Il giorno che hanno ucciso Carlo Giuliani…

Il 2001 dovrebbe essere fissato nella mia memoria perché è stato l’anno in cui sono stato assunto nella scuola pubblica, perché è terminata una storia d’amore, perché l’attacco alle torri gemelle ha cambiato la storia. Invece la memoria è rimasta ferma a quei tre giorni terribili di Luglio, che, in qualche modo, hanno cambiato le vite di chi c’era. Per sempre.

Il giorno che hanno ucciso Carlo Giuliani ero a La Spezia. Ero eccitato, perché quella sera avrei visto il concerto di Bob Dylan, il “mio” cantante, un mito per la mia generazione e molte altre.

Il giorno precedente c’era stata la prima manifestazione programmata in occasione del G8, a favore dei migranti: una festa di colori e sorrisi, che sembrava in parte aver allentato la tensione e le cattive vibrazioni che si percepivano nell’aria. Perché quello che sarebbe successo ce lo aspettavamo tutti, anche se non lo dicevamo.

Entro in un bar a prendere un caffè e sento che hanno ammazzato un ragazzo. “Cazzo, no!” grido, attirandomi le occhiatacce degli avventori. Chiamo mio padre, mi conferma che a Genova si è scatenato l’inferno annunciato e che i carabinieri hanno ammazzato un ragazzo. Ce lo aspettavamo, ma l’intensità del dolore e della rabbia quella no, non la puoi prevedere, non puoi immaginare quanto ti sconvolga la notizia di un ragazzo ucciso durante una manifestazione che chiede un mondo più giusto e solidale. E’ assurdo, inconcepibile. “Ne abbiamo fatto fuori uno” dirà una polizotta intercettata mentre parla alla radio. Si possono dimenticare parole così? Ci si può mettere una pietra sopra? “Ne abbiamo fatto fuori uno”. Ricordatele queste parole: perché anche se voi vi credete assolti siete lo stesso e per sempre, coinvolti.

Vado al concerto in preda a sentimenti contrastanti. Quella sera Dylan è in stato di grazia: esegue tutti i pezzi che avrei voluto sentire quella sera, le sue canzoni più “politiche”, più feroci, non so se per caso o per scelta, con lui non si può mai dire. In qualche modo, immagino che quel concerto sia un omaggio a Carlo Giuliani, a un ragazzo ucciso durante una manifestazione per un mondo più giusto.

Il giorno dopo rientro in treno e scendo a Nervi. Attraverso la città insieme ai manifestanti che cominciano ad affluire: visi da operai, pensionati, militanti comunisti, militanti del mondo cattolico, persone comuni, fricchettoni, ragazzine e ragazzini, stranieri dai visi stralunati. Sono allegri, nonostante tutto, si apprestano a manifestare con gioia per un mondo migliore e diverso.

Quando arrivo all’inizio di Corso Italia vedo i black block: mi metto in disparte, in un posto da cui posso guardare e scappare, se necessario, tattiche acquisite grazie ai consigli di un padre sindacalista e alla frequentazione dello stadio. La polizia è in assetto, schierata, ma lascia che quei pagliacci vestiti di nero facciano la propria sceneggiata senza reagire. Persino dopo non reagiscono, quando comincia la sassaiola. Penso che la tragedia del giorno prima abbia portato consiglio, anche se basterebbe una carica per sgomberare quelle poche decine di balordi. Poi arriva il corteo dei manifestanti pacifici, il resto lo conoscete tutti.

Quel giorno, ho perso la mia fiducia nello Stato. Pensando a quel giorno, ogni volta che in classe devo discutere di legalità, rispetto delle regole, diritti civili, mi chiedo se non sto prendendo in giro i ragazzi e le ragazze che ho di fronte, mi chiedo se non sto parlando di nulla. C’ero, ho visto, non posso dimenticare. Quel giorno ho perso l’illusione che nel nostro paese esista una democrazia, che davvero siamo tutti uguali davanti alla legge. Quello che è seguito, le promozioni, le impunità, i processi, i reintegri in servizio dei medici infami e dei picchiatori, non hanno fatto che confermare quella perdita. Il Defender dei carabinieri sul corpo di Carlo è passato centinaia di volte in questi anni.

Nessuno si è mai assunto al responsabilità politica di quella che è stata una violazione dei diritti civili più elementari dei cittadini talmente clamorosa, evidente e sfrontata da risultare inconcepibile. “Ne abbiamo fatto fuori uno” se le ricordino queste parole i polizotti indignati per una targa che ricorda quel ragazzo, se le ricordi chi, periodicamente, lo considera un delinquente, uno sbandato, un violento, se le ricordino le brave persone che pensano che, in fondo, abbia avuto quello che si meritava. “ Ne abbiamo fatto fuori uno”, un rosso, un deviante, un diverso, uno che non è come noi. Bastardi.

Quando sono arrivato a casa ho continuato a seguire in televisione cosa stava accadendo, insieme a  mio padre, indignato e addolorato come mai l’avevo visto. Poi è arrivata la mattanza della Diaz.

Trovo le recenti dichiarazioni di Gabrielli insufficienti, tardive e comode. Mancano provvedimenti seri e la burla del reato di tortura è l’ennesima presa in giro da parte del governo, che garantiscano che il pestaggio fascista di quei giorni non si ripeterà mai più. Mancano provvedimenti seri e chiari che permettano di togliere la divisa per sempre e chiudere in una cella chi usa la violenza gratuitamente e senza motivo, in uno scontro di piazza, nell’infermeria di un tribunale o in una prigione. Mancano provvedimenti seri e chiari che garantiscano l’identificazione dei picchiatori e  la loro immediata espulsione dai corpi di polizia. Tutto quello che ha detto Gabrielli, e gli va reso atto di averlo detto, conta poco o niente.

Perché quel giorno a Genova, oltre ad aver perso l’innocenza, chi c’era, chi ha visto, si sta ancora chiedendo se quella era una faccia del potere o la vera faccia del potere. Da sedici anni attendiamo risposta. “Ne abbiamo fatto fuori uno”.

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Di Rocco Schiavone, di ignoranza e code di paglia

Rocco Schiavone è il protagonista di una serie di romanzi scritti da Antonio Manzini, caratterizzati da una trama gialla robusta e assai curata e da un protagonista, Rocco, appunto, che sembra preso dalla grande tradizione del noir americano, quella di Dashiel Hammet e Raymond Chandler.

Rocco è tormentato, incapace di elaborare il lutto per la tragica morte della giovane moglie,non beve come i suoi eponimi americani ma si fa una canna ogni mattina, nonostante ci sia sempre qualcuno a descrivere dettagliatamente i danni di questo gesto, lui la considera la sua hegeliana preghiera laica mattutina, ha modi rudi, amici discutibili e fa cose discutibili, ed è uno straordinario investigatore.

Non è un eroe senza macchia e senza paura e ogni volta che risolve un caso si sente come contagiato dal male che ha appena sconfitto, forse consapevole che nel suo mestiere ingrato per ogni vittoria ci sono cento sconfitte.

Schiavone non è rassicurante, non è il tipico poliziotto alla Montalbano che piace alle mamme, anche se di Montalbano possiede lo stesso senso della giustizia.

La trasposizione televisiva del personaggio è azzeccata, ben sceneggiata, ben diretta, con attori convincenti e nella parte, un Giallini assolutamente tagliato per il personaggio del vicequestore. Un successo di pubblico che conforta: la qualità paga ancora.

Gasparri e l’incorreggibile Giovanardi, chiamarli onorevoli è troppo, hanno presentato una mozione alla Camera contro il personaggio. Dando per scontato che i due non abbiano mai aperto un libro e se ne ritraggano inorriditi alla sola vista, il motivo di tale interrogazione è il fatto che il personaggio getterebbe discredito sulle forze dell’ordine. Stessa demenziale e assurda motivazione da parte del sindacato autonomo di polizia che aveva applaudito con entusiasmo, invece, le gesta del cretino Coliandro, evidentemente ritenuto dagli iscritti a questo sindacato, un rappresentante più degno.

Siamo dunque arrivati alla meta-denuncia, alla persecuzione di un personaggio di fantasia. Che arrivi da un fascista, un ottuso ex democristiano di quarta fila che sembra un personaggio disgustoso  preso di pari passo dal Commissario Pepe, immortale personaggio di Tognazzi e da un sindacato che ha applaudito l’assoluzione dei presunti responsabili della morte di Cucchi, non stupisce più di tanto.

Forse sarebbe stato più rappresentativo delle forze dell’ordine il racconto delle gesta di uno di quelli che nel 2001 a Genova furono responsabili della macelleria messicana del G8 (definizione data da un poliziotto), o di quelli che conducono ragazzi in carcere e li pestano a sangue, o dei poliziotti che caricano operai e studenti, ecc. Forse Giovanardi e Gasparri si sentono più utili al paese bloccando, insieme a tanti colleghi, l’introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale.

Scusate, a me questa gente dà la nausea.  Io credo che la polizia svolga un servizio necessario e prezioso per la tutela dei diritti di ciascuno di noi, credo che l’impunità di cui oggettivamente godono le forze dell’ordine nel nostro paese non sia un male necessario ma un vulnus della nostra democrazia, che danneggia la stragrande maggioranza dei poliziotti, quelli che non picchierebbero mai un fermato, che abbasserebbero il manganello davanti a un ragazzino o a un anziano, che non perderebbero mai il senso del loro dovere.

Schiavone è personaggio di fantasia umano, forse troppo umano per alcuni, dotato di vizi e virtù come ognuno di noi. A me piace leggere le sue avventure e guardarle in tv, e riesco benissimo a comprendere che non rappresenta la realtà, anche perché, al contrario di quanto accade nella vita reale, Schiavone alla fine vince sempre.

Trovo semplicemente vergognoso che con tutti problemi che affliggono il paese, si debba sprecare tempo alla camera a discutere di una  fiction, vergognoso ma esemplificativo dei tempi che viviamo. Quanto alla polizia, trovo assolutamente lodevole che i suoi rappresentanti veri non invochino censure, non contano i reati fittizi di un personaggio di fantasia e continuino a dedicarsi ogni giorno al proprio lavoro, con spirito di servizio e onestà.

Dal momento che i dati dell’audience su Schiavone sono confortanti e il referendum è vicino, confido che potremo continuare tranquillamente a goderci le avventure del vicequestore, alla faccia degli ipocriti e di chi ha la coda di paglia.

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G8: la vergogna si nasconde.

Sarebbero tanti gli argomenti di cui parlare oggi, tante le notizie su quotidiani che suscitano indignazione, scoramento, rabbia.

C’è un filo comune che ne unisce alcune: Giovanardi e la Lega che minimizzano l’omicidio di Emmanuel, i polizotti uccisi negli Stati Uniti, i nomi cancellati dei macellai del G8 di Genova, gli argomenti con cui Forza Italia si oppone all’introduzione del reato di tortura nel codice penale.

La morte dei cinque poliziotti negli Usa è l’applicazione di una regola inossidabile: violenza chiama violenza, sempre e comunque. Si arriva a un punto di rottura in cui è inevitabile che ad ogni azione corrisponda una reazione uguale e contraria. Quella americana è una guerra razziale, provocata sia dall’atteggiamento violento delle forze dell’ordine sia dal razzismo endemico in gran parte della popolazione bianca, questo senza voler giustificare in alcun modo la violenza, che non  ha giustificazioni ma spiegazioni sì. Se si lascia spazio, se non si stigmatizzano e non si condannano i comportamenti violenti di chi deve assicurare l’ordine e la giustizia, non c’è più ordine e giustizia.

E’ lo scenario che ci aspetta se si continuerà a dare credito e voce a gente come Giovanardi e gli esponenti della Lega, sciacalli che speculano anche sulla morte di un ragazzo colpevole solo di avere la pelle nera, politica continuerà ad abbassarsi al rango di scontro tra bande utilizzando un linguaggio da trivio.  Continuando a ignorare quello che sta succedendo, a negare la realtà chi viene emarginato, beffeggiato, privato dei suoi diritti,  reagirà con la violenza, scatenando una assurda escalation che non gioverà a nessuno e facendo il gioco dei fascisti e dei razzisti.

I nomi dei macellai, questo sono, indegni di essere chiamati poliziotti, che hanno massacrato persone inermi alla Diaz e per le strade di Genova durante il G8, sono stati cancellati. Questa vicenda non manca mai di amareggiare, di rivelare strascichi ogni volta più avvilenti,squallidi, di mostrare come il potere nel nostro paese abbia tratti mostruosi e la democrazia sia sempre più virtuale. Le coperture di cui i macellai hanno goduto al tempo, coperture che provenivano dalle più alte cariche dello Stato, mai toccate da provvedimenti riguardanti la responsabilità morale di quanto avvenuto, continuano ad essere attive, giustizia non è stata e non sarà fatta. Continuiamo almeno a ricordare la vergogna.

Quanto all’opposizione  di Fi all’introduzione del reato di tortura, per altro formulato dagli esperti del Pd in modo talmente blando e accomodante da risultare quasi inutile ma sufficiente a permettere a colui che non è stato eletto da nessuno di vantarsene come di una grande vittoria di civiltà, ribadisco quanto ho già scritto in passato: è necessaria,ormai improcrastinabile, un riforma delle forze di polizia che faccia pulizia delle mele marce che indossano la divisa, picchiatori, fascisti e affini, che valorizzi il lavoro dei funzionari e degli agenti che coscienziosamente, onestamente e silenziosamente ogni giorno rischiano la vita per noi, che introduca periodici controlli psicologici e una formazione continua anche in sevizio, formazione che non spieghi come fare più male colpendo con i nuovi manganelli, come è stata fatta ai macellai di Genova, ma spieghi cosa significa essere al servizio della collettività.  Il reato di tortura deve subito essere introdotto nel codice penale,formulato seriamente, e va introdotto un sistema che permetta di identificare immediatamente gli agenti autori di violenze. Tutto questo a tutela della collettività e della stragrande maggioranza delle forze dell’ordine che è formata da gente onesta e pulita.

Che nel 2016 si debba parlare di questo, di razzisti, poliziotti violenti e politici inetti, nomi nascosti, reato di tortura, dimostra che in questo paese la strada verso una democrazia compiuta è ancora lunga.

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