Dell'essere italiani

Io credo che in un mondo globale le nazionalità non abbiano più molto senso mentre hanno un senso le culture, intese come quell’insieme di tradizioni mutuate dalla storia che costituiscono il genius  loci di un popolo. Culture da tutelare, tramandare e preservare, per non perdere noi stessi.

Sono   fieramente anti liberista, perché ritengo che l’attuale società abbia scelto la strada, non necessaria, di mantenere il proprio tenore di vita a spese dei più poveri e di favorire, al proprio interno,  le classi agiate a scapito di quelle proletarie. Se il liberismo ha una colpa capitale, e ne ha molte e molti morti ha sulla coscienza, non ultimi quelli per terrorismo, è quella di non preoccuparsi ma anzi di osteggiare la globalizzazione dei diritti, non comprendendo che diventa così assai complicato globalizzare anche le regole. Altra colpa è quella di uniformare le culture a una sola: quella del mercato e del consumo, senza curarsi dello sfruttamento intensivo delle risorse e della disuguaglianza sociale. E’ una scelta, non una strada obbligata: il liberismo classico nasce con altri intenti e la deriva attuale è figlia della scuola di Chicago e di Milton Friedman.

Ho da quindici anni il privilegio di lavorare in un quartiere multi etnico con alunni che provengono da tutto il mondo. Anni fa lavoravo con classi di soli stranieri, oggi la situazione è cambiata perché, forse Salvini questo non lo sa, gli stranieri che riescono a guadagnare qualcosa tornano a casa loro molto volentieri. Io tocco con mano la globalizzazione e i frutti avvelenati del liberismo ogni volta che mi siedo in classe.

Da figlio di immigrati meridionali, terrone che non si è mai deterronizzato, simpatica espressione raccolta dal web, provo una particolare simpatia verso i figli dei migranti che, come me, hanno il privilegio e la maledizione di essere nati senza terra sotto i piedi, di non essere etnicamente compiuti.Come il sottoscritto non è del tutto siciliano o ligure, loro non sono del tutto ecuadoriani, pakistani, senegalesi o italiani. Crescendo, solitamente, riscoprono l’orgoglio delle proprie origini e trovano nel nostro paese una terra da amare. Se non succede, accade quello che abbiamo visto succedere nelle banlieues qualche anno fa, quello che rischia di succedere nelle nostre periferie se non si interviene in fretta: lo straniamento, il mancato senso di appartenenza, si trasformano in rabbia, autoemarginazione e violenza. Il limite estremo di questo processo è il terrorismo.

Per questo ritengo che lo ius soli, oltre che un provvedimento naturale e inderogabile, oltre che un atto di civiltà troppo tardivo e cervellotico, così come è stato disegnato, sia anche un atto di autodifesa, un’arma contro il radicalismo che nasce dall’emarginazione.

E’ un peccato che il Pd banalizzi questa caratteristica (ma cosa non banalizza Renzi, forse lo statista più ignorante che mai abbia guidato il paese?) estraendo dal cappello il provvedimento nel corso di una campagna elettorale giustamente critica, dato lo sfacelo in cui sta gettando il nostro paese e la rabbia che ha generato in quello che dovrebbe essere il suo bacino elettorale,. ma a caval donato non si guardi in bocca, la norma va approvata al più presto.

L’opposizione a tale provvedimento da parte della lega è grottesca, aggettivo che quasi sempre descrive adeguatamente la mentalità leghista. Il nazionalismo di Salvini è anacronistico e insensato, ammesso che la sua mente riesca ad elaborare ancora pensieri logicamente coerenti. ma è pericoloso, molto pericoloso e non va né ridicolizzato né sottovalutato, ma combattuto.

E’ pericoloso perché basta guardare i social network per rendersi conto di come certi slogan, certi frammenti di video montati ad arte, attecchiscano presso le fasce di popolazioni culturalmente più svantaggiate, di conseguenza più deprivate economicamente e più arrabbiate. La rabbia monta dove manca il pane quotidiano.

Se una mia alunna dolcissima, posta un video fascista in cui viene teorizzata l’idea assurda che gli stranieri vogliano lo ius soli per prendere il potere e conquistarci, significa che i filtri sono saltati, che la gente non è più in grado di decodificare i messaggi da cui è bombardata e rischiano di rivivere vecchi fantasmi che credevano ormai sepolti dalla storia. da quando la televisione non è più servizio pubblico, a meno che non consideriate tale quello proposto da Fazio e Gramellini, due menti rubate all’agricoltura, da quando media e social propongono tutto e il contrario di tutto, seguendo la regola aurea che se qualcosa deve andare storto ci andrà, inevitabilmente le persone scelgono il peggio, non perché naturalmente malvage ma perché prive di basi epistemologiche adeguate per decodificare le assurdità, per distinguere non il vero dal falso, ma l’accettabile dall’inaccettabile.

