Renzi: un divorzio necessario

Che non abbia mai avuto uno spiccato senso strategico è noto: ogni volta che ha tentato di fare uno strappo, per citare il caso più clamoroso, il referendum costituzionale, l’ha fatto nei modi e nei tempi sbagliati.

Che abbia capacità fuori dalla norma è altrettanto indubbio, anche se la media dei politici italiani è di livello talmente basso che, a malignare, viene a dire che non è che ci voglia molto.

Che si ami alla follia e l’autocritica non sia il suo forte traspare anche dalle dichiarazioni rilasciate oggi: nessun rimpianto per gli errori commessi, la colpa del suo fallimento è dei franchi tiratori interni al partito, la riproposizione di uno storytelling del suo governo che non corrisponde alla realtà.

Nonostante quanto scritto sopra la scissione di Renzi appare, senza dubbio, necessaria, probabilmente in ritardo di parecchio rispetto a quando avrebbe dovuto essere consumata, ma del tutto fuori tempo, come spesso è accaduto all’uomo di Rignano.

Renzi se ne va lasciando una posizione di forza, è questo va a suo merito: è stato il demiurgo dell’alleanza innaturale con i Cinque stelle per frenare l’avanzata di Salvini ( e il tempo dirà se questo è un merito), il suo discorso al Senato è stato il discorso di uno statista, perché adesso?

E’ ovvio che la mancata presenza di toscani al governo è un’idiozia, un pretesto per uno strappo che sembra, tuttavia, in contrasto come quanto Renzi dichiara: ha fatto di tutto per formare il governo e il giorno in cui il governo si insedia, lascia, non esattamente come Cincinnato, a giudicare dalle sue intenzioni.

Io non nutro simpatia per Renzi, non sopporto il suo ego, il suo vittimismo, la sua scarsa capacità di assumersi le responsabilità dei fallimenti, quindi quando stamattina ho visto che la scissione, finalmente, è cosa fatta, ho tirato un sospiro di sollievo: forse potrò tornare a votare Pd, un domani, e credo sia il pensiero di molti, a sinistra.

Questa scissione così fuori tempo mi sembra una vendetta consumata a freddo in un momento in cui non se ne sentiva davvero il bisogno, l’ennesimo errore tattico di un grande politico incompiuto, come si dice nel calcio, un grande talento nei piedi ma un cervello non sempre collegato agli stessi.

Mi sento però, nonostante l’antipatia che mi separa da lui, di fargli gli auguri per questa nuova avventura: c’è bisogno di un partito di centrodestra liberale e democratico,nel nostro paese, e Renzi è l’uomo giusto per guidarlo.

Quanto al Pd, vedremo come uscirà dalla palude in cui si è, giocoforza, immerso e potremo finalmente valutare la statura di Zingaretti,sperando che ci riservi liete sorprese.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Il voto degli ipocriti

Piattaforma rousseau

Delegare una proposta di alleanza politica a un ristretto numero di votanti che esprimeranno la loro opinione in proposito su una piattaforma dichiarata dal garante non affidabile, è una enorme ipocrisia.

La delega, +ai rappresentanti dei Cinque stelle, è già stata data col voto (e ampiamente tolta alle europee), non siamo una democrazia diretta, per fortuna, ma una democrazia rappresentativa e dunque, la votazione di oggi, è semplicemente una dimissione di responsabilità, l’ipocrita artifizio di un leader che si è già ampiamente delegittimato da solo e si trova in evidente stato confusionale.

La democrazia diretta è una calamità, legata com’è all’umore della gente, alla famosa pancia del popolo, popolo che non  ha gli strumenti itnellettuali e concettuali per scegliere responsabilmente, per capire quale sia la reale alternativa a questa alleanza di governo, mal digerita da entrambe le parti ma necessaria.

Il Pd non avrebbe dovuto accettare questa pagliacciata, specie dopo le polemiche dei giorni precedenti e la faccia tosta con cui Di Maio ha difeso l’operato fallimentare del precedente governo. Credo che Zingaretti, al contrario di Di Maio, del suo fratello scemo Di Battista e dell’uomo flessibile Paragone, sia l’unico ad avere  ben presente il vero obiettivo di questa alleanza: evitare che il paese vada in fallimento per la sciagurata politica economica dell’esecutivo precedente, e stia operando per senso di responsabilità, perché da questa operazione il Pd ha solo da perdere.

