Confessioni di un ipocondriaco

Io sono ipocondriaco, anche se negli ultimi anni lo nascondo bene. Quando fai un lavoro in cui ogni giorno almeno uno o due ragazzini ti arrivano a dieci centimetri di distanza per dirti che la sera prima avevano quaranta di febbre, la diarrea, la tosse e non si sentono tanto bene, o ti suicidi o cerchi di controllarti.

Per altro appartengo a una generazione sfigata: quella che ha visto l’Aids in piena tempesta ormonale, proprio nell’età delle prime conoscenze carnali, immediatamente rimandate a data da destinarsi, quella ecologista, amante del birdwatching, che ha visto venire fuori l’aviaria, quella che manifestava per togliere il debito all’Africa, ed è arrivato Ebola, ecc.ecc.

Il Covid, ovviamente, per noi ipocondriaci è stato una trauma con un solo lato positivo: tutte le nostre manie improvvisamente sono diventate legge. Ma viviamo da mesi nel terrore, ovviamente, per altro sono anche allergico, quest’anno l’allergia è arrivata prima e potete immaginare l’angoscia a ogni starnuto.

Mi piace il trekking, specie quando sono in montagna ma anche nelle alture vicino casa. Mi piace per lo stesso motivo per cui amo la pesca sui fiumi: amo la natura e posso stare da solo per ore, senza incontrare nessun altro se non mia moglie, a volte neanche lei.

Oggi sono uscito a fare trekking ed è stato terribile. Intanto il sindaco ha detto che la mascherina, obbligatoria nei luoghi chiusi e nei parchi, è fortemente raccomandabile all’aperto. Che cazzo vuol dire? O la obblighi o ognuno si sente in dovere di fare quello che vuole. Infatti…

Incontri quelli che la portano al collo, come un foulard, forse cercando di dare il via a una tendenza, poi quegli altri che se la tirano su all’improvviso se ti incrociano, come banditi che stanno per fare una rapina in banca, quelli senza, che, immancabilmente, o urlano o ridono in modo carnascialesco quando ti incrociano, quelli che la portano e se ti vedono passano dall’altro lato della strada rischiando di essere falciati da un’auto in corsa. E poi…

La scena meriterebbe la colonna sonora di Ennio Morricone: tu hai la maschera, lui ha la maschera, tu stai salendo, lui scende: vi guardate negli occhi, a chi tocca spostarsi di lato per mantenere la distanza sociale? L’immagine di Clint Eastwood che sta per sfoderare la Colt si mescola a quella di Frate Cristoforo che sta per infilzare il fellone fino a quando, finalmente, dopo qualche tentennamento, tutti e due proseguite.

Tornato a casa , ho pensato che, a meno che uno non ti sputi addosso, ed essendo un insegnante e sindacalista non è un’ipotesi così remota, la probabilità di infettarsi per strada è remota. Ma ci sono altri pericoli.

Sali su un autobus e incontri, a un metro di distanza, Povia, che ieri sera ha detto in tv che lui pulisce benissimo casa ed è un omosessuale mancato. Riuscirai a trattenerti dal dirgli di non preoccuparsi, perché è un perfetto idiota?

O incontri Ratzinger, un altro omofobo, per cui le coppie gay sono manifestazione dell’Anticristo, la Shoa no, i bambini siriani che cadono sotto le bombe, no, i gay. Puoi trattenerti dall’andargli davanti e salutarlo con un marziale Sieg Heil?

Peggio, puoi incontrare due leghisti che parlano degli immigrati da regolamentare, in toni ovviamente razzisti. Lì ti salva il fatto che, probabilmente, riesci a capirlo solo dopo, dato il linguaggio che usano abitualmente.

E se incontri Salvini, la Meloni, o Salvini e la Meloni? Più che una mascherina servirebbe una vasca di decontaminazione.

Il Covid è una tragedia, grande, che lascerà molte cicatrici quando finirà, ma i mostri veri, i mali veri del nostro paese, non sono mai andati via. Avevano taciuto, per un po’, e adesso eccoli di nuovo fuori dalle loro luride tane, razzisti, omofobi, complottisti, fascisti, neonazisti, una genia di pezzi di merda che imperversa per tutta la penisola.

Contro quelli, purtroppo, non c’è vaccino.

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L’America violenta di Joe Lansdale

Joe Lansdale è uno scrittore texano famoso per aver scritto, oltre ad altri libri molto interessanti, la serie Pulp di Hap e Leonard che ha ridato linfa all’hard boiler americano, riprendendo una tradizione che annovera grandi scrittori come Dashiel Hammet e Raymond Chandler.

Hap e Leonard sono due sottoproletari che vivono nel Texas orientale, duri, dalla battuta pronta e sempre pronti a menare le mani o ad imbracciare le armi quando sentono odore di ingiustizia. Hap è bianco, si fa degli scrupoli, non ama uccidere ed è democratico, Leonard è nero, gay, non ha scrupoli di coscienza se si tratta di uccidere una criminale ed è repubblicano. Fanno da contorno altri personaggi che crescono insieme ad Hap e Leonard romanzo dopo romanzo.

Un paragone adeguato per descrivere questa saga è quello con i film di Tarantino: violenza estrema, iperrealista, battute fulminanti, personaggi memorabili a cui si finisce per affezionarsi anche se, nella migliore tradizione noir, sono ricchi di luci e ombre.

Un tema ricorrente dei romanzi è il razzismo rozzo e ottuso contro cui Hap e Leonard si battono senza quartiere. Ma Lansdale, tra una battuta e un colpo di fucile, traccia un quadro desolante degli U.S.A. odierni: un paese diviso, dove la discriminazione razziale è sopra i livelli di guardia e chi detiene il potere economico si ritiene al di sopra della legge, dove la corruzione alligna in ogni classe sociale.

Divertente, esagerata, oltraggiosa, disturbante, la prosa di Lansdale è veloce, avvincente, il suo umorismo coglie quasi sempre il segno e l’autore non disdegna un adeguato approfondimento psicologico, che si coglie soprattutto nel personaggio di Hap.

Questi libri vanno letti allo stesso modo in cui si vede un buon western: la morale texana della legge individuale è sempre presente, cambia solo colore: da reazionaria si fa progressista, e i cattivi indossano quasi sempre completi di sartoria e hanno la pelle bianca.

Negli altri libri che ha scritto, Lansdale si diverte a stravolgere i topoi della lettura stelle striscia aggiornandoli ai nostri tempi e lasciando quasi sempre il segno.

Dalla serie di Hap e Leonard è stata tratta una serie tv, discreta ma lenta, incapace di riprodurre il ritmo frenetico dei libri di Lansdale e il fuoco di fila delle sue fulminanti battute.

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Il ritorno della razza

– Il certificato di purezza razziale, prego.

Il Granello di sabbia comincia con queste parole. Parole che, oggi, man mano che gli eventi si susseguono, non appaiono più distopiche, ambientate in un mondo parallelo, ma pericolosamente vicine.

Il Foglio non è il peggiore dei giornali di destra eppure ha pubblicato quella che, a tutti gli effetti, è un’apologia di Joseph Mengele, sadico torturatore di bambini ad Auschwitz, vigliacco e squallido opportunista, medico fallito che trovò nel Reich un ambiente adatto a sfogare la propria psicopatia.

Non leggerò la biografia a cui si riferisce l’articolo, non ho bisogno di leggere testi revisionisti: su Mengele esiste un grande libro di Oliver Guez, La scomparsa di Joseph Mengele, un mare di testimonianze e una documentazione ricca e attendibile.

È un brutto segnale la comparsa di articoli revisionisti, che pretendono di far passare un mostro per uno scienziato, come è un brutto segnale il raid dei neofascisti che hanno attaccato, a Brescia, volantini contro i negozi cinesi. Un fatto che richiama alla memoria le prime incursioni dei nazisti contro gli ebrei.

Un altro brutto episodio è la lezione della professoressa di Firenze che ha accusato Liliana Segre di volersi far pubblicità con l’Olocausto, suscitando le ire di ragazzi e genitori.

Per non parlare degli illeggibili fondi di Vittorio Feltri, che andrebbe espulso dall’ordine dei giornalisti definitivamente, perché, una volta per tutte, ci si possa liberare del suo fascismo greve e mostruoso.

In Razzismo e indifferenza, un libro piccolo e agile ma denso, ricco di spunti di riflessione, con una prefazione alla prima edizione del mai troppo rimpianto Don Gallo, Renato Curcio, sì, esatto, lui, che ha pagato il suo prezzo con la giustizia e da anni fa quello che sa fare meglio, l’attento osservatore della realtà e delle dinamiche della società nel nostro paese, traccia a sommi capi la storia del razzismo nel nostro paese, mostrando come parta da lontano, come ci abbia accompagnato dalla nascita della repubblica ai giorni nostri, come ad esempio, la logica concentrazionaria, che oggi viene applicata agli immigrati, nell’indiffferenza generale, abbia fatto parte dell’agire politico in tempi remoti.

Logica concentrazionaria che, di per sé, comprende il concetto di diversità, di una alterata che va controllata e messa in condizione di non nuocere ai normali. Ci vuole un attimo per arrivare alla difesa della razza.

Ormai, quotidianamente, accettiamo l’inaccettabile, non chiediamo neanche più che le forze dell’ordine individuino e mettano in condizione di non nuocere i balordi dei raid di Brescia, che Feltri venga zittito perché ogni sua parola è un insulto, che il servizio pubblico venga depurato da personaggi che portano avanti tesi chiaramente anticostituzionali, ecc.ecc.

Questa indifferenza, questo sdegnarsi un istante e poi continuare ad andare avanti come se niente fosse, è legata anche alla velocità con cui i media divorano le notizie, senza approfondire, senza andare al fondo delle cose, senza riuscire a superare gli spazi angusti della polemica di parte, della difesa del proprio orticello, all’assenza totale di etica professionale di troppi giornalisti.

Siamo davvero sicuri che il razzismo sia esclusivo monopolio della destra? Non si nasconde forse, tra i distinguo di certi politici di sinistra, che enunciano la possibilità che, tutto sommato, la Lega dica cose giuste nel modo sbagliato? Non è sottinteso nella mancata abrogazione dei decreti sicurezza, razzisti e liberticidi? Non si intravvede nella fiacchezza con cui viene tirato fuori e poi rimesso in soffitta lo ius soli? Non è razzista tenere su una nave dei migranti e poi farli sbarcare a elezioni avvenute, per timore che liberarli prima potesse influire sul risultato?

Il razzismo non si nasconde forse, nella sinistra dura e pura, una razza anch’essa, costantemente alla ricerca del nemico come la sua controparte e come la sua controparte, manichea?

Non si nasconde nella difesa acritica del leader, di cui ho parlato ieri, leader che definisce un’appartenenza, cioè un’altro tipo di razza, appartenenza a cui ci si aggrappa acriticamente, sperando di essere traghettati fuori dall’incertezza della contemporaneità e, nel frattempo, stilando l’elenco dei buoni e dei cattivi?

Gli episodi più virulenti di razzismo, la sinofobia quasi grottesca di questi giorni, sono solo la punta dell’iceberg di una società che, nel mondo globalizzato, va paradossalmente rinchiudendosi in spazi angusti per la paura di confrontarsi con l’Altro.

Ecco allora l’untore, descritto magistralmente da Manzoni, meglio se un untore dai tratti somatici diversi dai nostri, appartenente a un cultura poco comprensibile e distante dalla nostra. Ecco allora l’antisemitismo, che viene sempre bene, o l’anti islamismo, che viene ancora meglio, perché gli ebrei sono in mezzo a noi e sono noi, indistinguibili nei loro tratti somatici, mentre i mussulmani, bene o male, riusciamo a individuarli. Ecco l’odio per i rom, che sono cristiani, per la maggior parte integrati, ma per i fomentatori di odio contano solo quelle poche migliaia di nomadi presenti nel nostro paese, responsabili di tutti i mali dei quartieri in cui risiedono.

Davanti a questo sfacelo, a questa diminutio di civiltà, a questo deficit di valori etici, civili e morali, restiamo tutti, troppo spesso, più o meno inerti, limitandoci a scuotere la testa amareggiati o ad andare in piazza a cantare Bella ciao, che viene sempre bene.

Inutile giocare con i rimandi storici perché la Storia cambia, muta, diviene altro da sé, anche se si ripresenta in modi simili ma mai uguali, tuttavia ritengo che la pericolosa acquiescenza all’infamia che ormai sta diventando quotidiana, ci stia conducendo su una china pericolosa.

Se il punto d’arrivo sarà il certificato di purezza razziale, come ho paventato nel mio libro, o un paese diverso e senza razze di ogni sorta, come auspico, non si può ancora dire.

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La scuola che non c’è più e la barbarie prossima ventura

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Se questo governo non fosse per metà miope, per metà sconcertante nella sua carenza di capacità di fare politica, ( ditemi voi se un ministro può dire di un’azienda che ha vinto un regolare bando pubblico che “non li convince”), se questo governo, dicevo, non fosse una eterogenea accozzaglia raccogliticcia di mediocri, quando va bene, interpreti della politica, data la situazione sociale, vista la rabbia che serpeggia tra le fasce più basse della popolazione, avrebbe provveduto a quel rilancio della Scuola che appare ormai ineludibile.

È evidente che quelli che passano il loro tempo a insultare via internet presidenti della repubblica e reduci dell’Olocausto salvo poi chiedere scusa quando colti con le mani nel sacco, esclusi i sessantenni per cui servirebbe il geriatra, non hanno evidentemente frequentato con profitto le scuole e imparato ad esercitare quella funzione essenziale per vivere attivamente in società che si chiama spirito critico. Probabilmente considerano i libri strumenti del demonio e si abbeverano alle verità confezionate ad arte per loro da chi usa la rete come strumento di manipolazione di massa.

Banalizzo, certo, sociologi e psicologi troveranno altre motivazioni mentre, i geni dell’ultima ora, ritengono che le masse operaie abbiano trovato il loro punto di riferimento nell’estrema destra perché dice loro quello che vogliono sentire. Io vengo da una famiglia operaia e,onestamente, credo che le masse operaie sappiano sgamare un bugiardo disonesto tanto che non mi risulta di aver visto cortei operai inneggiare a quello che si manda i proiettili da solo per fare notizia. L’odierna ondata di violenza che si concretizza a vari livelli ha l’odore forte e chiaro dell’ignoranza.

Il declino della scuola coincide, guarda un po’, con il progressivo imbarbarimento della nostra società, con la caduta di valori che, fino a poco tempo fa, credevamo inattaccabili. Il sonno della ragione genera mostri, diceva Unamuno, da noi genera mostricciattoli, almeno per ora, e il sonno della ragione si accompagna sempre all’ignoranza. Il disprezzo della cultura e dei professori è un distintivo della destra italiana che non è mai riuscita a diventare, come altrove, democratica, liberale,  europea, antifascista.

La svalutazione dell’istruzione, e della competenza, comincia con l’era Berlusconi, una grossa mano l’hanno data Monti e personaggi come Burioni, non proprio simpatici, incapaci di capire che la comunicazione, oggi, va gestita in modo intelligente e puoi essere un genio ma, se non sai come portare avanti le tue tesi in modo da arrivare a più gente possibile, specie a quella fascia di popolazione che non ha gli strumenti per capire, resterai un genio odiato.

Per quanto riguarda la Scuola, si è solo provveduto a tagli indiscriminati riuscendo a creare una situazione costante di emergenza oltre che per la didattica anche per la sicurezza a interna degli istituti. La Buona scuola di Renzi, con il suo arruolamento cervellotico e la finta meritocrazia, ha creato una gerarchia interna di cui non si sentiva davvero il bisogno e speso tanti soldi, più di altri, malissimo.

Questo governo, che per la scuola non ha stanziato una lira, si mantiene sulla falsariga di chi l’ha preceduto: promesse, parole al vento, niente fatti, parecchie stupidaggini.

È proprio in momenti come questo, invece, che si dovrebbe intervenire con coraggio per fare sì che la scuola torni a formare persone consapevoli, informate, competenti, che possa aprirsi al mondo per cercare di decifrarne la chiave d’interpretazione utile a preparare i ragazzi ad affrontarlo, senza il rischio di diventare adepti del Masaniello di turno, di destra o di sinistra che sia.

Invece siamo al vanto dell’ignoranza, al disprezzo di quelli libri polverosi che sono, o sono stati, la bussola per i giovani di questo paese, al disprezzo quotidiano del sapere.

D’altronde, chi ha la verità in tasca, specie se facile ed elementare, chi semplifica grottescamente concetti che meriterebbero tutt’altra attenzione, ha il successo assicurato.

E’ èproprio oggi che la Scuola dovrebbe tornare a quella sua importante funzione politica a cui sembra aver abiurato.

Buona parte del merito della situazione attuale, va ascritto ai mezzi d’informazione e alla televisione. Abbiamo il giornalismo peggiore d’Europa, asservito, privo di nomi di spicco, con qualche eccezione, incapace di approfondire e teso solo a manipolare. Abbiamo una televisione di rara disonestà intellettuale, volgare, improponibile, spesso oltre il limite dell’osceno. Questo spiega gli hater ottuagenari ma non i giovani.

I ragazzi hanno bisogno di punti di riferimento che, un tempo, erano forniti, appunto, dalla Scuola. L’insegnante era una figura rispettata anche nelle scuole più disagiate perché dava l’esempio svolgendo il proprio lavoro nonostante tutto. Era un modello, qualcuno di cui ci si poteva fidare. Oggi continua a svolgere il proprio lavoro, nonostante tutto, ma a che fare con famiglie che, molto spesso, avrebbero bisogno di essere istruite più dei figli. E rischia anche di essere menato se si permette di  segnalare un problema a chi di dovere o a dare un brutto voto al genio di famiglia.

Eppure, questo paese nel dopoguerra è riuscito a produrre un’alfabetizzazione di massa, a creare una classe dirigente dignitosa, a crescere e progredire con fatica ma con buona rgadualità. Abbiamo avuto intellettuali di fama mondiale, come Eco e Sanguineti, e adesso ci siamo ridotti a Fusaro, che rimastica Marcuse senza averlo capito e crede di fare filosofia quando fa solo cabaret.

Questo paese ha una speranza se riparte da una scuola che deve tornare a insegnare, possibilmente sui libri polverosi, senza derive tecnologiche che non portano a niente se diventano un fine e non un mezzo, una scuola che deve essere ristrutturata dal punto di vista logistico e rivista dal punto di vista della didattica. Una scuola che diventi un laboratorio critico della società, che formi cittadini attivi e consapevoli, che al sapere nozionistico, necessario, accidenti se oggi è necessario!, accompagni la consapevolezza del mondo che ci circonda, che sottoponga alla lente dello spirito critico le verità che ci vengono amanite quotidianamente.

Diventa per me ormai essenziale che nelle scuole entri lo studio del linguaggio dei media, la decodificazione di una parte dei messaggi con cui ci bombardano quotidianamente e delle tecniche di manipolazione, altrettanto essenziale diventa insegnare a usare la rete, evitare che i ragazzi trovino solo ciò che conferma le proprie tesi e rifiutino il resto, istruirli su come distinguere le informazioni utili da quelle false..

Sono solo due proposte ma sono sicuro che da un confronto aperto con chi la scuola la vive e la fa quotidianamente ne uscirebbero molte altre, se solo qualcuno fosse disposto ad ascoltare.

Oigni volta che ho avuto il privilegio di confrontarmi con colleghi provenienti da altre scuole e da altre regioni, sono sempre venute fuori idee, spunti, riflessioni che ho poi usato per il mio lavoro quotidiano.

Se i politiuci ascoltassero direttamente chi la scuola al vive e la fa ogni giorno, prima di emanare leggi inutili e confuse, se avessero la bontà di consultare chi è competente, forse avrebbero qualcosa da imparare anche loro.

Molti episodi ripetuti formano un clima e il clima che si respiura in Italia non è dei più salutari. La Scuola è un microcosmo a imamgine e somiglianza del macrocosmo che la circonda, la speranza è che possa essere utile a correeggerne i difetti e non ad acquisirli. Ma è una risposta che deve dare la politica.

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Sono tra noi e bisogna dire basta

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Salvini che si paragona a Liliana Segre è blasfemo. Uno squallido razzista agitatore d’odio che si mette sullo stesso piano di una donna che rappresenta la memoria vivente dell’orrore.

Ancora più squallidi e miserabili sono i suoi elettori. Tanti, troppi perché la già non sempre stabile tenuta democratica del nostro paese possa sopportarli.

Sono tra noi, sugli autobus, per le strade, nelle file alla posta o alla Asl, sui luoghi di lavoro. Si portano dietro il loro bagaglio di falliti, frustrati e rancorosi, la loro invidia da inetti e, come novelli untori, disseminano i germi del loro odio, l’unico sentimento che sono capaci di esprimere.

Piantiamola di dire che la destra è l’unica a recepire le istanze dei lavoratori, a lavorare nelle periferie. Chi segue dei miserabili è miserabile, punto. Essere di destra è lecito e rispettabile, essere razzisti e seminare odio non è né l’una né l’altra cosa.

Liliana Segre non ha bisogno di retorica ma di rispetto e il miglior modo che abbiamo di manifestare questo rispetto è dire basta.

Io per primo troppe volte taccio di fronte a certe affermazioni che sento in giro, l’ho raccontato in un post qualche giorno fa. Tanta altra gente, come me,  tace, vuoi per paura, vuoi per apatia, vuoi per rassegnazione. Grazie anche al nostro silenzio ci rubano ogni giorno un po’ di libertà.

Non è più il momento di chiedersi come sia stato possibile o di pensare che si possano seppellire con una risata, è arrivato il momento di agire, di testimoniare ovunque il nostro pensiero divergente, di dire basta a ad alta voce e pubblicamente a ogni commento razzista, a ogni atteggiamento discriminatorio,  a ogni insulto nei confronti di chi ha la sola colpa di essere nato con un colore diverso.

È il momento di fare pressioni perché quelle leggi sui diritti civili che il Pd sembra avere accantonato vengano approvate, di chiedere a voce alta l’abolizione dei due decreti   discriminatori che garantiscono sicurezza e impunità solo ai razzisti e vanno sotto il nome mai meno azzeccato di decreti sicurezza. È arrivato il momento di porre freno all’infamia.

È tardi per invertire la rotta del paese o per pensare di convincere la maggioranza silenziosa, quella che non si schiera mai, che non vota, quella delega sempre per non assumersi responsabilità ma non è tardi per mostrare che esiste comunque una parte consistente del paese che non tollera questa deriva nauseabonda.

Liliana Segre non è un monumento ma una donna che ha patito sofferenze indicibili e ha scelto di testimoniarle, il modo migliore in cui possiamo portarle rispetto è provare ad essere d’esempio, svolgere nel modo migliore il compito che ci è stato assegnato, essere uomini e donne onesti materialmente e intellettualmente.

La deriva razzista del nostro paese è una cosa seria e chi scrive l’ha denunciato in tempi non sospetti, affermando anche, e ricevendo per questo molte critiche, che il fascismo poco aveva a che fare con questa nuova barbarie che non era ideologica ma sociale, una devastazione valoriate inedita, portata avanti da persone prive di etica e morale che andava combattuta con strumenti nuovi, che non potevano essere le rispettabilissime manifestazioni dell’Anpi né l’antifascismo una tantum dei raduni di piazza.

Adesso che siamo arrivati a un punto di non ritorno, perché questo rappresenta la scorta a Liliana Segre, inutile chiedersi perché o come è successo, bisogna agire, bisogna spingere chi ha il potere di farlo, la politica, a porre fine con ogni mezzo a questo scempio.

La società civile non ha la forza di cambiare nulla, la società civile  è divisa, frastagliata, sparsa, smarrita. Sentivo l’altro giorno, durante un’assemblea, dei colleghi e delle colleghe insegnanti lamentare la propria solitudine in quel luogo che dovrebbe essere il tempio della collegialità, la scuola. La solitudine è il sentimento dominante sui luoghi di lavoro, ogni giorno viviamo una sensazione angosciante di diversità, di scollamento dal presente, di mancata sintonia con chi ci sta vicino.

Sono in molti a sentirsi così: scoraggiati, delusi, amareggiati da un presente difficile e da un cielo sempre più gravido di nuvole scure. È in questi momenti che bisogna trovare la forza di rialzare la testa. È il momento di fare di quella diversità, di quella mancata sintonia col pensiero dominante un valore aggiunto. Di coltivarla per farla crescere, di contagiare chi ci sta vicino con i semi della solidarietà, della cooperazione, del diritto.

Unica consolazione è il fatto che Liliana Segre sarà ricordata sempre, quell’altro invece, presto o tardi scomparirà, destinato al meritato oblio dei falliti.

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Il granello di sabbia, un libro per riflettere.

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Auto recensirsi è antipatico, quindi eviterò di dare giudizi di valore sul mio nuovo libro, Il granello di sabbia, e mi limiterò a spiegare di cosa si tratta senza, mi auguro, tediare più di tanto i miei lettori.

Si parva licet componere magnis i modelli letterari sono 1984 di Geoge Orwell e Il diario dell’ancella, di Margaret Atwood, due romanzi distopici che nascono, il primo, dopo la rivoluzione russa per denunciarne la deriva autoritaria, il secondo, come manifesto del movimento dei diritti delle donne.

Questo libro nasce da lontano, precisamente da una votazione assai dibattuta in un collegio docenti, su una mozione di principio contro il razzismo, voto, lo dico a scanso di equivoci, assolutamente legittimo. I molti voti contrari a una mozione che comunque passò a maggioranza, mi diedero la netta sensazione che qualcosa si fosse incrinato nel nostro tessuto sociale, la consapevolezza che se anche in una scuola di un quartiere di periferia, ad alto tasso migratorio, si facevano dei distinguo su principii fino a poco tempo prima totalmente condivisi, significava che qualcosa stava cambiando.

Dopo un paio d’anni, il cambiamento, positivo o negativo a seconda di come uno la pensa, è sotto gli occhi di tutti.

La distopia è un genere letterario poco frequentato, perché comunque, si trova al confine tra la fantascienza, l’anticipazione e il desiderio di dipingere il presente secondo metafora, caratteristiche che si trovano mescolate nel mio romanzo.

Se il precedente era un libro politico, schierato, dichiaratamente di parte, questo aspira a essere una lettura per tutti, una riflessione che, si spera, dia modo a ogni lettore di vedere il presente da un’angolazione diversa. Insomma dovrei riuscire a evitare la messe di insulti che ho ricevuto sui social per il mio libro precedente, da gente che non l’aveva neanche letto.

E’ presente, soprattutto nella figura del protagonista, il tema della dicotomia tra ciò che vorremmo essere, ciò che siamo stati e ciò che diventiamo vivendo.  Marco Baldi è il direttore di una casa di tolleranza e, nel mondo allucinato del romanzo, un ispettore della pubblica morale. Come tutti i regimi autoritari, anche quello descritto aspira al controllo assoluto, anche sulle emozioni e sulle passioni che, in quanto incontrollabili, risultano pericolose per chi governa usando la paura, l’unica emozione lecita.

Sono fondamentali per l’economia del racconto, le figure femminili che, in un mondo maschilista dove le donne sono oggetti da comprare e vendere o da usare per la procreazione, sono, in modo diverso, resilienti e resistenti e nascono dalla mia personale convinzione che, se c’è speranza per questo paese, è riposta nelle sue donne e nei suoi ragazzi.

Il romanzo è volutamente duro, cupo e amaro perchè l’argomento merita rispetto e non può essere oggetto di ironia. Ce ne sono tracce, ma sporadiche e sempre venate di amarezza. Troppa ironia si è  spesa per stigmatizzare i primi atti di razzismo e di xenofobia, troppa se ne spende per stigmatizzare comportamenti che ormai, ci piaccia o no, sono entrati nella nostra quotidianità. Comportamenti e modi pensare che come un virus, stanno contagiando il nostro presente. L’esempio di Liliana Segre ne è la prova.

Non ho l’ambizione di trasmettere messaggi o proporre soluzioni che spettano ad altri, mi piacerebbe tutt’al più proporre spunti di riflessione sul presente, seminare in chi legge il libro il dubbio che forse, non viviamo in un mondo perfetto e nemmeno nel miglior mondo possibile. È un libro rivolto ai giovani, magari di qualche anno più grandi di quelli che vedo ogni mattina, l’ho scritto pensando a loro.

Vi invito, dunque, alla lettura e vi prego di inviarmi le vostre eventuali critiche, ringraziando in anticipo, di cuore, chiunque deciderà di dedicare una parte del proprio tempo a leggere  quello che  ho scritto.

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Un piccolo episodio di razzismo quotidiano

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Sono seduto alla Asl, attendo che passino dieci minuti dopo il vaccino per essere sicuro che non dia reazioni strane. Ci sono molti anziani seduti attorno a me, in attesa. Una signora sudamericana, con un figlio disabile, fa la spola tra due ambulatori e prende quattro biglietti per essere sicura di non perdere troppi turni. Mi spiego: se, mettiamo, la donna aveva il biglietto numero quindici ma in quel momento era nell’altro ambulatorio, al suo posto passa il sedici, ecc.

Non ruba nulla a nessuno, vuole solo vaccinare il ragazzo il più presto possibile.

Una signora la apostrofa dicendo che “così non si fa”, la signora sudamericana, gentilmente, spiega il problema, serpeggia il malumore fino a quando un altro signore dice:” Si vede che al loro paese sono abituati così”. Nonostante sia restio a discutere con persone anziane sto per intervenire ma la signora sudamericana si difende benissimo e riesce, finalmente, a vaccinare il ragazzo.

È un episodio piccolo ma significativo che mostra come il razzismo sia ormai diventato quotidiano, spontaneo, gratuito, parte integrante del comune sentire popolare. È così che si spiega il successo della impresentabile e grottesca destra nostrana: sentono lo spirito del tempo e lo interpretano come sanno, nel modo più becero possibile.

Per altro, il signore ha parlato come se dalle nostre parti fossimo tutti anglosassoni. o tedeschi, rispettosi delle file e delle regole e il nostro non fosse il paese delle mafie e dell’evasione fiscale, della corruzione alle stelle e del gattopardismo, delle furbizie e delle scorciatoie.

In quest’ ottica va inquadrato l’episodio di Verona: secondo l’imbecille che guida gli ultras, da sempre razzisti ,della squadra scaligera, Balotelli non sarebbe “del tutto italiano” per via del colore della sua pelle. E’ un’affermazione di una tale idiozia che ci sarebbe solo da ridere, invece Salvini la cavalca, paragonando Balotelli agli operai dell’Ilva e alcuni consiglieri comunali di Verona aggiungono un carico da undici minacciando di diffamare chi scopre l’acqua calda, cioè che da quelle parti esiste un razzismo abbastanza diffuso. E’ lo spirito del tempo, l’imbecillità che diventa regola, la carenza di neuroni he si trasforma in vantaggio evolutivo.

Come si combatte questa che è una vera e propria malattia sociale, un’epidemia sempre più diffusa?

Prima di tutto bisogna avere la volontà di combattere il razzismo e non mi sembra che la sempre più trasparente. insignificante, sinistra italiana abbia questa volontà, parlo di sinistra governativa, naturalmente. Troppe volte il Pd ha evitato di prendere posizione su questioni di principio, troppe volte, per non fare il gioco della destra, ha finito per favorirla e per confermare le sue tesi ( vedi Minniti e l’inesistente invasione di migranti).

Per fare politica vera ci vuole coraggio e, a meno di non confondere per coraggio l’arrogante narcisismo di Renzi, non me ne vogliano i suoi fans, io lo considero l’unico vero politico non fascista che sieda in parlamento, gli altri magari sono anche antifascisti ma non sono politici, quindi a meno di non confondere il coraggio con l’arroganza, di coraggio in parlamento non se ne vede neanche una briciola. Neanche quello necessario a rigettare con decisione gli accordi con la Libia e a cancellar ei due decreti sicurezza.

Io sono disgustato dal Pd e dalle sue varie ramificazioni, da questa non politica, dal tradimento di valori che avrebbero dovuto essere il punto di partenza e non vecchi arnesi da accantonare. Se l’alleanza con i cinque stelle era mirata a evitare la resistibilissima ascesa della destra, allora sarebbe stato necessario combatterla, la destra, sbugiardarla ogni giorno, rivelarne l’inconsistenza politica e lo squallore ideologico, sputtanarla senza sosta. Invece tutto tace e si lascia campo a Di Maio, l’uomo senza qualità che, insieme all’uomo per tutte le stagioni che guida il governo, sta mostrando i suoi limiti politici e umani.

È anche per questa apatia, per questa accettazione del razzismo quotidiano, per questo assuefarsi all’iniquità, per questa inspiegabile incapacità di reagire alla politica del nulla dei fascisti, che questo paese sta vivendo il periodo più buio della sua storia repubblicana.

Nel mio nuovo libro, Il granello di sabbia, ho immaginato un futuro in cui si è arrivati alle estreme conseguenze, si sono realizzate le tesi più estreme portate avanti da una certa politica. Comincio a pensare che invece di una distopia, potrei aver descritto un possibile futuro nemmeno troppo lontano.

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