Le convergenze parallele di Di Maio e Zingaretti

Il Pd non riesce a convincere gli elettori di sinistra perché troppo appiattito sui Cinque stelle e coautore di una finanziaria senza coraggio che ha finito per scontentare tutti. Zingaretti sapeva che l’abbraccio con i grillini poteva essere mortale ma la spinta dei renziani è stata decisiva per formare, suo malgrado, l’alleanza tra due formazioni politiche con storia e obiettivi incompatibili.

Obiettivi forti come lo ius soli, o quel che è nelle sue varie declamazioni, l’abolizione dei due decreti sicurezza, un’azione decisa su scuola e sanità non sono neanche stati sfiorati dall’azione di un governo che ha preferito una logica giustizialista e di facciata, in puro stile Cinque stelle.

Di Maio, la cui statura politica è risibile, è convinto di essersi spostato troppo a sinistra e dimentica che l’emorragia di voti era già cominciata per l’incapacità sua e del suo partito di opporsi alla deriva a destra di Salvini e co. Di Maio sta svelando in queste ore la sua natura, non troppo distante da quella di Salvini, come si evince anche dalla sua storia familiare, e gli inutili e dannosi fascisti di spicco dei Cinquestelle, Paragone e Di Battista, uno un servo di ogni padrone e l’altro la prova che si può vivere anche senza pensare, gli mordono le caviglie perché rompa l’alleanza con il Pd, Pd che, nonostante, tutto, va detto, tiene.

La reazione impulsiva del leader grillino mostra la concezione di una politica che si fonda solo sul consenso e, quando questo manca, si scioglie come neve al sole. Di Maio non ha compreso che è stata la sua incapacità a rovinare il partito, la sua ottusa ostinazione a fare propaganda piuttosto che politica.

I Cinque stelle sono la dimostrazione che l’uomo della strada non può fare politica, che servono preparazione, competenza e visione d’insieme e a lungo termine, tutte doti che Di Maio non possiede neanche in minima parte.

Renzi ha poco da ridere. Da giorni sui social lancia messaggi su quanto è bravo e sulle cose che ha fatto, come se non fosse stato lui a dilapidare il patrimonio di consensi che aveva ottenuto. Renzi non ha ancora capito che non andrà oltre il 7/8% dei voti, che in una logica proporzionale gli permetterebbe di fare l’ago della bilancia ma solo con un Pd forte e in una coalizione di centro sinistra forte. Stesso discorso per Calenda, meno autocentranti di Renzi ma destinato come lui all’oblio se alle critiche non farà seguire proposte concrete e chiare che compattino il fronte della sinistra.

Renzi è l’unico, vero politico che c’è in quell’area, piaccia o non piaccia, a me non piace, ma, come una medicina amara, credo che sia necessario in questo momento per contrastare Salvini.

I duri e puri lo considerano uguale al leader leghista, ma sbagliano: essere liberali, essere perfino di destra, una destra moderna ed europea, è ben diverso dall’essere razzisti e fascisti, questo sarà bene che una parte della sinistra lo comprenda, quando questa finita alleanza finirà e si deciderà il futuro del paese alle elezioni.

Il voto in Umbria, conta poco: si tratta di una regione piccola, mal governata dalla sinistra e il risultato era prevedibile. Se cadesse l’Emilia Romagna, e vista la demenziale reazione di Di Maio non appare impossibile, sarebbe un altro discorso.

Una cosa è certa: l’interessa del paese passa in secondo piano rispetto all’interesse dei singoli partiti e questo spiega in buona parte la condizione del paese.

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Renzi: un divorzio necessario

Che non abbia mai avuto uno spiccato senso strategico è noto: ogni volta che ha tentato di fare uno strappo, per citare il caso più clamoroso, il referendum costituzionale, l’ha fatto nei modi e nei tempi sbagliati.

Che abbia capacità fuori dalla norma è altrettanto indubbio, anche se la media dei politici italiani è di livello talmente basso che, a malignare, viene a dire che non è che ci voglia molto.