Renzi, abile e paraculo, come sempre, non esattamente coraggioso, come sempre, ha lanciato il sasso, ritirato la mano e lascia fare il lavoro sporco agli altri, rilasciando interviste e commenti in cui gioca, come sempre, a fare lo statista. Capisco sempre più il desiderio di Zingaretti di regolare i conti con questo narcisista patologico incapace di mettersi al servizio del partito che, con un atteggiamentoi diverso da parte sua, potrebbe risalire la china dal baratro in cui l’uomo di Rignano l’ha fatto sprofondare.

Ma a spaventare, in questo periodo, è anche il nulla che c’è dall’altra parte; una destra isterica e meschina che parla solo per slogan fiacchi ed è convinta che a fare i cattivi, a infierire su chi non può difendersi si guadagni consenso, una destra con un leader bolso e rintronato, ben incollato alla sua poltrona, nella speranza di non rispondere alle sue malefatte in tribunale, in attesa come uno sciacallo che il cadavere del nemico gli passi davanti, una destra che non ha una, che sia una idea di politica.

E poi i Cinque stelle, incarnati perfettamente da un leader che non ha idee che vadano oltre i discorsi da autobus, arrogante, ignorante, irresponsabile, mal consigliato da due totali e inutili dementi, guidato dall’alto dal padrone del vapore, un nessuno che crede di poter dettare legge e per ritrovare autorità deve sottomere il proprio operato al giudizio del suo popolo, giudizio che potrebbe essere manipolato e indirizzato verso una precisa direzione.

Comuqnue vada a finire questa stagione grottesca della nostra politica, finirà male.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Invece l’Italia è proprio questa, caro Veltroni

L’errore è quello di pensare che non può essere vero, che il nostro paese non può essere quello che traspare dai social e dai media: involuto, rancoroso, ipocrita, volgare, incapace di usare lo spirito critico o anche, semplicemente, il buon senso, chiuso dietro la rete delle proprie false sicurezze, illuso che un ritorno al passato sia la soluzione.

L’errore è quello di pensare che si possa arginare la deriva etica e morale in cui siamo immersi facendo ricorso al buon senso e alla ragione.

E’ quello che dice Veltroni oggi in un articolo su Repubblica, affermando che l’Italia non è questa. Proprio lui, che non ha mai cercato la rissa né lo scontro, che è sempre stato il leader ideale dei moderati, quel mitico zoccolo di elettori che, secondo la vulgata dell’ultima sinistra, assicurerebbe il successo politico, proprio lui che ,per aver opposto la buona educazione alla polemica gratuita, i fatti concreti alle fantasie, è stato punito dagli elettori e costretto alle dimissioni.

In realtà, l’Italia è questa da molto tempo. Il razzismo è sempre stato presente, solo che era diretto ai meridionali, che, negli anni cinquanta e sessanta, al tempo della grande emigrazione dal nord al sud hanno subito angherie, umiliazioni, discriminazioni, sono stati calunnianti e dileggiati, ma l’hanno dimenticato, visto che molti di loro e dei loro figli, oggi, sono in prima fila a soffiare sul vento dell’odio verso gli altri.

Erano i meridionali a rubare il lavoro, i meridionali erano tutti mafiosi, offrivano le loro mogli ai capi per ottenere favori, erano sporchi e non si lavavano, ecc. ecc.

Sono solo alcuni dei luoghi comuni ancora in voga quando io ero ragazzo e i miei compagni di scuola mi chiedevano se in Sicilia, la terra da cui vengono i miei genitori e dove ci sono le mie radici, davvero incontravi camminando per strada i mafiosi con la coppola e il fucile. Io, figlio di emigranti siciliani, non ho dimenticato.

L’illusione della sinistra è stata che la lotta di classe, la cooperazione, la solidarietà e l’internazionalismo avrebbero aiutato il proletariato a crescere e a riconoscersi come uguale in qualunque parte del mondo, a eliminare le differenze per lottare insieme.

Per un po’ ha funzionato, fino a quando il paese è cresciuto, poi il proletariato si è dissolto, è arrivata la crisi, e con la crisi la necessità di un nemico, di un capro espiatorio da immolare sull’altare della nostra ipocrisia. Si preparava il terreno a Berlusconi e alla sua retorica anti comunista da teatrino di periferia.

Ma prima di lui, nonostante le conquiste delle lotte operaie, la scolarizzazione, il sessantotto, nonostante la sinistra italiana fosse diventata un punto di riferimento europeo, una scuola di pensiero comunista alternativa alla dittatura sovietica,  l’Italia era il paese delle mafie, degli scandali, dell’evasione fiscale, del terrorismo di destra e di sinistra, dell’imperialismo americano. Eravamo già così, eravamo già quello che siamo, nonostante le apparenze. La marcia dei colletti bianchi è lì a provarlo: impiegati contro operai, borghesi contro proletari.

Berlusconi ha dato agli italiani il miraggio della scorciatoia, della via facile al successo, ha sdoganato, più che il fascismo, eterna statua del Commendatore presente ai tavoli del potere, la prostituzione intellettuale, la liceità del mettersi in vendita al miglior offerente, l’amoralità come regola, il machiavellismo squallido della borghesia reazionaria della bassa padana, la vera palla al piede del nostro paese.

Dimentica, Veltroni, che siamo stati il paese di Cuccia e di Sindona, il paese dei bancari impiccati sotto un ponte di Londra e dello scandalo della banca Vaticana, della banda della Magliana e del rapimento Moro, quello dei moti fascisti di Reggio Calabria e di piazza Fontana. Siamo sempre stati questi.

La crisi si è fatta più pressante e, dopo la parentesi di Monti, che ha probabilmente salvato il paese dal default, è arrivato Renzi. Renzi è l’Alviero Chiorri della politica italiana, chi è di Genova e sampdoriano sa cosa voglio dire, un solista eccelso, numeri da fuoriclasse, ma poca testa e, soprattutto, nessuna voglia di giocare per la squadra. Renzi ha sprecato le sue indubbie e grandi capacità commettendo tre errori fondamentali: rinunciare all’esperienza di chi ,forse, aveva sbagliato ma comunque conosceva la politica e le sue trappole meglio di lui, circondarsi di un nugolo di cortigiani mediocri, fare tanto e male invece di limitarsi a fare poco e bene. Aggiungiamoci il suo narcisismo patologico, l’incapacità infantile di ammettere gli errori  e la distruzione della sinistra è cosa fatta.

Ma quelli che inneggiavano alla rottamazione, che dileggiavano e insultavano i “vecchi”, che portavano avanti la retorica futurista (magari!) del nuovo che avanza e del perpetuo movimento, non sono diversi dai forcaioli pentastellati e dagli haters da tastiera di Salvini. Solo appena più eleganti e capaci di parlare italiano (ma non troppo, non tutti).

Renzi, radicalizzando il discorso politico, cercando penosamente di seguire la pancia del paese, rigettando le responsabilità dei suoi fallimenti e scaricandole sugli altri, ha percorso una strada già aperta e l’ha portata fino al punto in cui è subentrato Salvini.

Ma non è colpa di Renzi, non tutta, almeno: gli italiani erano sempre gli stessi, pronti a seguire l’uomo forte del momento. predisposti al trasformismo, disposti a cambiare bandiera in cambio di un tornaconto, divisi, faziosi, ipocriti, baciapile. Erano sempre il paese del tutto è lecito purché non si venga a sapere.

Gli altri, quelli di cui parla Veltroni, sono sempre stati minoranza, continuano ad essere minoranza e lo saranno sempre, fino a quando questo paese non farà i conti con la propria storia, fino a quando non si creeranno gli anticorpi per rigettare l’odio, il razzismo, la faziosità, la violenza verbale, la volgarità, ecc.

Questo non significa che non si debba denunciare, continuare a lottare, cercare di cambiare le cose, ma bisogna fare molta attenzione: i nostalgici della rivoluzione proletaria, i radicali di ogni colore sono uguali: il fanatismo, la certezza della verità in tasca sono virus che portano allo stesso male, rossa o nera che sia la radice. L’idea della violenza purificatrice, della palingenesi e della verità pura, cova sempre sotto la cenere con il suo carico di miasmi tossici.

In media re stat virtus, dicevano gli antichi e, almeno in politica, è così. La politica non può essere solo scontro ma deve anche essere mediazione ed è l’assenza di questa seconda componente che farà crollare gli attuali padroni del vapore.  Renzi non. voleva dialogare perché convinto di essere nel giusto, Salvini non dialoghi perché sa che verrebbe smascherato da chiunque, la sua assenza di argomenti diverrebbe palese e chiara a tutti.

Dobbiamo stare attenti, quando Salvini sarà solo un brutto e imbarazzante ricordi, a non sostituire i cialtroni neri con i cialtroni rossi, l’uomo forte di destra con quello di sinistra, perché allora, come accade sempre in Italia, cambierebbe tutto per non cambiare niente. Compito non facile in un paese che ha perso le coordinate della ragione.

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Della disonestà intellettuale

Scanzi

Il peggiore di tutti è Andrea Scanzi, perché è intelligente e capace ma, evidentemente per ordini di scuderia o per manifestà incapacità di afferrare il reale, continua a lodare l’operato dei Cinque stelle e portare avanti la solita solfa del : …e allora il pd?

Poi viene Michele Serra, che nella sua vita precedente è stato un genaile autore di satira, per diventare poi un cantore di Renzi e del renzismo, tornando oggi a tentare di fare il cane che azzanna il sistema, purtroppo con la forza di un barboncino.

Dei vari Belpietro, Feltri, ecc. non parlo perché non sono nè intellettuali nè giornalisti, ma qualcos’altro su cui preferisco non dare definizioni.

Arriviamo poi a Diego Fusaro, che non è intelligente ma fa finta di esserlo, che crede sia sufficiente trincerarsi dietro un eloquio già vecchio cinquant’anni fa e mascherare con parole forbite i concetti cari ai padroni del vapore, per passare per il maitre a penser del Sistema.

La disonestà intellettuale è l’unica cosa realmente trasversale, insieme alla disonestà tout court, in questo paese. Ovviamente la prima, non può essere imputata ai leghisti.

L’intellettuale, diceva Graham Greeene, dovrebbe essere comunista in un paese fascista e liberale in un paese comunista, l’intellettuale dovrebbe sempre essere contro, per stimolare chi guida un paese a fare meglio, per aprire orizzonti di comprensione ai cittadini, per fornire spunti di riflessione e lampi di cambiamento.

La figura dell’intellettuale organico è quella parte della lezione di Gramsci che non ho mai digerito, che non mi ha mai convinto, perché a mio parere, traccia una strada che porta a Di Battista, è figlia di una retorica della vile gente meccanica che oggi, purtroppo, ha rivelato tutti i suoi limiti.

In Italia gli intellettuali stanno da una parte o dall’altra, argomentano di solito in modo assolutamente ridicolo le loro tesi, potrei confutare l’ultimo editoriale di Scanzi  in mezza pagina e distruggere tutti i suoi assunti, e io sono un piccolo professore di scuola media, non certo all’altezza dei nomi che ho fatto sopra, e non entrano mai nel merito della questione ma la sorvolano, planando leggeri senza toccare mai terra. Lanciano il sasso e tirano indietro la mano, mai che uno azzardi un vero J’accuse.

Torniamo a Scanzi per fare un esempio pratico e perché mi irrita più degli altri: beffeggia quelli che criticano  i Cinque stelle per aver approvato leggi come il Decreto sicurezza uno e, tra poco due, per aver inziato la campagna contro le Ong, e per aver votato la non autorizzazione a procedere a Salvini, dimenticando che stiamo parlando di esseri umani e di umanità umiliata, di diritti violati, di violenza legittimata dal potere chi non ha strumenti per difendersi. Vanta come titolo di merito il reddito di cittadinanza che l’universo mondo sa essere una porcheria nata male e venuta su peggio, e andando avanti si vedrà quanto peggio, cita poi il salario minimo, su cui i sindacati sono giustamente contrari perché favorevoli al Ccnl, che copre il 90% dei lavoratori e che  il salario minimo andrebbe a indebolire perchè eliminerebbe le altre integrazioni economiche previste e perché entrerebbe in palese conflitto col reddito di cittadinanza. Senza contare che, anche su questo Scanzi sorvola, la proposta dei grillini, 9 euro lorde, è inferiore, udite udite, a quella del Pd, nove euro netti.

Certo, nell’epoca del pensiero liquido e della comunicazione smart, nel paese europeo dove si legge di meno e in cui si appresta a scrivere la riforma della scuola uno che odia i libri polverosi, io li amo, invece, fossi ricco riempirei casa mia di libri polverosi, forse questo è l’unico modo per tirare a campare, vendendosi a un padrone e cantandone le lodi come facero Catullo, Virgilio e Ariosto, anche se, purtroppo, oggi non si vede nessuno di pari livello all’orizzonte.

L’utile come iscopo, l’interessante come mezzo, il vero per soggetto diceva Don Lisander, dettando le regole fondamentali della letteratura ma anche del giornalismo. Non mi sembra che oggi, fatte pochissime eccezioni, ci si sforzi di seguire questa regola aurea.

E per quanto possa sembrare un dato marginale, questa povertà culturale, questa profonda disonestà intellettuale, è uno dei grandi problemi del nostro paese.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Una pazza corsa verso il disastro

cavernicoli

Chi ha la mia età ricorderà certamente quel cartone animato dove due cavernicoli su una macchina primitiva partecipavano a una folle corse tirandosi violente clavate sulla testa per procedere più velocemente. E’ un’immagine perfetta per dipingere l’attuale situazione politica del paese come due leader politicamente primitivi che spingono sull’acceleratore, in vista della competizione delle lezioni europee, trascinando il paese in una folle e rovinosa corsa.

Gli italiani devono possedere una certa propensione per i bulli se, dopo qualche anno di consensi per Renzi, hanno scelto come loro leader Salvini che, incapace di un pensiero autonomo, non fa altro che scimmiottare, peggiorandolo, quanto fatto dal suo predecessore.

Renzi tramite Minniti stringe un accordo infame con la Libia? Salvini esagera, chiude i porti, impedisce alle Ong di prestare soccorso ai naufraghi, sequestra settanta disgraziati su una nave e la fa franca.

Renzi, sempre tramite Minniti, fa approva l’osceno decreto sul decoro urbano? Salvini lo reitera peggiorandolo, attribuendo quei poteri che erano dei sindaci ai prefetti, e a farne le spese saranno i soliti noti: venditori ambulanti, giovani vestiti in modo particolare che sembrano drogati e sono solo giovani vestiti in modo particolare che sembrano drogati, extracomunitari che camminano per il centro in attesa del permesso di soggiorno o del decreto di espulsione, ecc.

Come il decreto di Minniti, quello di Salvini, ripeto, identico, cambia solo l’attore, prevede l’allontanamento degli indesiderati che, presumibilmente, andranno nelle periferie, ad esasperare una. tensione sociale che fa solo il gioco della Lega e dell’estrema destra.

Insomma, Salvini è un Renzi meno politico, più cinico, più sinistro, più fascista, ma tutti e due, quando hanno scritto certe leggi, avevano in mente il loro elettore tipo: borghese, benestante, conservatore. Insomma, lo zoccolo duro dell’elettorato italiano. L’uno ha tradito una sinistra a cui non è mai appartenuto, l’altro quel popolo che nomina sempre ma nei confronti del quale ha fatto ben poco se non aizzarlo alla guerra tra poveri per ridersela sotto i baffi.

Tra i due, va considerato anche Di Maio, che sempre seguendo l’esempio renziano ha fatto passare quella specie di super bonus che è il reddito di cittadinanza, ovviamente adesso che siamo alla resa dei conti e non si può più mentire, si scopre che l’entità del reddito è assai minore di quanto strombazzato ai quattro venti, anche per quanto riguarda il compenso dei navigator, invero assai modesto per un lavoro che ha lo scopo di trovare lavoro dove non c’è.

L’ultima sceneggiata è quella dell’Iva: oggi si parla di aumentarla solo per i beni di lusso, ma avete mai visto in Italia un governo che, alla vigilia delle elezioni, tocca i portafogli più gonfi?

Si continua così, una calmata qui, una là, tra bugie, insulti, infamie e omissioni, tra avvisi di garanzie e rinvii a giudizio, in fondo la solita, vecchia storia di un paese dove, come sempre, cambia tutto per non cambiare niente.

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Non illudiamoci: Milano non è Italia, è Europa

lavoratori-terzo-statoimmagine tratta da: cambiailmondo.org

Non mi faccio illusione sui duecentomila di Milano: il capoluogo lombardo è città europea, aperta al mondo e ha manifestato il suo antirazzismo già quando la situazione stava volgendo al peggio. Non si può quindi prendere a esempio la manifestazione di sabato nè considerarla un punto di partenza: casomai, è l’ennesima conferma della civiltà di una città che va comunque in controtendenza rispetto al resto della regione.

Manifestazione, per altro, che arriva fuori tempo massimo, molte delle bandiere che sventolavano sono rimaste nei cassetti quando, ad esempio nella mia città, Genova, il virus del razzismo cominciava a  mostrare i primi sintomi e si è scelta la via della prudenza, o della convenienza, invece di una presa di posizione chiara e netta.

E’ un effetto del pensiero liquido, quello che disapprova o tace a seconda delle convenienze, quello che dimentica in fretta e che si schiera solo quando gli viene ordinato di farlo. In un mondo orwelliano come quello in cui viviamo,. non ci si d ve stupire se l’amico di ieri è il nemico di oggi, se oggi si riempiono le piazze e ieri si stava zitti per gli stessi identici motivi.

Non è motivo di soddisfazione neanche l’affluenza, assai alta, alle primarie di un Pd in crisi di identità, costretto a mettere la parola fine alla leadership di un uomo responsabile unico della più grande sconfitta elettorale della sua storia, un ex leader che continua, con la sua arroganza e la sua protervia, a rivendicare immaginari successi, a fare il male del partito e della sinistra tutta, scaricando le sue responsabilità sugli altri, come un bambino capriccioso.

 Ma il sistema primarie non mi piace. Ricordo ancora con ribrezzo la pagliacciata delle primarie in Liguria per il rinnovo dei vertici della regione, con un inutile candidata imposta dall’alto dal coglione di Rignano e misteriosamente vincitrice, nonostante l’avversione generalizzata dell’elettorato di sinistra: troppo,  per fidarmi di una consultazione non controllata e facilmente falsificabile. Primarie? No, grazie, fate politica, se siete ancora capaci. Non è democrazia quella, è scarico di responsabilità e incapacità di autocritica, non è Rousseau, è peggio, perché arriva da sinistra.

Comunque la vittoria di Zingaretti, di cui mentre scrivo non conosco ancora le proporzioni, se dovesse risultare schiacciante potrebbe rappresentare un segnale di vita a sinistra. L’uomo è competente, può essere un buon traghettatore per far uscire il partito dalle acque pericolose in cui si trova adesso per lasciare poi il comando a chi possa farlo attraccare in un porto sicuro. E, forse, in questo momento è l’uomo giusto per contrastare la destra.

Questa destra  capace di blandire i peggiori istinti degli italiani e i peggiori italiani, di intercettare il loro stomaco, di sdoganare il peggio,  ha una ineffabile attrazione per lo squallore umano, è tronfia e orgogliosa della propria ignoranza che non ha nulla di nobile ma è solo volgare, ma è vuota. Non è fascista, non mi stancherò mai di ripeterlo e non è populista: questa destra è il partito di chi, in Italia, è sempre vissuto sulle spalle degli altri, degli evasori fiscali, dei furbi, di quelli che considerano Mani pulite alla stregua della Santa inquisizione, di chi non ha mai colpa, la colpa è sempre degli altri, è il partito dell’egoismo sociale citato da Grillo ieri, lui che ne è alfiere lo conosce bene, egoismo sociale che è una bandiera, egoismo sociale scandito da facili slogan per un pubblico drogato di pessima televisione e abituato a sognare una realtà diversa attraverso gli slogan della pubblicità, è il partito delle scorciatoie e della semplificazione elementare, dell’immobilismo mascherato da attivismo. E’ il partito dei cialtroni, dei voltagabbana, degli ipocriti baciapile che corrompono e si lasciano corrompere, poi vanno in chiesa a confessarsi e ricominciano.

Questa gente, questa Italia provinciale e chiusa, è maggioranza, che ci piaccia o no, e l’unica battaglia che si può combattere per contrastare quella che è una malattia sociale, è una battaglia culturale.

Le brave persone che ancora esistono in questo paese e sono tante, per fortuna, chiedono decoro, etica, valori, proposte concrete. Queste cose, da anni, non arrivano più da quello che  fu il più importante partito di sinistra  in Europa, ridotto a comparsa in una commedia di guitti.

L’entusiasmo che leggo sui giornali di sinistra in questi giorni e l’incremento di insulti e squallide illazioni su quelli di destra, testimonianza di una certa inquietudine, mi sembrano del tutto immotivati: non c’è (ancora) nessuna rinascita in vista da una parte e non c’è nulla, ma proprio nulla dall’altra. Il governo più improduttivo degli ultimi trent’anni, accozzaglia grottesca di figure lombrosiane e comparse da filodrammatica, imploderà, presto o tardi lasciandosi dietro un cumulo di macerie.

La battaglia è culturale e la partita si vince sui valori e sulle proposte concrete: fino adesso, a sinistra, le proposte sono state fallimentari e i valori rinchiusi in un cassetto, vedremo nei prossimi giorni se qualcosa è cambiato.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Finanziaria gialloverde: mantenere i privilegi, diminuire il welfare e aumentare il consenso.

italia-a-pezzi

Quello che doveva essere un movimento che avrebbe portato rinnovamento e pulizia, torna indietro di trent’anni, alla peggiore Democrazia cristiana. La finanziaria farisaica di Salvini e Di Maio è un pasticcio senza capo nè coda che non mette mano a nessuno dei problemi strutturali di questo paese, uno slogan pubblicitario privo di contenuto e ricco di conseguenze nefaste per il futuro del paese.

I tanti adepti dell’uno o dell’altro capetto che inneggiano sui social in queste ore, compreso il servo Travaglio, astutamente omettono l’ennesimo condono fiscale che i due ometti avevano giurato e spergiurato che mai avrebbero applicato, omettono anche di dire che la versione due punto zero dell’assistenzialismo dc, leggi reddito di cittadinanza, viene finanziata con i tagli ai comuni, alla scuola e alle periferie, quindi, nella sostanza, si dà ai poveri togliendo ai poveri in un gioco delle tre carte maldestro e squallido.

