché un’insegnante non può, deontologicamente, fare affermazioni che spingono all’antisemitismo. Il fatto che una simile affermazione riecheggi le parole della Mussolini, ci dice molto su quell’insegnante, che non voglio definire collega.

Concludo riabadendo la priorità di politiche culturali forti , che partano dal riassetto dei media, vecchi e nuovi, se non colpevoli, complici della scomparsa dello spirito critico nel nostro paese e contemplino una rialfabetizzazione generale del paese che non può che partire dall’arte e dai libri..

Non di vati abbiamo bisogno, ma di idee su cui confrontarci, di soluzioni per i problemi reali del paese, di un popolo che prenda coscienza e non la deleghi al giullare di turno.

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Sotto l’ombra del Grande fratello

Nel mio ultimo libro, Il granello di sabbia, descrivo uno stato che controlla i propri cittadini tramite la rete. L’uscita della ministra dell’Innovazione Pisano, riguardo una password univoca per gli accessi alla Pa e quelli privati, fornita dallo Stato, che può così verificare l’identità di ogni cittadino, oltre che improvvida e inquietante, dà corpo ai miei timori e alle mie inquietudini di scrittore, trasformando in possibilità cioè che era frutto di fantasia.

La proposta è inquietante perché arriva,presumibilmente, non dalla Pisano ma dalla Casaleggio associati, società privata che si occupa di reti informatiche, proprietaria dei Cinque stelle, a cui gli stessi devolvono mensilmente il denaro che gli viene pagato dallo Stato e che ha collabroato, non si sa bene a che titolo, alla stesura del piano per l’innovazione di cui è vate la succitata ministra.

C’è stata una legittima levata di scudi di fronte a questa proposta, motivata da diverse ragioni: intanto un elementare problema di sicurezza. Tutti gli esperti consigliano di differenziare le password per l’accesso a internet e ai vari siti, di modificarle periodicamente e renderle complicate; il fatto che pochi, per pigrizia, lo facciano, non significa che si debba andare in controtendenza e utilizzare una password unica per accedere a dati sensibili. Entra in gioco anche la naturale, e del tutto motivata, diffidenza degli italiani nei riguardi dello Stato.

In secondo luogo, forse il ministro non sa che esistono le carte dei servizi che permettono l’accesso alla P.A., costano poco, sono facili da usare e hanno un codice personalizzato. Quindi uno strumento efficace è già presente sul mercato, fornito da vari gestori così da assicurare la concorrenza e non si vede la necessità di cambiare la situazione.

In terzo luogo, in democrazia, la vita privata di un cittadino non deve in alcun modo riguardare lo Stato, a meno che il cittadino non commetta abusi. La privacy è diritto garantito dalla legge che non va in alcun modo limitato. Basta già il mercato on line con i suoi continui annunci mirati a rendere fastidiosa la navigazione, ci manca solo lo Stato. Ovviamente, la natura totalitaria dei Cinque stelle viene fuori anche in questo frangente, il concetto assolutista che lo Stato sono loro e i cittadini qualcosa da controllare e reprimere.

Io credo sia tempo che il rapporto tra il partito di maggioranza e una società privata che, di fatto, ne è proprietaria, debba essere oggetto di indagine da parte del governo e delle autorità competenti. Si tratta di un conflitto di interessi enorme, per certi versi più pervasivo di quello di Berlusconi, che non può più passare sotto silenzio. E’ a rischio non solo la sicurezza nazionale e la legittimità di certe scelte politche, ma anche il concetto stesos di libertà individuale.

A questo proposito, meglio avrebbe fatto la Boschi a tacere, dato che il suo referente politico, a suo tempo, qualche problema in proposito lo ebbe con la nomina di Carrai alla cybersecurity. Non tutti gli italiani hanno la memoria del pesce rosso e certe tentazioni sono bipartizan.

Stiamo parlando di una lobby che propone un controllo diretto di tutti i cittadini sia nell’ambito pubblico che privato, un fatto gravissimo che meriterebbe ben altra riflessione e attenzione da parte dei media.

Non siamo di fronte a un caso di inettitudine pentastellata, il disegno che traspare dalle parole della ministra è fin troppo evidente e a poco vale il suo immediato dietrofront, nella migliore tradizione berlusconiana.

Se volete avere un’idea di dove porti quella strada, leggete il mio libro.

Lui voleva tornare a vivere e ad amare in un mondo senza amore, lei voleva tornare a sognare in un mondo senza sogni.
L’unica possibilità era diventare il granello di sabbia che blocca il meccanismo
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Il peso della realtà

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La notizia odierna del recupero di sette corpi a Lampedusa riporta drammaticamente lla mia attenzione su un fatto inconfutabile: esseri umani continuano a morire nel mediterraneo e nessuno fa niente perché la strage si fermi.

Quando parlo di concretezza e prassi della protesta, come ho fatto ieri,  mi riferisco anche a questo: chiedere poche cose e insistere finché non si ottiene un segnale. Credo che la fine delle stragi nel mediterraneo sia una di queste poche cose e sarebbe opportuno che il Pd, invece di continuare ad insultare Renzi, aprisse un tavolo comune con tutta la sinistra per affrontare il problema immigrazione in modo pragmatico e non con slogan che lasciano il tempo che trovano.

C’era un modello, il modello Riace, che prevedeva il ripopolamento di quei borghi che i nostri giovani abbandonano, trasformandoli in deserti, quando potrebbero, se utilizzati in modo sensato e ripopolati, costituire un primo passo verso la soluzione del dissesto idrogeologico in molte zone del nostro paese. Perché, come scriveva giustamente ieri MIchele Serra, il èprimo passo per risolvere il problema è prendere in mano la pala e imparare ad usarla.

Guardate che la sostenibilità chiamata ieri a gran voce da molti ragazzi in tutta Europa, ignorati dai media italiani, significa anche questo: recuperare il territorio, coimprese le aree coltivabili, dare l’opportunità a chi arriva in cerca di una qualità di vita migliore di averla, con agevolazioni statali che verranno ripagate da un lavoro che in Italia nessuno vuole più fare e che ripagheranno la comunità in un futuro neanche troppo lontano.

Nel quartiere di Genova in cui lavoro sono stati i rifugiati africani a rivitalizzare le vigne che sulle colline erano ormai morte, soffocate dal cemento, dalle esalazioni dell’Italsider e poi abbandonate. Non lo sa nessuno, non si dice, perché quello che va bene, gli esperimenti di integrazione che funzionano, non fanno notizia. ma esistono e non sono pochi, indicano una strada.

Il modello Riace è esportabile in tutto il nord Italia, dove i borghi abbandonati e le terre incolte abbondano. Ovviamente va strutturato e organizzato con la collaborazione delle associazioni serie che si occupano di accoglienza, e sottolineo serie, e offrirebbe la possibilità di razionalizzare i flussi migratori, almeno in parte, e di offrire opportunità di lavoro.  Ma la sinistra sembra averlo dimenticato, forse per non favorire Salvini.

La sinistra sembra aver dimenticato tutti i suoi valori fondanti e dare la colpa a Renzi è solo un comodo scaricabarile. Sono almeno vent’anni che la sinistra non è più tale e  sbaglio per difetto.

Ripeto: le persone continuano a morire nell’indifferenza di tutti e noi stiamo a discutere delle ville di Renzi.

Non vorrei che l’enfasi sull’antifascismo, che non condivido non perché non sia antifascista ma perché, a mio parere, non c’è un pericolo fascista in Italia, c’è ben di peggio, facesse dimenticare le altre emergenze.

Manifestare e cantare canzoni partigiane va benissimo, con qualche distinguo, ma vedo più difficoltà a manifestare per i diritti degli ultimi, se non intermini qualunquistici: sì all’accoglienza, che non significa un cazzo. Vedo poca solidarietà concreta in giro, poca voglia di spendersi per gli altri.

Continuo a non vedere la sinistra nelle periferie e le piazze piene sono sempre quelle centrali, che assicurani visibilità mediatica, mentre lasciamo gestire l’emarginazione a chi soffia sul fuoco dell’odio sociale e della rabbia. Continuo a non sentire dichiarazioni forti e chiare di un cambio di rotta sull’immigrazione da parte di leader di sinistra a ogni conta di morti, continuo a veder ignorati dal governo molti dei problemi strutturali che ricadono sulla pelle di quei giovani che riempiono le piazze: il lavoro, la lotta contro le droghe, con una revisione e una inversione delle leggi, ormai vecchie e stantie, sull’argomento, la dimunzione dell’abbandono scolastico sopra i livelli di guardia anche al nord, il potenziamento dei servizi sociali, bloccati in molte città dopo la cagnare di Bibbiano, ecc.

Il peso della realtà, sempre più gravoso, sempre più difficile da alleggerire, non si risolve, a mio avviso,  con una gioiosa macchina da guerra ma col coraggio e con la buona politica, con la competenza e una visione a lungo termine, tutte qualità che latitano da tempo dalle nostre parti.

Quando ero giovane pensavamo che li avremmo sconfitti con la fantasia: ci sbagliavamo, la fantasia può poco contro l’interesse, l’avidità e l’egoismo. Serve concretezza e coraggio, serve una sinistra che torni a guardare avanti e la smetta di vagare alla cieca pensando solo al consenso.

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Le convergenze parallele di Di Maio e Zingaretti

Il Pd non riesce a convincere gli elettori di sinistra perché troppo appiattito sui Cinque stelle e coautore di una finanziaria senza coraggio che ha finito per scontentare tutti. Zingaretti sapeva che l’abbraccio con i grillini poteva essere mortale ma la spinta dei renziani è stata decisiva per formare, suo malgrado, l’alleanza tra due formazioni politiche con storia e obiettivi incompatibili.

Obiettivi forti come lo ius soli, o quel che è nelle sue varie declamazioni, l’abolizione dei due decreti sicurezza, un’azione decisa su scuola e sanità non sono neanche stati sfiorati dall’azione di un governo che ha preferito una logica giustizialista e di facciata, in puro stile Cinque stelle.

Di Maio, la cui statura politica è risibile, è convinto di essersi spostato troppo a sinistra e dimentica che l’emorragia di voti era già cominciata per l’incapacità sua e del suo partito di opporsi alla deriva a destra di Salvini e co. Di Maio sta svelando in queste ore la sua natura, non troppo distante da quella di Salvini, come si evince anche dalla sua storia familiare, e gli inutili e dannosi fascisti di spicco dei Cinquestelle, Paragone e Di Battista, uno un servo di ogni padrone e l’altro la prova che si può vivere anche senza pensare, gli mordono le caviglie perché rompa l’alleanza con il Pd, Pd che, nonostante, tutto, va detto, tiene.

La reazione impulsiva del leader grillino mostra la concezione di una politica che si fonda solo sul consenso e, quando questo manca, si scioglie come neve al sole. Di Maio non ha compreso che è stata la sua incapacità a rovinare il partito, la sua ottusa ostinazione a fare propaganda piuttosto che politica.

I Cinque stelle sono la dimostrazione che l’uomo della strada non può fare politica, che servono preparazione, competenza e visione d’insieme e a lungo termine, tutte doti che Di Maio non possiede neanche in minima parte.

Renzi ha poco da ridere. Da giorni sui social lancia messaggi su quanto è bravo e sulle cose che ha fatto, come se non fosse stato lui a dilapidare il patrimonio di consensi che aveva ottenuto. Renzi non ha ancora capito che non andrà oltre il 7/8% dei voti, che in una logica proporzionale gli permetterebbe di fare l’ago della bilancia ma solo con un Pd forte e in una coalizione di centro sinistra forte. Stesso discorso per Calenda, meno autocentranti di Renzi ma destinato come lui all’oblio se alle critiche non farà seguire proposte concrete e chiare che compattino il fronte della sinistra.

Renzi è l’unico, vero politico che c’è in quell’area, piaccia o non piaccia, a me non piace, ma, come una medicina amara, credo che sia necessario in questo momento per contrastare Salvini.

I duri e puri lo considerano uguale al leader leghista, ma sbagliano: essere liberali, essere perfino di destra, una destra moderna ed europea, è ben diverso dall’essere razzisti e fascisti, questo sarà bene che una parte della sinistra lo comprenda, quando questa finita alleanza finirà e si deciderà il futuro del paese alle elezioni.

Il voto in Umbria, conta poco: si tratta di una regione piccola, mal governata dalla sinistra e il risultato era prevedibile. Se cadesse l’Emilia Romagna, e vista la demenziale reazione di Di Maio non appare impossibile, sarebbe un altro discorso.

Una cosa è certa: l’interessa del paese passa in secondo piano rispetto all’interesse dei singoli partiti e questo spiega in buona parte la condizione del paese.Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Due parole su Renzi

Un podcast dedicato a Matteo Renzi, che  riuscito a riempire le prime pagine dei giornali nonostante la sua formazione politica raccolga, fino ad oggi, consensi non certo oceanici,

Renzi

Immagine tratta da Il Messaggero.

 

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Renzi: un divorzio necessario

Che non abbia mai avuto uno spiccato senso strategico è noto: ogni volta che ha tentato di fare uno strappo, per citare il caso più clamoroso, il referendum costituzionale, l’ha fatto nei modi e nei tempi sbagliati.

Che abbia capacità fuori dalla norma è altrettanto indubbio, anche se la media dei politici italiani è di livello talmente basso che, a malignare, viene a dire che non è che ci voglia molto.

Che si ami alla follia e l’autocritica non sia il suo forte traspare anche dalle dichiarazioni rilasciate oggi: nessun rimpianto per gli errori commessi, la colpa del suo fallimento è dei franchi tiratori interni al partito, la riproposizione di uno storytelling del suo governo che non corrisponde alla realtà.

Nonostante quanto scritto sopra la scissione di Renzi appare, senza dubbio, necessaria, probabilmente in ritardo di parecchio rispetto a quando avrebbe dovuto essere consumata, ma del tutto fuori tempo, come spesso è accaduto all’uomo di Rignano.

Renzi se ne va lasciando una posizione di forza, è questo va a suo merito: è stato il demiurgo dell’alleanza innaturale con i Cinque stelle per frenare l’avanzata di Salvini ( e il tempo dirà se questo è un merito), il suo discorso al Senato è stato il discorso di uno statista, perché adesso?

E’ ovvio che la mancata presenza di toscani al governo è un’idiozia, un pretesto per uno strappo che sembra, tuttavia, in contrasto come quanto Renzi dichiara: ha fatto di tutto per formare il governo e il giorno in cui il governo si insedia, lascia, non esattamente come Cincinnato, a giudicare dalle sue intenzioni.

Io non nutro simpatia per Renzi, non sopporto il suo ego, il suo vittimismo, la sua scarsa capacità di assumersi le responsabilità dei fallimenti, quindi quando stamattina ho visto che la scissione, finalmente, è cosa fatta, ho tirato un sospiro di sollievo: forse potrò tornare a votare Pd, un domani, e credo sia il pensiero di molti, a sinistra.

Questa scissione così fuori tempo mi sembra una vendetta consumata a freddo in un momento in cui non se ne sentiva davvero il bisogno, l’ennesimo errore tattico di un grande politico incompiuto, come si dice nel calcio, un grande talento nei piedi ma un cervello non sempre collegato agli stessi.

Mi sento però, nonostante l’antipatia che mi separa da lui, di fargli gli auguri per questa nuova avventura: c’è bisogno di un partito di centrodestra liberale e democratico,nel nostro paese, e Renzi è l’uomo giusto per guidarlo.

Quanto al Pd, vedremo come uscirà dalla palude in cui si è, giocoforza, immerso e potremo finalmente valutare la statura di Zingaretti,sperando che ci riservi liete sorprese.Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail