Non è colpa del Pd se siamo un paese razzista

Salvini

L’unica nota che sa suonare Salvini è quella del razzismo, tema che, a giudicare dalla vittoria di Pirro in chiave europea ottenuta ieri, ottiene un certo successo nel nostro paese, sempre più ignorante, egoista, chiuso, provinciale, sempre più distante dai valori di quella Costituzione che viene tradita ogni giorno.

Dico vittoria di Pirro perché, in chiave europea, Salvini e i suoi miserabili amici sono, per fortuna, largamente minoritari e l’unico risultato pratico che otterrà sarà quello di isolare l’Italia dall’Europa che conta e che ha largamente contribuito a fondare. Ma per spiegare questo alla massa di imbecilli razzisti che costituiscono lo zoccolo duro del suo elettorato, non  basterebbe un’enciclopedia..

In chiave interna è comunque una vittoria di Pirro, al netto di pochi, devastanti risultati che potrà ottenere nell’immediato, come l’oscena flat tax, la tav, la pericolosissima e perniciosa autonomia regionale.

A settembre bisognerà fare i conti e saranno conti salati e amarissimi per questo governo e per noi. Ma Salvini non può far saltare il banco, primo, perchè le elezioni nazionali non sono le europee, e un certo rischio di vedersi ridimensionato lo corre, secondo perché i bravi borghesi italiani sono razzisti ma tendenzialmente liberali, non vedrebbero di buon occhio un’alleanza con Fratelli d’Italia e con la morente Forza Italia. Quindi gli tocca giocare al gatto col topo con i Cinque stelle al tappeto e poi scaricare su loro e la perfida Europa le colpe quando arriveranno le mazzate e il governo cadrà.

Perché Salvini cadrà presto e scomparirà nell’oblio ma riuscirà, nel frattempo, a fare danni gravi e irrimediabili al paese.

L’unica alternativa, che piaccia o no, è il Pd: inutile dire che ha preso meno voti delle precedenti elezioni, il Pd è in ripresa ed è l’unica alternativa valida alla deriva neofascista. I patiti della rivoluzione proletaria si rassegnino al fatto che la storia non torna indietro, per fortuna, e Zingaretti raccolga le istanze ambientaliste dei verdi, ad esempio, che anche senza prendere un seggio da noi, in Europa hanno sfondato. In Italia no, perché notoriamente, problemi ambientali tra ecomafie, rifiuti tossici ed emissioni di idrocarburi noi non ne abbiamo e viviamo immersi in una idilliaca atmosfera pastorale turbata solo dalle orde di migranti.

Il Pd non può continuare ad essere imputato di tutte le colpe del mondo da chi ha ottenuto il 2% dei voti e non è quindi gradito alla gente. Ha ricevuto un mandato che è quello di fare opposizione: netta, chiara dura e, possibilmente, di sinistra. Comincino a smentire quotidianamente quello che dice Salvini, ogni due parole una è una bugia, comincino a fare quello che la sinistra ha sempre fatto benissimo e provino ad abbreviare la vita a un esecutivo devastante.

Anche i Cinque stelle hanno l’opportunità di rinnovarsi, cacciando Di Maio e Di Battista,  due carrieristi idioti e ritrovando quelle istanze che avevano portato il movimento ad accendere la speranza in molti di avere di fronte, veramente, una forza nuova capace di cambiare il sistema. Non lo faranno e anche loro, molto presto, scivoleranno nell’oblio.

Questo voto costerà vite umane, non dimenticatelo voi che incolpate Renzi e il Pd di tutti i mali, questo voto costerà vite umane perché una parte di italiani che mi vergogno di chiamare miei connazionali, vuole questo. Questo voto costerà vite umane che ricadranno su tutti noi, non dimentichiamolo la prossima volta che entreremo in un seggio elettorale.

La democrazia si rispetta, ma non è necessario rispettare nè i razzisti nè un assenteista bugiardo, razzista e volgare che ha trovato la gallina dalle uova d’oro ed è solo l’ennesimo razziatore a furor di popolo di questo paese. Bisogna sbugiardarlo, quotidianamente, ossessivamente, senza tregua, bisogna continuare a urlare che il re è nudo e fa parecchio schifo, non bisogna perdere la rabbia.,

E’ un brutto momento per l’Italia, forse il peggiore del dopoguerra, dobbiamo contribuire tutti a fare sì che duri il meno possibile. Io di sprofondare nel baratro con una banda di idioti e una di idiotir azzisti non ho nessuna volgia.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Schiacciare il pane

x56237501_272165810385101_5747196833717813248_n-720x480.jpg.pagespeed.ic.p-FdbsYDcd

Schiacciare il pane è un atto talmente sacrilego che un brivido freddo corre lungo la schiena a commentarlo.

Parliamo di trentatrè bambini scolarizzati, di quindici uomini e ventidue donne, tre incinta, diciamo chi sono gli esseri umani che hanno scatenato l’odio cieco nel quartiere di Torre Maura, odio abilmente aizzato dai fascisti, perché i rom sono esseri umani, uomini, donne e bambini, che si sono visti assalire da una folla inferocita. Non stupise certo la matrice fascista del gesto,quelli sono solo in grado, come sempre, di agire in gruppo, come topi di fogna, contro un nemico inerme.

Almeno a Genova, quando per mero calcolo politico l’allora giunta di centro sinistra sgomberò il campo rom di Cornigliano, impedendo anche lì ai bambini di continuare a frequentare la scuola, ci siamo risparmiati l’esibizione d di queste bestie, ma, onestamente, non so se succederebbe anche oggi, con un sindaco sempre più impegnato a far la guerra agli ultimi e la gente che sembra apprezzare.

Sorge spontanea una domanda ingenua: e le forze dell’ordine? Dov’erano? Cosa facevano? perché hanno tenuto alla cintola quei manganelli che in altre occasioni hanno sfoderato e usato contro manifestanti inermi? Dobbiamo aspettarci questo in futuro? Un ordine pubblico a due facce, leone con gli agnelli, ecc.? Dobbiamo tollerare i saluti romani, gli incitamenti a dare fuoco a donne e bambini, ecc.? Dobbiamo abituarci che se a mostrare il culo a un poliziotto è un fascista, va bene, se a inveire contro i poliziotti che menano è un’ insegnante la si arresta e la si diffida dal manfiestare idee antifasciste?

Io lo so che non importa a nessuno, quelli sono rom, quindi, nell’ìmmaginario comune, non persone ma ladri, delinquenti, ecc. Forse non importa neanche a loro, perseguitati dalla notte dei tempi,i veri ebrei erranti. Eppure dovrebbe importarci, perché quegli uomini sono stati offesi, umiliati, oltraggiati da una canea fascista e da una folla senza freni che ha violato un numero consistente di leggi, dovrebbe importarci perché il braccio repressivo dello Stato, di solito piuttosto solerte se c’è da menare le mani,  ha deciso di non reprimere nell’immediato, perché il sindaco di Roma si è arreso allo sporco ricatto dei violenti e al razzismo.

Dovrebbe importarci perché hanno schiacciato il pane destinato ai bambini, che è come puntargli contro una pistola, dovrebbe importarci perché hanno violato i più elementari diritti civili garantiti a ogni essere umano in un paese che si proclama democratico. Non si può restare indifferenti o liquidare come un episodio quello che è solo l’ennesimo passo in avanti verso una deriva sociale ed etica che rischia di diventare inarrestabile.

Il mandante morale di questa aggressione tace, occupato a coniare i suoi sprezzanti commenti sulla cinquantina di migranti salvati in alto mare o a mangiare cibo spazzatura, secondo la logica che il simile vuole il simile.

Tace anche un’opposizione che non esiste, una nuova sinistra che è solo nella testa degli illusi, guidata da un parolaio solo poco più abile di Renzi, solo meno arrogante ma, quanto a contenuti, ugualmente evanescente e ancora più retorico, se possibile. Una sinistra che, come a Genova qualche tempo fa, insieme a tante anime pure in questo paese di sepolcri imbiancati, non ha capito che o si difendono i diritti di tutti, anche di quelli che sono sgraditi alla gente, come i rom, o parlare dei massimi sistemi è fiato sprecato e ipocrisia.

Tacciono anche quelli che si sono riuniti a Verona, in difesa della vita, così hanno detto, ed è strano: perchè calpestare il pane significa calpestare la vita.

Tacciono i Cinque stelle, complici e corresponsabili della macelleria sociale ed etica che si è aperta in questo paese. Anche se vi credete assolti, cazzo, se siete coinvolti!

