Uno squallido imbroglione con le spalle coperte

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Salvini non delira, Salvini non è pazzo, è un lucido e cinico calcolatore della peggior specie, un imbroglione spietato e amorale.

Il suo gioco sulla pelle di 170 disgraziati, tra cui uomini e donne malati, lo avrebbe portato comunque a vincere. O l’Europa cedeva al suo ricatto, accettando lo sforamento dei vincoli di bilancio così da poter inserire in

finanziaria la flat tax, tanto cara ai ricchi imprenditori padani che lo foraggiano, oppure si sarebbe verificato quello strappo istituzionale che sta cercando da tempo per far cadere il governo e andare ad elezioni nella veste

di eroe di un popolo di idioti.

Salvini fa il bullo perché sa di non rischiare nulla. Il Parlamento, se i magistrati lo richiederanno, non voterà mai l’autorizzazione a procedere.  Ce la vedete Forza Italia a votare una richiesta dei giudici che ha combattuto per

decenni senza tregua?  Per non parlare di quella parte del Pd che continua a far danni anche quando tace, per non parlare di quando si pronuncia, come ha fatto Minniti ieri.

Salvini si è inventato difensore di confini che non sono mai stati invasi, in nome di un patriottismo cialtronesco e volgare, tradendo i principi fondanti della nostra Costituzione e quindi quella patria che ha la pretesa di voler

difendere. Ha alimentato e creato un’emergenza stranieri che non esiste, ha trasformato il suo mandato in una crociata sadica e ossessiva contro chi non ha voce per difendersi, ha ignorato completamente quelle che sono

le vere emergenze del paese: la lotta alla corruzione, la lotta alla criminalità organizzata, l’emergenza ambientale, l’evasione fiscale.

E’ comprensibile, dal momento che quelli che lo finanziano e lo appoggiano con le mafie fanno affari d’oro al nord, molti di quei 120 miliardi di euro riciclati ogni anno dalla ‘ndrangheta vengono reinvestiti proprio al  

in Lombardia, Piemonte, Emilia, Veneto, Liguria, mentre al sud una parte del paese resta, di fatto, sotto il controllo della Camorra e di Cosa Nostra.  Non parliamo della lotta alla corruzione, che vede implicato il suo

partito per 49 milioni di euro e quasi quotidianamente amministratori leghisti finire in manette. L’emergenza ambientale non può essere un priorità per chi fa gli interessi dei grandi imprenditori del nord, protagonisti del

traffico di rifiuti tossici che avvelena le nostre campagne, quanto all’evasione fiscale, cambiamo discorso, please. Come non riguarda Salvini il fatto che il consumo di droga nel nostro paese è talmente alto, che le mafie

nostrane non riescono più a soddisfare la domanda e devono ricorrere ad alleanze con le mafie straniere.

No, a questo sepolcro imbiancato non importa di svolgere il proprio lavoro come vorrebbe la costituzione, lavoro per cui il martire è lautamente pagato, a lui importa solo di gettare benzina sul fuoco dell’odio, per ottenere

consenso, e se qualche nero ci rimetterà la pelle chi se ne frega, non sono morti nostri, no?

Quanto ai Cinque stelle,  sono caduti in trappola come era inevitabile per un partito di gente in parte volenterosa e anche capace, guidata da un demente.

Adesso o votano l’autorizzazione a procedere e finiranno, inevitabilmente, per dividersi, o non la votano e sono, definitivamente, sputtanati. La dimostrazione che l’uomo della strada non può fare politica e neanche lo

steward.

Nel frattempo i barricaderi da tastiera continueranno a mostrare la loro miseria umana sui social, incapaci di uscire dalla gabbia del loro livore di frustrati.

E’ un momento pericoloso, non perché l’uomo, squallido e patetico, sia pericoloso ma lo è chi gli va dietro, quelli di cui difende gli interessi, perché hanno i mezzi per  fomentare disordini e creare la paura necessaria a far sì

che perfino questo buffone appaia come l’uomo della Provvidenza. Ci siamo passati, l’abbiamo già visto succedere, si chiama strategia della tensione.

E’ necessario che centri sociali, no tav, radicali di sinistra mantengano la calma, non rispondano alle provocazioni, restino rigidamente all’interno delle regole democratiche,  nel 2001 abbiamo visto da che parte sta una

certa polizia, quindi cerchiamo di non creare inutili revival.

E’ necessario chiudere veramente e definitivamente con il renzismo a sinistra, non padre di tutti i mali ma perché di parecchi lo è stato e se si vuole sopravvivere e dare una speranza al partito e al paese, bisogna avere il

coraggio di cambiare davvero.

Poi tocca a noi, cittadini, lavoratori, noi che paghiamo tutte le tasse e facciamo fatica ad arrivare a fine mese, noi che crediamo, nonostante tutto, nella democrazia e nel diritto: non dobbiamo dare tregua a questa gente,

sugli autobus, nei posti di lavoro, per strada, i commenti razzisti non devono essere tollerati, come il fumo nei locali pubblici, perché sono altrettanto dannosi per la collettività. E’ necessaria un ‘assunzione di responsabilità

da parte di tutti, non basta più fare solo il nostro dovere, bisogna fare di più.

Dobbiamo trasformare lo sporco trucco di questo illusionista da quattro soldi nella corda con cui si impiccherà ( metaforicamente, ovviamente).

Solo così questo paese potrà riguadagnare rispetto e dignità e portare il proprio contributo a cambiare quell’Europa che non è solo male ma che deve cambiare rotta se non vuole crollare e tornare ad essere

provincia dell’Impero.

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Sostiene Saviano: la scuola è al centro di tutto

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Non sempre mi trovo d’accordo con le posizioni di Roberto Saviano ma questa volta sottoscrivo ogni parola di quanto ha detto e scritto nei suoi interventi su La Repubblica riguardo all’aggressione assurda e gratuita di un quindicenne a Napoli da parte di una banda di coetanei.

Sostiene Saviano che l’Italia è il paese europeo più vicino al sud America per quanto riguarda l’assoluta indifferenza verso i minori.

Basta ascoltare quanto dicono i vari esponenti politici in questa campagna elettorale per trovare conferma alle parole dello scrittore: nessuno  parla di disagio e dispersione scolastica, nessuno parla del ritorno della droga, nessuno parla di devianza, nessuno parla dell’esercito di minori stranieri che arriva in Italia e spesso si dissolve nel nulla.

Sostiene Saviano che la scuola è al centro di tutto, che la soluzione non sta nella militarizzazione del territorio ma nell’arrivo di un esercito diverso, armato di libri e quaderni: un esercito di professori e maestre che possano lavorare in ambienti non fatiscenti e possano porre le basi per quella rivoluzione culturale che, presto o tardi, sancirà la fine della mafia.

La colpa più grave del governo Renzi, a mio parere,quella più gravida di conseguenze pesanti per il futuro del paese, è la legge 107 che ha trasformato le scuole in aziende favorendo la competitività tra gli insegnanti per un pugno di euro, trasformando i dirigenti scolastici in manager ora pessimi o, nel migliore dei casi, assai mediocri, diffondendo una narrazione totalmente fuori dalla realtà sulla meritocrazia e sulla selezione, distorcendo quella che, al di fuori di ogni stucchevole retorica dilagante nelle parole di chi punta solo al proprio tornaconto, è la scuola della Costituzione, la scuola che ha come mission quella di offrire a tutti pari opportunità.

E’ una scuola che, nonostante tutto, funziona ancora, perché esistono ancora dirigenti decenti e insegnanti che svolgono il proprio lavoro con coscienza e passione,  ma è una scuola che  ha contro tutti: la politica, dirigenti privi di coraggio, famiglie sempre più assenti e indifferenti o presenti solo per tutelare i figli nel modo più sbagliato possibile, l’indifferenza generale.  E’ una scuola in cui nessuno tiene conto del  valore umano, dell’importanza del rapporto tra un insegnante e i suoi alunni, piuttosto si tende a spersonalizzare questo rapporto, a devitalizzarlo, a mettere paletti sempre più fitti fino a creare una barriera insormontabile.

Il razzismo che ci circonda, l’incapacità di guardare il mondo con gli occhi dell’altro, la totale scomparsa di spirito critico, l’incapacità di decodificare la marea di notizie da cui siamo sommersi, possono essere sconfitti solo da una scuola che funzioni, e una scuola che funzioni, che formi, che educhi e che faccia cultura, una scuola in grado di creare rapporti umani, è l’arma più potente contro ogni mafia.

Sostiene Saviano che è assurdo dare la colpa alle fiction per certi comportamenti degli adolescenti e che sono decenni che il problema esiste, molto prima delle fiction come Gomorra e sono decenni che il problema viene ignorato.

Sono d’accordo con lui e ne ho già parlato in questo spazio. I ragazzi guardano la televisione, troppo, non hanno sicuramente gli strumenti per decrittare certi messaggi, ma nessun adolescente diventa violento, deviante o mafioso perché ha visto una serie tv.

Sostiene Saviano che questi ragazzi non hanno prospettive, sogni, altre possibilità di riscatto sociale se non quelle offerte dalla violenza. Sono nichilisti perché non possono essere altro, con nella mente l’idea che è meglio bruciare in fretta piuttosto che lasciarsi stancamente vivere.

Concordo, più scuola significa offrire prospettive, vie d’uscita, strade diverse da quelle che sembrano predestinate, idee diverse da quelle che sono nell’aria, rapporti con persone diverse, che sanno ascoltare e provano a capire. Significa scalfire il muro di solitudine e incomprensione dietro cui trovano rifugio i ragazzi, significa gestire in modo razionale il rapporto tra pari e limitarne i pericoli, significa insegnare ai ragazzi a dire no.

Parole pesanti, quelle di Saviano, un atto d’accusa violento contro la politica spazzatura di questi giorni. Quello che i nostri politici non riescono a capire è che non ci  si può limitare a togliere questa o quella tassa, a eliminare questa o quella legge ma che bisogna tornare a costruire su nuove basi, a guardare avanti, ad ascoltare e comprendere le motivazioni della rabbia della gente. Quello che non capiscono è che bisogna smettere immediatamente di assecondare i peggiori istinti del popolo e che la politica ha il compito di educare e migliorare le persone, non di  scendere ai livelli più infimi.

Sono parole che risultano incomprensibili a questa generazione di politici cresciuta nell’assoluto vuoto di valori degli anni ottanta, una generazione che ha coltivato l’egoismo e il sogno dell’affermazione individuale come prassi di vita e che ha trasmesso lo stesso virus alle generazioni seguenti.

Sono pessimista, non vedo nessuna via d’uscita dallo stallo in cui si trova il nostro paese, anche se una via d’uscita ci deve essere, sempre.

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Una campagna elettorale superflua

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A leggere le proposte dei vari schieramenti politici, tutte tese a proporre sconti su questa o   quella tassa iniqua,  prevale un senso di sconfortante e desolante,  omogenea vacuità.

Non una visione  a lungo termine, uno straccio di progetto, un accenno a un’idea che vada oltre la normale retorica di destra, l’insopportabile retorica  di sinistra e quella cosa che fanno i grillini che non merita neppure il nome di retorica, arte un tempo nobile e necessaria per esercitare in modo adeguato la politica. E poiché questo post parla di politica, dei grillini non parlo.

Il crollo delle ideologie ha reso ormai virtuali e del tutto inesistenti le differenze tra destra e sinistra: alle leggi fascistoidi di un Minniti si affianca la proposta di reddito di cittadinanza di un Berlusconi che, a rigori, non avrebbe diritto di parola in questa tenzone elettorale ma impazza bellamente offrendo una penosa caricatura di ciò che è stato ( e non era granché).

Un scambio di ruoli ambiguo e confuso, dove leader di una nuova sinistra infarcita di quelli che la sinistra hanno contribuito a distruggerla, è un distinto signore certamente onesto ma a cui non riesco, con tutta la buona volontà, ad attribuire altra virtù e che, certamente, mai è stato di sinistra.

Giocherà un ruolo importante, in questa competizione di infimo livello, un convitato di pietra di cui avremmo fatto onestamente a meno, il razzismo, quello sì trasversale: infierire sugli ultimi, immigrati, tossici,  prostitute o clochard poco importa al ciclo periodico dell’infamia, scaricare loro addosso la responsabilità del degrado morale in cui ci crogioliamo da anni, è lo sport preferito dagli italiani dopo il calcio.

Mentre lo sport preferito dei giovani italiani sembra essere quello di piangersi addosso,  scaricando le colpe sui sindacati, i politici, ecc., rei di tutelare i garantiti, quelli cioè che ai tempi, senza insopportabili piagnistei e infuocati post pieni di stupidaggini sui social, i diritti se li sono guadagnati a suon di lotte e di scioperi.  Mentre gente che non ha mai messo piede in un’assemblea sindacale, vorrebbe il piatto pronto compreso di dolce e caffè.

Esistono fortunatamente altri giovani, ragazzi che non chiedono un indefinito assistenzialismo statale ma si rimboccano le maniche e proseguono per la loro strada nonostante tutto, che sia fatta di studio o di lavoro all’estero. Sono quelli che stiamo perdendo e sono quelli che potrebbero cambiare questo paese.

A ben vedere, il personaggio più patetico in questo quadro da terra desolata è Matteo Renzi, caricatura ignorante del suo alter ego colto, quel Massimo D’Alema che, come Renzi, è caduto vittima della sua narcisistica arroganza con in più la colpa di avere attorno persone capaci e non la corte dei miracoli di Renzi, che ha trovato il suo chef d’oeuvre dopo la sua caduta, facendo eleggere a ministro dell’istruzione la Fedeli. Istruzione e Fedeli, un ossimoro.

Renzi non ha tutte le colpe del mondo, ha fatto pochissime cose buone, altre che avrebbero potuto esserlo ma sono state sviluppate nel peggior modo possibile  e  una interminabile serie di imperdonabili minchiate.  Adesso che non conta più nulla, che si avvia alla più solenne tra le tante batoste elettorali che ha preso, lo trovo perfino simpatico, per una sorta di istintiva empatia verso i falliti.

E’ molto triste assistere al declino del mondo occidentale, un declino che questa volta non vedrà nessuna invasione barbarica ma ci vedrà diventare, ci sta già facendo diventare, tutti barbari.  Un declino di cui noi, tutti, siamo stati artefici, ipnotizzati dal sogno di una società dove il benessere sarebbe arrivato per perfusione, dall’alto e tutti avremmo partecipato alla festa, ignorando quelli che la festa la pagavano con la propria pelle.

Parlare di democrazia in un paese dove l’unica azienda realmente in attivo è la mafia,  è francamente ridicolo come ridicole sono queste elezioni che non produrranno un governo ma l’ennesimo accordo elettorale col fiato corto.

Parlare di democrazia nel paese più corrotto dell’Occidente, dove si fa polemica per due centesimi di sacchetti  con tanto di prime pagine e si ignorano i bambini che muoiono nei nostri mari, è semplicemente osceno.

Parlare di democrazia in un paese che ha dimenticato la propria storia e si prepara a salutare come nuovo Cesare un pregiudicato corrotto e corruttore, padrone di televisioni e della più grande casa editrice del paese, è ridicolo.

Intendiamoci: se anche avessimo una legge elettorale decente e un governo stabile, non cambierebbe nulla: noi siamo l’ultima Thule dell’impero occidentale, una provincia oscura e pittoresca, che ormai da molto tempo, non conta più nulla.

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Whistleblowing: prove tecniche di un nuovo concetto di cittadinanza

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La notizia non ha avuto una grande rilevanza sui media, eppure la meriterebbe. L’approvazione della legge sul whistleblowing, una serie di norme per proteggere chi denuncia comportamenti scorretti sul posto di lavoro, a partire da episodi di corruzione, segna un passo in avanti verso quella rivoluzione culturale di cui questo paese ha un assoluto bisogno. Tutti noi, oggi, siamo un po’ più responsabili, abbiamo una possibilità in più per cambiare lo stato delle cose.

Fino ad oggi, non solo chi segnalava un episodio di corruzione non era tutelato ma, spesso, era soggetto a ritorsioni e perdeva il posto di lavoro. Questo non accadrà più. La legge è perfettibile, lo Stato, per esempio, deve fornire gli strumenti tecnici adeguati che garantiscano il whistleblower, ma è comunque di fondamentale importanza che sia stata approvata.

Arriviamo curiosamente in ritardo, ma forse non troppo curiosamente, viste l’incidenza della corruzione nel nostro bilancio, rispetto ad altri Stati europei e non, dove, ad esempio, il whistleblower viene addirittura premiato. 

Denunciare la corruzione non deve essere visto come un atto delatorio ma come un atto di cittadinanza attiva, compiuto a beneficio della collettività. Bisogna combattere la logica del farsi i fatti propri, l’eterno atteggiamento delle tre scimmiette, così caro agli italiani: se la corruzione danneggia tutti , è arrivato il momento che tutti si adoperino per contenerla. Il whistlebowing  dovrebbe diventare un dovere civico per ognuno di noi, un atto necessario.

Ovviamente, questo strumento non va usato per consumare vendette private, non deve trasformarsi in un incitamento alla calunnia e un tale uso della legge andrebbe sanzionato severamente.

Questo provvedimento non è ovviamente sufficiente a contenere un male che nel nostro paese è endemico, trasversale e, tutto sommato, socialmente tollerato. Sembra quasi essere opinione comune che chi occupa posti di potere ne abusi a proprio vantaggio, con buona pace dei concetti di etica del lavoro e professionalità, per non parlare dell’utile comune. manca il discredito sociale verso i corrotti e la capacità di comprendere che chi li denuncia rende un servizio alla collettività.

Non basta una legge a cambiare le persone, a modificare un atteggiamento culturale, è necessaria un’opera di educazione che andrebbe condotta, in primis, naturalmente, dalle agenzie educative che svolgono istituzionalmente questo compito per formare le nuove generazioni. La scuola deve tornare ad essere protagonista, a dare ai ragazzi delle basi valoriali oltre che delle nozioni.

In seconda battuta, toccherebbe allo Stato e ai media avviare una grande e diffusa campagna d’informazione sull’argomento. Il relativo silenzio che ha fatto seguito all’approvazione della legge, l’anglicismo con cui è stata designata, suonano un tantino sinistri, come se si fosse trattato di un atto ormai dovuto ma non troppo auspicato.

La lotta alle mafie e alla corruzione, che delle mafie è il terreno di coltura e l’arma più potente, non può essere delegata esclusivamente alla magistratura, deve diventare un impegno collettivo di ogni cittadino.  Bisogna sconfiggere la logica del favore, della scorciatoia, del consesso dei pochi che decide per gli altri, dell’invidia per chi ha amici importanti e può arrivare dove altri non arrivano, senza nessuna logica meritocratica. Bisogna scardinare alle radici l’osceno concetto che un po’ di mafia, un po’ di corruzione in fondo fa bene a tutti e sostituirlo col concetto che un po’ di mafia, un po’ di corruzione danneggiano tutti, con conseguenze spesso tragiche: basta pensare ai casi di mala sanità, alle case costruite con la sabbia, ai rifiuti tossici, ecc.

E’ ormai tempo di capire che la tutela dei nostri diritti non può essere totalmente delegata ad altri così come la responsabilità individuale. Solo così questo paese potrà ritrovare un futuro. Solo se ogni cittadino comprenderà che è suo dovere attivarsi per rendere questo paese migliore.

La speranza è che questa legge rappresenti un inizio, un primo passo sulla strada del coinvolgimento sociale di tutti contro la corruzione e la sopraffazione e che non si trasformi nell’ennesima occasione mancata.

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Traiettorie di vite cadenti

Quando ero ragazzo li potevi incontrare ovunque: nei portoni, barcollanti per strada, gli sguardi vuoti persi nei loro sogni chimici. I drogati erano i paria, scomode prove più o meno viventi che no, il nostro non era il mondo migliore possibile. Li disprezzavano tutti; quelli che contestavano la società e non riuscivano a comprendere che, per quanto nichilista e atroce, anche la loro era una protesta, l’urlo silenzioso di chi si sente fuori posto, e i moderati, i perbenisti, spaventati dalla diversità, timorosi del contagio, ben chiusi dietro il muro dei loro pregiudizi.

L’abbiamo incontrata tutti la droga, chi ha avuto la fortuna di scansarsi e lasciarla passar,e sa che è stato solo un caso: la mia, che allora ero un ragazzo di periferia solitario e spesso malinconico, è una generazione di reduci da una guerra non dichiarata che ha seminato e continua a seminare vittime nell’indifferenza di tutti.

Sembrava che tutti i problemi di ordine pubblico e di sicurezza fossero colpa dei tossici: così abbiamo riempito le carceri. I tossici sono sempre lì, ma non li vediamo e li sentiamo poco, continuano le loro traiettorie di vite cadenti, discreti e ignorati.

Poi sono arrivati i rom. La loro percentuale sulla popolazione totale è talmente ridicola che sembra assurdo citarla, eppure anche loro sono stati il problema.  Stavano e stanno sulle palle a tutti i rom: non si lavano schiavizzano le donne, rubano, i soliti luoghi comuni, la solita costruzione del nemico che quel comunista di Chomsky ha analizzato quarant’anni fa. Forse gioca il suo ruolo anche l’invidia per quel vivere misterioso e abusivo, seguendo leggi che non conosciamo, così distanti dalla logica del migliore dei mondi possibile. Hanno cominciato a sgomberarli, vantandosi di aver distrutto con le ruspe le loro case, come accadeva nei ghetti sudafricani, come accade nelle favelas o in tutti i luoghi dove cercano di tirare avanti gli abusivi della vita.  Poco importa se, sgomberandoli, si sdradicavano anche i bambini dai quartieri e dalle scuole dove stavano imparando che si poteva vivere anche in un altro modo, che il loro destino poteva non essere quello del campo. Poco importa se veniva violato il loro diritto costituzionale allo studio e vari altri. Continuano a farlo, nell’indifferenza di tutti, è o non è il migliore dei mondi possibile?

Oggi ci sono i migranti. Se dovessimo sgomberare gli abusivi italiani da tutti i quartieri delle periferie, dallo Zen di Palermo, da Scampia, dai quartieri dormitorio di Milano, Genova, Torino, sarebbe un vero inferno: manganellate come   pioggia d’autunno. Invece un palazzo occupato da anni, sgomberato con una violenza improvvisa e fuori luogo a Roma, diventa l’ennesimo terreno di scontro tra buonisti e razzisti.  I buonisti sono quelli che credono che essere umani abbia ancora un senso.

Lo Stato italiano ha deciso che è elettoralmente e politicamente più comodo mandare i migranti a morire nell’inferno libico invece che razionalizzare l’accoglienza. Il ministro Minniti ha deciso che conta più la pancia razzista di un paese che ormai ha perso qualsiasi residuo di vergogna e dignità, piuttosto che l’etica e la pietà. Perché veniva messa in crisi la tenuta democratica del paese. Così ha detto. E ha messo in condizione di non poter prestare la loro opera quelli che gli esseri umani sentono il dovere di salvarli.

Chi ha la mia età ha visto il terrorismo, nero e rosso, le bombe di Milano e di Brescia, quelle sui treni e quelle di Bologna, ha visto un valente avvocato far scagionare dei killer mafioso dando della pazza alla madre della vittima e poi diventare presidente della repubblica e fare le corna durante una visita ai malati di colera nella sua città, ha avuto notizia di due golpe falliti, ha vissuto il rapimento di un presidente del consiglio lasciato morire perché era meglio così, ha sentito di un banchiere che si è impiccato da solo, come un equilibrista, sotto un ponte a Londra,  ha visto la mattanza di Palermo e sentito il fragore di Capaci, ha accolto con rassegnazione l’altro frastuono, quello che ha dilaniato Borsellino e la sua scorta, ha visto la P2, Gladio, depistaggi di ogni sorta, un aereo cadere nel mare e restare sommerso dalle menzogne, un anarchico volare dalla finestra, ha visto pestare manifestanti pacifici dai poveri polizotti che si beccano di tutto mentre dormivano e altri costretti, dai poveri poliziotti di cui sopra, a cantare in una caserma canzoni fasciste, ha sentito una povera poliziotta dire “uno l’abbiamo fatto fuori” parlando di un ragazzo morto, ha visto scandali di ogni tipo, politici riciclati, un presidente del consiglio con un palazzo di troie a disposizione.

Ecco, io penso che siano cose  come queste a mettere in pericolo la tenuta democratica, per altro sempre piuttosto labile, del nostro paese. Ma il ministro Minniti, probabilmente, queste cose non le sa: fa parte di un governo giovane e la storia è roba da rottamare.

I migranti vengono benissimo per raccogliere la frutta e verdura nei campi, frutta e verdura che finisce sulle tavole imbandite delle signore bene che tengono alla linea e si lamentano dei neri che le infastidiscono chiedendo la carità davanti al supermercato.

Vengono benissimo quando devono lavorare in nero nell’edilizia. Se muoiono, spariscono, tanto c’è sempre qualcuno pronto a sostituirli.

Vengono meno bene se chiedono giustizia e lavoro. Anzi, danno proprio fastidio. Come davano fastidio gli italiani quando all’inizio del secolo scorso e poi a metà del secolo scorso e poi un po’ più della metà del secolo scorso, facevano esattamente la stessa cosa.

Oggi sono gli africani che stuprano le donne, perché sono selvaggi, è la loro natura, ieri erano i romeni, idem. In realtà, a stuprare le donne, dargli fuoco, sfigurarle con l’acido, pestarle, sono gli italiani, sette volte su dieci parenti e amici. Questo se consideriamo le denunce effettive che sono solo la punta dell’iceberg.

Seicento morti sul lavoro dall’inizio dell’anno, nuovi licenziamenti ogni giorno, le mafie che hanno in mano metà paese: tutti a prendersela con l’Isis e nessuno che si cura di quindicimila persone, tanti sono i mafiosi ufficiali, che gestiscono traffici di droga, di armi, di esseri umani e sono ormai diventati una parte integrante dell’economia del nostro paese. Disoccupazione in aumento, nonostante l’Istat, che considera posti di lavoro anche quelli di chi lavora un’ora a settimana, la droga che sta tornando ad avvelenare i nostri ragazzi, il welfare fatto a pezzi da una politica di macelleria sociale che non accenna a finire, periferie allucinanti e dimenticate in ogni città, infrastrutture insufficienti ovunque, corruzione diffusa capillarmente in ogni settore eppure il problema in grado di mettere in crisi la tenuta democratico dello Stato sono poche centinaia di migliaia di migranti, molti meno di quelli di cui avremo bisogno nei prossimi anni, se vorremo continuare a esistere come paese.

Qual è il male, dov’è il problema, cosa fa scattare il razzismo, la guerra tra poveri? Forse ci stiamo solo evolvendo, forse a furia di scaricare la colpa sugli altri, a furia di arrestare drogati, sgomberare rom, bruciare barboni, spingere omosessuali al suicidio, stiamo finalmente assumendo la forma che ci è più congeniale: quella dei mostri. E quando saremo tutti mostri, indifferenti e pieni di odio a tal punto da mangiarci l’uno con l’altro, ci renderemo conto che forse no, non è il migliore dei mondi possibili.

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Sotto nessuna bandiera, ma uniti contro le mafie

Non amo le celebrazioni, le trovo retoriche, imbalsamate, una vuota ripetizione rituale priva di un significato profondo. Non che non ne capisca il senso e la necessità, tuttavia provo una naturale insofferenza verso quei giorni fissi del calendario, 1 Maggio, 25 Aprile, 21 Marzo, ecc. in cui ci si ricorda di essere lavoratori più o meno sfruttati dai padroni, democratici più o meno derubati dei propri diritti, cittadini più o meno colpiti, avvelenati, offesi dalla corruzione e dalle mafie per poi tornare ad essere, il giorno dopo, lavoratori che non conoscono neanche il loro contratto, democratici che giustificano le svolte autoritarie e le ambiguità del potere, cittadini che credono che la mafia riguardi gli altri.

Tuttavia proprio perché viviamo in un insopportabile clima di normalizzazione dove fa gioco al potere ignorare che esiste un problema di diritti per i lavoratori, che viviamo in una democrazia controllata, che la mafia c’è e lotta contro di noi, quest’anno parteciperò alle celebrazioni (perché poi ci vado eh, alle manifestazioni, con la felpa di Libera, con la bandiera del mio sindacato, ecc.) un po’ più convinto della loro necessità, un po’ meno svogliatamente del solito.

Cominciamo col ventun marzo, il giorno del popolo di Libera. Uno dei nomi che verranno ricordati sul palco, quello di Graziella Campagna, uccisa a diciassette anni perché aveva visto una carta d’identità che non doveva vedere, mi è particolarmente caro: perché la conoscevo, perché era la sorella di un mio carissimo amico, perché la vicenda si è svolta là dove sono le mie radici e il mio cuore, un piccolo paese della provincia di Messina da cui proviene la mia famiglia e dove ho passato tante lunghe estati della mia vita.

La morte di Graziella è stato il mio primo contatto diretto con la mafia, una sorta di perdita dell’innocenza se volete, la consapevolezza che la mafia non è qualcosa che tocca gli altri, ma tocca, direttamente o indirettamente, tutti noi.

Inutile fare troppi discorsi: Genova è città tiepida riguardo al problema delle mafie, città ricca e comoda, dove si riciclano i proventi della camorra e della ‘ndrangheta, sotto il naso di chi sa e non parla, dove il gioco d’azzardo e il racket ad esso collegato sono diffusi capillarmente soprattutto nelle periferie, dove i delitti di mafia, nella migliore tradizione, vengono fatti passare per questioni di donne, dove passa una quantità di droga sufficiente a soddisfare la necessità di mezza Europa.  Eppure, ufficialmente, la mafia non c’è. Come scrive Isaia Sales, studioso autorevole del fenomeno, l’omertà è un mito costruito al sud molto più forte al nord, dove le mafie si sono ormai insediate in modo subdolo, invisibile e, per questo,ancora più pericoloso.

Sarebbe importante che questa città, questa regione, dove si spara poco ma si ricicla e si traffica moltissimo, prendesse coscienza che la mafia c’è, che la corruzione c’è, che c’è anche l’omertà e la paura, in certi quartieri. Sarebbe importante che prevalesse la voglia di risollevare la testa, Genova l’ha fatto tante volte, il desiderio di dire no a questo flagello che nel silenzio e nell’indifferenza, prospera e cresce.

La lotta alla mafie non è di destra né di sinistra, non è cattolica o atea, non ha bandiere: è un dovere civile, è un’azione civile che tocca a ognuno di noi.

Sarebbe bello se domani ci fossero tantissime persone in piazza ad ascoltare i nomi di chi è caduto per noi adempiendo il proprio dovere o, come Graziella, è rimasto vittima di un sistema perverso e crudele, di cui fanno parte persone più o meno deboli, più o meno infami, più o meno conniventi ma senza attenuanti: perché la mafia, i mafiosi e chi li fiancheggia erano, sono e saranno sempre e solo merda.

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Dieci motivi contro la liberalizzazione

marijuana

 

1) Perché ho visto troppi ragazzi rovinarsi per la canne, perdere tempo, opportunità, possibilità, trovarsi con tutte le porte chiuse e le spalle al muro. Senza parlare dei problemi di salute.

2) Perché credo che troppi pensino allo spinello della mia generazione, e non si rendano conto che adesso no, non si risolve tutto con una risata, o una botta di malinconia, a seconda di come gira, ma si diventa dipendenti e, come scriveva Neil Young proprio in quegli anni: “Un drogato è come un sole al tramonto”. Lui parlava dell’eroina che s’era portato via un amico, ma il tetraidrocannabinolo ti brucia il cervello, oggi, e la cocaina tutto il resto. E ragazzi come sono come “un sole al tramonto” ne ho conosciuti e ne conosco. Troppi.

3) Chi è consumatore abituale di cannabis ha un problema: come non curiamo le malattie con dosi quotidiane di virus, trovo assurdo curare chi ha un problema col problema. Senza una legge che obblighi ad un adeguato percorso terapeutico per i casi di dipendenza, i risultati sarebbero disastrosi. Non mi risulta che tale provvedimento sia scritto nella proposta di legge.

4) La canna è trasgressione: comprarla in farmacia toglierebbe tutto il fascino, comincerebbero a girare leggende sulla “roba di stato”, i drogati sono abilissimi a crearle, usano quel po’ di fantasia che non si sono bruciati per inventare giustificazioni autoreferenziali per il proprio vizio, il pusher sarebbe comunque sempre il loro punto di riferimento. Commercialmente, l’idea è destinata a fallire in partenza.

5) Pensare che le mafie, che convivono con lo Stato da più di un secolo, siano disposte a farsi soffiare uno dei loro business più redditizi, è ridicolo.

6) Io voglio uno Stato che limiti anche il consumo di alcool nei giovani con adeguate campagne di prevenzione e di repressione degli abusi, non uno Stato che si arrende e si fa promotore in prima persona di un vizio.

/) Gli esperimenti di liberalizzazione delle droghe sono falliti ovunque siano stati fatti.

8) Stiamo allevando generazioni sempre più fragili, adolescenti incapaci di gestire la propria emotività, che alterano il proprio corpo per accettarsi ed essere accettati, che arrivano a tutto troppo presto. Dargli uno spinello in mano è come dargli un’arma.

9) Scusate il mio veterocomunismo: le droghe sono uno strumento del sistema per rimbambire le masse.

10) Parlare di droghe “leggere” oggi non ha senso: la droga è fuga dal mondo reale in un mondo a parte, l’amica fedele che ti illude di risolvere ogni problema. Poi i problemi tornano e l’amica anche, in un circolo vizioso che può condurre a un fine lieta, si smette, non si esagera, si lascia perdere, o meno lieta. E’ il meno lieta che mi preoccupa. Soprattutto nel mondo di merda in cui viviamo.

So che ci sono autorevoli pareri contrari al mio, che anche moti amici, più giovani e meno giovani la pensano diversamente; rispetto tutte le idee, ma credo che questa volta, se la legge si farà, si commetterà un gravissimo errore.

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Alcune considerazioni sul referendum, sull’Italia e perché voterò no

Ho assistito al confronto in Tv Renzi-Zagrebelsky  con grande interesse e, devo dire, ne sono rimasto piuttosto deluso. Renzi era in forma, meno arrogante del solito ma, come al solito, ripetitivo, prigioniero di una continua iterazione di slogan e frasi fatte da far sembrare, al confronto, Berlusconi un maestro d’eloquenza. L’impressione che ho quando lo sento parlare è sempre la stessa: poche idee, confuse, banalità da autobus e l’assoluta assenza di una visione del futuro.

Neanche Zagrebelsky mi ha convinto, a tratti: alcune argomentazioni mi sono sembrate senz’altro convincenti, altre fragili. Nel complesso,tutti e due mi hanno dato l’impressione di arrampicarsi spesso sugli specchi.

Faccio una premessa prima di esprimere la mia personale opinione su questo referendum: considero l’eventuale ascesa dei Cinque Stelle o di Salvini al governo una catastrofe per il paese, quella sì foriera di rischi enormi per la democrazia e non credo che, al momento, esistano alternative a Renzi. Quindi, molto obtorto collo, in una eventuale competizione elettorale, sceglierei ancora il Pd.

Questo non toglie che io detesti cordialmente il premier e consideri responsabile  lui e il suo governo di un forte taglio allo stato sociale, di una svolta fascistoide nei rapporti con le controparti e di una deregulation in senso liberista le cui conseguenze pagheremo negli anni a venire. Le poche buone idee sono state cancellate dai tanti, troppi errori di questo governo, ne cito giusto due perché coinvolgono settori fondamentali per il paese: la legge sulla scuola e il jobs act.

Tuttavia, credo che Salvini e Grillo siano molto peggio, ecco spiegato il mio outing.

Tornando a referendum, voterò no perché il problema di questo paese non è la stabilità di governo ma l’onestà della classe politica. E il problema di fondo, non è neanche solo la corruzione, ma la connivenza con quei poteri laterali e più o meno occulti, le mafie, la massoneria, che non è terminata, purtroppo, con l’avvento dei rottamatori. Fino a quando questo paese non farà chiarezza sul proprio passato, fino a quando non si spezzeranno certi legami, fino a quando ci sarà uno scarso discredito sociale sui reati finanziari, fino a quando sarà considerato normale un politico indagato o incarcerato, fino a quando si difenderanno politici collusi con le mafie, non c’è riforma che possa risolvere la situazione.

Io non credo che siano tutti ladri, non credo che Renzi voglia instaurare una dittatura, non credo alle teorie del complotto e alle stronzate pentastellati sul gruppo Bilderberg, ma insegno storia e la storia racconta di un paese che ha vissuto la banda della Magliana, gli anni di piombo, la strategia della tensione, la mattanza di Palermo, il G8 del 2001 a Genova e non ha trovato il coraggio di fare luce e giustizia su nessuna di queste vicende. Siamo un paese che ha ucciso un poeta e ha accettato un verdetto ridicolo sulla dinamica del suo omicidio, siamo un paese dove si è costretti a parlare di eroismo a proposito di persone che hanno svolto e svolgono il proprio lavoro con onestà. Questo è il paese di Giorgio Ambrosoli, lui sì un eroe civile, ai cui funerali non è andato nessun politico, è il paese di Aldo Moro, assassinato alla vigilia di un possibile cambiamento quello sì, vero ed epocale,  è il paese della speculazione edilizia, della cementificazione, delle alluvioni e dei terremoti, questo è il paese delle trattative tra Stato e mafia che cominciano con Giuliano e continuano e continueranno fino a quando qualcuno non comprenderà che è di una rivoluzione culturale che abbiamo bisogno, di una rieducazione alla pulizia, all’onestà, al rispetto della dignità. Ovviamente non parlo di rivoluzione culturale e rieducazione in senso maoista ma etico.

Voterò no perché il referendum è inutile, ennesimo provvedimento di facciata il cui unico risultato sarebbe di lasciare mano libera al capetto di turno, e se è Renzi ci va ancora bene. Voterò no perché non è la Costituzione che non funziona ma quelli deputati alla sua applicazione. Voterò no perché si poteva ridurre il numero dei parlamentari senza cambiare le parti in tavola, ottenendo il tanto vantato risparmio e voterò no perché la lista di quelli morti per proteggere questa costituzione, per renderla carta viva e non lettera morta è troppo lunga perché possa essere modificata unilateralmente da un partito che ha un concetto di democrazia a tratti piuttosto singolare.

Questo è un paese rassegnato che accetta una stampa cialtrona e asservita (perché parliamoci chiaro, Repubblica e il Fatto pari sono), una informazione parziale e viziata e non chiede più nulla, se non iphone e reality show, sempre più avviluppato in sé stesso, sempre più volgare, gretto, provinciale, ignorante.. O ripartiamo dal tessuto sociale ed etico, da un nuovo civismo, o torniamo a dare valori che partano dalla scuola e dalla politica e non siano il berciare vuoto del populismo, oppure, presto o tardi, vincano i sì o i no, prima o poi la svolta autoritaria arriverà.

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Figli di uno Stato che non esiste

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Stavo svolgendo il servizio militare quando venne ci fu la strage di Capaci. Ricordo la notizia che passò veloce tra i soldati anche se in caserma le notizie dal mondo esterno arrivano ovattate, quasi deprivate del loro senso. Oltretutto c’era la guerra in Bosnia e il mio reparto rischiava di partire da un momento all’altro. Questo per dire che solo dopo la morte di Borsellino, avvenuta poco prima del congedo, una volta tornato alla vita “civile”, potei afferrare pienamente l’orrore e la portata di quei due attentati.

Attentati che rinforzarono la tempesta scatenata nel paese dall’inchiesta di Mani pulite. Furono momenti terribili, in cui  tutto sembrava possibile e lo Stato sembrava vacillare ed essere sul punto di crollare. sappiamo com’è andata a finire: Riina perse la sua partita, Cosa nostra venne ridimensionata ma lo Stato non ebbe il coraggio o la volontà di assestare il colpo finale.

Falcone e Borsellino, insieme a tutti gli altri, sono due simboli, due esempi di dedizione estrema a uno Stato che in Italia non è mai esistito. Erano infiammati da un’utopia irrealizzabile, la sconfitta della mafia, eppure sono andati avanti verso quella fine che avevano predetto, senza tentennamenti, senza dubbi, nonostante fossero consapevoli che la mafia e lo Stato italiano, da sempre, sono due poteri che vivono in simbiosi, due maledetti gemelli siamesi che nemmeno un titano può dividere.

Oggi la Camorra e la ‘ndrangheta, Cosa nostra ha un ruolo subordinato e ridimensionato rispetto al passato, ma non è stata sconfitta ed è viva e vegeta, nonostante quanto affermato con grande incoscienza dal ministro Alfano, hanno a disposizione, grazie al solo traffico di droga, una tale quantità di denaro liquido da poter comprare diversi paesi europei. Il potere corruttivo delle organizzazioni mafiose è inimmaginabile e pensare che possa essere sconfitto, oggi, è da folli.

La società civile sta facendo quanto può, soprattutto al sud, al nord non è ancora cosciente della presenza invasiva della mafie, quando si scuoterà dal sonno reagirà sicuramente con forza. Ma la società civile, senza la volontà politica dello Stato di combattere seriamente il fenomeno mafioso, è destinata a perdere. Quel 23 maggio 1992 non abbiamo perso solo due magistrati e gli uomini della scorta, abbiamo dilapidato il coraggio e la voglia di rivalsa dei ragazzi scesi in piazza, lo Stato italiano ha lasciato che la rabbia svaporasse e che tutto tornasse alla normalità. invece di sfruttare il consenso sociale per estirpare i rami secchi, invece di appoggiare il pool di Milano per dare un colpo mortale alla corruzione, il potere ha finto ti arrendersi per rigenerarsi sotto altre spoglie, lasciando che nulla cambiasse.

Abbiamo avuto un ministro che ha affermato placidamente che con la mafia bisogna convivere e un presidente del consiglio che con un mafioso conviveva, abbiamo visto delegittimare magistrati e assestare colpi di grazia a processi di capitale importanza, abbiamo visto un presidente della repubblica reticente su fatti di estrema gravità. Cos’altro ci serve per capire che no, lo Stato di Falcone e Borsellino, la repubblica della Costituzione, quella che nasceva dalle macerie della seconda guerra mondiale e dall’oppressione fascista, la repubblica dei partigiani, oggi usati come strumento di propaganda politica da chi, probabilmente, non li ha mai sentiti parlare e raccontare, non è cresciuto con                                           i loro canti nelle orecchie , non è stato educato all’antifascismo, non c’è, non c’era nel 92 e non c’è mai stata.

Questo è il paese della P2 e del piano Gladio, dei colpi di stato falliti e dei presidenti picconatori, questo è il paese di Portella della ginestra e del bandito Giuliano al soldo della Cia, è il paese di Abu Omar e della morte misteriosa di Mattei. Abbiamo visto le bombe di Brescia, Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, abbiamo visto assassinare magistrati,carabinieri poliziotti, rapire e uccidere un presidente del consiglio, massacrare un operaio. Abbiamo avuto un pregiudicato presidente del Consiglio per vent’anni, abbiamo accolto dittatori con tutti gli onori, consentendogli di bivaccare in Parlamento, abbiamo visto attraversare le porte del potere da legioni di bagasce e a Genova, sotto le manganellate di chi la libertà doveva assicurarla abbiamo visto spegnersi il sogno di un mondo migliore.

No, questo paese non si merita Falcone e tutti gli altri, questo paese non si merita eroi. In questa giornata l’unica cosa che i politici dovrebbero fare è quella di stare in silenzio, perché oggi è morto, ogni giorno è morto anche per loro,  qualcuno che sapeva cos’è la dignità.

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