Che si ami alla follia e l’autocritica non sia il suo forte traspare anche dalle dichiarazioni rilasciate oggi: nessun rimpianto per gli errori commessi, la colpa del suo fallimento è dei franchi tiratori interni al partito, la riproposizione di uno storytelling del suo governo che non corrisponde alla realtà.

Nonostante quanto scritto sopra la scissione di Renzi appare, senza dubbio, necessaria, probabilmente in ritardo di parecchio rispetto a quando avrebbe dovuto essere consumata, ma del tutto fuori tempo, come spesso è accaduto all’uomo di Rignano.

Renzi se ne va lasciando una posizione di forza, è questo va a suo merito: è stato il demiurgo dell’alleanza innaturale con i Cinque stelle per frenare l’avanzata di Salvini ( e il tempo dirà se questo è un merito), il suo discorso al Senato è stato il discorso di uno statista, perché adesso?

E’ ovvio che la mancata presenza di toscani al governo è un’idiozia, un pretesto per uno strappo che sembra, tuttavia, in contrasto come quanto Renzi dichiara: ha fatto di tutto per formare il governo e il giorno in cui il governo si insedia, lascia, non esattamente come Cincinnato, a giudicare dalle sue intenzioni.

Io non nutro simpatia per Renzi, non sopporto il suo ego, il suo vittimismo, la sua scarsa capacità di assumersi le responsabilità dei fallimenti, quindi quando stamattina ho visto che la scissione, finalmente, è cosa fatta, ho tirato un sospiro di sollievo: forse potrò tornare a votare Pd, un domani, e credo sia il pensiero di molti, a sinistra.

Questa scissione così fuori tempo mi sembra una vendetta consumata a freddo in un momento in cui non se ne sentiva davvero il bisogno, l’ennesimo errore tattico di un grande politico incompiuto, come si dice nel calcio, un grande talento nei piedi ma un cervello non sempre collegato agli stessi.

Mi sento però, nonostante l’antipatia che mi separa da lui, di fargli gli auguri per questa nuova avventura: c’è bisogno di un partito di centrodestra liberale e democratico,nel nostro paese, e Renzi è l’uomo giusto per guidarlo.

Quanto al Pd, vedremo come uscirà dalla palude in cui si è, giocoforza, immerso e potremo finalmente valutare la statura di Zingaretti,sperando che ci riservi liete sorprese.

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Il voto degli ipocriti

Piattaforma rousseau

Delegare una proposta di alleanza politica a un ristretto numero di votanti che esprimeranno la loro opinione in proposito su una piattaforma dichiarata dal garante non affidabile, è una enorme ipocrisia.

La delega, +ai rappresentanti dei Cinque stelle, è già stata data col voto (e ampiamente tolta alle europee), non siamo una democrazia diretta, per fortuna, ma una democrazia rappresentativa e dunque, la votazione di oggi, è semplicemente una dimissione di responsabilità, l’ipocrita artifizio di un leader che si è già ampiamente delegittimato da solo e si trova in evidente stato confusionale.

La democrazia diretta è una calamità, legata com’è all’umore della gente, alla famosa pancia del popolo, popolo che non  ha gli strumenti itnellettuali e concettuali per scegliere responsabilmente, per capire quale sia la reale alternativa a questa alleanza di governo, mal digerita da entrambe le parti ma necessaria.

Il Pd non avrebbe dovuto accettare questa pagliacciata, specie dopo le polemiche dei giorni precedenti e la faccia tosta con cui Di Maio ha difeso l’operato fallimentare del precedente governo. Credo che Zingaretti, al contrario di Di Maio, del suo fratello scemo Di Battista e dell’uomo flessibile Paragone, sia l’unico ad avere  ben presente il vero obiettivo di questa alleanza: evitare che il paese vada in fallimento per la sciagurata politica economica dell’esecutivo precedente, e stia operando per senso di responsabilità, perché da questa operazione il Pd ha solo da perdere.

Renzi, abile e paraculo, come sempre, non esattamente coraggioso, come sempre, ha lanciato il sasso, ritirato la mano e lascia fare il lavoro sporco agli altri, rilasciando interviste e commenti in cui gioca, come sempre, a fare lo statista. Capisco sempre più il desiderio di Zingaretti di regolare i conti con questo narcisista patologico incapace di mettersi al servizio del partito che, con un atteggiamentoi diverso da parte sua, potrebbe risalire la china dal baratro in cui l’uomo di Rignano l’ha fatto sprofondare.

