La scuola è salva ma non può restare immobile

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Diamo a Cesare quel che è di Cesare e, dunque, rendiamo onore ai Cinque stelle per aver impedito quell’oscenità che era la regionalizazzione della scuola pubblica.

Per ora dunque, il pericolo di avere per legge scuole più ricche e scuole più povere e, addirittura, stipendi diversi per i docenti a seconda delle regioni in cui lavorano, è scampato.

Diamo merito anche ai tanti vituperati sindacati nazionali, con buona pace dei tupamaros che urlarono alla svendita della scuola quando, dopo un incontro col presidente del Consiglio e il ministro dell’Istruzione, Cgil, Cisl e Uil ottennero l’impegno, oggi mantenuto, di lasciare integra la scuola della costituzione.

La scuola si è salvata a un passo dalla fine ma non si può dire che sia in buona salute. Aumentano i precari, la Buona scuola continua a far danni anche se mitigati grazie al lavoro quotidiano dei sopra citati sindacati confederali, i programmi sono vecchi, le differenze tra nord e sud, anzi, tra quartieri ricchi e di periferia nella stessa città esistono e sono un problema enorme perché, di fatto, limitano il diritto allo studio.

Se dovessi citare un esempio del fallimento della nostra scuola, citerei paradossalmente un esempio virtuoso: quello dei maestri di strada di Napoli, segno, a un tempo, della professionalità e dello spirito di servizio di molti insegnanti e dell’assenza della scuola come istituzione.

La politica, negli ultimi vent’anni, ha svalorizzato la scuola, proponendo un modello di affermazione personale basato sul mettersi in vetrina e in vendita al miglior offerente, ha delegittimato gli insegnanti dipingendoli come fannulloni o, addirittura, nell’era Salvini, come pericolosi plagiatori delle giovani menti. Ha fatto anche ottimi affari, spingendo sull’uso delle nuove tecnologie e facendo la felicità delle case produttrici di computer.

Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi di tutti: la scuola viene vissuta da molte famiglie come una piacevole incombenza senza un reale valore o una effettività utilità per il futuro dei propri figli. La retorica del merito ha portato a sopravvalutare il voto, un numero che molte volte poco dice su chi è davvero un ragazzo o una ragazza, a scapito del valore formativo della scuola, che invece ci dice moltissimo, il nozionismo fine a sé stesso a scapito del pensiero critico.

Altri problemi sono la messa in sicurezza degli edifici, la decisione di assegnare in reggenza le scuole sotto una soglia di alunni stabilita per legge, le troppe reggenze, spesso su istituti comprensivi enormi, l’enorme carico di lavoro dei dirigenti  ( quelli che lavorano seriamente) e l’aumento del carico di lavoro per le segreterie spesso sotto dimensionate, come sotto dimensionato in molte scuole è il personale ata.

Last but not least, la burocrazia che occupa almeno un terzo della giornata di ogni insegnantie la litigiosità delle famiglie, sempre più aggressive e, a volte violente, il terrore costante dei ricorsi che finisce per condizionare comunque, anche inconsciamente, il lavoro quotidiano.

Sono solo una parte dei tanti problemi che il passaggio alle regioni avrebbe solo amplificato, provocando inevitabilmente, l’implosione della scuola.

Ma se la Lega ha ceduto su questo punto, purtroppo, significa che della scuola non gli importa poi molto e ai Cinque stelle, dato quanto hanno fatto finora, nulla, importa solo in questo momento, per segnare una tacca sul cinturone caso mai si andasse a elezioni.

Una politica che si disinteressa della scuola, se non quando si deve votare o, come in questo caso, si deve giocare una partita politica, è una politica a cui non interessa il futuro del paese.

E’ evidente che i valori fondanti della scuola, come la cooperazione, la tolleranza, la cultura della pace, il rispetto della diversità, la valorizzazione delle competenze di ognuno al di là della razza e della religione, lo sviluppo della spirito critico e l’accrescimento culturale, stonano con una politica che disprezza i libri polverosi e quotidianamente, usa il termine “professore” in senso dispregiativo, che utilizza l’odio come strumento di consolidamento del consenso e il disprezzo delle opinioni fuori dal coro come metodo.

Il quotidiano livello di volgarità verbale e intellettuale. cui ci stiamo assuefacendo, può essere abbassato solo da una scuola che funzioni ma la scuola può funzionare solo se lo Stato e il governo del momento, comprende che una scuola che funziona va a vantaggio di tutta la società. In questo momento, non mi pare che sussistano queste condizioni.

Aver scampato un provvedimento assurdo non può essere motivo di soddisfazione, tutt’al più può provocare un sospiro di sollievo ma la scuola italiana, se questo paese vuole avere una chance, ha bisogno di ben altro.

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Domani ultima chiamata per la scuola pubblica

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Io credo che molti insegnanti non abbiano ben compreso l’importanza dello sciopero generale di domani. Se non ci sarà una grande mobilitazione della categoria a Settembre la 107 entrerà a pieno regime, completando il processo di destrutturazione della scuola pubblica e avviando quel processo che porterà a una progressiva privatizzazione delle scuole sul modello americano.

La chiamata diretta da parte dei dirigenti comporterà, di fatto, un ridimensionamento del concetto di libertà d’insegnamento e avvierà la precarizzazione di tutta la categoria.

Se eliminare il precariato significa trasformare tutti in precari, il trio delle meraviglie formato da  colui che non è stato eletto, Giannini e Faraone, hanno mantenuto le promesse.

La 107 è un legge che si basa su un unico principio: quello del ricatto. Vuoi lavorare? Spostati a mille chilometri di distanza e se hai famiglia, fatti tuoi. Ti regalo cinquecento euro ma solo se li spendi come dico io. Vuoi chiedere trasferimento? Costruisco degli ambiti territoriali assurdi e vediamo se ne hai ancora il coraggio. Vuoi il bonus? beh allora devi sottostare ad alcune regole che non sono uguali per tutti ma differenti da scuola a scuola e da dirigente a dirigente, perché alla fine è lui che decide i nomi. Stai sull’anima al dirigente? La titolarità di cattedra non esiste più e lui ti sistema nell’organico di potenziamento, a fare il tappabuchi, o nell’organico di rete, a saltare da una scuola all’altra.

Questa è la 107 e chi si illude di ritagliarsi un posto al sole, di ottenere il suo bell’incarico e stare tranquillo alla corte del re, non ha considerato che ogni tre anni il re cambia e si sa quel che si lascia ma non quel che si trova.

La chiamata diretta del dirigente oltre che violare il contratto di lavoro nazionale che è ancora in vigore e non può essere cancellato dalla legge, rappresenta la legalizzazione del clientelismo. Certo, il dirigente non può assumere parenti ma può farli assumere dal suo collega vicino, che a sua volta gli chiederà di assumere il tale, secondo quella logica di scambio di favori che ha già trasformato la politica in un mercato e che ha fatto la fortuna delle mafie nel nostro paese.

Non mi permetterei mai di dire che tutti i dirigenti sono favorevoli a questo scenario, attenzione, anzi

posso dire che in quindici hanno di carriera ho avuto a che fare con dirigenti più o meno capaci ma tutti, indiscutibilmente onesti. Ma chiedete ai colleghi che hanno dirigenti autoritari e prevaricatori come si lavora nelle loro scuole, quale clima si respira e quale timore serpeggia.

La 107 va neutralizzata  e l’unico modo per farlo è la via contrattuale. O domani si scende in piazza in tutta Italia tutti insieme, a chiedere il rinnovo del contratto e la modifica degli aspetti più assurdi della legge, o la scuola pubblica è destinata a scomparire.

Sarebbe bello se insieme agli insegnanti scendessero in piazza anche quei dirigenti scolastici, molti, che non hanno alcuna smania di potere. Sarebbe opportuno fossero con noi anche e le prime ad essere danneggiate da questa riforma, le famiglie: quando si renderanno conto che a pagare il prezzo più alto saranno i loro figli, sarà ormai troppo tardi. sarebbe importante che scendessero a riempire le piazze anche i precari, i più danneggiati, umiliati e offesi dalle nuove norme, anche quelli che stanno svolgendo le prove di un concorso organizzato con i piedi e condotto ancora peggio.

Chiudo con un esempio che ben illustra tutti gli aspetti negativi della 107. Siamo in tempo di bonus e i comitati di valutazione stanno scegliendo i criteri per assegnarlo, Ogni scuola sceglie criteri diversi e si va dai più fantasiosi ai pochi criteri sensati (verificabili, misurabili, oggettivabili). Nessuno ha informato i comitati di valutazione che sono penalmente responsabili di quanto decidono: se varano criteri passibili di ricorso, saranno loro a risponderne. Praticamente tutti i criteri proposti sono passibili di ricorso. E’ una situazione da terzo mondo, ideata da incapaci. Non credo esista in Europa una scuola che abbia varato a questo modo la valutazione degli insegnanti.  Non si discute il principio che il merito venga deciso a discrezione del dirigente, meglio che si assuma la responsabilità lui piuttosto che assistere a duelli rusticani tra gli  insegnanti, si chiede solo che il governo vari criteri condivisi e chiari, differenziati per ordine di scuola, all’inizio dell’anno così che un insegnante sia libero di concorrere al bonus oppure no, conoscendo prima le regole e non in corso d’opera. 

Si preferisce invece la lotta intestina nelle scuole, i colpi bassi, si vuole deliberatamente dividere i collegi docenti perché non abbiano più voce in capitolo nella gestione della scuola. E’ un altro passo verso la progressiva delegittimazione della categoria docenti, già arrivata a buon punto.

Ecco perché domani bisogna che gli insegnanti facciano sentire forte la loro voce, per tutelare la dignità del proprio ruolo, per rivendicare il valore insostituibile dell’istruzione pubblica.  Per non ritrovarsi a Settembre, come una favola al contrario, trasformati in servi.

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