Un paese caduto: pensando al ponte

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Quando mia moglie, poco meno di un anno fa, mi ha chiesto quale fosse la copertina adatta al mio libro Un paese sospeso, non ho avuto dubbi e le ho risposto di disegnare il ponte.

Mi sembrava il modo migliore di descrivere un libro che parlava del 2018, l’anno in cui questo paese ha cambiato faccia, imboccando una strada sempre più vicina al punto di non ritorno.

In quel maledetto anno il crollo del ponte, con lo strazio di 43 famiglie che hanno perso i loro cari in modo assurdo e una città in ginocchio, mi sembrava la metafora ideale per descrivere la situazione politico-sociale dell’Italia.

E’ difficile per me scrivere del ponte senza pensare a Lorenzo ed Alessandra, il mio ex alunno e la mia attuale alunna, che hanno perso il papà nella tragedia, a quando li ho incontrati pochi giorni dopo i fatti, a quell’abbraccio con loro che resterà per sempre nella memoria come simbolo di quella tragedia. E’ avvenuto durante una fiaccolata in cui il quartiere si è riunito attorno a loro e all’altro ragazzo vittima del ponte. E’ stato un momento toccante, che mi ha illuso, per l’arco di una sera, che la città potesse veramente rialzare la testa e tornare a lottare unita per uno scopo, come accadeva quando ero ragazzo. E’ stata un’illusione, appunto.

E’ difficile per me scrivere senza lasciarmi trasportare dalle emozioni e dalla rabbia per tutto quello che è successo in quei giorni: i proclami e le promesse che sarebbero rimaste disattese, i selfie ai funerali, la città paralizzata, un sindaco che da più di un anno parla quasi sempre senza sapere quello che dice, un’amministrazione che si distingue nella guerra contro gli ultimi, fatto inedito per Genova, città solidale per eccellenza.

In mezzo, in quest’anno, c’è un paese che ha tradito tutti i suoi valori, l’avvelenamento progressivo e inesorabile del tessuto sociale, il razzismo e l’odio dilagante, una crisi di governo che sembra un teatrino di pupi e un senso di vuoto profondo, assoluto.

Se oggi dovessi rifare quella copertina direi a mia moglie di disegnare l’assenza, quel vuoto che, a vederlo dal ponte di Cornigliano, è pieno di troppe cose, quel panorama diverso che non ci appartiene, a noi che siamo nati a Genova, che non è il nostro e che non lo sarà mai, anche quando il nuovo ponte occuperà il posto del vecchio.

Tante di quelle vittime erano straniere, tra cui Marius, un ragazzo che aveva frequentato la mia scuola, albanese, molti sudamericani, e gli altri che viaggiavano sotto quel nubifragio aspettando un sole che non hanno mai più visto. Il funerale ha visto l’intervento dell’imam per commemorare le vittime musulmane, una novità per un funerale di Stato, anche lì mi sono illuso che, forse, qualcosa sarebbe cambiato, che un nuovo sentimento di solidarietà potesse nascere dal dolore. Ma mi sono illuso, appunto.

Credo che l’unico modo per ricordare tutte le vittime, per ricordarle davvero, sia il silenzio, non il minuto di silenzio imposto dal sindaco, lui non sa andare oltre la banalità esteriore, ma un giorno di silenzio vero, senza polemiche, senza ironia, senza rabbia, un giorno dedicato al ricordo di tutte le vittime e di una città in ginocchio che, nonostante la propaganda grottesca di un’amministrazione oscena, in ginocchio è rimasta. Perché certe ferite non si rimarginano.

Genova non sarà mai abbastanza grata a chi in quei giorni ha salvato vite e si è prodigato  per restituire i corpi straziati alle famiglie. Le pubbliche assistenze, i pompieri, tutti quelli che hanno dato il loro contributo sono, insieme alle vittime, gli unici che meritano di essere ricordati e ringraziati.

Un pensiero va anche agli sfollati, a quelle vite divise in due, il prima e il dopo. A chi ha perso tutto e a chi sta cercando di ricominciare, deve andare il nostro incoraggiamento e la nostra solidarietà.

Fortunatamente quest’anno sono lontano da Genova, quindi mi risparmierò cerimonie, parate e discorsi di circostanza da parte di chi non ha la minima idea della portata di quello che è successo, da parte di chi è responsabile di altri crolli, forse meno letali ma non meno gravi, da parte di chi spende parole vuote che si disperderanno nell’aria come il fumo di quelle macerie che continua a soffiare nel vento.

Concludo abbracciando idealmente, ma loro sanno che è come se fossi lì con loro, Lorenzo e Alessandra, invitandoli a tenere duro e a continuare crescere, a stare vicino alla loro mamma. Abbracciando loro, abbraccio tutti i familiari delle vittime, in silenzio, perché in certi momenti le parole non servono.

Forse questo non è il migliore  dei miei articoli e me ne scuso, ma è il peggiore degli argomenti possibili da affrontare per chi, ogni mattina, andando al lavoro, ha dovuto fare i conti con la presenza ingombrante di quell’assenza.

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Un faro nella nebbia

foto tratta da gg.geowiev.info

Duemila persone che in una città  governata dal centro destra partecipano a un presidio contro il decreto sicurezza, a favore della dignità e della difesa dei diritti umani, non sono molti ma, di questi tempi, non sono di certo pochi. E’ accaduto a Genova, qualche giorno fa, ed è confortante, perché questa città, nel bene e, nel recente passato, soprattutto nel male, ha spesso segnato la strada.

Io non c’ero al presidio, non perché non condivida pienamente i valori di chi era presente ma perché, dopo vent’anni di sindacato, sono piuttosto disincantato verso questa forma di manifestazione delle proprie opinioni. Invidio quelli che erano presenti, tutti, perché hanno una fiducia nella possibilità di sensibilizzare il prossimo che io comincio a non avere più, o almeno, la riservo al mio lavoro quotidiano di insegnante. Io credo che a cambiare le cose debba essere la politica e che l’influenza della gente, oltre che manipolabile con estrema facilità, sia al giorno d’oggi assolutamente irrisoria nelle scelte dei governi.

Ma sarebbe bello se non fosse così, sarebbe bello se fosse un inizio, se si potesse costruire un ponte ideale, vero, incrollabile tra quelle duemila persone e i sacerdoti che da ottobre celebrano messa in una chiesa dell’Aja per impedire che una famiglia armena venga espulsa, eh già, non è solo l’Italia ad avere l’esclusiva del potere cieco e della discriminazione, un ponte che continui superando l’oceano e arrivi al confine messicano, scavalcando qualunque muro l’idiozia di un presidente criminale possa costruire, un ponte che passi per l’Africa, la Siria, la Cina, un ponte di solidarietà che tocchi chiunque vede violati i propri diritti e che circondi il mondo, diventando una strada aperta, senza dogane, senza decreti, senza divise pronte a impedire il passaggio, un ponte talmente alto da essere irraggiungibile per chi ha pensieri bassi, per chi pensa che la soluzione sia l’odio, per chi non ha il coraggio di specchiarsi nell’altro e scoprire sé stesso.

Solo così Genova potrà sanare davvero quella ferita aperta che vedo ogni mattina, quell’assenza più forte di ogni presenza, solo così renderà davvero omaggio alle vittime, molte delle quali erano straniere, lo si ricorda poco e mal volentieri, solo così darà un senso  a quelle morti atroci, ingiuste, laceranti.

Solo costruendo ponti di pace e solidarietà Genova potrà tornare davvero Superba, ritrovare orgoglio e dignità. Forse ci andrò al prossimo presidio, forse d’ora in poi dedicherò questo spazio a storie belle di civiltà e amore, come quella dei sacerdoti protestanti dell’Aja, forse la smetterò di amplificare gesti e parole di piccoli uomini con piccole menti e pensieri meschini per dare visibilità ai costruttori di ponti.  

Duemila persone in una città di destra, e fa male dirlo, anche a me che vi abito e non la amo più da tempo,  forse sono poche, forse sono moltissime, forse sono un grido nel silenzio, forse le fondamenta del ponte che verrà, difficile dirlo. Ma fa bene pensare che siano una luce nella nebbia, il segnale fioco ma visibile, di una nuova rotta.

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