Quanto alle pensioni, questa riforma attuata senza sgravare l’Inps da oneri che non le competono, problema annoso che nessun governo ha ritenuto di voler risolvere, Monti e Renzi compresi, di fatto peserà in modo drammatico sulle nuove generazioni. Quando Di Maio dice che per ogni lavoratore  in più pensionato c’è un lavoratore giovane che trova lavoro,  intanto sbaglia grossolanamente la matematica, per pagare la pensione del lavoratore anziano e la propria dovrebbero prendere il posto del pensionato due lavoratori a tempo indeterminato, in secondo luogo la formula non funziona e non ha mai funzionato perché quando arriverà la tempesta finanziaria verso cui ci sta conducendo questo governo, l’ultimo problema che avranno le aziende sarà quello di assumere.

Quanto alla flat tax, se e quando verrà applicata, è anche quello un furto ai danni dei poveri e a favore di quella classe media e alta borghese che, come lo fu del fascismo, è il bacino elettorale del neofascista Salvini.

Nulla sull’ambiente, nulla sulla lotta alla criminalità organizzata, nulla sua una politica fiscale equa, nulla sulla lotta all’evasione fiscale.  Questa è la finanziaria di Salvini e Di Maio. Aggiungiamoci un decreto migrazioni criminale e anticostituzionale  e ci accorgeremo di quanto sinistre e grottesche siano quelle bandire sventolate sul balcone da questa congrega di scappati da casa e reduci della prima repubblica. Bandiere che rischiano di sventolare sulle macerie di un paese,

Altro che governo del cambiamento!

L’Europa paga i suoi errori. Se avesse immediatamente espulso i firmatari del patto di Visegrad che hanno violato i principi su cui è stata fondata, forse Salvini e co. non avrebbero osato tanto, se avesse attuato delle serie politiche sociali comunitarie invece di blandire i mercati, forse oggi avremmo un continente diverso. Si è invece chiusa in sé stessa, incapace di darsi un governo unitario a causa dei nazionalismi dei paesi più forti, il male di sempre. Non importa che gli inglesi siano sull’orlo del baratro, i paesi europei sembrano giganteschi lemmings che sia avviano allegramente verso la scogliera sull’oceano.

Tenuto conto che un’Europa a pezzi farebbe gli interessi di Trump, tenuto conto del nostro recente passato, c’è da chiedersi se la Cia non abbia giocato un suo ruolo nell’ascesa dei movimenti neofascisti, ma questa è una domanda che troverà risposta solo tra qualche anno.

Non stupisce che a inneggiare alla banda degli inetti nostrana siano tanti giovani: la deprivazione culturale è un grande problema ignorato e coltivato dai governi del nostro paese, stupisce invece la conversione al nuovo verbo razzista e demagogico di molti militanti di sinistra, di persone rispettabili, di gente che, normalmente, usa il cervello per ragionare. 

Si continua ad agitare lo spauracchio di Renzi omettendo vent’anni di governo di Berlusconi e della Lega: basta confrontare i dati del deficit per comprendere come Monti e Renzi, che personalmente detesto entrambi, abbiano dovuto far fronte a una situazione drammatica. Si poteva far meglio? Certamente sì. Questa finanziaria fa meglio? Sicuramente no. Anzi, per quanto impossibile, riesce a fare peggio.

Redistribuire la ricchezza significa togliere un po’ a chi ha tanto e dare a chi ha poco ed è il principio su cui si basa il liberismo classico di Adam Smith, utopico quanto il marxismo.  Non è esattamente quello che fa questo governo, anzi, la novità è che, senza alcun pudore, taglia il welfare per fare un’elemosina inutile, che non servirà neanche a pagare i servizi tagliati.

Il decreto su Genova è l’esempio più eclatante dell’ipocrisia e della falsità su cui si fonda questo esecutivo: fondi neanche lontanamente sufficienti a pagare i danni subiti dalla città, un commissario straordinario che  sarà pure onesto ma è in palese conflitto d’interessi, tante chiacchiere e nessun fatto concreto.

Sic parvis magna, e mai frase fu più adatta ad indicare lo stato delle cose.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La questione sociale dimenticata

img19-320x176

Criticare il liberismo, la globalizzazione, ecc., come si legge da più parti e considerare il sistema in cui viviamo l’unico responsabile delle migrazioni, non serve a nulla, oltre a non essere del tutto corretto.

Il più grande movimento antiliberista che si sia mai organizzato, si è sciolto come neve al sole sotto le manganellate di Genova nel 2001. Il tempo delle grandi utopie è ormai finito. Dare la colpa delle migrazioni al liberismo è un modo elegante per dimenticare che stiamo parlando di esseri umani, per scaricarsi la coscienza. E’ anche un modo, un po’ meno elegante, per dimenticare che il nostro relativo benessere deriva dallo sfruttamento indiscriminato e dal controllo totale da parte dell’Occidente,  dei paesi da cui partono i flussi migratori.

Qualunque ne sia la causa, le migrazioni sono un fenomeno globale, non solo europeo, che non si può risolvere alzando muri e aizzando guerre tra poveri. Sono anche un ottimo mezzo per distogliere l’attenzione dai reali problemi dei paesi quelli sì, creati dalla finanza e da un’economia che ormai ha sostituito la politica lasciandogli spazi esigui di manovra.

La criminale distorsione informativa sui migranti, gli sporchi giochi politici sulla loro pelle, stanno allontanando l’attenzione della gente dal problema principale che un governo politico dovrebbe porsi: la questione sociale.

In Italia ci sono tre morti sul lavoro ogni giorno, le mafie mobilizzano centoventi miliardi di euro l’anno e un altro centinaio di miliardi si volatilizzano grazie alla corruzione e all’evasione fiscale, arrotondando per difetto. Il paese vive in molte zone una condizione di allarme ambientale, viaggia a due velocità con un sud che sta vivendo una nuova involuzione. L’emigrazione interna è in aumento così come quella verso l’Europa, dove i giovani trovano condizioni di lavoro migliori. Il lavoro latita, i diritti dei lavoratori sono un ricordo e lo sfruttamento è ormai consuetudine acquisita.

Settori strategici come la scuola, sono da decenni oggetto di tagli senza alcun senso o di investimenti totalmente privi di razionalità, come quelli della Buona scuola, la Sanità resta ancora una delle migliori al mondo ma viene anch’essa sottoposta a tagli costanti.

Renzi, forse, aveva realmente intenzione di cambiare le cose, potrei perfino dargliene atto, ma dal Jobs act alla riforma che ha messo fine alla sua carriera politica, per arrivare alla Buona scuola, ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare e anche di più.

Non si può pensare che un governo reazionario e fascista come quello di Salvini, possa nenache cominciare a risolvere uno solo di questi problemi; la politica della destra, dai tempi del fascismo, è fatta di apparenza, carezze alle classi dominanti e manganellate a quelle più deboli. I Cinque stelle, come ampiamente previsto, hanno cominciato una lenta e inesorabile dissoluzione che si completerà alle prossime elezioni.

In queste condizioni, storicamente, si crea nel breve o nel medio periodo, un’opposizione significativa che rischia, però, di commettere gli stessi errori di chi vuole combattere, usando gli strumenti del populismo e del qualunquismo, partendo da analisi sensate e arrivando a conclusioni totalmente errate.

Il mito del potere al popolo è uan cretinata: al democrazia rappresentativa è, appunto rappresentativa e implica una classe politica per sua natura elitaria, il che non sarebbe necessariamente un male. Il mito della lotta al sistema è ancora più demenziale: il sistema non si sconfigge, anche perché fa comodo a tutti, però si può cambiarlo dall’interno.

Il problema del nostro paese è culturale, manca una èlite intellettuale di sinistra ( di destra non è mai esistita) che invece di guardare a destra torni a guardare alla gente, non per seguirne la pancia ma per educare, informare, confrontarsi. A furia di pontificare sui massimi sistemi ci si è dimenticati delle periferie, dei quartieri, di una gioventù sempre più allo sbando e sempre più drogata, confusa, incazzata.

Abbiamo sempre sulla bocca Gramsci, Pasolini, Berlinguer, ma ci siamo dimenticati di cosa dicevano veramente, ne citiamo solo frasi avulse dal contesto, prive di sostanza senza ciò che le rpecede e le segue.

Allo stesso modo, pretendiamo di combattere il fascismo con una retorica e degli strumenti che erano già superati trent’anni fa, parlando a gente per cui Mussolini è solo un nome che spesso accostano a quello di politici, attori, cantanti. Allo stesso modo in cui si è banalizzato il messaggio del Che, facendolo diventare un’icona da maglietta, sta accadendo con il duce, che è solo un nome, il simbolo di un’idea di ordine e sicurezza che durante il ventennio non si è mai realizzata. Forse informare i ragazzi di Casapound sulla corruzione ai tempi del ventennio può servire di più che fare proclami sdegnati.

Non è più tempo di piazze piene e di proclami retorici, serve un’idea politica concreta, servono leader che sappiano parlare alla gente e una classe dirigente che sappia educarla la gente, proponendo modelli migliori di quelli che abbiamo avuto negli ultimi vent’anni ( e ci vuole davvero poco).

Al momento non si vede nulla del genere all’orizzonte, ma si sa, quando la notte è buia, basta anche una piccola luce a dare speranza e indicare la strada.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail