Il relativismo morale della sinistra italiana

I decreti sicurezza sono ancora in vigore.

Qualunque cosa dica Zingaretti, che ha la faccia di affermare che lo sbarco dei profughi della Ocean Viking dopo giorni di patimento in mare rappresenta una discontinuità col passato, i decreti sicurezza sono ancora in vigore ed è uno dei motivi, anche se venissero abrogati o più probabilmente modificati prossimamente, per cui non voterò Pd nè nessuno dei partiti di sinistra presenti in parlamento, con buona pace di chi sui social mi taccia di comunismo.

Da tempo mi sono reso conto che per la sinistra italiana, tutta, esiste un relativismo morale dalle maglie molto larghe, per cui se certe azioni le fanno gli altri sono deprecabili e da condannare, se le stesse azioni le fa la sinistra allora sono giustificate dalle circostanze.

I decreti sicurezza sono ancora in vigore.

Personalmente, questo modo di fare mi fa schifo e non me ne frega niente se con il mio non voto favorirò la destra perché tanto, Pd e compagnia bella, sono solo un’altra destra, un po’ più elegante, un po’ meno volgare, altrettanto inconsistente politicamente.

I decreti sicurezza sono ancora in vigore.

Il clientelismo, la corruzione, i favori agli amici degli amici sono trasversali nel nostro paese e da quando il Pd è tornato al governo, senza Renzi, che non fa più schifo di Zingaretti, pari sono, dice solo quello che Zingaretti non può dire ma fa, il finanziamento alla scuola privata di queste ore ne è un esempio, non c’è un provvedimento di questo governo che vada a favore dell’equità fiscale, della lotta all’evasione, di un contrasto deciso alla criminalità organizzata. Non c’è un provvedimento che non favorisca i furbi e vada a vantaggio degli ultimi. La farsa della regolamentazione dei migranti per il tempo di farsi schiavizzare nei campi è un esempio.

I decreti sicurezza sono ancora in vigore.

Una sinistra che a Genova e in Liguria, di fronte al peggior sindaco e al peggior governatore degli ultimi anni, spalleggiati e favoriti da tutti i giornali cittadini, non riesce a proporre un candidato valido per le prossime elezioni regionali e addirittura cerca l’alleanza con Renzi, il responsabile del disastro ligure, che ha la faccia di rivendicare la candidatura della Paita come se tutti i liguri avessero la memoria del pesce rosso, farebbe bene a sciogliersi e disperdersi nei Cinque stelle, con cui ha in comune la concretezza politica e la chiarezza di idee, o dove diavolo vuole, ma la pianti di umiliare chi ancora crede, illudendosi, in certi valori.

L’unica possibile alternativa è la destra? No.

In questi giorni ricorre l’anniversario della morte di Alexander Langer, un visionario, un costruttore di pace che alle chiacchiere preferiva i fatti. Creatore del movimento ecologista in Italia, è una figura troppo presto dimenticata, che molto avrebbe da insegnare a chi oggi fa politica. Un uomo che ha fatto della mediazione e del dialogo la propria arma, un uomo che riusciva a trovare punti in comune anche tra posizioni in apparenza inconciliabili. Un uomo che prima di uccidersi ha lasciato scritto che quello che contava era il cammino intrapreso.

Domenico Lucano aveva creato un modello di integrazione esportabile e virtuoso che la Sinistra, continuiamo a chiamarla così ma di sinistra non ha nulla, non ha avuto il coraggio di abbracciare, anzi, è arrivata al punto di ripudiarlo. Per altro Lucano ha agito seguendo la linea nobile della disobbedienza civile, quella di Danilo Dolci, per parlare di un altro padre nobile dimenticato da un’intellighenzia, ormai fossilizzata in schemi stantii e vecchi, protesa più a tutelare la propria rete clientelare che a lavorare per il bene del paese.

I padri nobili ci sono, le persone che hanno dato l’esempio anche, ci vuole però il coraggio di lasciarsi il passato alle spalle e ricominciare a sognare, a costo di perdere oggi per vincere domani.

