Il peso della realtà

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La notizia odierna del recupero di sette corpi a Lampedusa riporta drammaticamente lla mia attenzione su un fatto inconfutabile: esseri umani continuano a morire nel mediterraneo e nessuno fa niente perché la strage si fermi.

Quando parlo di concretezza e prassi della protesta, come ho fatto ieri,  mi riferisco anche a questo: chiedere poche cose e insistere finché non si ottiene un segnale. Credo che la fine delle stragi nel mediterraneo sia una di queste poche cose e sarebbe opportuno che il Pd, invece di continuare ad insultare Renzi, aprisse un tavolo comune con tutta la sinistra per affrontare il problema immigrazione in modo pragmatico e non con slogan che lasciano il tempo che trovano.

C’era un modello, il modello Riace, che prevedeva il ripopolamento di quei borghi che i nostri giovani abbandonano, trasformandoli in deserti, quando potrebbero, se utilizzati in modo sensato e ripopolati, costituire un primo passo verso la soluzione del dissesto idrogeologico in molte zone del nostro paese. Perché, come scriveva giustamente ieri MIchele Serra, il èprimo passo per risolvere il problema è prendere in mano la pala e imparare ad usarla.

Guardate che la sostenibilità chiamata ieri a gran voce da molti ragazzi in tutta Europa, ignorati dai media italiani, significa anche questo: recuperare il territorio, coimprese le aree coltivabili, dare l’opportunità a chi arriva in cerca di una qualità di vita migliore di averla, con agevolazioni statali che verranno ripagate da un lavoro che in Italia nessuno vuole più fare e che ripagheranno la comunità in un futuro neanche troppo lontano.

Nel quartiere di Genova in cui lavoro sono stati i rifugiati africani a rivitalizzare le vigne che sulle colline erano ormai morte, soffocate dal cemento, dalle esalazioni dell’Italsider e poi abbandonate. Non lo sa nessuno, non si dice, perché quello che va bene, gli esperimenti di integrazione che funzionano, non fanno notizia. ma esistono e non sono pochi, indicano una strada.

Il modello Riace è esportabile in tutto il nord Italia, dove i borghi abbandonati e le terre incolte abbondano. Ovviamente va strutturato e organizzato con la collaborazione delle associazioni serie che si occupano di accoglienza, e sottolineo serie, e offrirebbe la possibilità di razionalizzare i flussi migratori, almeno in parte, e di offrire opportunità di lavoro.  Ma la sinistra sembra averlo dimenticato, forse per non favorire Salvini.

La sinistra sembra aver dimenticato tutti i suoi valori fondanti e dare la colpa a Renzi è solo un comodo scaricabarile. Sono almeno vent’anni che la sinistra non è più tale e  sbaglio per difetto.

Ripeto: le persone continuano a morire nell’indifferenza di tutti e noi stiamo a discutere delle ville di Renzi.

Non vorrei che l’enfasi sull’antifascismo, che non condivido non perché non sia antifascista ma perché, a mio parere, non c’è un pericolo fascista in Italia, c’è ben di peggio, facesse dimenticare le altre emergenze.

Manifestare e cantare canzoni partigiane va benissimo, con qualche distinguo, ma vedo più difficoltà a manifestare per i diritti degli ultimi, se non intermini qualunquistici: sì all’accoglienza, che non significa un cazzo. Vedo poca solidarietà concreta in giro, poca voglia di spendersi per gli altri.

Continuo a non vedere la sinistra nelle periferie e le piazze piene sono sempre quelle centrali, che assicurani visibilità mediatica, mentre lasciamo gestire l’emarginazione a chi soffia sul fuoco dell’odio sociale e della rabbia. Continuo a non sentire dichiarazioni forti e chiare di un cambio di rotta sull’immigrazione da parte di leader di sinistra a ogni conta di morti, continuo a veder ignorati dal governo molti dei problemi strutturali che ricadono sulla pelle di quei giovani che riempiono le piazze: il lavoro, la lotta contro le droghe, con una revisione e una inversione delle leggi, ormai vecchie e stantie, sull’argomento, la dimunzione dell’abbandono scolastico sopra i livelli di guardia anche al nord, il potenziamento dei servizi sociali, bloccati in molte città dopo la cagnare di Bibbiano, ecc.

Il peso della realtà, sempre più gravoso, sempre più difficile da alleggerire, non si risolve, a mio avviso,  con una gioiosa macchina da guerra ma col coraggio e con la buona politica, con la competenza e una visione a lungo termine, tutte qualità che latitano da tempo dalle nostre parti.

Quando ero giovane pensavamo che li avremmo sconfitti con la fantasia: ci sbagliavamo, la fantasia può poco contro l’interesse, l’avidità e l’egoismo. Serve concretezza e coraggio, serve una sinistra che torni a guardare avanti e la smetta di vagare alla cieca pensando solo al consenso.

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Salvini, Di Maio, Zingaretti: la politica dov’è?

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Certo che questa delle elezioni europee è tra le più anomale campagne elettorali che si siano vissute: non ho infatti letto o sentito da nessuno dei rappresentanti dei tre partiti principali uno straccio di programma elettorale, un’idea di Europa, una soluzione ai grandi problemi dell’Unione.

Salvini continua a non svolgere il suo lavoro, a insultare volgarmente chi lo contesta, non importa se cardinale o studenti, a citare cifre false per testimoniare i suoi finti successi e a litigare con Di Maio come se non fosse un alleato di governo. proponendo, di tanto in tanto, leggi talmente illiberali da essere quasi grottesche se non fossero pericolose.

Di Maio litiga con Salvini, rinfacciandogli il caso Siri, vantando con cifre false il successo del reddito di cittadinanza, che è un fallimento, addirittura assumendo posizioni vagamente antirazziste come se Salvini non fosse un alleato di governo e i Cinque stelle non avessero votato decreto sicurezza, legittima difesa, negato l’autorizzaizone a procedere.

Zingaretti fa proclami ecumenici, con frasi generaliste su cui non si può non essere d’accordo, ma non propone una linea politica nuova, anzi, una linea politica tout court e continua a barcamenarsi cercando di non scontentare nessuno e limitandosi a commettere l’errore capitale di incentrare la campgna elettorale sull’attacco a Salvini e il bla bla sull’antifascismo, candidandosi a una sconfitta annunciata. Solo l’entità della sconfitta deciderà il suo destino. Renzi, nell’ombra, arrota i denti e aspetta, sperando in una nuova pacca sulla spalla.

Di politica europea non una parola, appunto. Come se non importasse nulla, come se non dovessimo, tra breve, far fronte alle nostre inadempienze economiche, come se l’immigrazione non fosse un problema europeo così come la svolta filo nazista di alcuni paesi appartenenti all’Unione.

Eppure il Pd potrebbe proporre all’Europa il modello di integrazione che Mimmo Lucano ha sperimentato con successo, prima che  il ministro dell’Interno e qualche magistrato decidessero che quel modello funzionava troppo bene. Sarebbe una bella scelta di campo, qualcosa di sinistra, una svolta decisa, chiara, senza ambiguità. Invece si agita Lucano come un santino ma si sta bene attenti a dire che quel modello è una strada possibile per risolvere il problema. Con i tanti borghi quasi disabitati che ci sono nel paese, si potrebbe creare, sulla media distanza, una nuova possibilità di sviluppo e ricchezza.  Invece niente, forse per l’incapacità di controbattere adeguatamente in un dibattito pubblico la rozza e volgare vis oratoria di Salvini, di sentirsi dare dei professoroni? O forse per paura di perdere altri elettori moderati?

E ancora: perché il Pd non porta in Europa il problema della corruzione, che Salvini ritiene secondario, e della lotta congiunta alle mafie con la creazione di una polizia europea? Sono problemi ormai dilaganti nel continente, che riguardano, questi sì, la sicurezza dei cittadini, e che una forza di sinistra non può esimersi dall’affrontare.

Ultimo punto: le periferie.. Non è andando in periferia che il Pd risolve la sua latitanza. Nelle periferie manca quella ricchezza umana che era data dalle sezioni, dall’associazionismo, da punti di aggregazione che permettevano di avere il polso della situazione e dare risposte a problemi immediati, oltre che a pungolare circoscrizioni e comuni a svolgere quell’ordinaria amministrazione che è il cuore della politica.

E’ un patrimonio umano dilapidato dal dopo Pci in poi, beffeggiato dal renzismo e ignorato da quelli che l’hanno preceduto. Le sezioni erano una scuola di vita e lo scrive uno che frequentava l’Acr ma aveva molti amici che facevano vita di sezione con cui si confrontava e dialogava, imparando e crescendo di riflesso.

Questa campagna elettorale è lo specchio del passaggio dall’anti politica alla non politica, del nulla che ci sommerge, della mancanza assoluta di un pensiero sulla società, sul futuro del paese, sull’Europa, su dove stiamo andando.

Siamo in una terra di nessuno dove nessuna delle due sponde che si fronteggiano riserva particolari attrattive. Speriamo solo di non trovarci, presto o tardi, in mezzo al fuoco incrociato.

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i RAGAZZI DI PERIFERIA SOGNANO di vedere il mare

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Assegno un tema ai miei alunni di prima media: immaginate di essere il sindaco della città, cosa fareste per il vostro quartiere?

Gli svolgimenti sono tutti piuttosto simili, tolti quelli dei più piccoli che  vorrebbero un grande falò delle scuole e giganteschi luna park, la maggior parte dei ragazzini e delle ragazzine vorrebbe un quartiere più pulito,  meno traffico, più posti dove mangiare, il ripristino delle poche aree verde degradate.  Tutto sommato, un’agenda ragionevole per una giunta comunale che volesse tornare a guardare alle periferie con occhio diverso. Non per quella attuale.

Due cose mi colpiscono, una in negativo, l’altra mi tocca il cuore.  Quella negativa è che tutti vorrebbero un nuovo centro commerciale e che ragazzini di quell’età siano già totalmente affascinati da quei santuari del consumismo, soggiogati da sogni preconfezionati e venduti  a prezzi scontati, lo trovo molto triste e la dice lunga sui punti di riferimento dei ragazzi ( e delle loro famiglie) oggi.

La cosa che mi ha toccato il cuore è che tutti vorrebbero che venissero abbattute le ultime vestigia dell’Ilva e  Cornigliano, il loro quartiere, tornasse a sorridere al mare, quel mare che le è stato tolto quando si è deciso di installare l’acciaieria.

Trovo che questo desiderio infantile contenga un po’ di quella poesia che solo i ragazzi oggi sembrano possedere: dateci il verde, le pizzerie, pulite le strade, ma, soprattutto, ridateci il mare. Quel mare che significa spazio aperto, una possibilità permanente di fuga, forse solo immaginata ma presente, quel mare che per tanti abitanti del quartiere che parlano lingue musicali che suonano strane alle nostre orecchie, ha significato libertà e riscatto.

Nessuna sogna una biblioteca, un posto dove studiare o poter viaggiare nel mondo navigando in Internet, ma tutti vorrebbero una scuola superiore nel quartiere, forse consapevoli del penoso stato in cui versano i servizi pubblici cittadini, forse timorosi nei riguardi di quella città così vicina e così lontana, che vivono come aliena, come altro da sé.  Uscire dal quartiere è come lasciare il nido: fa paura.

Vorrebbero incontrare anche gente più serena, sorridente, soprattutto vorrebbero incontrare anziani meno tristi, persone meno arrabbiate e rancorose, meno diffidenti.

Sono sogni di periferia, sogni ingenui di piccoli esseri non ancora bambini e non più adolescenti, vie di mezzo, insomma, come una via di mezzo è il quartiere in cui vivono, non del tutto non luogo, non del tutto  spazio concluso e autosufficiente. Come  una  via  di mezzo è la mia scuola, il lavoro mio e dei colleghi, che non si riduce più a insegnare ma ad ascoltare, a capire, a dare conforto, spesso a sopportare una burocrazia impietosa e indifferente e burocrati altrettanto indifferenti.

In media res stat virtus, dicevano gli antichi e accontentiamoci di questo, nella speranza che prima o poi, qualcosa cambi anche per le periferie, dove il tempo è sempre lo stesso, fermo e impassibile, un non tempo che si trascina tra un programma spazzatura alla tv e un salto al centro commerciale.

Che bello,  però, sarebbe rivedere il mare a Cornigliano!

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Una modesta proposta per una nuova antimafia

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Le elezioni in Sicilia hanno avuto un esito scontato, vista la campagna elettorale che si è svolta nell’isola e la vocazione masochistica che da qualche tempo sembra attanagliare un sinistra che non sembra in grado, in ogni sua personificazione, di fare proposte concrete, nuove e coraggiose.

La vecchia nomenklatura  torna dunque a governare l’isola, dal momento che quello che sembrava il nuovo, rappresentato da Crocetta, è miseramente fallito.

Si è parlato pochissimo di mafia, durante questa nuova campagna elettorale, ancor meno di corruzione e l’arresto odierno di un neo eletto consigliere della maggioranza, accusato di essere a capo di un consistente giro di evasione fiscale, dimostra che è stato un errore.

C’è nell’aria, riguardo la mafia, un’aria di normalizzazione, un silenzio sospetto, come un tacito accordo a non affrontare un problema scabroso e sgradevole. Aria di normalizzazione che sembra respirare anche un’antimafia sempre più istituzionalizzata, dal fiato corto e dalla vista offuscata, che sembra più impegnata a celebrare sé stessa piuttosto che a tenere alto l’allarme nel paese.

E’ un po’ come se il vecchio adagio “se tutto è mafia allora niente è mafia”, fosse diventato realtà non solo al sud, ma in ogni parte del paese.

Certo non tutto è mafia ma la corruzione dilaga ovunque, il clientelismo e gli sprechi idem, e la politica a tutto sembra interessata tranne che a risolvere questi che sono problema sistemici del paese. Tutta la politica, compresa l’estrema destra e la sua paccottiglia fascista, impegnata nella costruzione di un nuovo nemico, lo straniero, mentre fa affari o tace col nemico di sempre di questo paese.

Io credo che il movimento antimafia possa e debba dare ancora molto al paese se abbandona le celebrazioni, se cancella la parola legalità dal proprio vocabolario e rinuncia alla sua assurda pretesa di apoliticità.

Perché è esattamente di politica che questo paese ha bisogno, di una politica diversa e concreta, oltre che pulita.

Vorrei che l’antimafia celebrasse meno la memoria, operazione necessaria e irrinunciabile ma che, se deve continuare a  essere prioritaria con le nuove generazioni, non può esserlo in generale,vorrei chiedesse invece a gran voce, ad ogni elezione, non solo il rispetto della legge ma ponti (non sullo stretto), strade, infrastrutture, un’antimafia attiva che esce dai palazzi dei convegni e va tra la gente, nelle periferie, nei quartieri dimenticati, piantando le proprie bandiere dove non lo fanno gli altri e ascoltando la gente per portare all’attenzione della politica richieste concrete.

La mafia nasce dall’assenza dello Stato e lo Stato non è solo giudici e divise ma ponti, strade, scuole, servizi pubblici efficienti, ecc.

E’ tempo che l’antimafia si doti di una piattaforma politica che non solo non deve mettere tutti d’accordo ma deve scontentare tutti, perché dice quello che non è carino dire, perché tocca nervi scoperti e debolezze, perché mette il dito nella piaga.

E una volta portate le proposte bisogna che la politica locale senta costantemente il fiato sul collo ad ogni richiesta disattesa, a ogni provvedimento sospetto, a ogni  grido inascoltato, perché solo così si possono ottenere risultati.

Un movimento antimafia non deve avere amici e nemici politici, tutele da proteggere, favori da ricambiare, deve essere libero, indipendente e presente, sempre in prima fila quando si tratta di difendere i diritti dei più deboli. Non si possono combattere tutte le battaglie ma non si può neanche sostare sempre nella terra di nessuno, come equilibristi in bilico sul filo e incerti sulla direzione da prendere.

Purtroppo oggi l’antimafia è un’ èlite, più o meno nobile, più o meno attiva ma pur sempre un’ èlite, che riscuote simpatie ma non consensi, che è blandita, a volte usata, dal potere, che non riesce a incidere in profondità come vorrebbe sulla coscienza del paese.Questo, forse, perché all’antimafia manca una classe dirigente matura, problema che sembra essere epidemico nel nostro paese a tutti i livelli, non di facile soluzione quando si maneggiano materie incandescenti e pericolose come le mafie.

Tanti  giovani  di buona volontà,  tante realtà straordinarie di impegno e volontà, come le cooperative di Libera terra,  tanti rivoli di resistenza in varie parti del paese,  è tempo che diventino fiume.  Un simile patrimonio di impegno ed energie deve essere capitalizzato al meglio e trasformarsi in un volano di civiltà.

Io non sono d’accordo con chi attacca indiscriminatamente Libera e altre associazioni antimafia, e ultimamente lo fanno in tanti, in troppi, e questo desta qualche sospetto. Finché si dà fastidio, la strada è quella giusta.  Credo però che liberandosi da ogni retorica, non si debba correre il rischio di adagiarsi su quanto è stato fatto, anche se è importante, anche se è molto, ma sia necessario acquisire una nuova concretezza diffusa e trovare nuove vie che non possono non ripartire dalle periferie, dove si annida il malessere e dove la criminalità organizzata trova un fertile terreno di crescita e nuove reclute. Non si può ripartire che dai diritti civili e da una lotta senza remore alla corruzione e alla mala politica, qualunque sia il colore di chi governa. Bisogna continuare a tenere la guardia alta.

Questo vale per una Sicilia dove il sessanta per cento degli elettori  ha scelto di non andare a votare, è questo il vero e unico dato politico significativo di queste elezioni e per tutto il paese, perché i mali che ci siamo illusi fossero del sud, si mostrano oggi ovunque.  A quelle persone, a quei siciliani, agli italiani, va data una nuova speranza, una nuova consapevolezza, quella di avere la possibilità concreta di cambiare le cose.

Se non si fa questo scatto, se chi ha uno slancio ideale e la voglia di spendersi per gli altri  si ferma e non guarda avanti con coraggio, dovremmo rassegnarci a dire che se tutto è mafia…

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Ricominciare dalle periferie

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Le periferie sono non luoghi, discariche umane ai margini delle città dove vive chi è tagliato fuori totalmente o quasi totalmente da una qualsiasi opportunità di riscatto sociale, gli indesiderati, gli impresentabili veri, gli emarginati. Le periferie sono brutte, spazi nati senza un dimensione sociale e destinati a restare chiusi dietro una frontiera invisibile e invalicabile. la bruttezza come dimensione estetica è già di per sé emarginante, non comunica. non apre spazi di pensiero.

Io sono nato e cresciuto in periferia, una periferia assai diversa da quelle odierne. I quartieri operai erano vivi, la gente si conosceva e si riconosceva, le parrocchie e le sezioni del PCI ( ho frequentato più le prime che le seconde, per quanto possa sembrare singolare a chi mi conosce) erano centri di aggregazione reali. I sacerdoti di strada, come quelli che ho avuto la fortuna di conoscere, svolgevano soprattutto il compito di presentare ai teppistelli del mio quartiere possibilità di un rapporto diverso con gli altri, a  riconoscere il sé anche negli altri.

Nelle sezioni si discuteva, si ascoltava Dylan, Cohen, Neil Young e i loro epigoni nazionali, si criticava, si cercavano soluzioni e si forniva una rete di salvataggio sociale a chi non la possedeva.

Parrocchie e sezioni erano centri di coscienza etica e civile, la distanza tra Marx e la dottrina sociale della Chiesa assai minore di quanto si pensi. In periferia forse non salvavi l’anima e non sviluppavi una coscienza da intellettuale organico,  ma ti veniva voglia di migliorarti e di guardare agli altri, di comprendere che il mondo non ruotava attorno a te stesso e che ogni azione implicava responsabilità. Era già molto.

Oggi le periferie sono terre desolate prive di identità, abbandonate a sé stesse in una logica autoreferenziale che non è nemmeno più distruttiva ma ripetitiva, un loop infinito che non ha mai fine. Il tempo, lo spazio, gli spostamenti in periferia assumono una dimensione completamente diversa, diventano non tempo, non spazio, immobilità, spesso scandita dai programmi televisivi, di solito i peggiori.

La sinistra tradizionale, marxista leninista è morta e non risorgerà. Punto. ma una sinistra diversa, con una visione, con ideali forti da trasmettere alla gente può ancora esistere, ha ancora una sua ragione d’ essere e deve ripartire dalle periferie.

La sinistra deve tornare a offrire valori, a dare speranza, a rimettere in movimento quello che è fermo.

Bisogna tornare a parlare con la gente, ad ascoltarla a motivarla e, quando possibile, a istruirla. perché non c’è riscatto sociale senza istruzione, istruzione, non formazione, sapere, non mere nozioni pratiche.

Partire dal piccolo: i problemi di un quartiere. Spingere la gente fuori dalle case, farla riunire, discutere, litigare, proporre. Restituire alle persone la speranza che unendosi si possono ottenere risultati. Risultati che non coincidano, ovviamente, nel mandare via questa o quella etnia, ma nel trovare insieme, soluzioni per una convivenza serena, nel riconoscersi come persone che hanno gli stessi problemi, gli stessi sogni, le stesse paure.

Costa tempo e fatica, tornare a fare questo lavoro che un tempo preti e comunisti sapevano svolgere benissimo. Ma se si vuole cambiare, bisogna scendere dalle poltrone e dalle sedi comode, quasi sempre situate nel centro città, e andare in periferia, dove la sinistra è stata giustamente punita, perché ha tradito le speranze della gente, perché parla ormai un linguaggio incomprensibile.

Tutto il resto è fuffa. La globalizzazione è una realtà irreversibile, è inutile combatterla, ma si può migliorare, trasformarla in una reale risorsa per tutti. legalità è una parola svuotata di significato che quasi mai coincide con  giustizia sociale, un contenitore in cui far confluire tutto e il contrario di tutto, la legalità senza etica non significa nulla ed è il tessuto etico di questo paese che va ricostruito. Imprigionare i corrotti, va bene, ma è necessario inaridire le radici della corruzione. Con le chiacchiere roboanti ascoltate in questi giorni, anche dal teatro Brancaccio, e va tutta la mia simpatia a quelle persone, animate da buone intenzioni ma con poche idee confuse, non si ricostruisce un accidente.

Tornare ad occuparsi delle piccole cose, tornare  a prendersi cura delle persone, questo deve fare la sinistra. Offrire squarci di luce nel buio di una crisi che durerà ancora a lungo. questo bisogna fare.  Le parate, le dichiarazioni, i discorsi sui massimi sistemi hanno fatto il loro tempo.

E’ arrivato il tempo di tornare a sognare un mondo migliore, più equo, più solidale, più giusto, senza stravolgimenti di sistema ma trasformando un moto perverso in un moto virtuoso. Questo è quello che associazioni, politici, persone di buona volontà che si riconoscono in quell’ideologia dai contorni vaghi ma dai principi solidi che si chiama sinistra, dovrebbero fare. Tornare a essere centri di azione sociale e cominciare a farlo dove la società non c’è, dove lo Stato è assente, dove le persone sono sole.

Ovviamente, Renzi e il suo partito , perfettamente omologati alla società globale e alle logiche di mercato, non c’entrano nulla con questo discorso, non lo comprenderebbero, e la stessa natura del renzismo lo rende incompatibile con un’azione sociale capillare.

Io lavoro a scuola, per me guardare al singolo come a una parte del tutto e capire che i problemi del singolo sono i problemi di tutti, è naturale, spontaneo. E’ vero che la classe è un microcosmo ma è anche vero che, gente antica molto più intelligente di me, diceva che il microcosmo è lo specchio del macrocosmo.

Per quanto mi riguarda, tornare a curarsi della gente è l’unica strada possibile per la sinistra, se vuole avere ancora una speranza non di governare, ma di rendere il mondo migliore. Che sarebbe già un gran risultato.

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Le periferie della nostra (cattiva) coscienza

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Socialmente pericolosi è un film che narra la vicenda, vera, di un giornalista che stringe un rapporto d’amicizia con un camorrista. Sullo sfondo di questa storia, c’è quella parallela di un’associazione fondata da Fabio Valente, il giornalista che è anche regista del film, il cui scopo è quello di offrire una possibilità di riscatto a un gruppo dei ragazzi dei quartieri spagnoli di Napoli.

Un film dunque che, come altri, esamina la periferia, quella di Napoli e quella delle città del nord, dove i ragazzi di Valente vanno a girare i loro cortometraggi.

Le periferie, come la cattiva coscienza, nascondono le colpe e i colpevoli, le passioni innominabili e i peccati, sono la valvola di sfogo della civiltà dei consumi.

Le periferie a Napoli, come a Genova, come a Milano e in ogni altra parte d’Italia, sono diventate negli ultimi anni pericolosi focolai d’infezione sociale, spazi dove la criminalità e la devianza trovano un terreno fertile per crescere e prosperare, veri e propri incubatori, per usare una parola di moda, di delinquenza.

Le periferie sono il frutto più evidente della disuguaglianza provocata dal nostro sistema, luoghi dove il malessere si presenta con un largo anticipo e in cui, se esistesse una preveggenza politica e sociale, si potrebbero bloccare sul nascere fenomeni che rischiano, nel corso del tempo, di dilagare su tutto il territorio.

Genova, come Napoli, vive la contraddizione di avere una grande periferia, il centro storico, in pieno centro città. Guardando le immagini dei quartieri spagnoli nel film, il genovese pensa immediatamente ai suoi carruggi. Questa situazione particolare marginalizza ancora di più le periferie “vere”, quelle dove la marginalità diventa meno evidente e quindi meno controllabile,

Ogni grande città ha i suoi ghetti, in genere le zone a edilizia popolare, luoghi non luoghi, privi di servizi, dove gli interventi pubblici si limitano o alla libera iniziativa dei cittadini o a quella di associazioni di volontariato spesso malviste dagli abitanti, perché i volontari, di solito ma non sempre, non fanno alcuna differenza tra italiani, stranieri e rom e offrono la loro solidarietà a tutti indistintamente. Purtroppo, dove c’è povertà, si annida il razzismo, alimentato da una politica sempre più squallida e priva di qualsiasi valore etico.

Non a caso, nel film, a offrire un’opportunità ai ragazzi dei quartieri spagnoli, non è lo Stato,che in quei luoghi mostra solo la sua faccia repressiva, ma l’iniziativa di un uomo che vuole dare un senso al proprio lavoro.

Tornando alla mia città, indubbiamente questa giunta ha avviato lavori di ristrutturazione urbana importanti e necessari in alcune zone della città ma, a parte che in altre zone, non è stato fatto nulla, e questo può essere comprensibile con la scarsità dei fondi del comune, pensare che riqualificare una periferia consista nel rifare una strada o un viadotto, è esattamente il tipo di visione che ha portato alla creazione dei ghetti.

Le periferie si riqualificano creando centri di aggregazione giovanile che non siano centri commerciali, chiudendo le scuole che vanno chiuse e ristrutturando quelle che vanno ristrutturate, aprendo biblioteche multimediali e centri civici che possano offrire servizi a tutta la cittadinanza, potenziando e non tagliando, come si sta facendo da tempo, i servizi sociali.

Di tutto questo, si parla poco, non si apre quell’ampio dibattito pubblico che sarebbe necessario per avviare un processo di ristrutturazione sociale ormai non più rimandabile. E questa giunta ha fatto più di quelle che l’hanno preceduta, mi si gela il sangue nelle vene al pensiero che possa salire al potere in città gente che ritiene provvedimenti urgenti quello sulla legittima difesa o la limitazione dell’uso del Burqa per le donne islamiche.

Eppure, la fenomenologia dei terroristi che hanno colpito in Europa, tutti residenti nelle banlieue dei grandi certi urbani, avrebbe dovuto insegnare qualcosa alla politica su dove e come intervenire per prevenire.

Tornando al film, che sarà proiettato ancora domenica al teatro Verdi alle 21, e che vi consiglio di andare a vedere perché è bello e fa pensare, ha il grande merito di mostrare che una via d’uscita da destini che sembrano segnati, come quello dei ragazzi nati in quartieri controllati dalle mafie, è possibile ma non può sempre essere lasciata alla buona volontà del santo di turno: questo paese, tutto, ha bisogno di un ritorno a un’etica della politica che sembra assai distante dal balbettio insensato che riempie quotidianamente le pagine dei giornali.

Le periferie sono il cuore delle città, un cuore che può pompare veleno o linfa vitale, a seconda di come si interviene. Quando la politica lo capirà, sarà sempre troppo tardi.

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