Oggi non è la festa di tutti

Il 25 Aprile si ricorda l’esito finale di una guerra civile, una guerra che vide contrapposti due fronti: da una parte, italiani che stavano dalla parte di chi sterminava uomini, donne e bambini nei campi di concentramento, torturatori, assassini, dall’altra, italiani che credevano nei valori della democrazia, pur provenendo da esperienze diverse: comunisti, socialisti, cattolici, azionisti, ecc.

I torturatori e gli assassini, gli alleati del genocidio, hanno perso, sono stati sconfitti dalla storia, processati a Norimberga e condannati. Non può esserci né perdono né riconciliazione con  chi continua a portare avanti quei valori. Quindi oggi, non è la festa di tutti.

Oggi non è  la festa di vili sciacalli come Pansa, che nel suo deliro senile ha scoperto che la guerra è brutta e disumana, da qualunque parte la si combatta, ma ha dimenticato che i partigiani hanno combattuto anche per dare a lui la libertà di scrivere i suoi libri  e vomitare le sue accuse oscene dagli schermi televisivi, senza che qualcuno gli ricordi che i vecchi, se non il dono della lucidità, dovrebbero almeno avere acquisito quello della decenza.

Oggi non è la festa dei piccoli sciacalli come Di Maio, un nullafacente che insulta e offende chi cerca di fare qualcosa per gli altri, che semina calunnie e zizzania allo scopo di recuperare qualche voto sulla pelle dei perseguitati di oggi

Oggi non è la festa dei leghisti come Salvini, seminatori di odio, squallidi parolai privi di pensiero, genia di frustrati che si realizzano in un’illusione vuota di superiorità.

Oggi non è la festa di questo Pd, che ha dimenticato i valori che l’hanno portato ad essere quello che è, che ha dimenticato la propria storia, le proprie radici e non ha capito che chi rinnega il passato non può costruire il futuro.

Oggi non è la festa degli italiani indifferenti, quelli che lasciano fare, che non schierano mai, che aspettano di vedere da che parte tira il vento.

Oggi non è la festa dei leccaculo, dei cortigiani, dei servi d’ogni colore.

Ho avuto la fortuna di incontrare molti partigiani, sia da ragazzo, sia durante il mio lavoro di insegnante. Li ho ascoltati, li ho visti piangere e, a volte, ho pianto con loro. Ecco, oggi è la loro festa e solo la loro, perché tutti noi abbiamo avuto la possibilità di essere quello che siamo anche grazie a loro.

Tutto quello che possiamo fare noi, oggi, è cercare di impegnarci ogni giorno, nel nostro lavoro, nei nostri atti quotidiani, nel nostro essere cittadini, a fare sì che quel sacrificio non sia stato  inutile.

E un’atra cosa possiamo fare  leggere , documentarci e pensare prima di parlare.

Il primo giorno di scuola ho imparato una poesia che non ho mai dimenticato, una poesia di Brecht, in particolare un verso mi è rimasto impresso nella memoria: Impugna un libro, è come un’arma.

Col tempo ho imparato che non esiste arma più forte, e non a caso, quelli che oggi non hanno nulla da festeggiare ma devono solo tacere, i libri li bruciavano.

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Figli di uno Stato che non esiste

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Stavo svolgendo il servizio militare quando venne ci fu la strage di Capaci. Ricordo la notizia che passò veloce tra i soldati anche se in caserma le notizie dal mondo esterno arrivano ovattate, quasi deprivate del loro senso. Oltretutto c’era la guerra in Bosnia e il mio reparto rischiava di partire da un momento all’altro. Questo per dire che solo dopo la morte di Borsellino, avvenuta poco prima del congedo, una volta tornato alla vita “civile”, potei afferrare pienamente l’orrore e la portata di quei due attentati.

Attentati che rinforzarono la tempesta scatenata nel paese dall’inchiesta di Mani pulite. Furono momenti terribili, in cui  tutto sembrava possibile e lo Stato sembrava vacillare ed essere sul punto di crollare. sappiamo com’è andata a finire: Riina perse la sua partita, Cosa nostra venne ridimensionata ma lo Stato non ebbe il coraggio o la volontà di assestare il colpo finale.

Falcone e Borsellino, insieme a tutti gli altri, sono due simboli, due esempi di dedizione estrema a uno Stato che in Italia non è mai esistito. Erano infiammati da un’utopia irrealizzabile, la sconfitta della mafia, eppure sono andati avanti verso quella fine che avevano predetto, senza tentennamenti, senza dubbi, nonostante fossero consapevoli che la mafia e lo Stato italiano, da sempre, sono due poteri che vivono in simbiosi, due maledetti gemelli siamesi che nemmeno un titano può dividere.

Oggi la Camorra e la ‘ndrangheta, Cosa nostra ha un ruolo subordinato e ridimensionato rispetto al passato, ma non è stata sconfitta ed è viva e vegeta, nonostante quanto affermato con grande incoscienza dal ministro Alfano, hanno a disposizione, grazie al solo traffico di droga, una tale quantità di denaro liquido da poter comprare diversi paesi europei. Il potere corruttivo delle organizzazioni mafiose è inimmaginabile e pensare che possa essere sconfitto, oggi, è da folli.

La società civile sta facendo quanto può, soprattutto al sud, al nord non è ancora cosciente della presenza invasiva della mafie, quando si scuoterà dal sonno reagirà sicuramente con forza. Ma la società civile, senza la volontà politica dello Stato di combattere seriamente il fenomeno mafioso, è destinata a perdere. Quel 23 maggio 1992 non abbiamo perso solo due magistrati e gli uomini della scorta, abbiamo dilapidato il coraggio e la voglia di rivalsa dei ragazzi scesi in piazza, lo Stato italiano ha lasciato che la rabbia svaporasse e che tutto tornasse alla normalità. invece di sfruttare il consenso sociale per estirpare i rami secchi, invece di appoggiare il pool di Milano per dare un colpo mortale alla corruzione, il potere ha finto ti arrendersi per rigenerarsi sotto altre spoglie, lasciando che nulla cambiasse.

Abbiamo avuto un ministro che ha affermato placidamente che con la mafia bisogna convivere e un presidente del consiglio che con un mafioso conviveva, abbiamo visto delegittimare magistrati e assestare colpi di grazia a processi di capitale importanza, abbiamo visto un presidente della repubblica reticente su fatti di estrema gravità. Cos’altro ci serve per capire che no, lo Stato di Falcone e Borsellino, la repubblica della Costituzione, quella che nasceva dalle macerie della seconda guerra mondiale e dall’oppressione fascista, la repubblica dei partigiani, oggi usati come strumento di propaganda politica da chi, probabilmente, non li ha mai sentiti parlare e raccontare, non è cresciuto con                                           i loro canti nelle orecchie , non è stato educato all’antifascismo, non c’è, non c’era nel 92 e non c’è mai stata.

Questo è il paese della P2 e del piano Gladio, dei colpi di stato falliti e dei presidenti picconatori, questo è il paese di Portella della ginestra e del bandito Giuliano al soldo della Cia, è il paese di Abu Omar e della morte misteriosa di Mattei. Abbiamo visto le bombe di Brescia, Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, abbiamo visto assassinare magistrati,carabinieri poliziotti, rapire e uccidere un presidente del consiglio, massacrare un operaio. Abbiamo avuto un pregiudicato presidente del Consiglio per vent’anni, abbiamo accolto dittatori con tutti gli onori, consentendogli di bivaccare in Parlamento, abbiamo visto attraversare le porte del potere da legioni di bagasce e a Genova, sotto le manganellate di chi la libertà doveva assicurarla abbiamo visto spegnersi il sogno di un mondo migliore.

No, questo paese non si merita Falcone e tutti gli altri, questo paese non si merita eroi. In questa giornata l’unica cosa che i politici dovrebbero fare è quella di stare in silenzio, perché oggi è morto, ogni giorno è morto anche per loro,  qualcuno che sapeva cos’è la dignità.

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