Personalmente, voterò in Liguria e, quando sarà, alle nazionali, chi metterà al primo posto la tutela del territorio, le energie alternative, l’equità fiscale, la lotta alla criminalità organizzata, un nuovo modello di istruzione pubblica, la riorganizzazione della sanità pubblica, e se nessuno lo farà, mi asterrò. Sono i punti che ha ribadito, qualche giorno fa, Gianni Letta, odiatissimo dai duri e puri, ma l’unico che sarebbe in grado, a parere di chi scrive, di tirare fuori il paese dal pantano. Insieme a lui mi piacerebbe tornasse alla politica Civati, uomo di principi e valori antichi, radicati nel Dna di chi crede ancora possibile l’esistenza di un partito di sinistra in un mondo ormai fatto su misura per i potenti.

C’è bisogno di fare tabula rasa in questo paese, di ricominciare da zero. Non è con i giudici che si combatte il fascismo o qualunque cosa sia l’onda di sterco montata da Salvini e compagnia, ma con una politica diversa, che torni a guardare ai veri motori del progresso, i poveri cristi sfruttati, umiliati e offesi in ogni parte del mondo. I nazisti dell’Illinois sono pagliacci che scompariranno nell’oblio, il problema è non sostituirli con altri pagliacci.

Non è restando fedeli alla linea che si fa il bene del paese perché la linea non esiste più da tempo, si è persa nel vento come le risposte che continuiamo a cercare. È tempo di rabbia e di richieste forti e chiare, come quelle che nel silenzio mediatico ha fatto ieri a Roma Aboubakar Soumahoro.

A proposito: i decreti sicurezza sono ancora in vigore.

Ma oggi, come ieri, la speranza è nei prolet.

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L’ennesima occasione persa per cambiare la scuola

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Questo lungo periodo di sospensione delle attività scolastiche in presenza avrebbe potuto rappresentare l’occasione di avviare quel dibattito sulla scuola pubblica che attendiamo da anni, per poter cominciare un percorso di cambiamento ormai non rimandabile e non necessariamente legato all’uso delle tecnologie.

Parlo di scuola pubblica e ho trovato particolarmente irritante e squallido sia l’ennesima richiesta di emolumenti da parte di Renzi alle scuole private, che non stupisce da uno abituato ad ascoltare la voce del padrone, sia la pronta risposta dell’esecutivo che ha stanziato, in violazione della costituzione, quaranta milioni di euro sottratti alla scuola pubblica.

Parlo di scuola pubblica, parte fondamentale del welfare in ogni paese d’Europa tranne che in Italia, dove la guida del ministero è stata affidata a un ministro abbastanza ingenuo da dire stupidaggini e abbastanza arrogante da tentare di giustificarle con improbabili citazioni colte ( mi riferisco all’imbuto).

La scuola pubblica va avanti, nonostante nessuno stia dalla sua parte, nonostante i contratti bloccati e le risorse scarse continua a tentare di fare la sua parte e ci riesce. Perché la Dad tanto odiata funziona, non benissimo, sarà da regolare e da controllare, ma funziona. Strumento d’emergenza sì, ma che usando un po’ di intelligenza, qualità da tempo assente nelle sale del ministero, potrebbe rappresentare un valido complemento alla didattica tradizionale, a patto che la didattica tradizionale cambi e cambi con essa anche la valutazione.

Perché, cari colleghe e colleghe, al netto di interventi retorici e tediosi sui social, la scuola da anni non funziona più nel nostro paese, ha perso la connessione con un mondo che cambia velocemente, non riesce più a trovare i giusti interruttori per accendere i ragazzi. La scuola italiana è vecchia, classista, meritocratica, a pagarne le deficienze sono da sempre i più deboli e chi fa questo mestiere se ha un minimo di onestà intellettuale non può che convenirne.

Non funziona più uno strumento obsoleto e morto come la lezione frontale, non funziona più tenere sei ore i ragazzi seduti nei loro banchi, pretendendo anche silenzio e attenzione di fronte a programmi scollati dalla realtà, distanti dal loro mondo, sovrabbondanti di nozioni inutili.

Non sto dicendo che, per esempio nel mio campo, non si debba studiare i classici, mai come oggi Boccaccio o Manzoni sono attuali, come è attuale anche Dickens, con le sue storie di bambini sfruttati o Dostojevsky, con i suoi dilemmi etici, sto dicendo che bisogna trovare nuove chiavi di lettura, un nuovo modo di proporre quello che i grandi del passato hanno detto attualizzandolo ai nostri tempi. La tecnologia, l’utilizzo intelligente del cinema e dei media, possono fornire un contributo preziosissimo se diventano strumenti sistemici e non risorse da utilizzare una tantum, quando non si sa cosa fare in classe.

Invece cosa facciamo sui social? I luddisti.

Sarebbe necessario cominciare a parlare di classi formate per fasce di livello, di didattica capovolta, di scrum, la metodologia usata nei gruppi di lavoro informatici per raggiungere gli obiettivi prefissati. Sarebbe necessario tornare a parlare di orario scolastico e di tetti di alunni per classi, inserire nel nuovo contratto, da firmare al più presto protocolli chiari su tempi e modi della didattica a distanza, valorizzare al meglio quel privilegio fantastico che è la libertà d’insegnamento.

Va rinnovata e potenziata l’integrazione dei ragazzi con disabilità, il fiore all’occhiello della nostra scuola.

I ragazzi vanno messi al centro del dibattito, devono trovare nella scuola un tempo attivo invece del non tempo con cui la vivono di solito. Soprattutto, la scuola deve tornare a sviluppare lo spirito critico, a osservare la società, coglierne i punti deboli e discuterne con i ragazzi, perchè il tempo è dalla loro parte, perché sta a loro cambiare le cose.

Le modalità di valutazione che usiamo oggi sono prive di senso: la valutazione per competenze è solo una parola, che presupporrebbe una rivoluzione vera e prova nel modo di concepire la scuola, la valutazione sommativa è comoda per le famiglie ma avvilente per i ragazzi che si trovano a vedere i loro sforzi ridotti a un numero che, di per sé, parliamoci chiaro, non significa niente, misura la performance del momento e tutti sappiamo che non è da un calcio di rigore che si giudica un giocatore.

La valutazione formativa è probabilmente un’opportunità di cominciare a scardinare il sistema dall’interno, di leggere i ragazzi con un altro sguardo di trovare negli errori non qualcosa da sanzionare ma un percorso da cominciare. Sociolinguistica, nasce negli anni settanta negli Stati Uniti e parte dalla sociolinguistica l’integrazione dei ragazzi neri nelle scuole americane.

Il ragazzo che con un software fa finta gli cada la linea durante la lezione on line o l’interrogazione, è senza dubbio irritante ma dimostra iniziativa e una intelligenza che andrebbe valorizzata, indirizzata su un’altra strada meno nefanda e più produttiva.

Con questo ministro e questa classe politica difficile si possa avviare un discorso che avrebbe bisogno di interlocutori di ben altro livello, ma resta la rabbia per l’ennesima occasione persa, per non aver trovato in un evento tragico la possibilità di ricominciare su nuove basi.

No, per la scuola, non andrà tutto bene. Come sempre.

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La disperata ricerca del Vate, o della scomparsa dello spirito critico in Italia

Pubblico su Twitter una garbata critica a Calenda, che ha affermato che la Lega e Fratelli d’Italia rappresentano una novità nella destra italiana. Faccio notare che, politicamente, non c’è nulla di nuovo nella loro proposta, cambia, ovviamente, il medium con cui viene veicolata che è però in perfetta continuità con quello berlusconiano: dalle tv alla rete.

Vengo subissato di critiche dai calendiani, che difendono a spada tratta l’opinione del leader senza entrare, ovviamente, nel merito di quanto affermo o dandogli ragione obtorto collo.

Accade in continuazione anche con (alcuni) renziani, il cui fideismo nel nuovo Vate è pari solo a quello leghista nei confronti di Salvini.

Con i leghisti non parlo, le rare volte che ci ho provato, in passato, sono stato subissato di insulti del tutto privi di qualche fondamento, per altro, perché riferiti al mio precedente libro dove, su Salvini, non ero più critico che su Renzi o Minniti.

Lo spirito critico, la capacità di afferrare il senso di un commento e di controbattere sul merito dell’affermazione e non aprioristicamente, sembra del tutto scomparso in questo paese, sostituito da una affannosa e disperata ricerca del Vate, dell’uomo superiore che ha in tasca ogni soluzione per ogni problema, il leader 3.0, multitasking e onnisciente, che pensa al nostro posto e delega ai seguaci solo il compito di difenderlo a spada tratta.

Nel mio libro Il granello di sabbia, a un certo punto della narrazione, il protagonista rimprovera ai ribelli che lottano contro il regime oppressivo che domina il paese, di usare di usare le stesse armi e lo stesso linguaggio del nemico.

Mettendo da parte spudoratamente ogni modestia, credo di aver centrato il problema.

La comunicazione si è talmente destrutturata, banalizzata, involgarita, da diventare omogenea e indistinguibile: a destra come a sinistra quasi mai si entra nel merito delle questioni, fermandosi alla superficie, all’antico “noi siamo i buoni e voi i cattivi”, categorizzazione manichea che sottintende che i buoni hanno ragione a priori, anche quando sbagliano.

La campagna elettorale in Emilia è stato un esempio paradigmatico di questo atteggiamento: con una candidata cabarettistica e una totale assenza di argomenti che non fossero l’altrettanto cabatteristico sbandierare il pericolo comunista o le provocazioni carnascialesche di un leader da sempre senza argomenti come Salvini, la destra ha ottenuto comunque un risultato notevole, sminuiti solo dal delirio di onnipotenza e dalla stupidità del suo Vate, che ha puntato tutto sul nero, perdendo.

Il Pd, che ha vinto le elezioni, non ha fatto nulla per ottenere il consenso: aveva un buon candidato, forse non proprio esattamente di sinistra, ma un buon candidato, ha aperto alle sardine pochi giorni prima delle elezioni e ha raccolto sicuramente, ma per fortuna, più di quanto meritasse. Ma gli argomenti politici del Pd erano esili quanto quelli della Lega.

Elly Schlein, astro nascente della sinistra sinistra, ha usato i social in modo assolutamente intelligente, a supporto di una campagna porta a porta vecchio stile, portando avanti istanze generaliste in gran parte condivisibili, ma non tutte condivisibili, a rifletterci qualche secondo sopra, e ha ottenuto un risultato lusinghiero.

Il grande assente della tenzone elettorale è stata la politica, il dibattito sui fatti concreti, lo spirito critico applicato alle istanze di una e dell’altra parte.

Infatti, subito dopo, renziani, calendiani e piddini si sono scannati sui social sulla e contro la Schlein, ovviamente senza mai entrare nel merito delle sue proposte, nella disperata difesa del proprio Vate. parliamo di persone che dovrebbero apaprtanere alla stessa famiglia politica. Perché ogni nuovo Vate portatore di verità assoluta, insidia il pulpito dei precedenti e si attira le ire dei fedeli.

La verità è che, nel nostro paese, chi applica lo spirito critico, chi chiede ragione di certe affermazioni o, semplicemente, ha la memoria lunga, rompe i coglioni.

Accade in qualsiasi ambito, in qualunque posto di lavoro. Ci sono miei colleghi che censurano addirittura gli alunni che chiedono perchè, che non si limitano a studiare la lezioncina o a seguirla muti e zitti nei loro banchi di costrizione, come se uno dei compiti della scuola non fosse, appunto, sviluppare lo spirito critico. Io dialogo sempre con i ragazzi, anche quando le domande sono irritanti, cercando di fartli arrivare da soli alle conclusioni. Capita anche che mi scusi con loro, talvolta, magarti per una sfuriata un po’ troppo energica, un gesto che non giudico di debolezza, come farebbero tanti, ma di rispetto nei confronti di chi ho davanti. Voglio che capiscano che nessuno ha sempre ragione. Spirito critico, appunto.

Se li educhiamo fin da piccoli a seguire i Vati che incontreranno nella vita, ad accettare senza fiatare quello che gli viene detto e introiettarlo acriticamente, non c’è da stupirsi se invece di un popolo consapevole, abbiamo un popolo di adepti che si limitano ad adorare invece di pensare.

Personalmente, plaudo a quei bambini che hanno contestato l’insegnante di Firenze secondo cui Liliana Segre si fa pubblicità con l’Olocausto, non perché Liliana Segre sia incriticabile ( per me lo è, ma è un’opinione personale) ma perché un’insegnante non può, deontologicamente, fare affermazioni che spingono all’antisemitismo. Il fatto che una simile affermazione riecheggi le parole della Mussolini, ci dice molto su quell’insegnante, che non voglio definire collega.

Concludo riabadendo la priorità di politiche culturali forti , che partano dal riassetto dei media, vecchi e nuovi, se non colpevoli, complici della scomparsa dello spirito critico nel nostro paese e contemplino una rialfabetizzazione generale del paese che non può che partire dall’arte e dai libri..

Non di vati abbiamo bisogno, ma di idee su cui confrontarci, di soluzioni per i problemi reali del paese, di un popolo che prenda coscienza e non la deleghi al giullare di turno.

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Sotto l’ombra del Grande fratello

Nel mio ultimo libro, Il granello di sabbia, descrivo uno stato che controlla i propri cittadini tramite la rete. L’uscita della ministra dell’Innovazione Pisano, riguardo una password univoca per gli accessi alla Pa e quelli privati, fornita dallo Stato, che può così verificare l’identità di ogni cittadino, oltre che improvvida e inquietante, dà corpo ai miei timori e alle mie inquietudini di scrittore, trasformando in possibilità cioè che era frutto di fantasia.

La proposta è inquietante perché arriva,presumibilmente, non dalla Pisano ma dalla Casaleggio associati, società privata che si occupa di reti informatiche, proprietaria dei Cinque stelle, a cui gli stessi devolvono mensilmente il denaro che gli viene pagato dallo Stato e che ha collabroato, non si sa bene a che titolo, alla stesura del piano per l’innovazione di cui è vate la succitata ministra.

C’è stata una legittima levata di scudi di fronte a questa proposta, motivata da diverse ragioni: intanto un elementare problema di sicurezza. Tutti gli esperti consigliano di differenziare le password per l’accesso a internet e ai vari siti, di modificarle periodicamente e renderle complicate; il fatto che pochi, per pigrizia, lo facciano, non significa che si debba andare in controtendenza e utilizzare una password unica per accedere a dati sensibili. Entra in gioco anche la naturale, e del tutto motivata, diffidenza degli italiani nei riguardi dello Stato.

In secondo luogo, forse il ministro non sa che esistono le carte dei servizi che permettono l’accesso alla P.A., costano poco, sono facili da usare e hanno un codice personalizzato. Quindi uno strumento efficace è già presente sul mercato, fornito da vari gestori così da assicurare la concorrenza e non si vede la necessità di cambiare la situazione.

In terzo luogo, in democrazia, la vita privata di un cittadino non deve in alcun modo riguardare lo Stato, a meno che il cittadino non commetta abusi. La privacy è diritto garantito dalla legge che non va in alcun modo limitato. Basta già il mercato on line con i suoi continui annunci mirati a rendere fastidiosa la navigazione, ci manca solo lo Stato. Ovviamente, la natura totalitaria dei Cinque stelle viene fuori anche in questo frangente, il concetto assolutista che lo Stato sono loro e i cittadini qualcosa da controllare e reprimere.

Io credo sia tempo che il rapporto tra il partito di maggioranza e una società privata che, di fatto, ne è proprietaria, debba essere oggetto di indagine da parte del governo e delle autorità competenti. Si tratta di un conflitto di interessi enorme, per certi versi più pervasivo di quello di Berlusconi, che non può più passare sotto silenzio. E’ a rischio non solo la sicurezza nazionale e la legittimità di certe scelte politche, ma anche il concetto stesos di libertà individuale.

A questo proposito, meglio avrebbe fatto la Boschi a tacere, dato che il suo referente politico, a suo tempo, qualche problema in proposito lo ebbe con la nomina di Carrai alla cybersecurity. Non tutti gli italiani hanno la memoria del pesce rosso e certe tentazioni sono bipartizan.

Stiamo parlando di una lobby che propone un controllo diretto di tutti i cittadini sia nell’ambito pubblico che privato, un fatto gravissimo che meriterebbe ben altra riflessione e attenzione da parte dei media.

Non siamo di fronte a un caso di inettitudine pentastellata, il disegno che traspare dalle parole della ministra è fin troppo evidente e a poco vale il suo immediato dietrofront, nella migliore tradizione berlusconiana.

Se volete avere un’idea di dove porti quella strada, leggete il mio libro.

Lui voleva tornare a vivere e ad amare in un mondo senza amore, lei voleva tornare a sognare in un mondo senza sogni.
L’unica possibilità era diventare il granello di sabbia che blocca il meccanismo
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Il peso della realtà

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La notizia odierna del recupero di sette corpi a Lampedusa riporta drammaticamente lla mia attenzione su un fatto inconfutabile: esseri umani continuano a morire nel mediterraneo e nessuno fa niente perché la strage si fermi.

Quando parlo di concretezza e prassi della protesta, come ho fatto ieri,  mi riferisco anche a questo: chiedere poche cose e insistere finché non si ottiene un segnale. Credo che la fine delle stragi nel mediterraneo sia una di queste poche cose e sarebbe opportuno che il Pd, invece di continuare ad insultare Renzi, aprisse un tavolo comune con tutta la sinistra per affrontare il problema immigrazione in modo pragmatico e non con slogan che lasciano il tempo che trovano.

C’era un modello, il modello Riace, che prevedeva il ripopolamento di quei borghi che i nostri giovani abbandonano, trasformandoli in deserti, quando potrebbero, se utilizzati in modo sensato e ripopolati, costituire un primo passo verso la soluzione del dissesto idrogeologico in molte zone del nostro paese. Perché, come scriveva giustamente ieri MIchele Serra, il èprimo passo per risolvere il problema è prendere in mano la pala e imparare ad usarla.

Guardate che la sostenibilità chiamata ieri a gran voce da molti ragazzi in tutta Europa, ignorati dai media italiani, significa anche questo: recuperare il territorio, coimprese le aree coltivabili, dare l’opportunità a chi arriva in cerca di una qualità di vita migliore di averla, con agevolazioni statali che verranno ripagate da un lavoro che in Italia nessuno vuole più fare e che ripagheranno la comunità in un futuro neanche troppo lontano.

Nel quartiere di Genova in cui lavoro sono stati i rifugiati africani a rivitalizzare le vigne che sulle colline erano ormai morte, soffocate dal cemento, dalle esalazioni dell’Italsider e poi abbandonate. Non lo sa nessuno, non si dice, perché quello che va bene, gli esperimenti di integrazione che funzionano, non fanno notizia. ma esistono e non sono pochi, indicano una strada.

Il modello Riace è esportabile in tutto il nord Italia, dove i borghi abbandonati e le terre incolte abbondano. Ovviamente va strutturato e organizzato con la collaborazione delle associazioni serie che si occupano di accoglienza, e sottolineo serie, e offrirebbe la possibilità di razionalizzare i flussi migratori, almeno in parte, e di offrire opportunità di lavoro.  Ma la sinistra sembra averlo dimenticato, forse per non favorire Salvini.

La sinistra sembra aver dimenticato tutti i suoi valori fondanti e dare la colpa a Renzi è solo un comodo scaricabarile. Sono almeno vent’anni che la sinistra non è più tale e  sbaglio per difetto.

Ripeto: le persone continuano a morire nell’indifferenza di tutti e noi stiamo a discutere delle ville di Renzi.

Non vorrei che l’enfasi sull’antifascismo, che non condivido non perché non sia antifascista ma perché, a mio parere, non c’è un pericolo fascista in Italia, c’è ben di peggio, facesse dimenticare le altre emergenze.

Manifestare e cantare canzoni partigiane va benissimo, con qualche distinguo, ma vedo più difficoltà a manifestare per i diritti degli ultimi, se non intermini qualunquistici: sì all’accoglienza, che non significa un cazzo. Vedo poca solidarietà concreta in giro, poca voglia di spendersi per gli altri.

Continuo a non vedere la sinistra nelle periferie e le piazze piene sono sempre quelle centrali, che assicurani visibilità mediatica, mentre lasciamo gestire l’emarginazione a chi soffia sul fuoco dell’odio sociale e della rabbia. Continuo a non sentire dichiarazioni forti e chiare di un cambio di rotta sull’immigrazione da parte di leader di sinistra a ogni conta di morti, continuo a veder ignorati dal governo molti dei problemi strutturali che ricadono sulla pelle di quei giovani che riempiono le piazze: il lavoro, la lotta contro le droghe, con una revisione e una inversione delle leggi, ormai vecchie e stantie, sull’argomento, la dimunzione dell’abbandono scolastico sopra i livelli di guardia anche al nord, il potenziamento dei servizi sociali, bloccati in molte città dopo la cagnare di Bibbiano, ecc.

Il peso della realtà, sempre più gravoso, sempre più difficile da alleggerire, non si risolve, a mio avviso,  con una gioiosa macchina da guerra ma col coraggio e con la buona politica, con la competenza e una visione a lungo termine, tutte qualità che latitano da tempo dalle nostre parti.

Quando ero giovane pensavamo che li avremmo sconfitti con la fantasia: ci sbagliavamo, la fantasia può poco contro l’interesse, l’avidità e l’egoismo. Serve concretezza e coraggio, serve una sinistra che torni a guardare avanti e la smetta di vagare alla cieca pensando solo al consenso.

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Le convergenze parallele di Di Maio e Zingaretti

Il Pd non riesce a convincere gli elettori di sinistra perché troppo appiattito sui Cinque stelle e coautore di una finanziaria senza coraggio che ha finito per scontentare tutti. Zingaretti sapeva che l’abbraccio con i grillini poteva essere mortale ma la spinta dei renziani è stata decisiva per formare, suo malgrado, l’alleanza tra due formazioni politiche con storia e obiettivi incompatibili.

Obiettivi forti come lo ius soli, o quel che è nelle sue varie declamazioni, l’abolizione dei due decreti sicurezza, un’azione decisa su scuola e sanità non sono neanche stati sfiorati dall’azione di un governo che ha preferito una logica giustizialista e di facciata, in puro stile Cinque stelle.

Di Maio, la cui statura politica è risibile, è convinto di essersi spostato troppo a sinistra e dimentica che l’emorragia di voti era già cominciata per l’incapacità sua e del suo partito di opporsi alla deriva a destra di Salvini e co. Di Maio sta svelando in queste ore la sua natura, non troppo distante da quella di Salvini, come si evince anche dalla sua storia familiare, e gli inutili e dannosi fascisti di spicco dei Cinquestelle, Paragone e Di Battista, uno un servo di ogni padrone e l’altro la prova che si può vivere anche senza pensare, gli mordono le caviglie perché rompa l’alleanza con il Pd, Pd che, nonostante, tutto, va detto, tiene.

La reazione impulsiva del leader grillino mostra la concezione di una politica che si fonda solo sul consenso e, quando questo manca, si scioglie come neve al sole. Di Maio non ha compreso che è stata la sua incapacità a rovinare il partito, la sua ottusa ostinazione a fare propaganda piuttosto che politica.

I Cinque stelle sono la dimostrazione che l’uomo della strada non può fare politica, che servono preparazione, competenza e visione d’insieme e a lungo termine, tutte doti che Di Maio non possiede neanche in minima parte.

Renzi ha poco da ridere. Da giorni sui social lancia messaggi su quanto è bravo e sulle cose che ha fatto, come se non fosse stato lui a dilapidare il patrimonio di consensi che aveva ottenuto. Renzi non ha ancora capito che non andrà oltre il 7/8% dei voti, che in una logica proporzionale gli permetterebbe di fare l’ago della bilancia ma solo con un Pd forte e in una coalizione di centro sinistra forte. Stesso discorso per Calenda, meno autocentranti di Renzi ma destinato come lui all’oblio se alle critiche non farà seguire proposte concrete e chiare che compattino il fronte della sinistra.

Renzi è l’unico, vero politico che c’è in quell’area, piaccia o non piaccia, a me non piace, ma, come una medicina amara, credo che sia necessario in questo momento per contrastare Salvini.

I duri e puri lo considerano uguale al leader leghista, ma sbagliano: essere liberali, essere perfino di destra, una destra moderna ed europea, è ben diverso dall’essere razzisti e fascisti, questo sarà bene che una parte della sinistra lo comprenda, quando questa finita alleanza finirà e si deciderà il futuro del paese alle elezioni.

Il voto in Umbria, conta poco: si tratta di una regione piccola, mal governata dalla sinistra e il risultato era prevedibile. Se cadesse l’Emilia Romagna, e vista la demenziale reazione di Di Maio non appare impossibile, sarebbe un altro discorso.

Una cosa è certa: l’interessa del paese passa in secondo piano rispetto all’interesse dei singoli partiti e questo spiega in buona parte la condizione del paese.Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail