Ma non è più tempo di silenzio

foto tratta da
Credit Foto – storiedibuonenotizie.blogspot.it

Io rispetto profondamente don Giacomo Martino, non ho avuto l’onore di stringergli la mano ma dalle foto e dai filmati in cui compare, leggo nel suo sguardo quel dolore per i mali del mondo che provava il protagonista di Conversazione in Sicilia, leggo la rabbia contenuta di chi, per il suo ruolo, non può sempre dire tutto quello che vorrebbe.

Rispetto don Giacomo Martino ma non credo che, dopo la notizia della morte di Prince Jerry un ragazzo di ventiquattro anni che si è suicidato perché gli è stato rifiutato il permesso di soggiorno per motivi umanitari che il cosidetto decreto sicurezza ha cancellato, sia il momento del silenzio.

Prince Jerry era laureato, si era integrato nel campus di Coronata, forse gli ho anche stretto la mano quando sono andato a visitare quel gioiello di integrazione, nato in un quartiere non sempre accogliente, non sempre disposto a porgere la mano all’altro. Era poi andato a Multedo dove, passata la canea iniziale, i ragazzi ospitati nella struttura creata nell’ex asilo erano stati accolti anche dal quartiere.

Proprio da Multedo voiglio partire, perché leggo oggi le esternazioni sdegnate di chi, a suo tempo, sottovalutò quei fatti e preferì prudentemente tacere, e forse saranno addolorati e sdegnati anche quei (pochi) colleghi che votarono contro la mozione che presentai in collegio docenti in cui si ribadiva che la scuola ripudia ogni forma di discriminazione e razzismo. “Non c’è nè bisogno” dicevano, chissà se continuano a pensarlo anche oggi.

Non è il momento del silenzio, don Giacomo, è il momento del dolore e della rabbia. L’avevo scritto un anno fa, ne fa memoria il mio libro, basta leggere gli articoli sui fatti di Multedo e quelli seguenti, avevo scritto che Genova spesso segna il passo al paese e che, continuando su quella strada, avremmo finito per contare i morti. Mai come oggi avrei preferito essermi sbagliato.

Non facciamo abbastanza, non faccio abbastanza per fermare questa follia, per lottare contro chi crede che si possa dire a degli esseri umani tornate da dove siete venuti, andate a morire di fame a casa vostra e non pagare un prezzo. Un prezzo che comporta non la perdita dell’anima, quello riguarda i credenti autentici, ma la perdita dell’umanità.

Non facciamo abbastanza, non denunciamo abbastanza, non gridiamo abbastanza contro questa deriva della pietà, siamo diventati cinici, impregnati di real politik, dimentichiamo troppo spesso che al centro della questione c’è un’umantà sofferente, ridotta ai minimi termini.

Non è il momento del silenzio, don Giacomo, basta con i bassi profili, con il lavoro costante, faticoso e doloroso che lei porta avanti quotidianamente, io credo che debba dire quello che pensa, alleggerire la sua grande anima dal peso di una rabbia trattenuta, dall’angoscia di un dolore che immagino senza fondo.

Forse ho stretto la mano, a Prince Jerry, certo ho parlato di lui e degli altri ai miei ragazzi, spesso, nel tentativo di instillare in loro il germe della solidarietà che quando attecchisce non va più via, nel tentativo di dare un piccolo contributo insignificante a formare uomini di domani migliori di quelli che mandano giovani uomini e donne a morire di fame e di stenti.

Non so se ho conosciuto Prince Jones, aveva certamente un sorriso luminoso, come gli altri, era una risorsa per tutti noi, una potenzialità, avrebbe potuto fare molto per sè, per la sua gente, per tutti noi e adesso, per colpa di una legge disumana, non possiamo che augurargli di riposare in pace, non possiamo che sperare che la terra gli sia lieve.

Basta così, non riesco a scrivere oltre.

Un paese sospeso
Un anno di articoli del blog, fotografia di un paese alla deriva
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Se il presepe fosse vero Gesù sarebbe nero

uid_12588921387.580.0Chi lo spiega a Salvini, ai naziskin e ai razzisti che non sono razzisti ma si comportano, dicono, fanno  quello che fanno i razzisti che, se volessimo fare davvero un presepe, rispettando la realtà storica, partendo dai luoghi in cui Gesù ha vissuto la sua parabola umana, dovremmo concludere che non solo Nostro Signore,   ma anche sua madre e suo padre erano, se non neri, quantomeno dello stesso colore degli odiati mussulmani?

Chi glielo spiega  a questi indomiti difensori della famiglia tradizionale e dei legami di sangue   che, ben lungi dal difendere la fiera razza italica, Gesù era un ebreo, di razza semita e di religione ebraica, piuttosto rispettoso delle tradizioni, con un padre che aveva sposato una ragazza molto più giovane di lui, prendendosi cura di questo figlio non suo e sognando, forse, di lasciargli in eredità la piccola e florida azienda artigiana di famiglia?

Chi glielo spiega che Monsignor Giacomo Martino è un sacerdote che fa il sacerdote, seguendo alla lettera quello che predica il Vangelo, non un pericoloso sobillatore di folle o uno che gode a turbare l’ordine sociale? Lui lavora con gli ultimi, non ha tempo per cavilli legali e ipocrite prese di posizione fintamente pacate.  Ha il difetto di parlar chiaro,    Giacomo Martino, senza filtri, difetto grave in un mondo dove i filtri sono tutto, dove si maschera il razzismo con la protesta sociale di pochi.

Chi glielo spiega ai bravi cittadini di Multedo che dare asilo a dodici profughi, sopravvissuti a cose che nessun uomo dovrebbe vedere, è atto cristiano dovuto, che non si è tolto un bene alla comunità perché dare asilo a chi ha bisogno, anche se ha il colore di Nostro signore, è fare il bene della comunità. Forse, domani, quei ragazzi, quando si tratterà di scegliere che strada prendere, scegliere, sceglieranno quella del bene in ricordo del bene ricevuto, oppure…

Chissà perché a tanti bravi, devoti e ipocriti cattolici un prete che fa il prete dà così fastidio,  chissà come mai   la   Chiesa che diventa Ecclesia, assemblea, luogo di comunione, di unione della comunità, tutta, senza distinguo, anzi, come faceva Gesù, con un occhio di riguardo per gli ultimi, fa così paura.

Forse perché Gesù non parla agli ipocriti, anzi li odia, forse perché il messaggio evangelico e quello dei frammenti apocrifi è un pugno nello stomaco per i perbenisti di ogni tempo. 

Le parole sono importanti e alterarne il significato, fino a invertirlo è uno dei modi in cui si costruisce il potere. Meno parole la gente conosce, più è facile controllarla, manipolarla, tenerla a bada. E’ il principio dello spot, messaggi semplici, elementari, facili da ricordare, ed è il principio della politica spot di questi anni.

Le parole di Gesù, che era nero, o  quanto meno parecchio olivastro, erano e sono sassi che scuotono gli stagni delle nostre coscienze. O dovrebbero. Forse per questo è meglio chiosare con eleganza su questioni formali in fatto di fede invece che badare alla sostanza, invece che rendere fuoco e tempesta, com’era e com’è, il messaggio evangelico.

Vito Mancuso ha suscitato scandalo rispondendo alla domanda di un lettore che gli chiedeva se si sente ancora parte della Chiesa e dicendo che si   sente con un piede dentro e uno fuori.  Lo comprendo perfettamente. E’ duro sentirsi parte della Chiesa quando hai a che fare con certi cristiani.

Stiamo  alterando   il senso  della Storia. Il presepe come simbolo dell’identità nazionale farebbe rivoltare nella tomba quel S. Francesco che abbracciava i lebbrosi, che si spoglia perfino delle vesti per dedicarsi agli altri e che arriva perfino a parlare con il Sultano per predicare la pace.  Ci deve essere un limite al livello di volgarità intellettuale e di ignoranza che si è disposti a tollerare.

Usare la religione che per qualcuno, non tanti, è ancora qualcosa di molto serio, a fini politici, cercando di strumentalizzarne il messaggio, va bene per la grande massa degli ipocriti ma per chi ha ancora un minimo di onestà intellettuale è un atto abietto, di una volgarità insopportabile. Oltre che pericoloso.

La nostra identità di cristiani non dovrebbe essere rappresentata dai pupazzi del presepe ma dall’apertura evangelica all’altro, dalla pietà e dalla comprensione, dallo spendersi per gli altri senza chiedere nulla in cambio e senza chiedersi cosa gli altri fanno per noi.

Certo, spiegare questo   a  Salvini,  ai naziskin e ai razzisti della porta accanto è impresa da far tremar le vene e i polsi, ma ci si dovrebbe, evangelicamente e cristianamente, provare. Altrimenti, evitate di sedervi in Chiesa, di andare alla messa di Natale, ecc., ve lo direbbe anche il bambin Gesù,nero,se potesse; non è posto per voi.

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un passato lontano, un presente vicino

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Anche se non ero ancora nato, questa foto la conosco. Anzi, conosco l’altra, quella in cui i Marshalls scortano la piccola Ruby Bridges a scuola, il 14 Novembre 1960, per proteggerla dagli inferociti genitori bianchi che protestavano contro la legge sull’integrazione.

Basterebbe questa foto per rispondere alle polemiche di questi giorni a Genova suscitate dalla mozione che ribadisce che la scuola si  schiera contro  ogni razzismo e discriminazione, approvata da due Istituti Comprensivi e  appoggiata con coraggio pubblicamente da Iris Alemano, dirigente dell’I.C. Pegli.

Spiace, ma non stupisce,  che  un prudentissimo provveditore agli studi abbia   preferito glissare su una domanda fatta al riguardo, domanda certamente tendenziosa  ma legittima, da un giornalista.

Non voglio entrare nella polemica con un gruppo di abitanti di Multedo, strenui difensori di un asilo privato, e del giornalista loro portavoce, che ha accusato i colleghi di Pegli di non saper scrivere ma che dimostra capacità argomentative davvero povere, per uno che fa il suo mestiere, dal momento che si potrebbero confutare le sue affermazioni offensive in trenta secondi.

Voglio invece riflettere sul ruolo della scuola al tempo della 107.

L’eccesso di burocrazia seguito alla riforma, la marea di acronimi con cui siamo costretti a combattere ogni giorno, l’apparente ampliamento di poteri dei Dirigenti (inesistente) e il reale ampliamento delle loro responsabilità, la riduzione della rappresentanza sindacale a mero organo consultivo per la divisione di risorse sempre più esigue, la competitività tra docenti, favorita e incoraggiata anche pubblicamente da esponenti del ministero, l’ossessione per le nuove tecnologie come panacea di tutti i mali e il pensiero perverso e aberrante che compito della scuola sia esclusivamente quello di formare manodopera a richiesta delle aziende,  l’incapacità congenita dello Stato di comprendere che la scuola è un investimento necessario per il futuro del paese e non si può continuare a tagliare risorse e , quando ci sono, a spenderle male, ci stanno allontanando sempre di più dalla scuola disegnata dalla Costituzione.

Il dettato costituzionale, in contrasto con la scuola fascista di Giovanni Gentile, che somiglia molto all’idea di scuola renziana, prevedeva una scuola delle pari opportunità, una scuola che fosse portavoce di valori civili e sociali fondamentali, una scuola in cui la libertà d’insegnamento fosse una garanzia contro le ideologie  totalitarie, una scuola che funzionasse come ascensore sociale, che è ben diverso dal renderla subalterna alle logiche economiche e alle imprese.

La scuola italiana non è, prima di tutto, egualitaria: c’è un divario di risorse e dotazioni di base tra scuole del nord e scuole del sud, tra scuole di diverse regioni  e scuole all’interno della stessa città. I miei colleghi di sindacato sanno da quanto tempo, ossessivamente, insista su questo tema: diamo a tutte le scuole d’Italia gli gli stessi strumenti, poi parliamo di riforme. Invece la 107 ha ignorato questo divario e, di fatto, lo ha aumentato. Il problema non è da poco perché mette in discussione il diritto all’istruzione. E’ doveroso ricordare, che in certe scuole, in certi quartieri, la scuola rappresenta l’unica presenza dello Stato, l’unico punto di riferimento per le famiglie e i ragazzi.  Il lavoro degli insegnanti, certamente più gravoso che in altre scuole, se non altro per le difficoltà ambientali, penso allo Zen, a Scampia, ecc. , non è in alcun modo riconosciuto e l’inserimento del merito, con le modalità cervellotiche che l’hanno caratterizzato,  suona più come una beffa che come un modo per valorizzare questi colleghi.

La scuola italiana è sede di sperimentazioni didattiche straordinarie, svolte per necessità: se hai poco o nulla, ti inventi qualcosa. Sperimentazioni svolte nonostante e non, come dovrebbe essere, grazie al Ministero, alle direzioni didattiche regionali, spesso anche nonostante i dirigenti.  La scuola la fa andare avanti chi ci mette la faccia ogni giorno e chi ci mette la faccia andrebbe tutelato dalla dirigenza, cosa che si verifica sempre più di rado.

I docenti italiani discutono, litigano, propongono e deliberano, in perfetto italiano, non me ne voglia il giornalista di Multedo, evidente avvezzo a privilegiare la forma alla sostanza, perché la scuola italiana è ancora, nonostante tutto, democratica, collegiale, cooperativa.

La scuola italiana è, è sempre stata e sempre sarà, includente. L’inclusione dei disabili è stata presa a modello in tutta Europa, anche nelle tanto lodate scuole del nord, il lavoro che quotidianamente viene svolto con gli alunni stranieri credo sia di gran lunga superiore ad altre esperienze. In certi quartieri si può parlare di condivisione pacifica degli spazi comuni ( io non parlo di integrazione, che trovo un termine fascista) come di una realtà, grazie al lavoro svolto dalle scuole in quei quartieri.

Il problema è che dopo anni in cui entrando a scuola ci si sentiva liberi di sperimentare, di esprimere le proprie opinioni, anche di litigare, da quando la riforma è stata approvata ci si sente un po’ meno liberi, un po’ meno collegiali, un po’ più prudenti.  La reticenza del direttore didattico regionale e dei colleghi della dott.ssa Alemano è frutto di questo eccesso di prudenza. Cosa significa non prendere posizione e restare equidistanti sull’affermazione che la scuola deve rigettare qualunque posizione razzista e discriminatoria?  Equidistanti da chi?  Parlando di equidistanza si ammette che esista un contrasto e se il contrasto è sulle affermazioni che stigmatizzano comportamenti razzisti e discriminatori logica vuole che sia con chi quei comportamenti li approva. E’ tra queste due posizioni che il responsabile delle scuole della città ritiene di dover mantenere la propria equidistanza?

La scuola non può permettersi timidezze di sorta sui principi perché è un presidio di democrazia, perché ogni giorno applica la Costituzione, perché è stata e deve tornare ad essere promotrice di valori e la condivisone di percorsi comuni con chi viene da lontano, la condanna di ogni discriminazione, sono valori irrinunciabili per tutte le scuole, di ogni ordine e grado, valori che andrebbero ribaditi ad alta voce in prima battuta da chi delle scuole è il portavoce.

Altrimenti il futuro sarà un ritorno al passato, a quella foto che ho inserito all’inizio dell’articolo. Sessant’anni sono meno di un battito di ciglia, storicamente parlando, e di strada da fare, purtroppo quella bambina ne ha ancora tanta.

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Dacci oggi il nostro fascista quotidiaNO

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Va  apprezzato il coraggio della Dirigente Iris  Alemano dell’Istituto comprensivo di Pegli che su Repubblica ha ribadito il proprio appoggio alla mozione approvata all’unanimità dai suoi docenti che condanna ogni forma di razzismo e discriminazione. Il messaggio è chiaro: nella scuola il razzismo non entra. Il messaggio è necessario,  con buona pace di chi ritiene che non compete alla scuola occuparsi di certe questioni e si rifugia dietro i bisogna capire bene, l’eterno mantra dell’ignavo.

Per capire basta andare sui social network e leggere la mole di insulti e minacce di ritirare i figli dalla scuola di cui sono stati oggetto la stessa dirigente e i colleghi.

Un campionario di becera ignoranza, di ottusità, di razzismo, di grettezza, di stupidità.  Al centro ancora Multedo e il razzismo di alcuni, pochi ma sempre troppi, degli appartenenti al comitato che, ufficialmente è sceso in piazza per difendere un asilo chiuso da un anno per la scarsità di iscrizioni, per altro non pubblico ma di proprietà della Curia, mentre ufficiosamente, sui social, alcuni inneggiano al petrolchimico, che almeno è più produttivo dei neri che non produrranno mai niente, qualcun altro chiede che il provveditorato intervenga, altri insultano gli insegnanti.

E’ un esempio di fascismo ormai quotidiano, che sempre più si affaccia alla porta delle nostre case, nelle nostre strade, dagli schermi televisivi.  Gli insegnanti di Pegli, come la maggioranza di quelli di Cornigliano che l’hanno fatto prima di loro per la calendarizzazione del collegio in data precedente, hanno ribadito un principio fondamentale su cui si basa la nostra scuola:  nelle nostre classi non ci sono ragazzi stranieri ma solo ragazzi , che usufruiscono di un diritto sancito dalla Costituzione e la scuola, qualunque scuola, non può tollerare nessuna minaccia alla serenità di quei ragazzi. Deve inoltre contribuire a formare cittadini attivi, responsabili, consapevoli e solidali ed educare a una cultura della condivisione e della cooperazione.

Sono parole talmente banali che non meriterebbero di essere rimarcate. Chi si è sentito offeso, chi gli ha voluto assegnare una valenza politica che non hanno, o meglio, ce l’hanno ma di politica alta, quella che fa l’interesse della polis, evidentemente non riconosce i valori della Costituzione ed è quindi, un fascista.

Sarebbe stato importante, bello, confortante che altri dirigenti e altri collegi avessero seguito l’esempio della Dirigente di Pegli, avessero mostrato lo stesso coraggio e la stessa fiera volontà di difendere un’idea di scuola che è l’unica idea di scuola possibile.

Forse pensano che sia un problema locale, limitato a Multedo.  Forse non sanno che alcuni bambini di Multedo vengono mandati a scuola da genitori su cui non esprimo un giudizio perché mi sono imposto di evitare il turpiloquio, con magliette che recano la scritta: Multedo dice no.

Cosa faranno quei dirigenti e quei collegi quando arriveranno bambini con magliette che recano scritte tipo Io seguo Casapound, Il duce era un brava persona, Anna Frank non è mai esistita?

Forse si rifugeranno ancora nei non ci compete, bisogna vedere chiaro, etc

  o forse, finalmente, si risveglieranno dal loro torpore. E sarà tardi.

Ponzio Pilato, in fondo, era un fascista.

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Di scuole, torri d'avorio e di Eichmann

La scuola deve essere una torre d’avorio, un luogo di passaggio o, meglio un non luogo, per dirla con Marc Augè, a un tempo fuori e dentro alla realtà?

La scuola deve vivere il suo tempo o essere fuori dal tempo, un tempio laico, una torre d’avorio dove i discenti possano crescere tranquilli, ovattati, al riparo dal mondo esterno?

Ancora: il rispetto di una legge dello Stato contempla l’iniquità, il tradimento profondo del proprio ruolo e dei principi che hanno portato un individuo a scegliere il mestiere ingrato di insegnare? E’ lecito per un insegnante trasformarsi in delatore? E se la risposta è affermativa, Eichmann è stato condannato ingiustamente?

Temi pesanti che scivolano con leggerezza inusitata in un collegio docenti quasi catalettico, fino alla presentazione di una mia mozione che riguardava, a mio avviso, il senso del nostro fare scuola in un quartiere difficile, un monito a chi volesse fare quanto è stato fatto in altri quartieri, strumentalizzare e aizzare la rissa in una escalation di affermazioni sopra le righe da una parte e dall’altra con la scusa della questione razziale, avesse ben chiaro che la scuola no, non sarebbe stata al gioco e non sarebbe stata zitta.

La maggioranza dei miei colleghi ha scelto di dire no al razzismo e all’emarginazione, ma è una maggioranza risicata, che mi conforta da un lato e mi avvilisce dall’altro, come una maschera pirandelliana. Perché non riesco a capire.

Non riesco a capire perché una mozione in cui ogni riga richiama la Costituzione non sia presentabile nel collegio docenti di una scuola, non riesco a capire perché non si può affermare con orgoglio di essere contenti di lavorare in un  quartiere multietnico con ragazzi provenienti dal mondo, non riesco a capire perché la scuola deve chiudersi invece di aprirsi al mondo.

Qualcuno, a suffragare l’illegittimità della mozione, ricorda che una dirigente ha permesso il voto contro una legge dello Stato, quella che trasformava gli insegnanti in delatori che avrebbero dovuto individuare e denunciare i clandestini, una oscena appendice della Bossi-Fini, rapidamente estirpata per l’ondata di no da parte di molti insegnanti. Mi sono infuriato con chi ha richiamato quell’episodio, è ho sbagliato.  Dovevo chiedergli se avesse letto  La banalità del male di Hanna Arendt, perché anche Eichmann, si parva licet componere magnis, seguiva una legge dello Stato: è stata la sua difesa al processo. Per fortuna, il nostro non è uno stato hegeliano e una legge iniqua e palesemente anticostituzionale si può denunciare, se si ha il coraggio di rischiare, ovviamente…

Questo è un post privato e carico di amarezza, perché  se anche noi, perfino noi, abbiamo paura di schierarci su questioni di principio, o pecchiamo di un eccesso di prudenza, se preferite, se perfino noi, che abbiamo il dovere di conservare e tramandare la memoria, scegliamo la via dell’ignavia, allora davvero la notte sarà lunga.

La scuola è scesa in piazza quando è stato sgomberato il campo rom perché era una situazione contingente, è stata un’altra argomentazione portata a sostegno dell’astensione o del voto contrario. Tradotto: non ci interessa quello che non ci tocca, neanche a quattro chilometri di distanza, neanche se sui social, su quanto accaduto a quattro chilometri di distanza si dicono cose allucinanti, se i genitori che vengono a parlarti dicono cose allucinanti, neanche se i ragazzi hanno paura.

E come potrebbero non averla se, per primi, la dimostriamo noi? Se non parliamo di quello che accade, non troviamo con loro una chiave per comprendere, non gli forniamo gli strumenti per decifrare la realtà?

Io rispetto chi ha votato contro o si è astenuto, ma non lo approvo, sto da un’altra parte, ho un’altra idea di scuola. Non è questione di politica come qualcuno può aver pensato. Non è difficile capire che chi scrive in questo blog è diverso dall’insegnante e diverso dal dirigente sindacale: in contesti diversi, affermiamo le nostre ragioni in modi diversi, con toni diversi. Maschere pirandelliane, ancora. La scuola, per me, deve essere aperta al mondo ed entrare nel mondo, fornire chiavi per decodificarlo, le note per comprenderne la melodia e le dissonanze.

Io rispetto chi ha detto che la mozione non era presentabile, ma non sono d’accordo, dissento fermamente sull’idea che la scuola debba chiudersi in sé stessa, dissento fermamente che la scuola non debba fare politica in senso alto, dissento fermamente sul fatto che la scuola non debba educare i ragazzi a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, dissento fermamente sul fatto che la scuola debba lavorare in silenzio, dissento fermamente che, in fatto di diritti e valori universali, esista un vicino e un lontano, qualcosa che non ci riguarda e qualcosa che ci riguarda solo se ci tocca direttamente.

Sono molto amareggiato e questo è un post privato, o forse è una sorta di Diario in pubblico alla Vittorini, si parva licet..etc, una recriminazione morale, un tentativo di comprensione di un senso comune che ormai non riesco più ad afferrare. Non voglio dire cose di cui non mi pentirei ( non mi pento mai di quello che dico) in preda alla rabbia, preferisco fare, preferisco continuare a lavorare con l’illusione di preparare adulti migliori di me e di loro, la maggioranza silenziosa, quella che ritiene prudente restare fermi fino a quando il fuoco non ci circonda.

Sono molto amareggiato e questo è un post privato, righe nere sul nero, come quelle che scriveva Sciascia, e non voglio dire cose di cui non mi pentirei perché sono deluso e amareggiato. Domani, per fortuna, ritrovo i miei ragazzi e i colleghi di ogni giorno.

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Riflessioni di un uomo senza qualità

Non è difficile da capire ma sembra difficilissimo da dire: quella di Multedo è una protesta di quartiere che è stata gonfiata e strumentalizzata ad arte da elementi del nuovo gruppo di potere che governa la città in regione e in comune che hanno trovato terreno fertile per portare avanti le posizioni xenofobe e razziste che caratterizzano i loro partiti d’appartenenza.

Il problema è che tali posizioni hanno attecchito con estrema facilità e, temo, attecchiranno ancora, in una periferia che non è particolarmente sofferente rispetto ad altre zone della città ma che ha patito, per anni,  l’indifferenza delle istituzioni.

Perché la politica a Genova, di destra o di sinistra, è sempre stata attenta al centro cittadino, abbandonando a sé stesse le periferie che sono, inevitabilmente, diventate crogioli di emarginazione  e malessere sociale.

Ovviamente una strumentalizzazione comporta due attori: chi strumentalizza e chi si lascia strumentalizzare, quindi nessuno può sentirsi assolto per quello che è successo, continua a succedere e succederà ancora, perché io sono certo che Multedo sarà solo l’inizio.

La risposta fatta di presidi, manifestazioni più o meno provocatorie, comunicazioni ben attente a non scontentare in particolare una sinistra che ha tenuto un atteggiamento imperdonabilmente ambiguo sulla questione, mostra che non si è ben compresa la questione che è principalmente culturale e necessita di ben altre risposte .

Genova è una città vecchia, con tassi di disoccupazione giovanile altissimi, che è come dire che la paura e la rabbia sono le leve da spingere per ottenere il consenso. Genova è anche una città straordinariamente povera dal punto di vista culturale, dove si dibatte se bisogna vendere alcool o no il sabato sera invece di discutere di centri di aggregazione, biblioteche, nuove scuole in periferia, alternative alla logica massificante dei centri commerciali.

Ho un ex alunno neofascista. Non l’ho eliminato dai contatti, nonostante porti avanti tesi con cui sono in totale disaccordo, perché ho sempre insegnato ai ragazzi che non ci sono strade giuste o sbagliate, quello che conta è scegliere con la propria testa da che parte stare e potersi guardare la mattina allo specchio serenamente.

Per quel che ne so, lui lo fa: ha un lavoro onesto, era un bravo ragazzo e presumo lo sia rimasto, sta con una bella ragazza. Ma è stato indottrinato, ed è stato indottrinato bene, con un miscuglio di stupidaggini, mezze verità e distorsioni storiche che hanno

attecchito e attecchiscono facilmente su chi, non me ne voglia, non ha una grande frequentazione con le pagine dei libri.

E’ come se chi gli ha messo in testa tante corbellerie, avesse studiato a memoria La fabbrica del consenso di Chomsky e, in particolare, i capitoli riguardanti la costruzione del nemico, la sua diminuzione di umanità.  Affermare ad esempio che dei premi Nobel hanno affermato che i neri sono inferiori dal punto di vista razziale è certamente un’idiozia ( le razze non esistono), ma è anche una mezza verità. John Watson, che insieme a Crick scoprì il Dna e vinse il premio Nobel, è un noto razzista, teorico della supremazia della razza bianca, come era un cultore dell’eugenetica un altro premio Nobel, Konrad Lorenz. Quindi al ragazzo è stata raccontata una parte di verità, quello che hanno omesso di dirgli è che Watson è stato confutato scientificamente da centinaia di studi ed è personaggio messo alla berlina dagli accademici di tutto il mondo, così come Lorentz ha scelto dopo il nazismo di dedicarsi all’etologia di cui è diventato il padre.

Questi ragazzi noi li abbiamo persi. La mia generazione, quella dei cinquantenni  più o meno liberal, è stata peggio che una generazione di cattivi maestri: è stata una generazione di indifferenti, tesa al successo personale, all’affermazione, alla scalata, sempre più disinteressata agli altri.

Evidentemente nessuno ha fatto leggere a questi ragazzi La banalità del male, o gli ha spiegato le teorie di Renè Girard, nessuno gli ha fatto vedere quanto Marcuse avesse visto lontano e che il pensiero liquido di Baumann finirà per trasformarli in vittime della loro stessa sicurezza, caso mai avvenisse quel cambiamento europeo che loro auspicano. Abbiamo fatto terra bruciata dei nostri valori e altri sono stati più abili.

Cosa possiamo fare adesso che sono maggioranza?

Recuperare quello che siamo stati, ritrovare l’energie delle idee e il coraggio di pensare agli altri, lavorare onestamente e nel miglior modo possibile, perché il lavoro ben fatto è l’unica arma che abbiamo in mano. Dobbiamo tornare a non essere sicuri di niente, a chiederci perché, a non pensare di avere tutte le risposte in mano e a metterci sempre nei panni di chi la pensa diversamente.

Il razzismo e il pregiudizio si combattono confutandoli con solidi argomenti, in tutti i luoghi possibili, dai posti di lavoro agli autobus pieni.

Penso con un certo raccapriccio alla legge sullo Ius soli: dare la cittadinanza a chi è nato e ha studiato in Italia è un diritto talmente banale che sembra quasi assurdo non sia ancora legge dello Stato, eppure  la gente fa confusione e non capisce perché, quegli stessi che dovrebbero esserne promotori, non capiscono e fanno confusione, figli di una politica che ha rottamato la cultura e ha scelto la demagogia e il populismo, che ha dimenticato il ruolo educativo che deve avere la politica e ha scelto invece la via della mimesi con gli istinti peggiori dell’uomo della strada.

Ecco, è questa cultura semplicistica,. questa desolazione etica che ha prodotto l’ascesa della destra, non di una destra democratica ed europea ma di una destra cupa, xenofoba, campanilista, figlia della peggiore tradizione politica del nostro sciagurato paese. Una destra senza cultura e senza maestri e, per questo, ancora più spaventosa.

Dobbiamo tornare a parlarci, dobbiamo tornare a confrontarci con la realtà, non solo con la nostra realtà. prima che la notte arrivi e ci trovi impreparati e colti da imperdonabile stupore.

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A Coronata si lavora per un futuro diverso

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Ci accoglie sulla soglia del Campus sorto al S. Raffaele, l’ex ospedale di Coronata, Maurizio Aletti, presidente della cooperativa Un’altra storia che si occupa della gestione della struttura. Insieme a lui ci sono alcuni d ei ragazzi che stanno provando a costruirsi una strada dopo essere stati sbalzati fuori a forza da quella che avrebbe dovuto essere la loro: vengono dal Mali, dal Ghana, dal Pakistan, dalla Costa d’Avorio, dal Senegal e tanti altri posti di un mondo in guerra.

Sono giovani, timidi, hanno sorrisi aperti e occhi grandi ed espressivi, sono richiedenti asilo. Vengono qui da diverse strutture sparse per la città a studiare italiano, imparare usi e costumi del nostro paese e ad imparare un mestiere. Come non c’è modo migliore per imparare a scrivere che scrivendo, così non c’è modo migliore per apprendere un mestiere che lavorando e qui, questi ragazzi, lavorano. Stanno ristrutturando una parte del vecchio ospedale. con fatica, impegno e passione. I fondi provengono dai famosi trentacinque euro che, è bene non stancarsi mai di ripeterlo, non vanno nelle loro tasche ma nelle casse della cooperativa che provvede al loro sostentamento, alla loro istruzione e, con gli avanzi, a comprare i materiali per la ristrutturazione.

L’idea è quella di creare un ambulatorio e un centro per gli anziani, l’idea è quella di restituire quello che per troppi anni è stato un rudere, al quartiere e ai cittadini, a tutti i cittadini.

I ragazzi sono controllati, prima di entrare al campus vengono sottoposti a rigorose visite mediche, hanno un pass che gli permette di accedere alle lezioni, alla mensa, al dormitorio (ottanta di loro sono ospitati al S. Raffaele), chi non rispetta le regole viene mandato via.

Visitando le aule, la palestra, guardando le foto del lavoro fatto per riportare a nuova vita i vigneti, mi commuovo. In questi giorni in cui le pagine dei giornali riportano cronache di odio e incomprensione, passeggiare per questi corridoi è vivificante, ti fa pensare che c’è speranza in un futuro diverso, un futuro di condivisione di percorsi di vita, un futuro in cui il colore della pelle sarà un dettaglio insignificante, come accade con i ragazzi nelle mie classi multicolori. Mi commuovo anche quando, quasi a forza, senza troppe parole, raccontano le loro storie. Uno a un certo punto, sottovoce, mi chiede cosa significa “odio”: gli rispondo che significa volere il male degli altri. – E’ una parolaccia? mi chiede  un po’ confuso. -No, ma non è una bella parola. Rispondo. Già.

Purtroppo la realtà attuale è diversa, a causa anche di una politica che sembra aver dimenticato qualunque dimensione etica e, soprattutto, appare incapace di comprendere i vantaggi di una convivenza serena con chi viene da lontano (scusate, ma integrazione non mi piace, la trovo una parola aberrante). Non è un caso se S. Egidio aprirà una scuola della pace al Cep, altro quartiere a forte disagio della nostra città.

Non a caso, il campus è gestito da una cooperativa con molti volontari e da Migrantes, la Chiesa, con la collaborazione di S Egidio. Dello Stato, nemmeno l’ombra ed è una latitanza che si protrae da tempo in tutte le aree critiche del nostro paese.

Credo che esperienze come questa segnino la strada, aprano porte, offrano alternative concrete all’odio, alla paura e al rifiuto. Chiederò a S. Egidio di mandare qualcuno dei ragazzi nella mia scuola e, lo confesso: non lo faccio solo perché parlino ai miei alunni, loro non hanno troppo bisogno di riconoscere l’umano nel diverso, anche se ripassare non guasta, ma perché parlino tramite i miei alunni agli adulti, perché questa realtà diventi conoscenza acquisita del quartiere e le brutte cose, i brutti pensieri che ricomincio a sentire in giro scompaiano, cancellati dalla forza dei fatti.

Cornigliano, dunque, è ancora una volta un laboratorio, Lo è stato con la scuola dove insegno, che tanto ha fatto in passato e tanto fa ancora per la reciproca conoscenza di italiani e stranieri, lo è adesso con il campus del S. Raffaele, un esempio di restituzione di un bene sociale alla comunità che dovrebbe essere motivo di orgoglio per la cittadinanza. 

La speranza è che si smetta di dare risalto e prime pagine a chi incita all’odio senza comprendere, per lasciare il posto a chi silenziosamente, ma senza retrocedere dalle proprie posizioni, senza altre sovrastrutture ideologiche che non siano il rispetto per la dignità di tutti gli esseri umani, si adopera giorno dopo giorno, per abbattere tutti i muri, soprattutto quelli mentali, i più difficili da eliminare.

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Multedo: una squallida commedia degli errori

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Il capitale e l’accumulo,del capitale sono, in quanto espressione dell’interesse di pochi, amorali, se non incompatibili, indifferenti all’etica. Così un buon manager, perché questa è la sua natura e non per colpa, ricordo la favola dello scorpione che punge il suo salvatore, sarà tanto più amorale quanto più è capace. Ma se il manager sceglie la strada della politica e assume un pubblico incarico, può continuare a essere quello che è o non deve, piuttosto, assumere responsabilmente una nuova veste?

La questione è di scottante attualità visto come il sindaco Bucci ha pensato di risolvere la questione di Multedo, cioè usando l’ accoglienza di esseri umani come merce di scambio: Multedo si prende dodici profughi e io stanzio subito sette milioni di euro per lavori di ristrutturazione del quartiere. Un ragionamento perfetto, da manager, un errore politico imperdonabile.

Il messaggio che passa è che basta un paio di manifestazioni razziste per ottenere ciò che spetta di diritto e avere, come bonus, uno sconto sugli esseri umani da ospitare. Una soluzione perfettamente compatibile con lo stile del manager ma che poco ha a che fare con le responsabilità’ di un pubblico amministratore. Senza contare   la reificazione dei profughi, ridotti a merci di scambio.

Io sono nato nel secolo scorso quando l’idea dominante era che la politica dovesse avere un solido sostrato etico e laico e il suo compito, oltre che quello di amministrare equamente le risorse pubbliche, dovesse essere anche di elevare culturalmente il popolo, di creare cittadini consapevoli e attivi nel perseguire l’ utile comune. Evidentemente, a Bucci e alla sua giunta, è rimasto in mente solo il perseguire l’utile.

Questa brutta uscita del sindaco è solo l’ultimo di una lunga serie di errori che hanno contrassegnato questa squallida e triste vicenda e,segue a ruota, la maldestra e inopportuna contromanifestazione della Fiom, contemporanea alla  fiaccolata stile Ku Klux klan degli abitanti di Multedo. Francamente, non era il caso di esacerbare gli animi e creare una dicotomia buoni cattivi che lascia il tempo che trova. meglio lasciar passare quella brutta carnevalata nel dimenticatoio che farla finire in prima pagina per la tensione che si è creata.

Non è cercando lo scontro che si risolverà una situazione ormai compromessa, in cui ogni attore che entra in scena sbaglia la sua battuta. Temo purtroppo, l’effetto domino, anche se potrebbe avere un lato positivo: applicando il Bucci pensiero con un paio di milioni di profughi da offrire ai comuni come bonus, risolveremmo il problema della messa in sicurezza delle scuole, del dissesto idrogeologico, delle infrastrutture,ecc.

Mi chiedo quanto valgano sul mercato i profughi siriani, se il prezzo salga a seconda che siano bianchi o neri, quanto potrebbe far salire le quotazioni un bambino.

Purtroppo appare irrisolvibile il problema del dissesto etico, morale e umano di un paese sempre più allo sbando, sempre più brutto, sempre più privo di una bussola che ne orienti l’anima. E questa brutta uscita, cinica e opportunista, nemmeno fascista, solo squallida, ne è l’ennesima riprova.

Ma c’è speranza: sta nell’opera silenziosa, quotidiana, instancabile, che non finisce in prima pagina, di quelle persone che con i migranti lavorano quotidianamente, che li accolgono senza se e senza ma, di quelle che si battono perché venga riconosciuta la loro dignità di esseri umani, esattamente quella dignità che il sindaco di questa città ha offeso, trasformandoli in merce di scambio.

A loro va il mio rispetto, a loro e ai ragazzi e alle ragazze che mi ritrovo ogni mattina davanti: esasperanti, smarriti, a volte feriti, bellissimi nella loro ingenuità, loro non conoscono e non capiscono la chiusura verso il diverso,sono naturalmente portati a essere curiosi, a non rifiutare e a cercare sempre un punto di contatto che permette il riconoscimento dell’altro come simile a sé. Quando parliamo di razzismo, la domanda più frequente che mi fanno è: ma non ha senso, perché?

Non posso che augurare loro di restare così dentro, per sempre giovani. 

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I diritti dei lavoratori a Genova: un pallido ricordo.

E’ un autunno triste quello di Genova, città che un tempo ha dominato sul mondo, che spesso ha segnato la strada e che oggi è immersa in una profonda crisi economica e di valori. Segna la strada ancora una volta, Genova, ma è una strada che porta a un dirupo.

Ieri la notizia dei seicento esuberi all’Ilva, con l’oscenità del licenziamento e riassunzione con cancellazione dell’anzianità. Anni fa si sarebbero mobilitati tutti, oggi la notizia è già scomparsa dal giornale cittadino per lasciare spazio a un’altra notizia, per certi versi peggiore: i dati dei controlli dell’ispettorato del lavoro ligure eseguiti durante l’estate.

Quasi il novanta per cento delle imprese controllate risulta irregolare: si va da più di duecento lavoratori in nero a più di sessanta lavoratori a cui non venivano concessi riposi settimanali o giornalieri, più di 350 provvedimenti per violazioni alle norme di sicurezza, falsi voucher, ecc.ecc.

Un’illegalità diffusa in vari settori, dalla ristorazione all’edilizia, talmente diffusa che, probabilmente, le cifre allucinanti comparse sul giornale sono solo la punta dell’iceberg.

Non c’è da stupirsi: era inevitabile che il jobs act, una deregulation incontrollata in un paese dove la deregulation esisteva già di fatto,avrebbe presto fatto maturare i suoi frutti avvelenati.

Le spiegazioni sono, come dicono quelli  intelligenti, multifattoriali: una politica del lavoro regionale che in Liguria non esiste da decenni, una politica nazionale asservita agli interessi delle multinazionali e più preoccupata di mettere in ginocchio i sindacati che di avviare un piano a lunga scadenza per rilanciare il lavoro e non i consumi, la perdita della coscienza di classe dei lavoratori, l’egoismo diffuso,  l’incapacità di comprendere che quattro soldi in più non ti restituiranno la salute e che, se rinunci ai diritti tu, di fatto, poni le basi per cancellarli, la crisi dei sindacati, in parte giustificata dalle divisioni degli anni scorsi e da atteggiamenti spesso discutibili, in parte dovuta a campagne stampa architettate ad arte, in parte assolutamente ingiustificata,ecc.ecc.

In particolare a Genova, aleggia lo spettro di quella che fu la sinistra. Una sinistra che ha perso identità e valori e che dovrà interrogarsi, presto o tardi, su quello che ha fatto a questa città. Per anni ha avuto un potere quasi assoluto percorrendo la parabola della Democrazia cristiana: giocando un ruolo fondamentale per la tutela dei diritti dei lavoratori e dei diritti civili tout court, promuovendo solidarietà e accoglienza, raccogliendo i giovani nelle sezioni e offrendo valori e punti di riferimento,. Poi, gradualmente si è trasformata nel suo nemico storico, con un clientelismo esteso e diffuso, i favori agli amici e alle aziende amiche, il monopolio culturale, gli scandali, fino al nulla di oggi. Genova è lo specchio del passaggio dal Pci al Pd, con tutte le sue gradazioni intermedie.

Non è che, ovviamente, chi ha sostituito la sinistra al governo della città e della regione abbia fatto meglio o stia facendo meglio: ormai le giunte sono comitati d’affari e la politica ha perso senso e dignità. Ma da uomo di sinistra, sono disgustato dal punto di arrivo che quella che era la mia area politica di riferimento ha scelto. Il suo capolavoro è stato consegnare il comune a una giunta a maggioranza leghista, con la presenza di una componente neofascista.

Il punto zero sono le manifestazioni razziste pregiudiziali e insensate di Multedo, un quartiere operaio che si schiera, non tutto per fortuna, contro gli ultimi, è la dimostrazione di questa caduta, di un decadimento civile che sarà sempre più difficile frenare. Il punto zero sono le giustificazioni che vengono portate da varie parti per queste manifestazioni. Beh, signori, Genova non è mai stata questo, Genova non chiudeva le porte al prossimo. Invece di giustificare l’ingiustificabile, dovremmo interrogarci su come porvi argine.

L’impatto sociale sul ponente genovese degli esuberi dell’Ilva, se nessuno farà nulla per impedirli, sarà altissimo: aumenterà la disperazione, la paura, la diffidenza, i capri espiatori, ecc., in una coazione a ripetere che abbiamo già visto e che la politica continua a rifiutarsi di prendere in considerazione. Coazione a ripetere che comporta i diritti violati di cui sopra, perché dubito che un lavoratore che ha perso il posto, vada a consultare il contratto.

I valori civili e i valori dei lavoratori, una volta, coincidevano, e coincidevano con i valori della sinistra e con i valori di quella parte del mondo cattolico in cui mi riconosco, quella che si rifà alla dottrina sociale della Chiesa, quella che ha considerato una svolta la beatificazione dell’arcivescovo Romero e che si trova in linea con le considerazioni del Santo Padre. Non certo quella che lo accusa di eresia.

Oggi, è rimasto solo Francesco a dire la verità, a fare il punto della situazione, e l’ha ribadita, chiara e forte, a Genova, la verità, pochi mesi fa, proprio di fronte a quegli operai dell’Ilva che oggi rischiano, per l’ennesima volta, il posto di lavoro.  Io c’ero, ho visto i volti rudi di quei lavoratori ascoltare con attenzione, applaudire convinti, sentirsi orgogliosi di quello che erano. Non meritano di essere  di nuovo umiliati e offesi.

La speranza è che qualcuno se le ricordi quelle parole e questa città sappia rialzare la testa, come ha fatto in passato, e scenda in piazza per i lavoratori dell’Ilva, dell’Ericsson e di tutte le altre aziende in crisi, per il diritto alla dignità e al lavoro di tutti, anche degli ultimi.

Lo spero, ma non ci credo.

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Genova muore a Multedo

Qualche tempo fa in via XX Settembre, in pieno centro città, si radunò davanti a un palazzo un centinaio di persone che portavano delle bottiglie d’acqua. Avevano tagliato l’acqua a un gruppo di immigrati ospitati in quel palazzo e tanti genovesi hanno detto no, questo è troppo. A scuola, alcuni miei alunni mi videro sul giornale, c’eravamo anch’io e mia moglie tra quelle persone, e mi chiesero cosa era successo. Quando terminai il mio racconto, una ragazzina ecuadoriana disse: “ Dobbiamo fare qualcosa anche noi, non è giusto, ci dica cosa possiamo fare”.

Potrei concludere qui quest’articolo sulla vergognosa vicenda di Multedo, una vicenda di razzismo pregiudiziale e scaricabarile politico, potrei concludere dicendo che grazie a Dio, i ragazzi sono meglio di noi. Anche quelli stranieri.

Quella è stata l’ultima occasione, non accadeva da tempo, in cui mi sono sentito orgoglioso di essere nato casualmente in questa città. Dopo lo sgombero del campo rom con miei alunni annessi nel quartiere  in cui lavoro, sgombero necessario e sacrosanto, effettuato nel peggiore dei modi possibili, per calcolo politico, dopo questa vicenda di Multedo, torno ufficialmente a essere quello che sono sempre stato: un figlio di emigranti, operai, senza terra sotto i piedi e senza bandiere da sventolare.

A Multedo muore la Genova operaia e solidale, la gente pronta a compattarsi per gli oppressi e i diseredati, la Genova antifascista, medaglia d’oro della Resistenza, la Genova che scende in piazza contro il congresso dell’Msi, la Genova che segna la strada, quella che nel 2001 insulta I picchiatori in divisa, la Genova operaia e internazionalista, la Genova di don Gallo e don Prospero, dei preti di fabbrica, la Genova che piange Guido Rossa e dice no alla violenza.

Io abito a Pegli, cinque minuti da Multedo e in quindici anni, non ho mai sentito di un fatto di cronaca che avesse come protagonista uno straniero. Mafiosi che vivevano nel quartiere, si, omicidi in odore di  mafia, si, scontri tra figli dei quartieri dormitorio delle  colline, sì.

Multedo ha i suoi problemi, i problemi di una città morta, dove i giovani non hanno prospettive e si chiudono le fabbriche, dove i problemi restano immutati e irrisolti da decenni, dove la politica fa promesse che non mantiene mai.

Anche Cornigliano ha i suoi problemi, è il quartiere dove lavoro da quando vivo a Pegli.  A Cornigliano sedici anni fa, di stranieri ne arrivavano a centinaia, siamo passati dal trenta per cento di stranieri nelle scuole al sessanta per cento di oggi. Ricordo discussioni, tensioni, problemi, fraintendimenti, ma mai levate di scudi aprioristici e ingiustificati contro persone che arrivavano da lontano.

Molto, moltissimo, per la condivisone di percorsi comuni, integrazione è parola che detesto, ha fatto la scuola, prima le maestre e i maestri, infaticabili, impagabili per la loro fantasia e il loro impegno quotidiano, poi i professori della scuola media, i miei maestri, persone che non andavano in televisione parlando di “splendide esperienze con gli stranieri”, come va di moda oggi in tv e sui giornali, ma le esperienze le facevano sul campo, ogni giorno, senza lamentarsi. Continuiamo a lavorare così, in silenzio, senza avere l’onore di prime pagine e servizi televisivi, perché riteniamo che lavorare così faccia parte dell’etica del nostro lavoro.

Mi chiedo: perché Cornigliano, disastrata, avvelenata per decenni dai fumi dell’Italsider, quindici anni fa andava bene e Multedo, oggi, non può accogliere sessanta persone? Perché certi quartieri sì, e altri no?

Ma soprattutto mi chiedo quale insegnamento danno ai loro figli quelle persone che manifestano il loro odio pubblicamente verso altre persone che non conoscono, di cui non conoscono le storie e le aspettative?

Mi spiace, so di essere impopolare, ma queste persone, per me, non hanno giustificazione. Qui si parla di umanità, pura e semplice e il fatto che i profughi verranno ospitati in una struttura della curia rende tutto solo un po’ più triste, un po’ grottesco. Non c’entra niente la politica, né il mio essere cattolico: si tratta di una questione etica.

E veniamo all’atteggiamento della politica. Il Pd, sempre più spostato a destra, che a Genova offre una delle sue versioni più penose, tace. Anche perché la sinistra ha senza dubbio la colpa di non aver risolto il problema epocale dello spostamento del petrolchimico da Multedo, quello sì, problema serio che meriterebbe barricate.

La nuova giunta, salita anche grazie alle tendenze xenofobe della sua maggioranza, lascia la patata bollente al prefetto, nella migliore tradizione della vecchia politica. Da quando il nuovo sindaco si è insediato, abbiamo sentito tante chiacchiere, assistito a nomine ai confini della realtà, ma visto pochissimi fatti e, quei pochi, irrilevanti.

Ecco io credo che anche la politica dovrebbe porsi un problema etico: l’odio non giova a nessuno, l’odio cieco, ancor meno, anche perché l’obiettivo può cambiare a seconda del momento e a quelli a cui conviene oggi può non convenire più domani. La politica dovrebbe educare al rispetto del dettato costituzionale che parla di uguaglianza  e condanna del razzismo e delle discriminazioni.

Purtroppo, Multedo è lo specchio di un paese senza direzione e senza valori di riferimento, la guerra tra poveri è l’inevitabile conseguenza della guerra al buon senso e all’ integrità combattuta e trionfalmente vinta dai nostri politici negli ultimi anni.

“La speranza è nei prolet”, recitava Orwell, la speranza è negli ultimi, in quelli che si rimboccano le maniche e ogni mattina, lavorano duro per portare a  casa il pane.

Ci abbiamo creduto in molti a quelle parole, purtroppo, oggi, dobbiamo accettare il fatto che la speranza, se c’è ancora, è altrove.

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