Ma a spaventare, in questo periodo, è anche il nulla che c’è dall’altra parte; una destra isterica e meschina che parla solo per slogan fiacchi ed è convinta che a fare i cattivi, a infierire su chi non può difendersi si guadagni consenso, una destra con un leader bolso e rintronato, ben incollato alla sua poltrona, nella speranza di non rispondere alle sue malefatte in tribunale, in attesa come uno sciacallo che il cadavere del nemico gli passi davanti, una destra che non ha una, che sia una idea di politica.

E poi i Cinque stelle, incarnati perfettamente da un leader che non ha idee che vadano oltre i discorsi da autobus, arrogante, ignorante, irresponsabile, mal consigliato da due totali e inutili dementi, guidato dall’alto dal padrone del vapore, un nessuno che crede di poter dettare legge e per ritrovare autorità deve sottomere il proprio operato al giudizio del suo popolo, giudizio che potrebbe essere manipolato e indirizzato verso una precisa direzione.

Comuqnue vada a finire questa stagione grottesca della nostra politica, finirà male.

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Invece l’Italia è proprio questa, caro Veltroni

L’errore è quello di pensare che non può essere vero, che il nostro paese non può essere quello che traspare dai social e dai media: involuto, rancoroso, ipocrita, volgare, incapace di usare lo spirito critico o anche, semplicemente, il buon senso, chiuso dietro la rete delle proprie false sicurezze, illuso che un ritorno al passato sia la soluzione.

L’errore è quello di pensare che si possa arginare la deriva etica e morale in cui siamo immersi facendo ricorso al buon senso e alla ragione.

E’ quello che dice Veltroni oggi in un articolo su Repubblica, affermando che l’Italia non è questa. Proprio lui, che non ha mai cercato la rissa né lo scontro, che è sempre stato il leader ideale dei moderati, quel mitico zoccolo di elettori che, secondo la vulgata dell’ultima sinistra, assicurerebbe il successo politico, proprio lui che ,per aver opposto la buona educazione alla polemica gratuita, i fatti concreti alle fantasie, è stato punito dagli elettori e costretto alle dimissioni.

In realtà, l’Italia è questa da molto tempo. Il razzismo è sempre stato presente, solo che era diretto ai meridionali, che, negli anni cinquanta e sessanta, al tempo della grande emigrazione dal nord al sud hanno subito angherie, umiliazioni, discriminazioni, sono stati calunnianti e dileggiati, ma l’hanno dimenticato, visto che molti di loro e dei loro figli, oggi, sono in prima fila a soffiare sul vento dell’odio verso gli altri.

Erano i meridionali a rubare il lavoro, i meridionali erano tutti mafiosi, offrivano le loro mogli ai capi per ottenere favori, erano sporchi e non si lavavano, ecc. ecc.

Sono solo alcuni dei luoghi comuni ancora in voga quando io ero ragazzo e i miei compagni di scuola mi chiedevano se in Sicilia, la terra da cui vengono i miei genitori e dove ci sono le mie radici, davvero incontravi camminando per strada i mafiosi con la coppola e il fucile. Io, figlio di emigranti siciliani, non ho dimenticato.

L’illusione della sinistra è stata che la lotta di classe, la cooperazione, la solidarietà e l’internazionalismo avrebbero aiutato il proletariato a crescere e a riconoscersi come uguale in qualunque parte del mondo, a eliminare le differenze per lottare insieme.

Per un po’ ha funzionato, fino a quando il paese è cresciuto, poi il proletariato si è dissolto, è arrivata la crisi, e con la crisi la necessità di un nemico, di un capro espiatorio da immolare sull’altare della nostra ipocrisia. Si preparava il terreno a Berlusconi e alla sua retorica anti comunista da teatrino di periferia.

Ma prima di lui, nonostante le conquiste delle lotte operaie, la scolarizzazione, il sessantotto, nonostante la sinistra italiana fosse diventata un punto di riferimento europeo, una scuola di pensiero comunista alternativa alla dittatura sovietica,  l’Italia era il paese delle mafie, degli scandali, dell’evasione fiscale, del terrorismo di destra e di sinistra, dell’imperialismo americano. Eravamo già così, eravamo già quello che siamo, nonostante le apparenze. La marcia dei colletti bianchi è lì a provarlo: impiegati contro operai, borghesi contro proletari.

Berlusconi ha dato agli italiani il miraggio della scorciatoia, della via facile al successo, ha sdoganato, più che il fascismo, eterna statua del Commendatore presente ai tavoli del potere, la prostituzione intellettuale, la liceità del mettersi in vendita al miglior offerente, l’amoralità come regola, il machiavellismo squallido della borghesia reazionaria della bassa padana, la vera palla al piede del nostro paese.

Dimentica, Veltroni, che siamo stati il paese di Cuccia e di Sindona, il paese dei bancari impiccati sotto un ponte di Londra e dello scandalo della banca Vaticana, della banda della Magliana e del rapimento Moro, quello dei moti fascisti di Reggio Calabria e di piazza Fontana. Siamo sempre stati questi.

La crisi si è fatta più pressante e, dopo la parentesi di Monti, che ha probabilmente salvato il paese dal default, è arrivato Renzi. Renzi è l’Alviero Chiorri della politica italiana, chi è di Genova e sampdoriano sa cosa voglio dire, un solista eccelso, numeri da fuoriclasse, ma poca testa e, soprattutto, nessuna voglia di giocare per la squadra. Renzi ha sprecato le sue indubbie e grandi capacità commettendo tre errori fondamentali: rinunciare all’esperienza di chi ,forse, aveva sbagliato ma comunque conosceva la politica e le sue trappole meglio di lui, circondarsi di un nugolo di cortigiani mediocri, fare tanto e male invece di limitarsi a fare poco e bene. Aggiungiamoci il suo narcisismo patologico, l’incapacità infantile di ammettere gli errori  e la distruzione della sinistra è cosa fatta.

Ma quelli che inneggiavano alla rottamazione, che dileggiavano e insultavano i “vecchi”, che portavano avanti la retorica futurista (magari!) del nuovo che avanza e del perpetuo movimento, non sono diversi dai forcaioli pentastellati e dagli haters da tastiera di Salvini. Solo appena più eleganti e capaci di parlare italiano (ma non troppo, non tutti).

Renzi, radicalizzando il discorso politico, cercando penosamente di seguire la pancia del paese, rigettando le responsabilità dei suoi fallimenti e scaricandole sugli altri, ha percorso una strada già aperta e l’ha portata fino al punto in cui è subentrato Salvini.

Ma non è colpa di Renzi, non tutta, almeno: gli italiani erano sempre gli stessi, pronti a seguire l’uomo forte del momento. predisposti al trasformismo, disposti a cambiare bandiera in cambio di un tornaconto, divisi, faziosi, ipocriti, baciapile. Erano sempre il paese del tutto è lecito purché non si venga a sapere.

Gli altri, quelli di cui parla Veltroni, sono sempre stati minoranza, continuano ad essere minoranza e lo saranno sempre, fino a quando questo paese non farà i conti con la propria storia, fino a quando non si creeranno gli anticorpi per rigettare l’odio, il razzismo, la faziosità, la violenza verbale, la volgarità, ecc.

Questo non significa che non si debba denunciare, continuare a lottare, cercare di cambiare le cose, ma bisogna fare molta attenzione: i nostalgici della rivoluzione proletaria, i radicali di ogni colore sono uguali: il fanatismo, la certezza della verità in tasca sono virus che portano allo stesso male, rossa o nera che sia la radice. L’idea della violenza purificatrice, della palingenesi e della verità pura, cova sempre sotto la cenere con il suo carico di miasmi tossici.

In media re stat virtus, dicevano gli antichi e, almeno in politica, è così. La politica non può essere solo scontro ma deve anche essere mediazione ed è l’assenza di questa seconda componente che farà crollare gli attuali padroni del vapore.  Renzi non. voleva dialogare perché convinto di essere nel giusto, Salvini non dialoghi perché sa che verrebbe smascherato da chiunque, la sua assenza di argomenti diverrebbe palese e chiara a tutti.

Dobbiamo stare attenti, quando Salvini sarà solo un brutto e imbarazzante ricordi, a non sostituire i cialtroni neri con i cialtroni rossi, l’uomo forte di destra con quello di sinistra, perché allora, come accade sempre in Italia, cambierebbe tutto per non cambiare niente. Compito non facile in un paese che ha perso le coordinate della ragione.

 

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Della disonestà intellettuale

Scanzi

Il peggiore di tutti è Andrea Scanzi, perché è intelligente e capace ma, evidentemente per ordini di scuderia o per manifestà incapacità di afferrare il reale, continua a lodare l’operato dei Cinque stelle e portare avanti la solita solfa del : …e allora il pd?

Poi viene Michele Serra, che nella sua vita precedente è stato un genaile autore di satira, per diventare poi un cantore di Renzi e del renzismo, tornando oggi a tentare di fare il cane che azzanna il sistema, purtroppo con la forza di un barboncino.

Dei vari Belpietro, Feltri, ecc. non parlo perché non sono nè intellettuali nè giornalisti, ma qualcos’altro su cui preferisco non dare definizioni.

Arriviamo poi a Diego Fusaro, che non è intelligente ma fa finta di esserlo, che crede sia sufficiente trincerarsi dietro un eloquio già vecchio cinquant’anni fa e mascherare con parole forbite i concetti cari ai padroni del vapore, per passare per il maitre a penser del Sistema.

La disonestà intellettuale è l’unica cosa realmente trasversale, insieme alla disonestà tout court, in questo paese. Ovviamente la prima, non può essere imputata ai leghisti.

L’intellettuale, diceva Graham Greeene, dovrebbe essere comunista in un paese fascista e liberale in un paese comunista, l’intellettuale dovrebbe sempre essere contro, per stimolare chi guida un paese a fare meglio, per aprire orizzonti di comprensione ai cittadini, per fornire spunti di riflessione e lampi di cambiamento.

La figura dell’intellettuale organico è quella parte della lezione di Gramsci che non ho mai digerito, che non mi ha mai convinto, perché a mio parere, traccia una strada che porta a Di Battista, è figlia di una retorica della vile gente meccanica che oggi, purtroppo, ha rivelato tutti i suoi limiti.

In Italia gli intellettuali stanno da una parte o dall’altra, argomentano di solito in modo assolutamente ridicolo le loro tesi, potrei confutare l’ultimo editoriale di Scanzi  in mezza pagina e distruggere tutti i suoi assunti, e io sono un piccolo professore di scuola media, non certo all’altezza dei nomi che ho fatto sopra, e non entrano mai nel merito della questione ma la sorvolano, planando leggeri senza toccare mai terra. Lanciano il sasso e tirano indietro la mano, mai che uno azzardi un vero J’accuse.

Torniamo a Scanzi per fare un esempio pratico e perché mi irrita più degli altri: beffeggia quelli che criticano  i Cinque stelle per aver approvato leggi come il Decreto sicurezza uno e, tra poco due, per aver inziato la campagna contro le Ong, e per aver votato la non autorizzazione a procedere a Salvini, dimenticando che stiamo parlando di esseri umani e di umanità umiliata, di diritti violati, di violenza legittimata dal potere chi non ha strumenti per difendersi. Vanta come titolo di merito il reddito di cittadinanza che l’universo mondo sa essere una porcheria nata male e venuta su peggio, e andando avanti si vedrà quanto peggio, cita poi il salario minimo, su cui i sindacati sono giustamente contrari perché favorevoli al Ccnl, che copre il 90% dei lavoratori e che  il salario minimo andrebbe a indebolire perchè eliminerebbe le altre integrazioni economiche previste e perché entrerebbe in palese conflitto col reddito di cittadinanza. Senza contare che, anche su questo Scanzi sorvola, la proposta dei grillini, 9 euro lorde, è inferiore, udite udite, a quella del Pd, nove euro netti.

Certo, nell’epoca del pensiero liquido e della comunicazione smart, nel paese europeo dove si legge di meno e in cui si appresta a scrivere la riforma della scuola uno che odia i libri polverosi, io li amo, invece, fossi ricco riempirei casa mia di libri polverosi, forse questo è l’unico modo per tirare a campare, vendendosi a un padrone e cantandone le lodi come facero Catullo, Virgilio e Ariosto, anche se, purtroppo, oggi non si vede nessuno di pari livello all’orizzonte.

L’utile come iscopo, l’interessante come mezzo, il vero per soggetto diceva Don Lisander, dettando le regole fondamentali della letteratura ma anche del giornalismo. Non mi sembra che oggi, fatte pochissime eccezioni, ci si sforzi di seguire questa regola aurea.

E per quanto possa sembrare un dato marginale, questa povertà culturale, questa profonda disonestà intellettuale, è uno dei grandi problemi del nostro paese.

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Una pazza corsa verso il disastro

cavernicoli

Chi ha la mia età ricorderà certamente quel cartone animato dove due cavernicoli su una macchina primitiva partecipavano a una folle corse tirandosi violente clavate sulla testa per procedere più velocemente. E’ un’immagine perfetta per dipingere l’attuale situazione politica del paese come due leader politicamente primitivi che spingono sull’acceleratore, in vista della competizione delle lezioni europee, trascinando il paese in una folle e rovinosa corsa.

Gli italiani devono possedere una certa propensione per i bulli se, dopo qualche anno di consensi per Renzi, hanno scelto come loro leader Salvini che, incapace di un pensiero autonomo, non fa altro che scimmiottare, peggiorandolo, quanto fatto dal suo predecessore.

Renzi tramite Minniti stringe un accordo infame con la Libia? Salvini esagera, chiude i porti, impedisce alle Ong di prestare soccorso ai naufraghi, sequestra settanta disgraziati su una nave e la fa franca.

Renzi, sempre tramite Minniti, fa approva l’osceno decreto sul decoro urbano? Salvini lo reitera peggiorandolo, attribuendo quei poteri che erano dei sindaci ai prefetti, e a farne le spese saranno i soliti noti: venditori ambulanti, giovani vestiti in modo particolare che sembrano drogati e sono solo giovani vestiti in modo particolare che sembrano drogati, extracomunitari che camminano per il centro in attesa del permesso di soggiorno o del decreto di espulsione, ecc.

Come il decreto di Minniti, quello di Salvini, ripeto, identico, cambia solo l’attore, prevede l’allontanamento degli indesiderati che, presumibilmente, andranno nelle periferie, ad esasperare una. tensione sociale che fa solo il gioco della Lega e dell’estrema destra.

Insomma, Salvini è un Renzi meno politico, più cinico, più sinistro, più fascista, ma tutti e due, quando hanno scritto certe leggi, avevano in mente il loro elettore tipo: borghese, benestante, conservatore. Insomma, lo zoccolo duro dell’elettorato italiano. L’uno ha tradito una sinistra a cui non è mai appartenuto, l’altro quel popolo che nomina sempre ma nei confronti del quale ha fatto ben poco se non aizzarlo alla guerra tra poveri per ridersela sotto i baffi.

Tra i due, va considerato anche Di Maio, che sempre seguendo l’esempio renziano ha fatto passare quella specie di super bonus che è il reddito di cittadinanza, ovviamente adesso che siamo alla resa dei conti e non si può più mentire, si scopre che l’entità del reddito è assai minore di quanto strombazzato ai quattro venti, anche per quanto riguarda il compenso dei navigator, invero assai modesto per un lavoro che ha lo scopo di trovare lavoro dove non c’è.

L’ultima sceneggiata è quella dell’Iva: oggi si parla di aumentarla solo per i beni di lusso, ma avete mai visto in Italia un governo che, alla vigilia delle elezioni, tocca i portafogli più gonfi?

Si continua così, una calmata qui, una là, tra bugie, insulti, infamie e omissioni, tra avvisi di garanzie e rinvii a giudizio, in fondo la solita, vecchia storia di un paese dove, come sempre, cambia tutto per non cambiare niente.

 

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