Ipocriti per natura

Sanfilippo

Non c’è nulla da fare, non c’è soluzione: gli italiani sono ipocriti per natura ed è qualcosa con cui bisogna convivere.

Il povero giornalista Fabio Sanfilippo esprime con sarcasmo, in un post su Facebook, la sua rabbia nei riguardi dell’ex ministro degli interni e viene pubblicamente messo alla gogna, dall’ex ministro, dai suoi servi e dalle anime belle del Pd, Renzi in testa, che esprimono una solidarietà del tutto fuori luogo. Una solidarietà all’uomo ( si fa per dire) che continua a definirli il partito di Bibbiano.

Esilarante è poi il provvedimento di sospensione per il giornalista, quando Feltri, Belpietro, Giordano e compagnia cantante, continuano a vomitare quotidianamente i loro insulti nei riguardi di chiunque non la pensi come loro, parlando senza problemi di governo dei terroni, di infami, ecc. Ricordo che della compagnia fa parte anche la Maglie che, qualche mese fa, augurò a Greta di essere schiacciata da una macchina, senza che qualcuna delle anime belle si indignasse per questo. Di Fusaro non parlo perché infierire sui casi clinici non è carino.

Io non sono un’anima bella e, con l’età, sto diventando anche intollerante, ma, soprattutto, ho buona memoria, al contrario di tanti compatrioti. Non dimenticare è il primo passo per non ritrovarsi a commettere gli stessi errori.

Ricordo che Salvini ha difeso senza pudore assassini per pubblicizzare il suo decreto sulla legittima difesa, decreto emanato per proteggere assassini, ricordo che ha sequestrato esseri umani allo stremo per giorni, ricordo che ha quotidianamente insultato i migranti, flirtato con i gruppi neonazisti della penisola, quelli che parlano di supremazia bianca, come il governatore di Milano, ricordo che ha insultato la comunità LGBT tacciandola di anormalità e di essere contronatura, senza contare che, da credente, mi ha irritato ogni volta che ha nominato il nome di Dio e della Madonna in mano.

Per quattordici mesi quest’uomo ( diciamo così) ha seminato odio, ha diviso il paese, ha dato voce agli italiani peggiori, ha mentito senza vergogna per poi, vigliaccamente, tirarsi indietro quando era arrivato il momento del redde rationem. 

Salvini ha provocato una devastazione etica e morale senza precedenti, una diminuzione  del tasso di umanità nel nostro paese che difficilmente si potrà recuperare in tempi brevi.  Al suo confronto, Berlusconi è un nonno un po’ birichino.

Adesso, non trova di meglio da fare che frignare come il bambino capriccioso che è di fronte a un attacco personale all’acqua di rose rispetto a quelli che lui, i suoi servi e Morisi, il suo braccio armato della Rete, lanciavano e continuano a lanciare quotidianamente a decine dagli schemi televisivi, dai giornali, dalle televisioni, ecc.

Mi spiace, ma di fronte ai fatti, di fronte alla quotidianità avvelenata di questo paese dove si prendono a calci bambini tre anni, dove si toglie la mensa ai bambini stranieri, m dove si schedano gli insegnanti di sinistra per poi, magari, sospenderli senza giusta causa, dove si invita ad armarsi e scendere in piazza contro un governo legittimo, se c’è qualcuno a cui esprimere solidarietà è il giornalista Sanfilippo e a lui va tutta la mia comprensione.

 

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Invece l’Italia è proprio questa, caro Veltroni

L’errore è quello di pensare che non può essere vero, che il nostro paese non può essere quello che traspare dai social e dai media: involuto, rancoroso, ipocrita, volgare, incapace di usare lo spirito critico o anche, semplicemente, il buon senso, chiuso dietro la rete delle proprie false sicurezze, illuso che un ritorno al passato sia la soluzione.

L’errore è quello di pensare che si possa arginare la deriva etica e morale in cui siamo immersi facendo ricorso al buon senso e alla ragione.

E’ quello che dice Veltroni oggi in un articolo su Repubblica, affermando che l’Italia non è questa. Proprio lui, che non ha mai cercato la rissa né lo scontro, che è sempre stato il leader ideale dei moderati, quel mitico zoccolo di elettori che, secondo la vulgata dell’ultima sinistra, assicurerebbe il successo politico, proprio lui che ,per aver opposto la buona educazione alla polemica gratuita, i fatti concreti alle fantasie, è stato punito dagli elettori e costretto alle dimissioni.

In realtà, l’Italia è questa da molto tempo. Il razzismo è sempre stato presente, solo che era diretto ai meridionali, che, negli anni cinquanta e sessanta, al tempo della grande emigrazione dal nord al sud hanno subito angherie, umiliazioni, discriminazioni, sono stati calunnianti e dileggiati, ma l’hanno dimenticato, visto che molti di loro e dei loro figli, oggi, sono in prima fila a soffiare sul vento dell’odio verso gli altri.

Erano i meridionali a rubare il lavoro, i meridionali erano tutti mafiosi, offrivano le loro mogli ai capi per ottenere favori, erano sporchi e non si lavavano, ecc. ecc.

Sono solo alcuni dei luoghi comuni ancora in voga quando io ero ragazzo e i miei compagni di scuola mi chiedevano se in Sicilia, la terra da cui vengono i miei genitori e dove ci sono le mie radici, davvero incontravi camminando per strada i mafiosi con la coppola e il fucile. Io, figlio di emigranti siciliani, non ho dimenticato.

L’illusione della sinistra è stata che la lotta di classe, la cooperazione, la solidarietà e l’internazionalismo avrebbero aiutato il proletariato a crescere e a riconoscersi come uguale in qualunque parte del mondo, a eliminare le differenze per lottare insieme.

Per un po’ ha funzionato, fino a quando il paese è cresciuto, poi il proletariato si è dissolto, è arrivata la crisi, e con la crisi la necessità di un nemico, di un capro espiatorio da immolare sull’altare della nostra ipocrisia. Si preparava il terreno a Berlusconi e alla sua retorica anti comunista da teatrino di periferia.

Ma prima di lui, nonostante le conquiste delle lotte operaie, la scolarizzazione, il sessantotto, nonostante la sinistra italiana fosse diventata un punto di riferimento europeo, una scuola di pensiero comunista alternativa alla dittatura sovietica,  l’Italia era il paese delle mafie, degli scandali, dell’evasione fiscale, del terrorismo di destra e di sinistra, dell’imperialismo americano. Eravamo già così, eravamo già quello che siamo, nonostante le apparenze. La marcia dei colletti bianchi è lì a provarlo: impiegati contro operai, borghesi contro proletari.

Berlusconi ha dato agli italiani il miraggio della scorciatoia, della via facile al successo, ha sdoganato, più che il fascismo, eterna statua del Commendatore presente ai tavoli del potere, la prostituzione intellettuale, la liceità del mettersi in vendita al miglior offerente, l’amoralità come regola, il machiavellismo squallido della borghesia reazionaria della bassa padana, la vera palla al piede del nostro paese.

Dimentica, Veltroni, che siamo stati il paese di Cuccia e di Sindona, il paese dei bancari impiccati sotto un ponte di Londra e dello scandalo della banca Vaticana, della banda della Magliana e del rapimento Moro, quello dei moti fascisti di Reggio Calabria e di piazza Fontana. Siamo sempre stati questi.

La crisi si è fatta più pressante e, dopo la parentesi di Monti, che ha probabilmente salvato il paese dal default, è arrivato Renzi. Renzi è l’Alviero Chiorri della politica italiana, chi è di Genova e sampdoriano sa cosa voglio dire, un solista eccelso, numeri da fuoriclasse, ma poca testa e, soprattutto, nessuna voglia di giocare per la squadra. Renzi ha sprecato le sue indubbie e grandi capacità commettendo tre errori fondamentali: rinunciare all’esperienza di chi ,forse, aveva sbagliato ma comunque conosceva la politica e le sue trappole meglio di lui, circondarsi di un nugolo di cortigiani mediocri, fare tanto e male invece di limitarsi a fare poco e bene. Aggiungiamoci il suo narcisismo patologico, l’incapacità infantile di ammettere gli errori  e la distruzione della sinistra è cosa fatta.

Ma quelli che inneggiavano alla rottamazione, che dileggiavano e insultavano i “vecchi”, che portavano avanti la retorica futurista (magari!) del nuovo che avanza e del perpetuo movimento, non sono diversi dai forcaioli pentastellati e dagli haters da tastiera di Salvini. Solo appena più eleganti e capaci di parlare italiano (ma non troppo, non tutti).

Renzi, radicalizzando il discorso politico, cercando penosamente di seguire la pancia del paese, rigettando le responsabilità dei suoi fallimenti e scaricandole sugli altri, ha percorso una strada già aperta e l’ha portata fino al punto in cui è subentrato Salvini.

Ma non è colpa di Renzi, non tutta, almeno: gli italiani erano sempre gli stessi, pronti a seguire l’uomo forte del momento. predisposti al trasformismo, disposti a cambiare bandiera in cambio di un tornaconto, divisi, faziosi, ipocriti, baciapile. Erano sempre il paese del tutto è lecito purché non si venga a sapere.

Gli altri, quelli di cui parla Veltroni, sono sempre stati minoranza, continuano ad essere minoranza e lo saranno sempre, fino a quando questo paese non farà i conti con la propria storia, fino a quando non si creeranno gli anticorpi per rigettare l’odio, il razzismo, la faziosità, la violenza verbale, la volgarità, ecc.

Questo non significa che non si debba denunciare, continuare a lottare, cercare di cambiare le cose, ma bisogna fare molta attenzione: i nostalgici della rivoluzione proletaria, i radicali di ogni colore sono uguali: il fanatismo, la certezza della verità in tasca sono virus che portano allo stesso male, rossa o nera che sia la radice. L’idea della violenza purificatrice, della palingenesi e della verità pura, cova sempre sotto la cenere con il suo carico di miasmi tossici.

In media re stat virtus, dicevano gli antichi e, almeno in politica, è così. La politica non può essere solo scontro ma deve anche essere mediazione ed è l’assenza di questa seconda componente che farà crollare gli attuali padroni del vapore.  Renzi non. voleva dialogare perché convinto di essere nel giusto, Salvini non dialoghi perché sa che verrebbe smascherato da chiunque, la sua assenza di argomenti diverrebbe palese e chiara a tutti.

Dobbiamo stare attenti, quando Salvini sarà solo un brutto e imbarazzante ricordi, a non sostituire i cialtroni neri con i cialtroni rossi, l’uomo forte di destra con quello di sinistra, perché allora, come accade sempre in Italia, cambierebbe tutto per non cambiare niente. Compito non facile in un paese che ha perso le coordinate della ragione.

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Anatomia dell'odio

9788893442756_0_0_0_75  carolin-emcke

Carolin Emcke è una delle più importanti giornaliste tedesche. Ha lavorato in moltissime aree di crisi toccando l’odio con mano e raccontandolo. E’ lesbica e conosce il peso della discriminazione.

Carolin Emcke ha scritto un libro bellissimo. Contro l’odio  edito in Italia da La nave di Teseo, la bella casa editrice fondata da Umberto Eco prima di lasciarci      

A  Eco sarebbe piaciuto molto questo libro, per il rigore con cui l’analisi viene condotta, per la passione che anima ogni pagina,  per la coerenza di pensiero dell’autrice.

Fossi un insegnante delle superiori lo adotterei come testo obbligatorio per i miei studenti e mi permetto di consigliarlo ai tanti intellettuali in erba radical chic impregnati di un retorica sinistrorsa vecchia e stantia che riempiono le pagine dei social di  perle di pensiero  understatement e accettano acriticamente le tesi del vate del momento, specie in questo momento di stasi politica e di calcoli più o meno abietti su chi deve sedere nella stanza dei bottoni.

Perché l’odio ha dominato la campagna elettorale e ce ne siamo dimenticati. Minniti, soffiando sul fuoco dell’odio, con un provvedimento di rara viltà politica perfino nel nostro  paese, ha tentato di cavalcare l’onda e così hanno fatto, con gradazioni e sfumature diverse tutti i partiti che oggi potrebbero essere investiti di responsabilità di governo. L’odio non è stato un tema elettorale, è stato il  tema elettorale e tutti sembrano essersene dimenticati. Per ora.

Carolin Emcke parte da un episodio molto simile a quello di Multedo: un pullman di migranti, donne e bambini, viene bloccato da un gruppo di esagitati e tenuto per ore fermo davanti al centro di accoglienza che rappresentava la sua meta. Carolin non fa  retorica, non si mostra sdegnata verso la canea di esagitati, non organizza una marcia di protesta contro il neonazismo ma fa quello che dovrebbe fare ogni intellettuale: si chiede perché.

Perché quella gente odia donne e bambini che vengono da storie di guerra durissime e hanno già pagato un prezzo altissimo alla vita? Perché la polizia osserva immobile e non interviene? Perché chi non è d’accordo resta in silenzio?

La risposta è articolata, documentata , puntuale. Novella Chomsky due punto zero, la Emcke  parte dalla spersonalizzazione del nemico, dalla sua riduzione a massa indistinta dalle caratteristiche omogenee per spiegare sia l’odio di massa verso un’altra massa sia l’omologazione all’odio da parte di chi lo pratica. Ritrova i medesimi meccanismi nell’odio verso gli ebrei, nell’emarginazione sociale della comunità Lgbt, nelle dinamiche dell’Isis.

A  fare da trait d’uniòn è la dittatura della normalità, considerata una paradigma assoluto entro il quale si deve rientrare per non subire l’odio e il disprezzo della massa. In un mondo sempre più omologato, globalizzato, chi si distingue perché ama in un modo diverso, ha un colore diverso o parla una lingua diversa è un’anomalia e come tale va “guarita”, per garantire la tranquillità dei normali.

Particolarmente toccanti sono e pagine riguardanti Eric Garner, morto soffocato per un attacco d’asma durante un immotivato e violento fermo della polizia. La colpa di Garner era di essere nero, la sua colpa era il suo corpo nero  , in quanto tale, bersaglio, un oggetto che aveva perso la propria umanità.

La disumanizzazione dell’altro, del diverso, è il primo atto della commedia razzista, il primo, necessario passo verso lo scatenamento dell’odio. Il razzista non prova a capire, a conoscere perchè, se lo facesse, entrerebbe in contatto con le singole storie, sarebbe costretto a riconoscere nell’altro l’umanità.

La parte finale riguarda la parresia  di Foucault e riguarda tutti noi. Parresia significa dire il vero e quel dire il vero, ci dice la Emcke, deve essere agito, senza se e senza ma. Il detto e il non detto non hanno luogo se si applica la parresia, il  vero va sempre detto senza eccezioni. Ma per essere detto deve essere vissuto , sentito come proprio.

Un liberal è un repubblicano che è stato dentro, dicono gli americani e c’è del vero in questa affermazione. Si può essere animati di buone intenzioni, essere anti razzisti, di sinistra, a favore dei diritti degli omosessuali, etc…, ma se queste sono solo affermazioni di principio, se non si prova a capire cosa significa essere migrante, negro, gay, ecc., se non si fa qualcosa di concreto per dare vita a queste affermazioni di principio e ci si sente nobili, puri e superiori perché le si pensa, non serve a nulla.

Il razzismo si combatte confutandolo, dice Carolin, ogni giorno, in ogni luogo va ribaltato il senso comune che recita: io con quella gente non parlo,  in  io con quella gente parlo, porto la mia verità, confuto la loro menzogna.

E’ inutile anche continuare a proporre valori nei vecchi modi consolidati. la Shoah, le migrazioni, il razzismo, la violenza, non possono semplicemente essere spiegati alle giovani generazioni, vanno spiegati con parole nuove, con metodi nuovi di insegnamento perché non siano storia ma presente, non qualcosa che è  stato ma un pericolo sempre incombente.

La parresia va adottata da chiunque voglia contrapporsi al razzismo, all’odio, alla  discriminazione, all’oppressione, senza ipocrisia, ignorando le convenienze e il timore di offendere qualcuno.  Dire il vero sempre e comunque forse finirà per inimicarci qualcuno ma servirà a molti per non sentirsi soli.

Ho banalizzato colpevolmente un libro denso, ricco, necessario.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

A Coronata si lavora per un futuro diverso

IMG-20171021-WA0001

Ci accoglie sulla soglia del Campus sorto al S. Raffaele, l’ex ospedale di Coronata, Maurizio Aletti, presidente della cooperativa Un’altra storia che si occupa della gestione della struttura. Insieme a lui ci sono alcuni d ei ragazzi che stanno provando a costruirsi una strada dopo essere stati sbalzati fuori a forza da quella che avrebbe dovuto essere la loro: vengono dal Mali, dal Ghana, dal Pakistan, dalla Costa d’Avorio, dal Senegal e tanti altri posti di un mondo in guerra.

Sono giovani, timidi, hanno sorrisi aperti e occhi grandi ed espressivi, sono richiedenti asilo. Vengono qui da diverse strutture sparse per la città a studiare italiano, imparare usi e costumi del nostro paese e ad imparare un mestiere. Come non c’è modo migliore per imparare a scrivere che scrivendo, così non c’è modo migliore per apprendere un mestiere che lavorando e qui, questi ragazzi, lavorano. Stanno ristrutturando una parte del vecchio ospedale. con fatica, impegno e passione. I fondi provengono dai famosi trentacinque euro che, è bene non stancarsi mai di ripeterlo, non vanno nelle loro tasche ma nelle casse della cooperativa che provvede al loro sostentamento, alla loro istruzione e, con gli avanzi, a comprare i materiali per la ristrutturazione.

L’idea è quella di creare un ambulatorio e un centro per gli anziani, l’idea è quella di restituire quello che per troppi anni è stato un rudere, al quartiere e ai cittadini, a tutti i cittadini.

I ragazzi sono controllati, prima di entrare al campus vengono sottoposti a rigorose visite mediche, hanno un pass che gli permette di accedere alle lezioni, alla mensa, al dormitorio (ottanta di loro sono ospitati al S. Raffaele), chi non rispetta le regole viene mandato via.

Visitando le aule, la palestra, guardando le foto del lavoro fatto per riportare a nuova vita i vigneti, mi commuovo. In questi giorni in cui le pagine dei giornali riportano cronache di odio e incomprensione, passeggiare per questi corridoi è vivificante, ti fa pensare che c’è speranza in un futuro diverso, un futuro di condivisione di percorsi di vita, un futuro in cui il colore della pelle sarà un dettaglio insignificante, come accade con i ragazzi nelle mie classi multicolori. Mi commuovo anche quando, quasi a forza, senza troppe parole, raccontano le loro storie. Uno a un certo punto, sottovoce, mi chiede cosa significa “odio”: gli rispondo che significa volere il male degli altri. – E’ una parolaccia? mi chiede  un po’ confuso. -No, ma non è una bella parola. Rispondo. Già.

Purtroppo la realtà attuale è diversa, a causa anche di una politica che sembra aver dimenticato qualunque dimensione etica e, soprattutto, appare incapace di comprendere i vantaggi di una convivenza serena con chi viene da lontano (scusate, ma integrazione non mi piace, la trovo una parola aberrante). Non è un caso se S. Egidio aprirà una scuola della pace al Cep, altro quartiere a forte disagio della nostra città.

Non a caso, il campus è gestito da una cooperativa con molti volontari e da Migrantes, la Chiesa, con la collaborazione di S Egidio. Dello Stato, nemmeno l’ombra ed è una latitanza che si protrae da tempo in tutte le aree critiche del nostro paese.

Credo che esperienze come questa segnino la strada, aprano porte, offrano alternative concrete all’odio, alla paura e al rifiuto. Chiederò a S. Egidio di mandare qualcuno dei ragazzi nella mia scuola e, lo confesso: non lo faccio solo perché parlino ai miei alunni, loro non hanno troppo bisogno di riconoscere l’umano nel diverso, anche se ripassare non guasta, ma perché parlino tramite i miei alunni agli adulti, perché questa realtà diventi conoscenza acquisita del quartiere e le brutte cose, i brutti pensieri che ricomincio a sentire in giro scompaiano, cancellati dalla forza dei fatti.

Cornigliano, dunque, è ancora una volta un laboratorio, Lo è stato con la scuola dove insegno, che tanto ha fatto in passato e tanto fa ancora per la reciproca conoscenza di italiani e stranieri, lo è adesso con il campus del S. Raffaele, un esempio di restituzione di un bene sociale alla comunità che dovrebbe essere motivo di orgoglio per la cittadinanza. 

La speranza è che si smetta di dare risalto e prime pagine a chi incita all’odio senza comprendere, per lasciare il posto a chi silenziosamente, ma senza retrocedere dalle proprie posizioni, senza altre sovrastrutture ideologiche che non siano il rispetto per la dignità di tutti gli esseri umani, si adopera giorno dopo giorno, per abbattere tutti i muri, soprattutto quelli mentali, i più difficili da eliminare.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Una rete senza cultura genera odio e paura

Che gli italiani siano un popolo di creduloni non stupisce: non avremmo avuto il ventennio berlusconiano, un comico non sarebbe il capo del maggior partito d’opposizione e Renzi non passerebbe per un coraggioso riformatore, se non fosse così.

Che gli italiani non leggano né libri né giornali è notizia vecchia: siamo fanalino di coda in Europa e ben classificati a livello mondiale, non male per la patria di Dante, Petrarca, Boccaccio, Goldoni, Leopardi, Manzoni, ecc.

La notizia è che sempre più gli italiani cercano la verità su internet e si bevono le bufale della rete, il che spiega, tra l’altro, il successo del comico di cui sopra e del suo movimento che, quanto a credulità, non ha rivali. Si spiegano anche i flames fastidiosi, i video virali, il cyberbullismo e l’uso teppistico di Internet in genere.

la notizia nasconde una realtà ben più grave: intanto la crisi della scuola, fortemente voluta dall’establishment, che negli ultimi dieci anni non ha fatto altro che delegittimare gli insegnanti e la cultura in genere, tagliare fondi alle istituzioni scolastiche o distribuirli malissimo, ad esempio insistendo sull’adeguamento tecnologico senza riformare i programmi, creando classi digitali che rischiano di portare più danni che benefici, mettendo i bastoni fra le ruote a tutti i tentativi della scuola di formare, educare, istruire. Con la ciliegina sulla torta, inevitabile, di un ministro dell’istruzione senza una laurea e con un diploma discutibile, unico caso in Europa. Questo dopo aver avuto all’istruzione manager e visionarie che blateravano di tunnel fantascientifici. Sull’uso delle nuove tecnologie a scuola consiglio un ottimo libro di un psichiatra tedesco, si intitola Dementi digitali  e offre un punto di vista illuminante che il sottoscritto, che non è un luddista ma un appassionato di nuove tecnologie da sempre, condivide pienamente.

Io non credo alla rete come spazio di libertà, non sono d’accordo con i teorici come Castell che fantasticano di un popolo in grado di influenzare le scelte dei governi, o meglio ,non ci credo più. La rete è una grande occasione persa. Poteva essere uno spazio di confronto e approfondimento, uno strumento per raccontarsi in pubblico e guarirsi o uno spazio di crescita intellettuale,  è diventato una specie di bassofondo della mente dove le persone non hanno alcun pudore a manifestare la propria ignoranza e i peggiori istinti, a offendere sadicamente e gratuitamente, a diffondere idiozie e menzogne create ad arte, a esibirsi nei modi più triviali.

La notizia nasconde anche la sfiducia della gente verso i mezzi d’informazione tradizionali, sfiducia del tutto giustificata: il giornalismo italiano è mediamente, mercenario, cortigiano e di pessima qualità, la televisione, con alcune felici eccezioni nel campo della fiction, è se possibile, ancora peggiore. Non si fa più cultura, al ricerca ossessiva dell’audience ha porta a un involgarimento generale, alla ricerca del colpo a effetto, della caduta di tono che fa parlare i giornali per settimane. Con alcune felici eccezioni, sempre più di nicchia.

Per approfondire le notizie, per cercare nuovi punti di vista, mi rifugio anch’io nella rete, solo che cerco di selezionare: in fondo, capire se chi scrive è colto o ignorante, in buona o in malafede, non è così complicato. Ho ad esempio evitato di esprimere la mia opinione sulla questione basca perché quasi del tutto a digiuno di notizie. MI sto documentando, leggendo anche i quotidiani spagnoli e comincio a formarmi un’idea. E’ un metodo che uso ogni volta che non conosco un argomento che balza agli onori delle cronache.

Fermo restando che la rete non potrà mai sostituire un buon libro, documentato, con una bibliografia ampia, scritto da persona informata dei fatti. Giusto in questi giorni sto leggendo un interessantissimo testo di Alessandro Dal Lago sui nuovi populismi e sull’influenza di Internet, anche questo illuminante, preoccupante, ma assolutamente lucido e condivisibile in quasi tutti i suoi assunti.

In conclusione, questo sondaggio fotografa un paese sempre meno interessato alle verità, anche parziali, come tutte le verità e sempre più orientato alla conferma delle proprie verità, sempre meno interessato alla cultura, privo di punti di riferimento forti, di valori fondanti, descolarizzato, autoreferente. Una deriva culturale che è terreno di coltura di frutti avvelenati, come il razzismo, il qualunquismo, l’odio a priori verso chi è diverso o la pensa diversamente da noi. Su internet, l’etica e la morale non hanno cittadinanza, l’odio e il sonno della ragione, sì. Chissà cosa scriverebbe oggi Unamuno.

Non mi sembra che ci sia la volontà politica di affrontare il problema, di consdierare il problema come tale: ad esempio restituendo alla scuola il proprio ruolo, riformando il servizio pubblico e sfruttando professionalità e intelligenze che ancora in Rai ci sono, promuovendo la cultura a tutto campo, regolamentando la stampa mantenendo la libertà ma punendo severamente chi viola la Costituzione ad esempio incitando alla discriminazione e all’odio razziale, riportando il dibattito politico su livelli di civiltà accettabili.

Se è vero che la classe politica è lo specchio del paese, è inevitabile che la mancanza di dignità e di rispetto di cui fa mostra quotidianamente finisca per trasferirsi alla gente, che ha trovato nella rete uno spazio dove ottenere quei cinque minuti di popolarità di cui parlava Andy Warhol. Dalle grandi cose alle piccole cose, si potrebbe dire parafrasando un famoso detto latino, dagli scontri di basso livello a cui quotidianamente assistiamo in parlamento, agli scontri infimi a cui assistiamo in rete.

Forse questa preferenza degli italiani per la rete e la loro credulità è il minore dei mali che affliggono il nostro paese o, forse, no, forse invece è un male grande, foriero di sinistri sviluppi. Come tante altre, la risposta a questa domanda si perde nel vento.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail