Lo sporco affare di Mineo: quanto costa una vita umana?

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Lo scoop è di Nello Scavo, giornalista di  Avvenire che è riuscito ad ottenere le prove documentate e le le foto dell’incontro presso il Cara di Mineo tra esponenti della nostra intelligence e delle istituzioni e uno dei capi della mafia libica, Bija è il soprannome, torturatore, stupratore e assassino, nome noto all’Onu,  per negoziare sulla questione degli sbarchi.

Una trattativa Stato-mafia documentata sarebbe una notizia da prima pagina e infatti, in tutta Europa, la notizia è in prima pagina. In Italia no, non sembra neanche interessare più di tanto il popolo dei social, più preoccupato del battibecco tra renziani e Piddini o dalle foto di Salvini con un neonazista.

Ecco, il fatto curioso è questo: quelli scandalizzati delle foto di Salvini col neonazista, giustamente scandalizzati, tacciono di fronte a questa oscenità. Invece di chiedere spiegazioni a Minniti e Gentiloni, invece di invocare chiarezza su un episodio che possiamo definire, con un eufemismo, inquietante, tacciono. Intanto, tra i migranti annegati ieri, c’è un bambino di otto mesi.

Ecco, io vorrei chiedere a quelli presenti all’incontro e ai loro mandanti politici: quanto costa una vita umana? Qual è il prezzo, in termini di vite, della nostra tranquillità? Su cosa esattamente vi siete accordati, quale schifoso compromesso siete riusciti a concludere quel giorno perché passasse la linea dura, gli sbarchi diminuissero e il governo di allora potesse vantarsi con gli elettori (per altro, invano) di aver risolto una inesistente emergenza?

Cosa hanno da dire oggi i tanti estimatori di Minniti e della sua politica decisa ed efficace?

Perché qui stiamo parlando di un compromesso che aveva al centro uomini, donne bambini che si è deciso, consapevolmente, di lasciare nelle mani di un assassino feroce perché non arrivassero nel nostro paese. Eppure, nessuno protesta, tutto tace.

Forse è la consapevolezza e la vergogna di avere, per un anno e mezz,o condannato, giustamente la linea politica, chiamiamola così, di Salvini, per poi scoprire di non essere tanto diversi, cosa che molti, tra cui chi scrive, avevano già denunciato a suo tempo.

Nel mio libro, Un paese sospeso, chi lo desidera lo trova su Amazon, in molti dei primi articoli lì raccolti si parla di Minniti, denunciando la sua politica di destra riguardo i migranti. Molti altri non hanno gradito quella politica e il Pd ha pagato giustamente pegno alle elezioni. Io non avevo materiale per uno scoop, ma che sotto ci fosse qualcosa di poco chiaro, era evidente, solo chi non voleva vedere non ha visto. E ha taciuto, come oggi.

Vorrei terminare l’articolo augurandomi di vedere al più presto chiarita questa vicenda, ma non succederà: la destra non ha interesse a chiedere la testa di chi si è comportato come il suo leader, spianandogli la strada e la sinistra non ha convenienza. Il silenzio stampa di questi giorni, il vergognoso silenzio stampa di questi giorni, ne è la prova.

Restano i morti, resta un bambino di otto mesi che avrà per sempre otto mesi, resta la vergogna e lo sconforto di non vedere la luce alla fine del tunnel.

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Della destra italiana e della irresistibile attrazione per l'uomo forte.

Salvini isoardi  bellunese

La foto è glamour, per quanto tale aggettivo possa legarsi al soggetto ritratto: Salvini, seminudo, mollemente adagiato su una Elisa Isoardi in accappatoio. Sotto, un titolo annuncia che la loro storia d’amore è finita, la Isoardi lo ha comunicato su un social che non nomino altrimenti mi censurano l’articolo (sic!).

La prima, spontanea reazione è uno sticazzi! che avrebbe tutta l’approvazione di Rocco Schiavone, ma no, si va oltre l’inutilità, si scava ancora e un’ articoletto collegato riporta una breve nota biografica del rapper, poeta e umorista (sic!) da cui la Isoardi ha tratto la frase con cui si è accomiatata da Salvini.

Il paese é in pieno allarme idrogeologico, l’Europa minaccia la procedura d’infrazione per una manovra di bilancio talmente demenziale che ci si chiede se non stiano scherzando, i giovani che usano droga sono sempre più giovani e ci se ne accorge ( e se ne parla) solo quando muoiono per ucciderli due volte speculandoci sopra, il razzismo dilaga, si tagliano soldi alla scuola e alla cultura e Repubblica (sic!) inserisce tra i titoli di testa Salvini nudo e la notizia della fine della sua love story. Come direbbe ancora Schiavone, dobbiamo riflettere su questa cosa.

Perché questa cosa, lo dico ai miei quaranta lettori, è qualcosa di fascista, perché il mito dell’uomo forte ma tenero, amatore indefesso di donne naturalmente più giovani che sacrifico al lavoro indefesso per la patria, è un luogo comune della retorica del ventennio e trovo francamente insopportabile che il più venduto quotidiano italiano debba inserire tra i titoli principali questa merda, per citare il commento del critico Greil Marcus a Self Portrait, il disco più folle di Bob Dylan.

Evidentemente Repubblica fiuta il vento e quello che spira nel nostro paese è un vento di destra. Piaccia o no, e a chi scrive non solo non piace ma disgusta proprio, Salvini ormai ha occupato la scena, la gente lo percepisce come l’unico capo del governo al cui confronto il presidente del consiglio nominale, tale Conte, appare come poco più che un maggiordomo, e il povero Di Maio come il suo giullare.

Il lento, inesorabile e penoso suicidio politico dei Cinque stelle, incapaci non solo di fare la rivoluzione ma di fare politica tout court, sta consegnando il paese alla Lega, una forza politica che, forse, avrebbe credito solo nel Brasile di Bolsonaro.

Rivoltato in parodia, perché in Italia nulla è serio, sembra di assistere a quanto avvenne con l’avvento di Mussolini, quando il suicidio politico e ideologico dei socialisti, ma largamente maggioritari e l’ignavia del sovrano, aprirono la strada per il potere a una banda di vigliacchi coraggiosi solo quando si trovavano in cento contro uno e al loro capo, un narcisista patologico, voltagabbana, criminale, che per vent’anni governò il paese ( per molta parte del ventennio col plauso di tutti, e non raccontiamoci storie, per favore, perché la storia non si cambia) con i risultati che sappiamo.

Non c’è bisogno di evocare lo spettro del fascismo con Salvini, ideologia troppo complessa per lui, né di fare paralleli tra Gentile e Fusaro, ubi maior minor cessat e qui sarebbe più opportuno parlare di minoratus paraculus, non c’è bisogno di ricorrere a una retorica stantia e ormai vuota, basti solo dire che non arriveremo a scatenare una guerra per ridurci in rovina, basterà continuare sulla strada dei favori che la Lega e Salvini continuano a fare ai poteri forti, a quella imprenditoria italiana retrograda e reazionaria rimasta uguale a sé stessa, che ieri applaudiva il duce alla Scala di Milano e oggi applaude la sua versione muppets show.

La destra è sempre la stessa: priva di valori e di contenuti, ipocrita, violenta con i deboli e mite con i forti, un’accozzaglia di cialtroni che badano solo al proprio tornaconto. Questi rivoluzionari al contrario, gente che delibera per le multe agli abiti succinti e toglie la mensa ai bambini stranieri, gente che mette un ex militante del Fronte della gioventù alla direzione del Tg1 e un creatore di bufale a dirigere la Rai,  finirà dove finiscono tutte le rivoluzioni, non nel sangue, perché, ripeto, l’Italia non è un paese serio, ma quando incontrerà il denaro. E sono già partiti avvantaggiati, vista la messe di amministratori leghisti indagati.

A cambiare, ma neanche tanto, è la gente. C’è solo un plus d’ignoranza, di arroganza, di vis pugnandi dietro la tastiera, di meschinità rispetto al consueto. Perché questo era, è, sarà sempre un paese di destra e quando ha votato in massa Renzi lo ha fatto sempre seguendo il mito dell’uomo forte, che per qualche tempo lo scout di Rignano ha incarnato, un mito che è di destra. Non a caso, nella sua follia onanistica e narcisista, Renzi propone quale suo successore il più a destra dei suoi scherani, quel Minniti cui i pentastellati dovrebbero fare un movimento perché è il vero artefice del loro effimero successo.

Con una opposizione inesistente e una maggioranza divisa su tutto, litigiosa e inconcludente, il cui unico risultato, fino adesso, è una legge di bilancio che sembra scritta da un ragioniere sotto acido, effettivamente si comprende che Repubblica, per vendere qualche copia, sia ricorsa all’eterno binomio sesso-potere. Si capisce ma fa schifo lo stesso.

E speriamo almeno che sia scampato il pericolo di avere come consigliere rai l’autore della Prova del cuoco.  O di non doverlo rimpiangere.

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Memoria dell'Infamia

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Sono emozioni contrastanti quelle che mi spingono a scrivere questo articolo. Da un lato, la visione limitata, di pochi minuti, del programma di Santoro di ieri sera, riguardante il razzismo, dall’altro la visione odierna di un film a mio parere bellissimo, Un sacchetto di biglie, un film che più che dell’Olocausto parla di solidarietà, del bene che si può incontrare anche nell’oscurità, dell’istinto di sopravvivenza che permette di trovare risorse insperate dentro di noi.

Tanto il film è delicato, curato come un quadro di Renoir, con una capacità di coinvolgimento empatico nei riguardi del protagonista che ha coinvolto sia i colleghi che i ragazzi che abbiamo accompagnato al cinema in occasione della memoria dell’Olocausto, tanto ho trovato la trasmissione di ieri sera, per quel che ho visto, di pessimo gusto, retorica, un’occasione sprecata per parlare di un problema serio e attuale.

Personalmente, su un problema come quello del razzismo e dell’intolleranza, non tollero contraddittori: avrei gradito invece ascoltare a lungo Sergio Quirico e Fabrizio Gatti, giornalisti veri, di una razza in via d’estinzione, e prima che giornalisti uomini veri, disposti a rischiare di loro per capire e guardare negli occhi vittime e colpevoli.

Invece, dopo il momento kitsch di Stefania Rocca che interpretava una  insopportabile Oriana Fallaci rediviva che vomitava assurde litanie razziste, mi è toccato sentire l’altrettanto intollerabile Zecchi confondere la passione politica con l’ottusità e la chiusura mentale dell’ultima Fallaci e perfino la fiaccolante di Multedo, capopolo in sedicesimo, dallo sguardo truce e i toni accesi, ieri sera assolutamente moderati, di una disgustosa crociata razzista in un quartiere della mia città.

Sarò impopolare e anti democratico, lo ammetto, probabilmente anche un po’ stalinista, vista la mia tendenza politica, ma ritengo che certi temi, il razzismo, l’antisemitismo, l’antifascismo, quando trattati, debbano essere affrontati da persone che sanno quel che dicono e non possano essere oggetto di dibattito. Cardini sì, Zecchi no, tanto per intenderci.

Dobbiamo dibattere se è lecito o no salvare esseri umani? Se è morale rimandarli indietro a farsi torturare nelle prigione libiche in nome della massima che recita “occhio non vede cuore non duole”? Dobbiamo discutere sul fatto che Mussolini e Hitler fossero due schifosi criminali, due esseri umani miserabili e spregevoli che la Storia ha condannato? Dobbiamo davvero aprire un dibattito sull’assenza del diritto dei fascisti a dichiararsi tali perché proibito dalla Costituzione?

Io non voglio ascoltare tutte le campane su questi temi, perché chi è razzista e fascista  non ha, per la nostra Costituzione, diritto di parola.  Il candidato alla presidenza della regione Lombardia che ha parlato di purezza della razza bianca andrebbe perseguito per istigazione al razzismo, così come i decerebrati che ieri hanno bruciato l’effige della Boldrini in piazza. Berlusconi che dà cifre assurde sugli extracomunitari che delinquono andrebbe perseguito per procurato allarme e per incitamento al razzismo, per non parlare di Salvini.

La libertà di parola non è la libertà  di dire quel che si vuole ma la facoltà di controbattere a una argomentazione usando lo spirito critico non le esalazioni escrementizie di una mente malata. La libertà è tale fino al momento in cui non lede i diritti dell’altro. Se parlare di Locke e Rousseau con Salvini è come discettare della scommessa di Pascal con Di Maio, perché questa gente deve continuamente apparire nei vari talk show e vomitare il proprio odio da frustrati oscurando chi cerca di dibattere in modo serio e articolato? Perché bisogna applicare la par condicio anche agli idioti? Trovo immorale che l’informazione gli conceda uno spazio così ampio.

In nome di un garantismo che tutela solo gli intolleranti, i fascisti, i razzisti, i corrotti, in questo paese non è solo il pensiero a essere diventato liquido, anzi, gassoso, ma anche i principi e i valori che rappresentano le basi della convivenza civile. Un paese nato sull’antifascismo si è trasformato in un paese fascista, e le leggi di Minniti acclamate da persone per bene, sensate, per nulla di parte, ne sono la prova, senza colpo ferire, per ignavia, perché la memoria dell’infamia si è dissolta in tante piccole infamie quotidiane, in una degenerazione lenta e irreversibile del tessuto morale del paese. la massima di Machiavelli sul fine che giustifica i mezzi, parole che non ha mai pronunciato nè scritto, è diventata l’unica regola della politica, peccato che si ometta sempre che Machiavelli considerava lecito anche l’illecito ma in nome del bene comune.

Nel film i due ragazzi protagonisti incontrano l’orrore del nazismo ma anche la solidarietà di tanti, spesso insperata, spesso inattesa. Io credo che sia proprio da questa parola che si debba ripartire: la solidarietà implica il riconoscimento dell’altro come mio simile, con gli stessi bisogni e gli stessi diritti, gli stessi desideri, gli stessi sogni, le stesse sconfitte.

Oggi la politica è diventata un ciarlare vuoto che promette solo modesti aumenti pecuniari. Più soldi, più consumi, è questa l’etica di queste elezioni, votateci e avrete l’iphone, votateci e vi daremo quel tanto che basta per illudersi di essere sicuri, inattaccabili, inamovibili, per maturare la falsa certezza che nessuno di noi diventerà mai un profugo, un rifugiato, un disperato in cerca d’aiuto.

Io vorrei che la politica  promettesse più scuola per tutti, sanità migliore per tutti, periferie a misura d’uomo, aree verdi, lotta alla criminalità organizzata, lotta  senza quartiere alla corruzione, ecc.

Io vorrei che la politica tornasse ad avere una visione e non fosse una mera lotta per il potere di pochi sulle spalle di molti.

Viviamo in una società orwelliana e la soluzione non può che essere orwelliana: “Il potere è nei prolet”, certo, come sempre, se e quando si sveglieranno, se e quando troveranno la forza di tornare a sognare.

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Il fascismo che non vogliamo vedere

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Faccio una doverosa premessa: sono antifascista senza se e senza ma, ho più volte espresso pubblicamente la mia avversione per la giunta comunale che guida Genova e il suo sindaco, avversione che arriva al disprezzo per alcuni componenti della giunta.

Seconda premessa: la violenza, a mio parere,  è sempre condannabile, sia che provenga da appartenenti all’estrema destra, sia che provenga dalla parte opposta sia che provenga da uomini in divisa. Punto e andiamo a cominciare.

Sarò antipatico e impopolare e consapevole di esserlo ma trovo stucchevoli le numerose manifestazioni antifasciste che qui e là si organizzano da qualche tempo. Stucchevoli e ipocrite, per essere completamente sinceri.

A mio avviso o si è antifascisti sempre e comunque, nei riguardi di chiunque sia oggetto di un atto che può essere giudicato fascista, perché si configura come un atto di prepotenza del più forte, a qualunque colore politico appartenga, nei riguardi del più debole, chiunque sia, e quindi come una diminutio di democrazia, un mancato rispetto dei diritti civili e umani dell’altro, oppure manifestare solo quando un’aggressione fascista si configura come manifestamente politica e rivolta contro una controparte riconoscibile, uno dei notri, è appunto, ipocrita.

Secondo punto: la democrazia stabilisce che  vince chi ha ricevuto il consenso. Se a ricevere il consenso è una compagine di neofascisti raccogliticcia, tendenzialmente xenofoba, guidata da un uomo d’affari che sarà pure onesto, fino a prova contraria, ma ha idee confuse su cosa è lecito che un sindaco debba difendere e rappresentare, oltre a un pessimo gusto nello scegliersi i compagni di viaggio, è inutile spendere frasi nobili e alti lai se questa giunta prende, secondo i termini di legge stabiliti, provvedimenti sgradevoli e contrari a quella che era, e sottolineo era, perché non lo è più da un bel po’, lo spirito di questa città. Si finisce per trasformare una giustificata indignazione per il piagnisteo degli sconfitti.

Io sono ancora sufficientemente imbevuto di ideologia da incazzarmi ma non tanto da incazzarmi quando fa comodo, specie con una campagna elettorale in corso.

Dov’erano associazioni , personaggi pubblici e nobili antifascisti che riempiranno le piazze, quando a Cornigliano la giunta di sinistra violava i diritti dei bambini rom mandando le ruspe nel campo e allontanando quelle famiglie e quei bambini dalle scuole che frequentavano?  Non è fascismo quello? Non è una violenza verso chi non può difendersi? Le uniche voci che si levarono contro quella violazione dei diritti civili dei bambini furono quelle degli insegnanti dell’I.C. Cornigliano, l’unica associazione che provò a fare qualcosa fu S. Egidio.

Dov’erano quelli di cui sopra quando il ministro Minniti, ministro di un governo di sinistra, firmò lo scellerato patto con la Libia, bloccando il flusso di migranti sulla pelle dei migranti? Non è stato quello un atto fascista, un’espulsione preventiva di persone che non hanno voce? Una vera e propria deportazione in limine, applaudita da tutta l’intellighenzia europea per cui i valori liberali di libertà, uguaglianza ecc. sono assai elastici?

Dov’erano quelli di cui sopra quando lo stesso ministro firmò lo scellerato e indubbiamente fascistoide decreto sul decoro urbano che stabiliva chi ha il diritto e chi no  di sostare in centro città?

Potrei continuare a lungo. Il ragazzo ferito da un  neofascista ( non li considero fascisti, l’ho già detto e motivato in precedenza, ma chiamiamoli così) ha tutta la mia solidarietà e il mio rispetto e proprio perché ha il mio rispetto non scenderò in piazza in questi giorni quando troppo facilmente ogni manifestazione si colora di politica elettorale.

Gridare al lupo adesso, dopo averlo nutrito e pasciuto, dopo averlo fatto crescere e prosperare nell’indifferenza di tutti, prendere posizione solo quando è comodo e politicamente utile farlo, è inutile e controproducente.  Numericamente, il neofascismo non esiste, ma si rischia di crearlo continuando ad agitarne lo spauracchio. Documentatevi su come gli americani hanno creato l’Isis in medio oriente, io l’ho fatto e non leggendo Di Maio ma un premio pulitzer: creare un nemico, quando fa comodo, è semplicissimo, liberarsene, meno.

Io sono antifascista 365 giorni l’anno, in pubblico e in privato, diffamo quotidianamente la guerra dalla cattedra, come diceva Remarque, e diffamo ogni forma di sopraffazione e discriminazione verso gli ultimi, tutti gli ultimi, non solo quelli popolari o politicamente utili.  Credo che l’ipocrisia sia il male congenito di questo paese e quando la vedo a sinistra, ammesso che esista ancora qualcosa che così si possa chiamare, mi irrita ancora di più.  Chi scenderà in piazza perché ci crede ha il mio rispetto, chi perché in questo momento conviene, no. Temo siano molti.

Quanto al fascismo, è morto, sconfitto dalla storia, sepolto dalla modernità, come lo stalinismo e il socialismo reale. L’ha sostituito un fascismo quotidiano, trasversale, inodore e insapore, che sopportiamo e a volte auspichiamo quando ci comoda, che ci infastidisce a volte ma non ci indigna mai. E’ quello il vero nemico da combattere.

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Una campagna elettorale superflua

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A leggere le proposte dei vari schieramenti politici, tutte tese a proporre sconti su questa o   quella tassa iniqua,  prevale un senso di sconfortante e desolante,  omogenea vacuità.

Non una visione  a lungo termine, uno straccio di progetto, un accenno a un’idea che vada oltre la normale retorica di destra, l’insopportabile retorica  di sinistra e quella cosa che fanno i grillini che non merita neppure il nome di retorica, arte un tempo nobile e necessaria per esercitare in modo adeguato la politica. E poiché questo post parla di politica, dei grillini non parlo.

Il crollo delle ideologie ha reso ormai virtuali e del tutto inesistenti le differenze tra destra e sinistra: alle leggi fascistoidi di un Minniti si affianca la proposta di reddito di cittadinanza di un Berlusconi che, a rigori, non avrebbe diritto di parola in questa tenzone elettorale ma impazza bellamente offrendo una penosa caricatura di ciò che è stato ( e non era granché).

Un scambio di ruoli ambiguo e confuso, dove leader di una nuova sinistra infarcita di quelli che la sinistra hanno contribuito a distruggerla, è un distinto signore certamente onesto ma a cui non riesco, con tutta la buona volontà, ad attribuire altra virtù e che, certamente, mai è stato di sinistra.

Giocherà un ruolo importante, in questa competizione di infimo livello, un convitato di pietra di cui avremmo fatto onestamente a meno, il razzismo, quello sì trasversale: infierire sugli ultimi, immigrati, tossici,  prostitute o clochard poco importa al ciclo periodico dell’infamia, scaricare loro addosso la responsabilità del degrado morale in cui ci crogioliamo da anni, è lo sport preferito dagli italiani dopo il calcio.

Mentre lo sport preferito dei giovani italiani sembra essere quello di piangersi addosso,  scaricando le colpe sui sindacati, i politici, ecc., rei di tutelare i garantiti, quelli cioè che ai tempi, senza insopportabili piagnistei e infuocati post pieni di stupidaggini sui social, i diritti se li sono guadagnati a suon di lotte e di scioperi.  Mentre gente che non ha mai messo piede in un’assemblea sindacale, vorrebbe il piatto pronto compreso di dolce e caffè.

Esistono fortunatamente altri giovani, ragazzi che non chiedono un indefinito assistenzialismo statale ma si rimboccano le maniche e proseguono per la loro strada nonostante tutto, che sia fatta di studio o di lavoro all’estero. Sono quelli che stiamo perdendo e sono quelli che potrebbero cambiare questo paese.

A ben vedere, il personaggio più patetico in questo quadro da terra desolata è Matteo Renzi, caricatura ignorante del suo alter ego colto, quel Massimo D’Alema che, come Renzi, è caduto vittima della sua narcisistica arroganza con in più la colpa di avere attorno persone capaci e non la corte dei miracoli di Renzi, che ha trovato il suo chef d’oeuvre dopo la sua caduta, facendo eleggere a ministro dell’istruzione la Fedeli. Istruzione e Fedeli, un ossimoro.

Renzi non ha tutte le colpe del mondo, ha fatto pochissime cose buone, altre che avrebbero potuto esserlo ma sono state sviluppate nel peggior modo possibile  e  una interminabile serie di imperdonabili minchiate.  Adesso che non conta più nulla, che si avvia alla più solenne tra le tante batoste elettorali che ha preso, lo trovo perfino simpatico, per una sorta di istintiva empatia verso i falliti.

E’ molto triste assistere al declino del mondo occidentale, un declino che questa volta non vedrà nessuna invasione barbarica ma ci vedrà diventare, ci sta già facendo diventare, tutti barbari.  Un declino di cui noi, tutti, siamo stati artefici, ipnotizzati dal sogno di una società dove il benessere sarebbe arrivato per perfusione, dall’alto e tutti avremmo partecipato alla festa, ignorando quelli che la festa la pagavano con la propria pelle.

Parlare di democrazia in un paese dove l’unica azienda realmente in attivo è la mafia,  è francamente ridicolo come ridicole sono queste elezioni che non produrranno un governo ma l’ennesimo accordo elettorale col fiato corto.

Parlare di democrazia nel paese più corrotto dell’Occidente, dove si fa polemica per due centesimi di sacchetti  con tanto di prime pagine e si ignorano i bambini che muoiono nei nostri mari, è semplicemente osceno.

Parlare di democrazia in un paese che ha dimenticato la propria storia e si prepara a salutare come nuovo Cesare un pregiudicato corrotto e corruttore, padrone di televisioni e della più grande casa editrice del paese, è ridicolo.

Intendiamoci: se anche avessimo una legge elettorale decente e un governo stabile, non cambierebbe nulla: noi siamo l’ultima Thule dell’impero occidentale, una provincia oscura e pittoresca, che ormai da molto tempo, non conta più nulla.

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Facciamoci qualche domanda sulla nomina di Caldarozzi

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Lo sdegno, quando diventa di maniera o semplicemente un atto dovuto, non è solo inutile ma controproducente, al punto da diventar stucchevole. Non ci si può sdegnar per tutto, bisogna saper scegliere, ma non ci si può neanche sdegnare a intermittenza, o peggio, per convenienza. Se poi è sdegno elettorale, diventa francamente irritante.

Molti in questo giorni si sono sdegnati per la nomina di un pregiudicato a numero due della Direzione investigativa antimafia, giustamente. Tale nomina, accettabile de iure appare inaccettabile moralmente, fuori luogo, inopportuna, se non altro per rispetto a chi a Genova nel 2001 c’era, ha visto, subito e patito le conseguenze della più grande sospensione di massa dei diritti civili in un paese occidentale dal dopoguerra a oggi.

Sdegno dunque del tutto giustificato ma che acquisterebbe maggiore peso, maggiore  credibilità, se lo si manifestasse per tutte le sospensioni dei diritti civili grandi e piccole, che si verificano nel nostro paese: ad esempio nei confronti dei minori migranti e dei rom, due categorie che, in quanto a diritti civili, avrebbero molto da dire, se avessero voce per farlo. Voce che non gli dà quasi nessuno in questo paese, compresi molti di coloro che si sono sdegnati per la nomina di Caldarozzi.

Chiusa questa breve, sdegnata parentesi contro lo sdegno a singhiozzo, veniamo al punto. Non ho letto nessun articolo, nessuna sdegnata invettiva contro la nomina di un pregiudicato a numero due della Dia in cui venissero poste alcune semplici domande al ministro Minniti, dopo aver fatto alcune semplici premesse.

La prima premessa è che tutti quelli che hanno diretto quell’oscuramento della democrazia che è stato il G8 di Genova del 2001 hanno fatto carriera sotto governi di ogni colore.  E bisognerebbe cominciare a chiedersi perché. Cosa non hanno detto, cosa hanno taciuto, per meritarsi pene miti e una adeguata prosecuzione di carriera? Perché non si è mai fatta una commissione parlamentare d’inchiesta sul G8 Chi ha dato gli ordini? Perché la proposta di legge per introdurre il reato di tortura nel nostro paese è stata formulata in modo che i fatti del G8 2001 potrebbero tranquillamente ripetersi con le stesse, risibili, conseguenze per i poliziotti implicati? Perché non si è provveduto ad adottare nuovi sistemi di addestramento per le forze dell’ordine di modo che quanto è accaduto non accadesse più? Perché non si è fatta una legge che obbligasse gli appartenenti alle forze dell’ordine ad essere sempre riconoscibili in occasione di manifestazione di piazza?

Tutte domande che non suscitano, evidentemente, la curiosità del ministro Minniti, questioni che non ritiene pertinenti al suo incarico, almeno non quanto cacciare i clochard dai centri città e rispedire i profughi nelle prigioni libiche o andarli ad aiutare in casa loro in Africa, con un contingente armato.

E’ evidente che i funzionari che diressero, su ordine di chi, non è dato saperlo, a noi che siamo fuori dalle segrete cose, i pestaggi e le torture di Genova, sono considerati dai vertici dello Stato uomini di fiducia, tanto da essere promossi, tanto da avere la possibilità di ottenere un congruo aumento della pensione con un incarico prestigioso, a due anni dalla fine della carriera, come accade a Caldarozzi.

Uomini fidati, quindi, che rispettano le direttive anche se superano i limiti della Costituzione, anche se violano i diritti civili, potendo contare su una impunità garantita e innegabile, alla luce di quanto è accaduto in questi anni.

Quello che mi chiedo e che chiedo al ministro Minniti è il motivo per cui, alla viglia delle elezioni, viene eletto vicecapo della Dia un funzionario inibito per cinque anni dai pubblici uffici e condannato a tre anni per gravi reati, ancor più gravi tenuto conto del suo ruolo, un funzionario che andrà in pensione tra due anni e quindi non può garantire continuità al suo operato, un funzionario che ha dimostrato, in altra occasione, di non aver problemi a violare, obbedendo agli ordini, elementari diritti civili e costituzionali.

Perché viene nominato un uomo “fidato” nella Dia alla viglia delle elezioni? Chi si deve rassicurare? Questa nomina è un messaggio e se lo è, per chi? 

Minniti tace, Caldarozzi,prudentemente, tace e non rifiuta la nomina, da servitore dello Stato abituato a obbedire. Lo sdegno sui giornali e sui social quando appare, è di maniera, una fiammata destinata a spegnersi presto. Se la nomina verrà revocata, le domande di cui sopra non hanno importanza e sono solo frutto della paranoia che chi a Genova c’era in quei giorni ha maturato verso il potere, ma se la nomina verrà confermata, quelle domande assumeranno un peso notevole e un tono inquietante.

In una scena di Gomorra, uno dei protagonisti, parlando con un medico e invitandolo a entrare nella sua  lista elettorale, all’obiezione di questo che appartengono a schieramenti diversi, risponde: “ Ma quali schieramenti!” in tono sprezzante.

Ecco, un ministro di un governo che dovrebbe essere di centro sinistra ( ma non lo è da tempo) che nomina numero due della direzione investigativa anti mafia un funzionario condannato per i fatti del G8 di Genova del 2001, mi suscita la stessa reazione di Genny, solo che la sua era sprezzante, la mia è carica di amarezza.

Questo è un paese che non ama la verità, che si crogiola nello sdegno selettivo, a orologeria, che tutela i diritti civili che più fanno comodo e meno disturbano la maggioranza, che ha dimenticato la propria storia e proprio a Genova, nel luglio del 2001, ha cominciato a perdere la propria anima.

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Quando la politica perse la dignità

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Mi stupisce che qualcuno abbia avuto l’ardire di immaginare che questo parlamento di infingardi, che ha permesso il rientro delle spoglie di un tale traditore nel nostro paese, annullando la dolce pena dell’esilio perpetuo che gli era stata comminata, dolce per i suoi misfatti, s’intende, potesse approvare in un sussulto di civiltà la legge sullo ius soli.

Ci sarebbe voluto coraggio, orgoglio e senso di giustizia, caratteristiche del tutto assenti dalla disgraziata scena politica italiana.

Chi avrebbe dovuto esprimersi a favore della legge? Gli alleati di quel Minniti, autore del decreto sul decoro urbano i cui frutti avvelenati possiamo vedere in questi giorni, colpevole del vergognoso accordo con la Libia sui migranti e forse inconsapevole mandante del fiume di fango versato sulle Ong?

Una destra sempre più neonazista, ipocrita, xenofoba, incapace di esprimere una sola idea che non sia quella di soffiare sul fuoco dell’odio verso l’altro, oppure tesa a riconquistare il potere perso per avviare una nuova stagione di mangiatoie e festini?

L’altra destra, quella dei comici involontari guidati da un comico di professione, forcaiola, priva di concretezza, capace solo di adoperare frasi scatologiche per censurare l’operato altrui, inetta e bieca né più né meno di quella vecchia politica che ambisce a sostituire?

La ricchezza di questo paese è sempre stata la cultura, evocata da un patrimonio artistico unico al mondo, dalle vestigia del più grande impero dell’antichità, da una impressionante schiera di poeti e scrittori che non ha eguali. Furono gli intellettuali che fecero il Risorgimento e intellettuali i padri costituenti. Nel dopoguerra, autori come Sciascia, Vincenzo Consolo, Moravia, sferzarono il potere mettendone a nudo gli errori e i difetti.

Oggi quella cultura non esiste, gli intellettuali sono scomparsi o ridotti a giullari di corte, come Recalcati o Sgarbi, la scuola è stata devastata non a caso, perché il flagello delle teste pensanti e indipendenti, delle menti non in vendita, non avesse a ripetersi.

Quello che rimane è un parlamento di comprimari, di figuranti, teso solo alla conquista del potere, incuranti sia delle reali necessità del paese sia dei cardini di quella civiltà occidentale di cui sono sempre pronti a riempirsi la bocca in occasione di eventi luttuosi causati, di solito, dalle politiche grette e violente portate avanti dai loro alleati.

Un paese dove il condottiero della nuove sinistra è un degnissima persona ma non certo un fautore delle magnifiche sorti e progressive e dove a lanciare un grida di rabbia contro quest’ennesima manifestazione di ignavia sono stati il Papa, attaccato per questo da una destra cattolica sempre più invereconda e reazionaria, che commenta ogni uscita pubblica del Pontefice con l’astio del frustrato di fronte a un modello per lui irraggiungibile, e sacerdoti come don Ciotti, sempre più indignato, sempre più addolorato per i mali del mondo ma non per questo domo.

Quella dello Ius soli era un brutta legge ma un inizio, una prova di civiltà miseramente fallita. Qui non era in gioco l’accoglienza ai migranti, ma la regolarizzazione di chi è già regolare, di chi ha studiato e vive quotidianamente in mezzo agli italiani da italiano.

Ammesso, a questo punto, che ad essere italiani ci sia un qualche minimo motivo di vanto. Per quel che è stato, per quel che hanno fatto i giganti, forse, per quel che fanno i nani sulle loro spalle, oggi, certo che no.

Anzi, a dirla tutta, personalmente, provo un certo imbarazzo, un principio indefinito di vergogna a esser cittadino di un paese che non perde occasione di dimostrarsi indegno.

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Vivono (e muoiono) tra noi

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La notizia di un clochard che muore di fame e freddo nei giardini del quartiere più ricco del ponente genovese, suona come una nota stonata che disturba in sottofondo la corsa ai regali, alle offerte dell’ultimo minuto, il clima natalizio.

Se poi appare accanto al provvedimento di quel sindaco che ha proibito di dare da mangiare ai senzatetto durante le feste natalizie perché disturbano l’atmosfera e turbano il decoro urbano ( a Genova hanno fatto la stessa proposta, ma più elegante, meno sconcia in apparenza), la stonatura si fa ancora più marcata, tanto da diventare assordante e arrivare perfino a sfiorare le nostre coscienze.

Le vite al margine sono scomode sempre, durante le feste, poi, diventano insopportabili. Specie se, quando finiscono, come nel caso del clochard a Pegli, le riconosciamo come vite umane, simili alle nostre, diverse per qualità  solo per un caso fortuito ma umane, perché finite.

Questo riconoscimento, purtroppo, non porta nessun effetto e chi prova a dare una mano, ad aprirsi all’altro, ad andare ai margini, viene guardato con fastidio dalla comunità dei “normali”, forse proprio perché reo di riconoscere quell’umanità ferita e quindi di portare il problema all’attenzione delle nostre coscienze.  Riconoscere nell’altro noi significa riconoscere anche la nostra responsabilità, il nostro dovere di fare qualcosa, non è un pensiero piacevole per molti.

Meglio, ipocritamente, nasconderlo, visto che ora si può fare anche a norma di legge, grazie all’invereconda grida sul decoro urbano del ministro Minniti. Meglio pensare che i margini non ci appartengano che clochard, tossici, puttane, profughi, zingari, ecc. siano altro da noi, anzi meglio: calvinisticamente, meglio pensare che hanno fatto sicuramente qualcosa di male per essere caduti così in basso. E che rubano il lavoro, prendono trenta euro al giorno, portano malattie ecc.  Poi abbiamo il tasso di evasione fiscale più alto del mondo occidentale ma questo è un altro discorso. Vuoi mettere al confronto dei rom?

Che le morti hanno gradi di importanza diversi, lo sappiamo da tempo. D’altronde, anche le compagnie assicurative hanno un lugubre prontuario per valutare quale danno economico risarcire a seconda del censo della vittima, perché non dovrebbero averlo anche i media? Perché i media dovrebbero sensibilizzare la gente, non anestetizzarla ?

Mi chiedo se anche la pietà, l’umanità,abbiano gradi differenti, se siamo diventati così padroni delle nostre emozioni da poterle centellinare, e se è così, se la mercificazione globalizzata di tutto non ci stia facendo diventare cose, automi che si muovono e comprano a comando. Altro non è previsto.

Non mi provoca rabbia l’editto del sindaco di Como o quello del comune di Genova, mi spaventa che nessuno reagisca, mi spaventa soprattutto che i giovani non reagiscano, non scendano in piazza, mettano il comune sotto un gioioso e colorato assedio. Mi spaventa, soprattutto, l’indifferenza di troppi.

Non è dell’odio che bisogna aver paura, non sono i fascisti che dobbiamo temere: quelli si combattono, sono un male per cui esiste la cura, ma per l’indifferenza no, per quella, cura non ce n’è.

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L’onu ci condanna per violazione dei diritti umani e noi ci indigniamo per una partita di calcio

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” La politica dell’Unione Europea di assistere la guardia costiera libica nell’intercettare e respingere i migranti nel Mediterraneo è disumana”.

Sono parole chiare, terribili, pronunciate dal principe giordano Zeid Raad al-Hussein, alto commissario Onu per i diritti umani. “La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”, ha aggiunto l’alto funzionario. La risposta della Ue è stata che l’Unione europea si confronta giornalmente con le autorità libiche perché rendano le condizioni nei campi più accettabili. ( Mi verrebbe da aggiungere un’esclamazione cara al vicequestore Rocco Schiavone ma mi trattengo perche’ ho deciso di non usare piu’ il turpiloquio nei miei articoli. ma a volte e’ dura).

Un reportage della Cnn  testimonia una tratta di esseri umani in Libia, con giovani ragazzi e ragazze venduti all’asta come schiavi. (Fonte: La Repubblica on line, titolo molto piccolo)

Basterebbero queste parole, questi fatti a mettere a tacere i cori dell’aiutiamoli  a casa loro o quelli che considerano il ministro Minniti un ottimo candidato premier, o ancora il presidente del Consiglio Gentiloni, che ieri ha affermato che l’Italia ha fatto moltissimo per i migranti.  Sarebbe stato piu’ preciso se avesse dichiarato che alcuni italiani, nonostante la politica e il clima che si respira nel paese, hanno fatto moltissimo per i migranti, ricevendo in cambio, spesso, insulti e calunnie.

L’Onu conferma quanto le Ong e chi approccia il problema dei migranti non come un peso di cui liberarsi al più presto, ma come un dramma epocale che dovremo affrontare con misure ben diverse da quelle che sono state prese e come un problema culturale, che comporta  la lotta senza quartiere a ogni razzismo e discriminazione, hanno denunciato da tempo.

Ma la notizia, che dovrebbe scuotere le coscienze di tutti noi, viene inserita in secondo piano sui giornali, quasi nascosta, mentre viene ben evidenziata la sconfitta della nazionale italiana di calcio e palesato lo sdegno verso i vertici della federazione che rifiutano di dimettersi.

Chi scrive ama il calcio, tifa Samp e segue la nazionale, anche se non più con il trasporto di una volta, da quando il calcio è diventato poco più che un circo gestito e praticato da mercenari. Tuttavia mi sono rifiutato di commentare, anche sui social, una notizia risibile , inutile, assolutamente insignificante come quella della sconfitta della nazionale rispetto a quanto sta accadendo nel nostro paese e nei paesi a noi vicini.

D’accordo, non si può sempre parlare di drammi, a volte anch’io in questa sede discuto di musica, calcio, libri, ecc. ma è ignobile e osceno trasformare in dramma una sconfitta in una partita di calcio e parlare di eroi e di indignazione lo stesso giorno in cui il nostro paese viene accusato di essere complice di un massacro che viola i più elementari diritti umani, un massacro che riguarda uomini, donne e bambini.

Mi verrebbe da dire che è un segno dei tempi ma, se così fosse, le parole terribili con cui Primo Levi conclude la poesia che apre Se questo è un uomo,  hanno assunto un valore profetico, stanno per avverarsi. Se così fosse, siamo maledetti per aver dimenticato cosa l’uomo ha fatto allora e per aver ricominciato a farlo, ammesso e non concesso che l’uomo abbia mai smesso di massacrare i propri simili.

Non voglio credere che siamo diventati questo, un paese in cui un pallone calciato in  rete riscuote piu’ interesse della notizia di una strage. Non ci voglio credere ma sta succedendo: lo stesso, ridicolo risalto alla notizia di oggi, veniva dato ieri sui giornali al terribile terremoto in Iraq che ha causato almeno trecento morti e ha la grave colpa di aver disturbato il pre partita degli italiani.

Fatevi ammazzare solo quando non si gioca a calcio o una nuova attrice non ci rivela che il mondo dello spettacolo non è adatto alle educande,per favore, e forniteci una bella foto straziante così che per quarantotto ore possiamo esporla sulla nostra pagina Facebook e poi cancellarla, altrimenti porta male.

Come insegnante, sono preoccupato per il futuro che si prospetta di fronte ai ragazzi che  mi siedono di fronte ogni mattina. Un futuro dalle prospettive nebulose, a causa di una politica piu’ interessata a  reiterare logiche di potere che ad occuparsi dei problemi del paese, un futuro da debitori, proni alla legge delle vendite a rate, dei mutui a tasso agevolato, dei black friday, un futuro da adepti al guru di turno, pronti a bersi le bufale della rete, a seguire questo o quel profeta che ha la ricetta perfetta per risolvere i nostri problemi, ricetta che si materializza, quasi sempre, in licenziamenti, lavori flessibili, compensi risibili, eliminazione e demonizzazione dei sindacati, ecc.

Ma, soprattutto, gli si prospetta un futuro dove il concetto di umanità verrà rimodulato a seconda della latitudine e quello di diritti civili a seconda della convenienza politica del momento. Un futuro dove la corruzione sarà la regola, la menzogna legge e la disinformazione una necessità per il potere, un futuro dove il nemico avrà sempre un colore diverso, parlerà una lingua diversa e sarà la causa di ogni male, anche dell’eliminazione della nazionale dai mondiali, ma, soprattutto, servirà a distogliere l’attenzione dai problemi reali, rendendoci, sempre piu’ miopi, sordi e ciechi, come le tre scimmiette del tempio scintoista, sempre piu’ scimmie ammaestrate e sempre meno uomini e donne dotati di libero arbitrio ( che verrà proibito per legge).

Questa è la nostra società, non quella dipinta da Orwell, questo è il mondo in cui viviamo, il paese dove abitiamo, la gente che incontriamo ogni giorno, la politica che subiamo. Questo è il nostro tempo , e non è un bel tempo.  

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Siamo lo stesso coinvolti

Adesso che è sotto gli occhi di tutti, adesso che nessuno, nemmeno il ministro Minniti, può far finta di non sapere, è evidente quello che molti hanno già scritto ignorati dai più: con la Libia è stato stipulato un patto scellerato,firmato col sangue dei migranti.

Lunedì mattina non si è combattuta una battaglia, come titola oggi La Repubblica, ma nel Mediterraneo si è concluso l’ennesimo atto di un genocidio centellinato, distillato a piccole dosi per non urtare la sensibilità di noi europei così sensibili, così evoluti, così pronti a difendere i diritti umani, a patto che non siamo noi a violarli.

“Quando ho tenuto tra le braccia quel bambino annegato, ho toccato il fondo dell’umanità” ha detto un volontario italiano della Sea Watch, nave di una ONG tedesca testimone della strage.

È un fondo che tocchiamo ogni giorno, ancora l’altro ieri Avvenire esplorava il cinismo dei suoi lettori (sic!) riguardo i ventisei cadaveri ritrovati sulla nave approdata a Salerno, è un abisso di indifferenza, odio, assenza di pietà che sembra non terminare mai, traversale, globale e desolante.

La violenza, se non ha nome e cognome e un volto riconoscibile, non ci tocca, ci lascia tranquilli, protetti dal muro del nostro egoismo. È normale che uomini, donne e bambini vengano falciati in mare, malmenati a bordo di una motovedetta libica per impedirgli di raggiungere una nave che per loro rappresenta la salvezza, anzi è giusto: la nostra sicurezza, la nostra tranquillità, esigono un prezzo che devono pagare altri.

Perché indignarsi, allora, se un boss pesta a sangue un giornalista e sui social riceve consensi e solidarietà?

É lo spirito del tempo, non più il pensiero liquido ma il pensiero fetido, stantio e nauseabondo degli spettri di un passato troppo recente per essere dimenticato.

Lo spirito del tempo può essere sintetizzato nell’acronimo NIMBY, not in my backyard, non nel mio cortile: eliminate il problema, lontano da qui. Aiutiamoli a casa loro, uccideteli a casa loro.

Ma “lontano” non esiste nel mondo globalizzato, e presto o tardi, qualcuno chiederà ragione di un massacro tollerato, ignorato,favorito da quell’Europa che non ha ritegno a scendere in piazza quando è vittima e a nascondersi quando è carnefice. D’altronde è vizio antico: i tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale, affermarono di non sapere nulla dell’Olocausto. È la banalità del male,  la quotidianità del male.

Siamo tutti coinvolti in questa tragedia perché tutti abbiamo dato il nostro più o meno consapevole contributo a che le cose andassero così: con il nostro disimpegno, la nostra disillusione, il nostro correre insensato, la nostra indignazione a comando. Non ci sono giustificazioni e non ci sono validi argomenti da portare a difesa: nel caldo tepore della nostre case stiamo perdendo la nostra umanità.

Alla fine restano solo le urla silenziose e assordanti di uomini, donne e bambini sacrificati sull’altare dell’ipocrisia, fiori sull’acqua, segnali della nostra colpa della nostra sconfitta.

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