E’ così che una  foto che ritrae i migranti che fumano diventa un pretesto per disquisire sulle reali condizioni di bisogno di chi arriva spesso per miracolo sulle nostre coste. E se chi la condivide è una brava persona e sai che lo è, quello che provi è solo amarezza e sconforto e rabbia verso chi getta benzina sul fuoco.

In questo quadro, il problema delle periferie è prioritario e una scuola che faccia non integrazione, orrenda parola che a un vecchio appassionato di Star Trek come me ricorda i Borg, ma condivisione di percorsi comuni, concetto più complesso, più difficile, e articolato, ancora più necessaria.

Concludo dicendo che qualsiasi processo di incontro tra culture diverse, può generare ricchezza o conflitto, dipende dal livello di rispetto reciproco. A scuola, i ragazzi non percepiscono la propria multi etnicità, spesso i miei alunni scoprono che il compagno di banco è musulmano in terza, casualmente. E non gliene può fregare di meno. E si chiedono perché quando qualcosa non torna. Gli adulti, invece, a volte i genitori di quegli stessi ragazzi, non si chiedono perché e brancolano nell’oscurità del pregiudizio perché nessuno gli spiega come uscirne.

Grillo e Salvini sono pericolosi, e in un paese normale non lo sarebbero ma sarebbero dei freaks, perché cercano di acquisire il potere sfruttando quell’oscurità, a spese della povera gente. E’ una visione della politica spietata, priva di etica e di tenerezza, lo specchio della guerra del liberismo moderno. Il problema è che lo stesso atteggiamento lo ritroviamo, in forma più edulcorata ma non meno dannosa, in quella che dovrebbe essere la controparte. Stessa spregiudicatezza aggravata dal fatto che lì un retroterra di valori esiste ma viene bellamente ignorato o tirato fuori quando comoda, senza convinzione.

E’ necessario che i due più potenti agenti di democrazia, la scuola e la società civile (sindacati, terzo settore, ecc,), dal momento che la politica ha momentaneamente abdicato da questo compito, propongano valori forti e fondanti e pretendano dalla politica un impegno forte su quei valori. O si rifonda un’etica della convivenza in questo paese o diventeremo terra di conquista non degli immigrati, come paventano i primati leghisti o i fedeli della setta grillina, ma di quella globalizzazione nefasta che i migranti li crea, un ingranaggio di quel meccanismo che parte da McDonalds e arriva all’Isis.

Essere italiani per me significa essere umani, solidali, cooperativi e inclusivi: senza distinzione di sesso, razza, religione. Come recita il testo politico più alto mai prodotto dai nostri rappresentanti.

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Sperando in un paese diverso

Il voto elettorale è una concessione di fiducia e una delega a favore di chi, si ritiene, abbia le competenze e l’autorità, anche morale,di portare avanti le istanze che gli elettori avanzano.

Sto seguendo distrattamente, in questi giorni, la campagna elettorale per le prossime elezioni nella mia città, Genova. So chi voterò in prima battuta, e so chi non voterò in prima e seconda battuta: il  candidato del centro destra e quello appoggiato dal Pd. la novità sta nel fatto che, per la prima volta, non li voterò per ragioni simili.

Non voterò il candidato di centro sinistra appoggiato anche da Pd, perché è ormai evidente la svolta a destra di quello che fu il principale partito della sinistra europea.L’episodio della Serracchiani e l’assordante silenzio della direzione del partito al riguardo, non che la triste, inutile e squallida difesa d’ufficio di quello che fu Michele Serra, la legge sul decoro dei centri urbani e l’assenza di Renzi ieri a Milano a una manifestazione che, personalmente, ritengo l’unica, autentica celebrazione alla memoria di Falcone e Borsellino, una testimonianza di coscienza civile e democrazia invece di parole al vento, testimoniano che il Pd ha fatto una scelta di campo chiara, che non è la mia.

Non voterò il candidato di centro sinistra perché assessore di una giunta che, per motivi elettorali, ha proceduto nel modo peggiore possibile allo sgombero (necessario ma assai tardivo) del campo rom di Cornigliano, ignorando il diritto allo studio dei bambini e dei ragazzi che frequentavano l’Istituto comprensivo del quartiere e rispondendo con un assordante silenzio alle richieste delle maestre e degli insegnanti riguardo alla sorte di quei bambini e quei ragazzi e al loro futuro scolastico.

La politica è l’arte del compromesso e della mediazione, ed è giusto che sia così. Ma i principi sono principi, non  sono liquidi, non sono soggetti a usura e i diritti sono diritti che valgono per tutti. I rom sono impopolari, creavano oggettivi problemi,, l’operazione ha assicurato un consenso facile, sulla pelle di chi non può difendersi, svendendo i diritti dei bambini.

E’ un piccolo episodio, una grave caduta di una giunta che, a mio parere, non ha nel complesso demeritato, ma è un errore che non si può perdonare. Se si comincia a derogare sui diritti di pochi si derogherà sui diritti di molti. Ho scritto a proposito della Serracchiani e in risposta a  Michele Serra, che un politico non deve fare e dire quello che la gente vuole sentire, deve fare e dire ciò che è giusto.

Non voterò il centro destra né i Cinque stelle perché sono stato educato all’antifascismo e tanto basta. Non voterò il centrodestra e i Cinque stelle perché sono, politicamente, il nulla e questo paese ha bisogno di qualcosa.

Vorrei sentire invece del solito e stantio bla bla elettorale, parole nuove, vorrei percepire una visione, un programma di rifondazione morale, oltre che politico.

Vorrei una politica che torni a offrire valori condivisi, che consideri i diritti ineludibili e la giustizia sociale un obiettivo imprescindibile. Voglio sperare che la manifestazione di ieri sia una richiesta di cambiamento forte e rappresenti una speranza di un futuro diverso.

L’ultima volta che qualcuno l’ha chiesto, a Genova, ha ricevuto sputi e manganellate, a Milano è andata meglio e speriamo che sia un segno.

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L'Italia inesistente di Michele Serra e Debora Serracchiani ( e di chi gli dà ragione…)

Un paio di doverose premesse.

1) Lo stupro è un reato odioso, senza attenuanti e chiunque lo commetta va condannato e imprigionato.

2) Non esistono, per fortuna, aggravanti legate alla razza o alla provenienza geografica nel codice penale. Nel caso, si violerebbe palesemente il dettato costituzionale in uno dei suoi articoli immodificabili.

3) Non sono un buonista, ho una lunga esperienza di lavoro con ragazzi stranieri e, quindi, di contatti con le loro famiglie. detesto e combatto da sempre ogni forma di razzismo e trovo particolarmente spregevole l’ondata di razzismo 2.0 recentemente inaugurata dal Pd.

3) Fino a due giorni fa, attribuivo al Pd almeno il merito di non aver mai indugiato su posizioni razziste come la destra e i CInque Stelle ( a me non frega nulla che siano onesti, gente che segue quello che dice Grillo, da sempre fascistoide, e attacca le Ong nel modo in cui l’hanno fatto loro, mi fa schifo). Da due giorni a questa parte, non ha neppure più questo merito.

Debora Serracchiani e Michele Serra, l’ombra del giornalista che fu o che, probabilmente non è mai stato e faceva finta di essere, partono da un assunto sbagliato, quello cioè che l’Italia sia una paese accogliente e ospitale, aperto a chi arriva qui in cerca di una speranza di vita e, che per questo, si sente tradito quando un ospite tradisce.

A parte che nel mondo globale in cui viviamo trovo spregevole l’uso del termine “ospitare” riferito ad altri esseri umani, vorrei informare i due autorevoli esponenti del nuovo centrodestra, perché questo è il Pd di Renzi oggi, che l’Italia non è un paese ospitale.

Forse i due incauti mai hanno sentito parlare di caporalato e non sanno che a raccogliere la frutta e la verdura che imbandisce i loro deschi, quelli di Salvini e perfino quelli dei decerebrati di Forza nuova, sono proprio i nostri “ospiti”, sfruttati, tartassati, trattati come schiavi dai caporali al soldo di proprietari e criminalità organizzata. Nelle imprese edili che a prezzi convenienti ristrutturano le nostre case e appartamenti o, come capitato qualche anno fa in questa città, svolgono lavori per il comune, gli stranieri lavorano in nero, senza diritti sindacali, senza presidi di sicurezza, senza straordinari pagati, ecc. A volte muoiono anche, a volte scompaiono. Spesso lavorano in nero le badanti che accudiscono i genitori anziani, e in nero lavorano anche le giovani schiave che ogni notte offrono il loro corpo ai mariti italiani annoiati dalla routine matrimoniale e in cerca di emozioni forti a buon prezzo.

Potremmo anche parlare del razzismo, delle bugie che stampa e media producono a getto continuo, delle statistiche reali, del termine “invasione” usato a sproposito perché fa vendere, delle statistiche del ministero degli interni e dell’Ista, del fatto che senza stranieri molti di noi non riceverebbero più la pensione o non lavorerebbero, ecc.

Potremmo parlare di una democrazia portata a suon di bombe, degli immigrati rispediti indietro per  essere torturati nelle prigioni libiche e mandati a morire nel deserto, delle Ong attaccate perché loro sì che “accolgono” chi sta per morire, dell’amico Gheddafi con cui per anni i nostri governi hanno stretto affari, ecc.

Vogliamo poi parlare dei centri di accoglienza o, peggio ancora, dei famigerati centri di riconoscimento ed espulsione? Vogliamo davvero parlare di queste vergone nazionali sulle quali tanto ha scritto Gatti in passato, lo stesso Gatti che ha denunciato come le nostre forze militari abbiano fatto affondare un gommone uccidendo, di fatto, uomini,donne e bambini mentre si palleggiavano la responsabilità?

Responsabilità è parola sconosciuta sia a Serra sia alla Serracchiani, sia al partito di cui sono servi. La responsabilità, per un politico, di non dire ciò che la gente vuole sentire ma di dire  ciò che è giusto, corretto e necessario dire, a rischio di essere impopolari, la responsabilità per un giornalista di non giustificare l’ingiustificabile sotto le spoglie di un moralismo da quattro soldi.

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Dacci oggi il nostro razzismo quotidiano

La notizia è di poche righe, lo sgombero di un campo rom illegale in un quartiere della periferia di Genova non merita prime pagine. Gli insegnanti dell’istituto comprensivo Cornigliano di Genova hanno scritto una lettera al sindaco e al prefetto per chiedere che ne sarà dei molti bambini che frequentano la scuola. Tutto qui, insegnanti che seguono dei bambini e vogliono essere informati sulla loro sorte, per inciso, chi scrive è uno di quegli insegnanti.

Non riporto i commenti dei lettori sul quotidiano cittadino perché non voglio fare pubblicità ai razzisti . Quando il pregiudizio e l’odio non trovano altra argomentazione che l’offesa triviale (se li portino a casa le maestre quei bambini), quando una semplice, legittima richiesta, suscita ironia, non ci sono molte parole da spendere e non intendo farlo.

Oggi ho assistito a un incontro con Yvan Sagnet, un ingegnere del Cameroun che ha guidato uno sciopero durato un mese contro il caporalato in Puglia e prosegue la sua battaglia per i diritti dei lavoratori e per creare un paradigma economico diverso, più etico e solidale, che contrasti la grande distribuzione.  Ne riparlerò in un altro post.

Tra le tante cose che questo ragazzo dal tono pacato, lo sguardo limpido di chi crede nelle proprie idee e l’eloquio elegante ha detto, una mi è rimasta impressa: ha chiesto perché noi italiani non lottiamo per i nostri diritti, perché non difendiamo la nostra dignità di lavoratori.

Mi sento di rispondergli, leggendo i commenti di cui sopra, che non si deve stupire se gente che non rispetta i bambini non ha rispetto nemmeno per sé stessa.

Chiudo pregando razzisti e affini di astenersi dal commentare: non mi interessano i vostri insulti, né le vostre argomentazioni, non mi fate neanche incazzare, l’unico sentimento che suscitate in me è un profondo schifo.

Allego un link, che ho visto per la prima volta al corso di formazione di Libera a Roma. Chi è interessato lo guardi fino alla fine, perché credo valga più di tante parole  Specie di certe parole.

http://www.raiplay.it/video/2016/10/Aisa-e-Zamira—quotNoi-ragazzine-romquot-ff4118c8-4605-46c0-ae48-47353547f7a3.html

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Camminano tra noi (poche righe, questa volta)

Ci sono quelli dei trentacinque euro al giorno ai profughi, quelli che credono che vivano negli alberghi di lusso, quelli che pensano adeguare al nostro stile di vita, (quindi all’inciviltà diffusa, alle mafie, alla corruzione, alla volgarità intellettuale, ecc.) quelli che fanno le barricate a Goro, le teste di legno di Ponte di legno, quelli che sacrificano al dio Po, quelli che io non sono razzista ma…parlano di quelli che disprezzano, denigrano, rifiutano come “loro”, entità indistinta e misteriosa che non ha volto, voce, connotati, che ognuno dipinge con la propria fantasia a i immagine e somiglianza dei propri fantasmi.

Sono tra noi, tutti i giorni, nascosti, invisibili, pronti a prenderti alla sprovvista con una frase gettata lì sull’autobus, nei luoghi di lavoro, in un bar, per strada.

Camminano tra noi, non sono diversi morfologicamente, non sono vestiti in modo strano, se si feriscono, sanguinano, se provano dolore, piangono, se hanno paura, gridano.

Esattamente come noi. Esattamente come “loro”..

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Il mondo che stiamo preparando per i nostri figli

Ieri ho fatto una cosa assurda, assurda in un mondo ideale, dove gli esseri umani si comportano come tali. Leggo un post su facebook di Libera che dice che nel palazzo di via XX Settembre ( per chi non è di Genova: la via principale della città, quella dello shopping) dove sono ospitati undici profughi, l’assemblea di condominio ha negato l’allacciamento dell’acqua, acqua che, intendiamoci, sarebbe stata pagata dal Comune.L’iniziativa è partita da singoli cittadini e L’Arci ha invitato le persone a presentarsi davanti al portone del palazzo con una bottiglia d’acqua.

Ero appena uscito da scuola, da una scuola dove la metà dei ragazzi sono stranieri. Chiamo mia moglie e le dico:” Dobbiamo andare”. Non eravamo molti, ma oltre agli iscritti all’Arci, a Libera,e alle altre associazioni, a qualche politico, c’erano anche signore eleganti, giovani e meno giovani, con la bottiglia in mano, gente che abita in centro e non voleva essere confusa con chi nega l’acqua agli assetati. C’era anche un odioso negoziante, quello accanto la portone del palazzo dove sono ospitati i migranti, che si è lamentato delle bottiglie temporaneamente posate accanto all’entrata.

Cambio argomento, ma solo apparentemente, perché sempre di razzismo si tratta, sempre di noi e voi, di affermazioni di diversità: la questione del panino a mensa.

Parto da una semplice constatazione: la scuola pubblica è l’unico luogo in cui, per un periodo limitato della loro vita, spesso solo per la durata della scuola dell’obbligo, i ragazzi sperimentano l’uguaglianza: ricchi e poveri, bianchi, gialli, o neri, alti bassi, belli e brutti, i ragazzi a scuola hanno gli stessi diritti, devono seguire le stesse regole, rispettare gli stessi impegni, subire le stesse punizioni o essere premiati allo stesso modo. Mangiare, anche male, tutti insieme, fa parte di questo quadro, ne è in qualche modo l’ideale cornice. E parla un insegnante che vedeva l’ora di mensa come un supplizio ma ne ha sempre riconosciuto il valore pedagogico e sociale.

Andiamo a un altro argomento, anche questo correlato: la lettera della madre che scrive che sua figlia non farà i compiti perché ha il diritto di divertirsi.

Dovremmo educare i nostri figli a non umiliare gli altri, non a sentirsi diversi e privilegiati, questi genitori li educano invece  a sentirsi diversi dagli sfigati che mangiano a mensa o da quelli che fanno i compiti, loro sì che sono furbi e protetti, loro sì che possono portarsi a scuola un lauto pranzetto da consumare da soli, in barba a qualunque logica di classe, o rinunciare a fare i compiti che magari, più tardi, farà la mamma. Questi genitori li educano a distinguersi da chi è diverso, meno fortunato, più povero. Questi genitori sono razzisti.

Il razzismo schifoso dei condomini del palazzo di via XX Settembre nasce dai piccoli razzismi quotidiani, dal cominciare a stigmatizzare e segnalare la diversità già dai banchi di scuola. L’assoluto disprezzo di altri esseri umani, in virtù della propria appartenenza a una classe sociale diversa e quindi dotata di maggiori diritti rispetto agli altri, anche del diritto di essere impietosi e spregevoli, è purtroppo un male sempre più diffuso.

Al pensiero di quale mondo stiamo preparando ai nostri ragazzi, da genitore e da padre non posso non provare un moto di nausea.

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Dacci oggi il razzismo quotidiano

Sarà che lavoro da sempre con classi multietniche e lo considero un privilegio per me e per i ragazzi, sarà che da quando sono entrato in una classe mi sono sempre battuto,senza se e senza ma, contro ogni forma di discriminazione, ma tra le notizie di questi giorni quella che più mi avvilisce è comparsa oggi: mi riferisco alle madri di Peschiera Borromeo che hanno ritirato i figli dal campo estivo perché tra gli animatori c’era un migrante.

Lavorando ogni giorno per combatterla, non sopporto l’ignoranza che oggi, con i mezzi a disposizione, è imperdonabile. Altra cosa che non perdono è l’ipocrisia di chi va a messa la domenica e durante la settimana seleziona il proprio prossimo a seconda del colore politico, del colore della pelle, della nazionalità.

Mi chiedo se quelle madri si rendono conto dell’insegnamento che stanno dando ai propri figli, se si rendono conto di inculcare un principio razzista in chi non è razzista per natura.

Ovviamente, nessuna di loro si dichiarerà razzista e accamperanno come scusa il fatto di voler tutelare i figli, ecc. ecc. Figli che poi, magari, vengono parcheggiati davanti alla televisione o, peggio, davanti al computer o a una consolle per videogiochi.

E’ la notizia di razzismo quotidiano a cui ormai ci siamo abituati: con buona pace di chi crede alla favola dell’Europa accogliente, gli stranieri continuano ad essere emarginati e discriminati da un razzismo che la stampa non collabora certo a condannare, data l’ambiguità con cui quotidiani importanti come La Repubblica riportano la notizia. Come per la corruzione, manca un reale discredito sociale che superi l’ondata emozionale che portano gravi fatti di cronaca: alla fine, siamo sempre noi e “loro”.

D’altronde è sufficiente andarsi a rileggere gli interventi sui forum e i distinguo sull’omicidio del povero Emmanuel per avere la conferma che il razzismo abita qui e ci sta pure parecchio bene da molti anni.  Non è necessario rileggere i miserabili proclami dei miserabili iscritti a Forza nuova o le miserabili dichiarazioni di Giovanardi o del leghista di turno. Il razzismo è trasversale, come la stupidità.

Quest’ennesimo penoso episodio conferma che siamo ben lontani dal comprendere che l’emergenza profughi non è un problema che si risolverà, che non possiamo semplicemente infischiarcene di chi arriva da  lontano o sbatterlo fuori, anche perché, quasi sempre, chi arriva fugge da una guerra o una situazione di miseria di cui, direttamente o indirettamente, siamo responsabili noi europei. Siamo di fronte a un evento epocale, a un fenomeno sociale e culturale che va affrontato con strumenti di educazione sociale e culturale. Il buonismo ottuso non giova a nessuno, come non giova innalzare muri: servirebbe invece, anche da parte dei mezzi d’informazione, che fanno l’esatto contrario, non aizzare il fuoco della paura.

Un’altra cosa non hanno capito i razzisti: il terrorismo si combatte riconoscendo negli altri noi stessi, concedendo a chi viene da lontano lo stesso status di essere umano che concediamo a chi veste, parla, mangia più o meno come noi e, per questo, viene vissuto come meno minaccioso. Più emarginiamo, più discriminiamo, più scacciamo, più si creano potenziali terroristi. Non è un caso che gli ultimi due attentati non siano riconducibili all’Is ma siano stati attuati da immigrati da lungo tempo residenti in Europa che vivevano una forte marginalità sociale.

Senza contare che per chi si professa cristiano, come chi scrive, accogliere, curarsi e includere chi viene da lontano è un dovere morale, altrimenti si può tranquillamente evitare di scaldare i sedili delle chiese ogni domenica.

E’ particolarmente deprimente che siano stati messi in mezzo in questa storia i bambini, il nostro futuro. I bambini non conoscono il razzismo, sono affascinati da chi arriva da lontano e ha nuove storie da raccontare, sono solidali e amichevoli per natura. I bambini sono la speranza di un mondo migliore, se li educhiamo a non alzare muri, a non esasperare le differenze e a condividere il cammino con chi arriva da lontano.

Concetti troppo complicati da spiegare a quelle madri.

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Le coscienze sporche dei cattivi maestri

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La morte di un giovane africano sfuggito al terrorismo islamico, colpevole di aver difeso la compagna dagli insulti di un decerebrato che pagherà, giustamente, per tutta la vita, la sua ottusa incapacità di essere umano, è solo l’ultimo episodio di razzismo, razzismo che ormai occupa quotidianamente le cronache dei giornali, anche se non con il rilievo dovuto.

Razzismo che, diciamolo francamente, fa notizia solo quando c’è una vittima, altrimenti i giornali progressisti hanno cose ben più importanti a cui pensare, tipo i dolori del giovane Renzer o l’ennesimo, squallido scandaletto di tangenti, bustarelle e raccomandazioni che vede coinvolto un ministro del governo che, naturalmente, non coglierà al volo l’occasione di liberarci, finalmente, della sua presenza.

Il razzismo non è più un problema, è una deviazione culturale,  basta leggere gli interventi su facebook o sui forum dei giornali che commentano il fatto: interventi miserabili, privi di pietà, di rispetto, interventi che denunciano un’ignoranza colpevole e consapevole da parte di tante, troppe persone, un povertà di cultura e valori morali, etici, perfino religiosi, che spaventa.

Il razzismo è un male ma ha dei padri, dei cattivi maestri, degli untori che hanno sdoganato l’odio per l’altro, l’hanno reso socialmente accettabile, spesso lo attizzano per convenienze politiche.

La destra fascista sdoganata da Berlusconi, quella che arma le mani contro zingari e immigrati nelle periferie romane, Bossi e Salvini, leader di un partito anticostituzionale che in un paese civile dovrebbe essere sciolto, Questi sono i principali responsabili del rigurgito razzista.. Ma colpevoli sono anche quelli che cavalcano la tigre del razzismo a convenienza, come Grillo che stringe la mano al presidente di Forza nuova, come tanti, troppi, che irresponsabilmente soffiano sul fuoco dell’intolleranza.

Se ci sono cattivi maestri, ci sono anche seguaci che li ascoltano, che li seguono e danno credito alle loro infami speculazioni. E’ tempo che la Chiesa e lo Stato condannino, l’una moralmente, l’altro legalmente, senza ambiguità e con la dovuta durezza, qualsiasi atteggiamento che si configuri come razzista, è tempo di leggi dure contro l’intolleranza, senza ambiguità, è tempo che la politica emargini chi nonc rede nei valori costituzionali. 

Non è questo il paese per cui sono morti quelli che ci hanno dato la libertà, non è questo il paese disegnato dalla Costituzione, non è questo il paese delle grandi lotte sindacali e dell’internazionalismo dei lavoratori, non è questo il paese in cui chi crede nella democrazia, nei diritti per tutti e nell’uguaglianza può continuare a vivere chiudendo gli occhi.

La scuola, la società civile, le persone oneste, devono mobilitarsi e dire no a questa deriva ignobile, la politica deve ritrovare una dimensione etica che ha perso da troppo tempo e che non può risolversi nella buona volontà o nella denuncia degli scontrini, ma deve avere dietro una lettura della società, una idea di mondo diverso, una proposta di cambiamento reale e radicale.

Bisogna comprendere che i razzisti non hanno giustificazioni, non ci sono se e ma quando si tratta di rispetto della vita altrui, non ci sono distinguo. E’ necessario riaccendere la fiamma del discredito sociale contro questi miserabili, fare si che tornino ad essere una minoranza silenziosa e insignificante.

Il fatto di ieri non è un caso isolato, è l’ennesimo campanello di allarme che non può e non deve restare inascoltato. Non possiamo più fare finta di non vedere cosa succede in questo paese, non possiamo più voltare la testa e pensare che non ci riguarda. L’indifferenza è colpevole quanto il razzismo, l’ignavia è ancora peggio.

Morire perché si ha la pelle di un colore diverso negli anni duemila è assurdo, è mostruoso, è inaccettabile, è qualcosa che dovrebbe scuotere le nostre coscienze fino a farle tremare.

Faccio una modesta proposta a Libera: inseriamo tra le vittime innocenti di mafia anche l’elenco delle vittime innocenti di razzismo, ricordiamo questi nomi, ricordiamoli come fratelli, stampiamoli nella mente e non dimentichiamo quanto in basso possa arrivare un uomo, non dimentichiamolo mai..

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Un 21 marzo diverso

vittime di mafia

E’ un 21 Marzo diverso quello che si va a celebrare domani, quando i volontari di Libera riempiranno le piazze di tutta Italia per ricordare le vittime innocenti di mafia.

Ho ancora sotto gli occhi le immagini dei tifosi cechi che umiliano una mendicante a Roma nell’indifferenza di tutti, dei muri costruiti in Ungheria, dei profughi che cercano disperatamente di passare il confine con la Macedonia, faccio fatica a contare i morti di camorra in Campania e mi chiedo se i nomi delle vittime innocenti di mafia non sarebbe meglio recitarli ogni giorno, a voce alta nelle strade, ossessivamente, un mantra che esorcizzi la violenza e l’indifferenza della nostra società.

Da volontario di Libera, provo spesso la sensazione di aver la pretesa di provare a vuotare il mare con un bicchiere. La mafia sembra diventato un problema secondario agli occhi dei più, perchè  ha fatto un salto di livello, perché ormai è organica alla politica e all’economia e non ha più bisogno, salvo eccezioni, di ricorrere alla violenza brutale. La mafia vera, il terzo livello, non è neppure la ‘ndrangheta che imperversa nel ponente ligure, o in Piemonte e Lombardia, la mafia vera bisogna cercarla nei consigli d’amministrazione, negli studi professionali, nelle sale della massoneria. La linea della palma di cui parlava Sciascia è ormai diventata una vera e propria foresta in cui rischiamo di soffocare.

La zona grigia ormai si è espansa a macchia d’olio e fa comodo a chi regge le fila puntare i riflettori sul funerale dei Casamonica o sulle madonnine che “salutano” la casa del boss in paese siciliano o calabrese piuttosto che su altre sfere d’influenza della mafia, più ampie e più direttamente collegate alla nostra vita.

Manca in questo paese la consapevolezza che le mafie sono un problema  comune, che ogni volta che entriamo in un centro commerciale sorto all’improvviso in mezzo al nulla, probabilmente contribuiamo a riciclare denaro sporco, che ogni volta che un ragazzo compra uno spinello finanzia degli assassini, ecc.ecc. Senza considerare la mala sanità, le case che crollano, le discariche clandestine, le piccole e grandi tragedie a cui siamo ormai abituati, che se non nascondono la mafia, nascondono la corruzione, che della mafia è sorella.

Viviamo ormai in una narcosi costante, un’indifferenza difficile da scuotere. Ci siamo abituati alla corruzione quotidiana, al razzismo quotidiano, all’inciviltà quotidiana, anche ai morti di camorra quotidiani, troppo presi a conservar i nostri agi o a polemizzare su argomenti di nessuna importanza, troppo storditi da una informazione drogata e da una televisione che con i suoi plastici e i suoi volti di plastica ha perso qualsiasi attributo a cui possano collegarsi le parole pubblico e servizio.

Serve ancora in questo panorama, riempire le piazze e gridare no a tutto questo? Serve ancora ricordare i nomi di chi ha perso la vita per senso del dovere, coraggio, o solo per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato? Io credo di sì, nonostante tutto, anche se non ho accolto con qualche dubbio l’istituzionalizzazione di questa giornata.

Io credo che questo paese non sia maturo, non abbia sufficiente coscienza e spirito civico, non sia pronto a cogliere l’importanza di questo giorno. Temo che istituzionalizzare il 21 Marzo porti, sin dal prossimo discorsi di comodo, passerelle, a trasformare questo giorno, il “nostro” giorno, il giorno dei parenti delle vittime di mafia, il giorno di chi crede e lavora per un paese migliore e più giusto, in una parata.

E’ già successo col 25 Aprile, quando ero ragazzo un giorno sacro, condiviso e solenne, oggi una data in cui sia accendono polemiche, pettegolezzi su chi c’è e chi non c’è, dibattiti sull’opportunità di continuare a celebrarla. Temo che possa accadere lo stesso, ma il timore peggiore è che si faccia passare il 21 Marzo come una celebrazione, il ricordo di una battaglia vinta, invece che lo sprone a continuarla la battaglia, ogni giorno.

Non sarò in piazza domani per via dell’assurda burocrazia scolastica, ma celebrerò lo stesso il 21 marzo con i miei alunni, cercando di fargli capire che la strada da fare è ancora lunga e una parte del cammino spetta a loro.

Mi spiace se qualcuno degli amici di Libera leggendo questo articolo ne resterà deluso, trovandolo forse troppo critico e poco celebrativo, ma quando, qualche giorno fa, ho letto l’invito di quel politico tedesco che raccomandava di non pensare agli occhi dei bambini, riguardo i profughi,e poi ho visto i risultati delle elezioni e ogni volta che leggo un nuovo articolo di Saviano, sempre più amareggiato, sempre più sarcastico e rassegnato, mi chiedo davvero se non ci stiamo solo illudendo, se davvero riusciremo a creare quella coscienza civile condivisa che conduca a un reale discredito sociale nei confronti della corruzione, del razzismo , dell’intolleranza, o se continueremo a ricevere consensi di comodo da parte di istituzioni che poi non daranno seguito ai loro sorrisi.

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Di guerre e di muri

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Nelle “Conversazioni contadine”, a un certo punto Danilo Dolci chiede ai contadini siciliani che sta seguendo se è giusto uccidere. Subito tutti dicono di no poi, stimolati dalle domande di Danilo, comincia a farsi luce un certo relativismo: è lecito uccidere, per legittima difesa, per vendicare l’omicidio di un familiare, se la moglie ti tradisce, ecc.

Lo stesso accade con i media quando devono giustificare atti di guerra: la violenza, normalmente condannata, diventa accettabile,addirittura necessaria. C’è poi la violenza quotidiana, quella che non fa notizia, la mattanza campana che non interessa a nessuno e quindi non esiste, o meglio, esiste solo per Roberto Saviano, quando gli danno spazio.

Bombardare ospedali e scuole, come accaduto ieri in Siria, è un crimine contro l’umanità, chiunque l’abbia commesso andrebbe giudicato e condannato da un tribunale internazionale. Invece in Siria si continua a giocare un partita sporca, degna dei peggiori anni della guerra fredda: stessi massacri ingiustificati, stesso cinismo, stesso disprezzo delle vite degli altri, stesse bugie, la stessa fabbrica del consenso.

La Siria è un quotidiano esercizio di menzogne, il terreno di gioco su cui si scontrano Putin e Washington, la Turchia, l’Arabia saudita e comprimari vari, tutti impegnati a salvare la pelle a un dittatore sanguinario per impedire l’avanzata dell’Is, il mostro che hanno contribuito a creare, Un gioco delle parti surreale, se non fosse tragico, l’epitaffio ideale per la morte della politica e la vittoria del denaro che domina su tutto.

La Siria è il paradiso dei trafficanti d’armi e di droga, il canale di scolo del fallimento delle politiche estere americane, la palestra personale di Putin, dittatore spietato di un paese dove i suoi migliori alleati sono le mafie. La Siria è lo specchio della nostra realtà.

La foto di un bambino annegato ha, per un momento  acceso i riflettori sul dramma dei migranti, suscitato un moto di sdegno generale, come se prima non sapessimo, come se anni di naufragi e corpi ripescati non fossero stati sufficienti. Quante foto di bambini siriani dilaniati dalle bombe americane, russe, europee ci vorranno perché si alzi un no alla guerra talmente forte da assordare il cielo? Quante volte ancora i canno ni dovranno assordarci tuonando? E per quanto tempo continueremo a fare finta di non sentire?

L’Europa da un lato crea le condizioni perché ondate di nuovi profughi in cerca di una speranza di vita arrivino sulle sue coste,dall’altro innalza muri, sospendendo Schengen e cancellando l’unica vera  e grande conquista di civiltà che ha ottenuto dalla sua unificazione. E torna il relativismo dei contadini di Dolci: l’Europa è un paese che ha al centro le libertà civili ma… l’Europa ha come valore fondante l’uguaglianza di tutti gli uomini ma… l’Europa è terra cristiana però… puntini di sospensione che significano vite umane cancellate, ignorate, umiliate, dilaniate.

L’Europa tollera che l’Ungheria innalzi un muro, che la Danimarca si comporti alla stessa stregua dei nazisti, che i dritti civili vengano violati sistematicamente, quotidianamente, impunemente all’interno dei suoi confini. L’Europa è come le tre scimmie sul tempio shintoista di Tokio.

Mentre un papa rivoluzionario, continua ostinatamente a predicare la pietà e la misericordia anche in casa dei narcos, i più sanguinari assassini del pianeta, l’Europa sancisce la fine della pietà, se mai c’è stata.

Tutto questo accade nell’indifferenza più totale della maggior parte della gente. Se metti una rana in una pentola piena d’acqua e accendi il fuoco, la rana si accorgerà che sta bruciando quando ormai è troppo tardi.

Ecco, noi, con la nostra ignavia, il nostro egoismo, il nostro egocentrismo, siamo quella rana.

Chiudo ancora con Danilo Dolci, che insegnava ai contadini a reclamare non per sé ma per tutti un mondo più giusto, un mondo dove lavoro e dignità sono patrimonio di ogni individuo, un mondo senza guerre e senza sopraffazioni.

Sono passati più di sessant’anni e quella strada è ancora tutta da percorrere.

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