Questo paese ha fatto un altro passo avanti sulla via dell’infamia, con un gesto che, per gli antichi, equivaleva ad attirarsi una maledizione, una punizione divina, tanto era considerato sacrilego. Un atto di violenza inaccettabile, un atto fascista, uno sputo alla Costituzione. Non c’è niente che giustifichi la violenza contro donne e bambini, niente.

Il ministro degli Interni dovrebbe, con decreto immediato, sciogliere le organizzazioni che hanno promosso l’aggressione, far arrestare e processare per direttissima i responsabili e far capire forte e chiaro a tutti che sarà applicata la tolleranza zero nei confronti di altre iniziative del genere.

Pura fantascienza, ovviamente,in questo paese senza vergogna. Tanto, non  importa a nessuno.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Una modesta proposta per la sinistra in dieci punti

imagetratta da Espresso.repubblica.it
  1. Smettetela di litigare. Serve un partito coeso e unito per fare un’opposizione seria e governare quando la banda di pellegrini attualmente al potere finalmente verrà smascherata e finirà dove è giusto che finisca.
  2. Il Pd, così com’è non ha senso. Scioglietelo, fate due partiti: uno renziano di renziani, moderato, globalista, liberale, l’altro riformista e più di sinistra, senza essere radicale. Il radicalismo ha il fiato corto, il Sistema si combatte migliorandolo, non abbattendolo. Si possono fare cose di sinistra senza riempire le piazze e spaventare i moderati.
  3. Trovate un accordo su pochi punti condivisi: lotta senza quartiere alla corruzione e alle mafie, senza giustizialismi, semplicemente facendo proposte che rendano conveniente essere onesti, una politica del lavoro a lungo termine senza regalie ed elemosine, una rifoma fiscale più equa e caccia senza quartiere ai veri evasori, quelli che rubano, non quelli che evadono per sopravvivere, ristrutturazione delle periferie e dei centri storici, riorganizzazione del sistema sanitario con centri di primo intervento piccoli e organizzati nei quartieri, che evitino il congestionamento dei grandi ospedali, revisione della rifoma scolastica fatta ascoltando chi la scuola la fa e la vive ogni giorno, lasciare l’accoglienza dei migranti alle cooperative oneste, razionalizzare il sistema, ritrovare umanità, combattere senza quartiere ogni forma di razzismo, anche legalmente, far tornare le onlus nel mediterraneo, stringewre accordi seri a livello europeo senza ricatti. Tornare a un dialogo attivo con le parti sociali, non chiamatela cocnertazione ma fatela lo stesso.
  4. Parlare con la gente non significa seguirne la pancia ma cercare di comprendere i problemi e trovare soluzioni. Tornate a farvi vedere nei quartieri, tornate a dialogare, siate costantemente sul pezzo quando succede qualcosa.
  5. Nelle liste inserite persone competenti. Se mai tornaste a governare, nei ministeri mettete persone competenti, tornate a essere competenti. Leggete libri, lasciate perdere telefilm e cartoni animati.
  6. Serve discontinuità dalla destra, smettetela di inseguirla e di imitarla. Gente come Minniti, uomo serio e onesto ma troppo fedele alla real politik, è meglio cambi mestiere o idee.
  7.  Non serve l’uomo forte a questo paese, serve un partito che proponga qualcosa di nuovo: se sono due al prezzo di uno, meglio ancora. Basta con la politica fatta di spot.
  8. Io Renzi lo odio, non posso farci nulla, è più forte di me. Un ruolo di primo piano in uno dei due possibili partiti sarebbe un atto suicida,  un possibile ministero domani, meno. Oppure, tipo arancia meccanica, legatelo davanti a una televisione e fategli vedere a ciclo continuo tutte le cazzate che ha combinato in tre anni, così la pianta di dare la colpa agli altri del suo fallimento. Se crersce, può diventare una risorsa preziosa per il futuro, il bullo litigioso e petulante che è adesso non serve a nessuno. Per favore, non votate Giachetti, hanno più carisma i pastori sardi incazzati in questi giorni.
  9. Letta è relativamente giovane, competente, preparato e ha credito internazionale. Sarebbe il premier perfetto. Certo, bisognerebbe eliminare fisicamente Renzi, per convincerlo as tornare, ma forse basta promettergli che starà zitto per un po’.
  10. La nuova sinistra, il nuovo centrosinistra, devono essere europeisti e tornare ad avere un ruolo di primo piano per creare un’Europa dei popoli che sia davvero patria di diritti e di accoglienza. La nuova sinistra deve lavorare agli Stati Uniti d’Europa.

Seguendo il decalogo avete da lavorare per i prossimi dieci anni, la possibilità di migliorare il paese e liberarci definitivamente dalla massa di razzisti, ladri e imbecilli che ci governa al momento. E’ la vostra ultima occasione, non sprecatela..

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Una lenta discesa agli inferi

oscurita

Il 56% dei liguri approva le politiche del governo in fatto di immigrazione, è, quindi, perfettamente in linea col razzismo dilagante che ci circonda. Di quella maggioranza fanno probabilmente parte anche i miserabili individui di entrambi i sessi che hanno postato sui social e sui forum dei giornali cittadini frasi come: uno di meno, povero..treno, un pazzo in meno di cui la sanità si deve occupare, ecc., in relazione alla morte del povero Prince Jerry, per altro regolarmente strumentalizzata a fini politici come temeva don Giacomo Martino.

Ennesimi segnali della progressiva discesa agli inferi del nostro paese che, nonostante l’inconsistenza di una compagine governativa dilettantistica, raffazzonata, inconcludente, spregiudicata, cinica e priva di senso dello Stato, continua a correre verso il precipizio senza alcun freno.

E’ come se la fine delle ideologie avesse aperto le gabbie dentro cui erano tenuti prigionieri i peggiori istinti della gente, frenati a suo tempo sia dalla necessità di essere fedeli alla linea, sia dalla vergogna, e questi adesso vagassero liberi e senza freni tra di noi. Perché certi italiani, la maggioranza, non hanno il desiderio di un leader forte, ma di qualcuno che renda lecito ciò che lecito non è, che gli permetta di guardarsi allo specchio senza vedersi per ciò che realmente sono.

Il discorso vale in particolare per la Liguria, terra che, se non proprio accogliente, ne fanno fede le parole di Dante, tradizionalmente è sempre stata approdo di profughi, migranti, ecc. che provocavano sì, qualche mugugno, la tipica e querula lamentazione genovese, ma senza mai arrivare al razzismo.

Le cose negli ultimi anni sono cambiate, anche per chiare responsabilità politiche della sinistra, artefice di un sistema clientelare che man mano si è dissolto, col risultato che, come testimonia anche il colore politico della giunta regionale e comunale, oggi vivo in una città razzista e una regione razzista. Temo fortemente che i diecimila che hanno manifestato qualche giorno fa a favore dell’accoglienza, più che un segnale di ripresa siano solo il flebile segnale di sopravvivenza di una minoranza.  Temo che a segnare la strada non siano loro, ma il sondaggio apparso sul giornale.

Non me ne voglia chi era presente: ha tutto il mio rispetto e la mia ammirazione, ma ho smesso da tempo di credere che le manifestazioni di piazza possano ottenere un qualche risultato, posso determinare cronologicamente il momento e il luogo in cui questo è avvenuto: Luglio 2001, Genova. Allora si parlava di centinaia di migliaia di manifestanti  pacifici, accorsi per chiedere un’inversione di rotta nelle politiche globali, un segnale,  e abbiamo visto com’è finita.

Questa corsa frenetica verso l’abisso è una questione culturale  e  politica. Mancano gli intellettuali, nel nostro paese, i buoni maestri che vedono lontano.  Manca soprattutto una scuola che torni ad essere non solo ascensore sociale ma luogo di crescita e formazione umana, fucina di valori e luogo di sviluppo del pensiero critico. Manca un giornalismo serio e non asservito, guardate la triste fine di Travaglio, di Michele Serra  e compagnia cantante, mancano, soprattutto, giornalisti che siano i cani da guardia del potere e gli azzannino le caviglie quando necessario, come vuole la tradizione americana. Sulla televisione, non vale la pena di spendere neanche due parole.

Ma soprattutto, manca la politica, la politica vera, fatta di idee, visioni, valori, etica, una politica che non sia solo mera ricerca del consenso, che non insegua la pancia degli elettori ma li educhi, una politica che proponga modelli migliori dell’uomo della strada, che non segua il pensiero dominante, se abietto, ma lo indirizzi in una direzione diversa.

Non c’è nulla di simile nell’attuale maggioranza di governo, che rappresenta, a mio parere, il peggio di quanto abbiamo visto negli ultimi vent’anni, non c’è nulla di simile in una opposizione formata da una destra vecchia, stantia, incapace di assumere una dimensione europea e una sinistra ormai inesistente, dilaniata da lotte interne per assumere la guida di un  partito che non esiste più e non certo solo per colpa di Renzi che, antipatia a parte, è stato solo il polo terminale di un declino che parte da molto lontano. Manca anche una forza popolare centrista, liberale e democratica, che sarebbe benedetta in questo momento ma che, in tempi di radicalismi esasperati e grotteschi, probabilmente non incontrerebbe il favore dell’urna.

Il paese è destinato a scendere sempre più in basso, l’attuale politica condurrà, inevitabilmente, presto o tardi a un conflitto aperto tra poteri dello Stato dalle conseguenze devastanti. La triste pantomima di Salvini e dei suoi alleati di governo sulla richiesta di autorizzazione a procedere, oltre a rivelare che i re non solo sono nudi ma anche vili, cosa sulla quale non nutrivamo alcun dubbio, è probabilmente solo la scena iniziale di una commedia che avrà altre repliche.

Anche l’annunciata campagna contro le Ong è in realtà il primo atto di una campagna contro la società civile, il volontariato, ecc.,un monito chiaro per dire che o ci si adegua al nuovo verbo politico o si scompare. Perché la narrazione di questo governo non prevede oppositori, al di fuori di quelli politici già ridotti al ruolo di comparse. Nè la magistratura nè la società civile devono avere voce in capitolo sulle sue scelte o insinuare il germe del dubbio nel popolo che lo ha legittimato.

In fondo è sempre andata così, giusto? Prima vennero a prendere gli zingari…

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Ma non è più tempo di silenzio

foto tratta da
Credit Foto – storiedibuonenotizie.blogspot.it

Io rispetto profondamente don Giacomo Martino, non ho avuto l’onore di stringergli la mano ma dalle foto e dai filmati in cui compare, leggo nel suo sguardo quel dolore per i mali del mondo che provava il protagonista di Conversazione in Sicilia, leggo la rabbia contenuta di chi, per il suo ruolo, non può sempre dire tutto quello che vorrebbe.

Rispetto don Giacomo Martino ma non credo che, dopo la notizia della morte di Prince Jerry un ragazzo di ventiquattro anni che si è suicidato perché gli è stato rifiutato il permesso di soggiorno per motivi umanitari che il cosidetto decreto sicurezza ha cancellato, sia il momento del silenzio.

Prince Jerry era laureato, si era integrato nel campus di Coronata, forse gli ho anche stretto la mano quando sono andato a visitare quel gioiello di integrazione, nato in un quartiere non sempre accogliente, non sempre disposto a porgere la mano all’altro. Era poi andato a Multedo dove, passata la canea iniziale, i ragazzi ospitati nella struttura creata nell’ex asilo erano stati accolti anche dal quartiere.

Proprio da Multedo voiglio partire, perché leggo oggi le esternazioni sdegnate di chi, a suo tempo, sottovalutò quei fatti e preferì prudentemente tacere, e forse saranno addolorati e sdegnati anche quei (pochi) colleghi che votarono contro la mozione che presentai in collegio docenti in cui si ribadiva che la scuola ripudia ogni forma di discriminazione e razzismo. “Non c’è nè bisogno” dicevano, chissà se continuano a pensarlo anche oggi.

Non è il momento del silenzio, don Giacomo, è il momento del dolore e della rabbia. L’avevo scritto un anno fa, ne fa memoria il mio libro, basta leggere gli articoli sui fatti di Multedo e quelli seguenti, avevo scritto che Genova spesso segna il passo al paese e che, continuando su quella strada, avremmo finito per contare i morti. Mai come oggi avrei preferito essermi sbagliato.

Non facciamo abbastanza, non faccio abbastanza per fermare questa follia, per lottare contro chi crede che si possa dire a degli esseri umani tornate da dove siete venuti, andate a morire di fame a casa vostra e non pagare un prezzo. Un prezzo che comporta non la perdita dell’anima, quello riguarda i credenti autentici, ma la perdita dell’umanità.

Non facciamo abbastanza, non denunciamo abbastanza, non gridiamo abbastanza contro questa deriva della pietà, siamo diventati cinici, impregnati di real politik, dimentichiamo troppo spesso che al centro della questione c’è un’umantà sofferente, ridotta ai minimi termini.

Non è il momento del silenzio, don Giacomo, basta con i bassi profili, con il lavoro costante, faticoso e doloroso che lei porta avanti quotidianamente, io credo che debba dire quello che pensa, alleggerire la sua grande anima dal peso di una rabbia trattenuta, dall’angoscia di un dolore che immagino senza fondo.

Forse ho stretto la mano, a Prince Jerry, certo ho parlato di lui e degli altri ai miei ragazzi, spesso, nel tentativo di instillare in loro il germe della solidarietà che quando attecchisce non va più via, nel tentativo di dare un piccolo contributo insignificante a formare uomini di domani migliori di quelli che mandano giovani uomini e donne a morire di fame e di stenti.

Non so se ho conosciuto Prince Jones, aveva certamente un sorriso luminoso, come gli altri, era una risorsa per tutti noi, una potenzialità, avrebbe potuto fare molto per sè, per la sua gente, per tutti noi e adesso, per colpa di una legge disumana, non possiamo che augurargli di riposare in pace, non possiamo che sperare che la terra gli sia lieve.

Basta così, non riesco a scrivere oltre.

Un paese sospeso
Un anno di articoli del blog, fotografia di un paese alla deriva
in vendita su Amazon

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Un paese sospeso- appunti di un uomo comune

A volte ti spinge a scrivere un’urgenza che non sai spiegare, un desiderio insopprimibile di comunicare quello che provi, di dare corpo e parola agli astratti furori che si agitano dentro di te.

Questo libro, che potete trovare su Amazon in formato ebook e cartaceo, è nato così.

Alla fine dell’anno appena trascorso, ho sentito la necessità di raccogliere gli articoli pubblicati nel blog, da Gennaio a Dicembre 2018, consapevole che si è trattato di un anno importante, seminale, che si è consumata nel suo corso una frattura, lasciando il paese in sospeso, come i due monconi del ponte Morandi, terribile metafora della nostra realtà quotidiana, una divisione del paese inedita, una mutazione antropologica degli italiani non del tutto imprevedibile, per chi ha saputo leggerne i segnali.

Ne è venuta fuori una fotografia, certo parziale e di parte ma non credo distorta, di un’Italia diversa, che si sta muovendo lentamente verso un obiettivo che appare ancora nebuloso, distante, confuso. Un Italia meschina e razzista contrapposta a un’Italia smarrita, priva di punti di riferimento, stordita dalla rapidità del cambiamento

Il futuro sarà il populismo, la xenofobia, un muro dietro cui trincerarsi dimentichi e indifferenti al mondo o la manifestazione di sabato a Genova (ancora Genova che torna nei momenti cruciali della storia del paese) è l’inizio di un reazione da parte di chi non crede che quella sia una strada percorribile? Perché il futuro si gioca anche sui diritti civili, sulla capacità di uscire dalla dinamica polverosa fascismo/antifascismo e cercare di comprendere lo spirito del tempo per elaborare nuove strategie di umanità.

L’Europa resisterà agli attacchi delle forze post fasciste o cadrà, come l’Inghilterra, diventando terra di conquista per le super potenze vecchie e nuove? L’Europa saprà finalmente diventare quella terra dei diritti e degli esseri umani liberi e uguali sognata a Ventotene?

Domande pesanti, inquietanti, angosciose, a cui credo nessuno possa oggi dare risposta. Ma la domanda che più mi sta a cuore è: che fine farà l’Italia? Riuscirà a uscire da questa specie di incubo a metà tra il grottesco e lo spaventoso in cui è caduta o tornerà ad evocare fantasmi di un tempo che credevamo tutti di esserci lasciati alle spalle? Siamo circondati da mostri o è la paura a crearli?

Il libro non offre risposte ma punti di vista, idee, pagine rabbiose ed altre più pacate, spunti di discussione e di confronto. Qualcuna delle cose che ho scritto, purtroppo, si è avverata, e non è una buona notizia. Se qualcuno avrà la pazienza di leggerlo, sarebbe interessante discutere, confrontarsi, parlarne insieme, giusto per sentirsi meno soli in mezzo alla confusione di questi giorni.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Memoria dell'infamia presente

Foto tratta da: Gruppoabele.org

Centosettanta di meno. Questa è la reazione di molti degli elettori dell’attuale governo alla notizia dell’ennesima strage del Mediterraneo, centosettanta di meno. Reazione reiterata sui social con orgoglio compiaciuto, infame quanto le parole del ministro che si scarica della responsabilità politica della strage addossandola alle Ong che sono tornate nel Mediterraneo ( c’è solo una nave, la Sea watch, per la cronaca) con parole ipocrite e false   quanto la costernazione espressa dal Presidente del Consiglio e le puerili, demenziali, insopportabili banalità di Di mMaio che non sa fare di meglio che attaccare di nuovo la Francia.

Siamo governati da piccoli mostri e viviamo accanto a piccoli mostri, infami appunto, talmente squallidi da non poter essere nominati (questo significa infame in greco), da essere destinati, presto o tardi, all’oblio.

Questa settimana si celebra la Giornata della Memoria e a Marzo si celebrerà la Giornata delle Memoria delle vittime innocenti di mafia.

MI chiedo che senso abbia celebrare le vittime dell’Olocausto di fronte a quest’Olocausto quotidiano, silenzioso, che non merita nemmeno grandi titoli sui giornali. Come gli ebrei, i migranti sono tutti uguali nell’immaginario dell’infamia, indistinguibili, forme vuote, come gli involucri dello splendido romanzo di Giulio Cavalli, privi di identità, tutti nemici, tutti loro che minacciano noi.

E’ così che l’odio ci ha sommerso, che i mostri hanno preso il sopravvento, che l’Olocausto continua e le mafie fanno affari indisturbate, senza neanche bisogno di uccidere più di tanto, almeno direttamente.

Mi chiedo che senso abbia celebrare le vittime innocenti di mafia quando, in un paese dove la Camorra comanda, qualcuno bacia le mani al ministro, qualcuno chiede di fare fuori Saviano e lui sorride compiaciuto.

Ci siamo persi nelle celebrazioni, abbiamo incorniciato il male nella memoria pensando che bastasse marciare insieme una volta l’anno, fare un minuto di silenzio, pronunciare nobili discorsi per esorcizzarlo.

Abbiamo perso di vista l’obiettivo, il senso con cui sono nate quelle celebrazioni e abbiamo confuso il fatto esteriore col suo significato.

Abbiamo dimenticato che la libertà non è un diritto acquisito, ma soprattutto, che non possiamo essere davvero liberi se un uomo è perseguitato dalla guerra, oppresso dalla fame, minacciato dalla mafia: la nostra libertà non può basarsi sull’oppressione degli altri.

Abbiamo dimenticato di essere internazionalisti per diventare globalisti, abbiamo confuso la democrazia col privilegio, abbiamo piano piano trasformato l’attenzione per il mondo nell’indifferenza.

Ci siamo specchiati nella nostra retorica, crogiolati nella nostra cultura, convinti che il fatto di aver letto qualche libro ci rendesse superiori e vincitori nei confronti dei miserabili che gioiscono delle stragi e abbiamo perso.

L’odio razziale e le mafie non si combattono restando comodamente seduti nelle nostre case o nei luoghi di ritrovo, facendo convegni e manifestazioni, la rivoluzione non è un appuntamento per il the, diceva Mao, la rivoluzione è un atto di violenza. Abbiamo cominciato a perdere quando abbiamo smesso di sdegnarci, quando abbiamo cominciato ad essere equidistanti, a non schierarci, ad avere paura di stigmatizzare l’odio che stava salendo, quando siamo diventati pacati, sorridenti, talvolta ironici e sprezzanti ma solo un po’, per non offendere nessuno.

Siamo diventati moderati, maggioranza silenziosa e passiva, capace di gesti esteriori ma priva di convinzione, spinta più dalla necessità di dare un contentino alla nostra coscienza che dalla rabbia.

Ma la colpa più grande, è quella di aver smesso di credere che non doveva necessariamente andare così.

Nella mia scuola, come in altre cento, abbiamo posato una pietra d’inciampo per celebrare il Giorno della memoria  e nel farlo, ho ricordato ai ragazzi che c’è un filo sottile che unisce il loro coetaneo morto annegato con la sua pagella nella tasca, Anna Frank, Ettie Hillesum e le troppe vittime di quell’immane massacro: il filo dell’oppressione, della violenza, dell’odio verso l’altro, un filo che solo i ragazzi domani potranno spezzare per cominciare davvero a ricordare qualcosa che non c’è più. Non è stata una celebrazione, non c’è contraddizione con quanto ho scritto sopra: loro non hanno una memoria condivisa, non sanno cosa è successo, per loro le celebrazioni hanno ancora un senso. Il futuro è loro, il futuro sono loro, perché noi abbiamo fallito.

Quanto a un ministro che difende a priori con una battuta dei poliziotti che potrebbero aver commesso un possibile abuso che ha causato la morte di un fermato, straniero, tanto per cambiare, e che mente sapendo di mentire commentando l’ennesima strage, non posso che chiedermi e chiedervi se questo è un uomo.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Un faro nella nebbia

foto tratta da gg.geowiev.info

Duemila persone che in una città  governata dal centro destra partecipano a un presidio contro il decreto sicurezza, a favore della dignità e della difesa dei diritti umani, non sono molti ma, di questi tempi, non sono di certo pochi. E’ accaduto a Genova, qualche giorno fa, ed è confortante, perché questa città, nel bene e, nel recente passato, soprattutto nel male, ha spesso segnato la strada.

Io non c’ero al presidio, non perché non condivida pienamente i valori di chi era presente ma perché, dopo vent’anni di sindacato, sono piuttosto disincantato verso questa forma di manifestazione delle proprie opinioni. Invidio quelli che erano presenti, tutti, perché hanno una fiducia nella possibilità di sensibilizzare il prossimo che io comincio a non avere più, o almeno, la riservo al mio lavoro quotidiano di insegnante. Io credo che a cambiare le cose debba essere la politica e che l’influenza della gente, oltre che manipolabile con estrema facilità, sia al giorno d’oggi assolutamente irrisoria nelle scelte dei governi.

Ma sarebbe bello se non fosse così, sarebbe bello se fosse un inizio, se si potesse costruire un ponte ideale, vero, incrollabile tra quelle duemila persone e i sacerdoti che da ottobre celebrano messa in una chiesa dell’Aja per impedire che una famiglia armena venga espulsa, eh già, non è solo l’Italia ad avere l’esclusiva del potere cieco e della discriminazione, un ponte che continui superando l’oceano e arrivi al confine messicano, scavalcando qualunque muro l’idiozia di un presidente criminale possa costruire, un ponte che passi per l’Africa, la Siria, la Cina, un ponte di solidarietà che tocchi chiunque vede violati i propri diritti e che circondi il mondo, diventando una strada aperta, senza dogane, senza decreti, senza divise pronte a impedire il passaggio, un ponte talmente alto da essere irraggiungibile per chi ha pensieri bassi, per chi pensa che la soluzione sia l’odio, per chi non ha il coraggio di specchiarsi nell’altro e scoprire sé stesso.

Solo così Genova potrà sanare davvero quella ferita aperta che vedo ogni mattina, quell’assenza più forte di ogni presenza, solo così renderà davvero omaggio alle vittime, molte delle quali erano straniere, lo si ricorda poco e mal volentieri, solo così darà un senso  a quelle morti atroci, ingiuste, laceranti.

Solo costruendo ponti di pace e solidarietà Genova potrà tornare davvero Superba, ritrovare orgoglio e dignità. Forse ci andrò al prossimo presidio, forse d’ora in poi dedicherò questo spazio a storie belle di civiltà e amore, come quella dei sacerdoti protestanti dell’Aja, forse la smetterò di amplificare gesti e parole di piccoli uomini con piccole menti e pensieri meschini per dare visibilità ai costruttori di ponti.  

Duemila persone in una città di destra, e fa male dirlo, anche a me che vi abito e non la amo più da tempo,  forse sono poche, forse sono moltissime, forse sono un grido nel silenzio, forse le fondamenta del ponte che verrà, difficile dirlo. Ma fa bene pensare che siano una luce nella nebbia, il segnale fioco ma visibile, di una nuova rotta.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail