La scuola che non conta nulla

Il peso politico della scuola, alla luce della finanziaria che verrà varata tra breve da quello che potremmo definire un governo ombra fatto di ombre, è pari a zero.

Ancora una volta, chi guida questo paese, evita accuratamente di programmare il futuro, limitandosi alle solite promesse sulla fine del precariato, che fa buona compagnia alla fine della povertà e dei debiti.

L’ultimo intervento strutturale sulla scuola è stata la Buona scuola di Renzi, un progetto coraggioso in teoria, che non si è tradotto in buone pratiche ma nell’esatto contrario, anche perché scritto malissimo. L’errore di quella legge è stato quello di essere stata imposta dall’alto, senza consultare chi la scuola la fa e la vive ogni giorno, chi ne conosce i problemi e i meriti. Senza contare l’introduzione del finto merito, mai regolamentato, fonte di divisioni e contrasti all’interno dei collegi docenti. Senza contare norme di arruolamento del tutto prive di qualunque raziocinio e, per fortuna rientrate, o altre norme, come quella della chiamata diretta, mirate ad attribuire un potere d’arbitrio enorme ai dirigenti, per fortuna eliminate.

Ma, almeno, ci ha provato, ha smosso le acque.

Oggi invece, la scuola sembra non interessare nessuno dei due partiti principali di governo, bene attenti a non erodere i propri margini di consenso consapevoli che la Scuola ha in parte segnato il destino di Renzi, che è materia da trattare con i guanti, visto il numero ingente di voti che può portare o togliere.

Quindi la scelta è di cambiare poco o nulla, con provvedimenti che assicurino il massimo consenso possibile e il minimo attrito.

Ma la politica non può ridursi a esercizio del potere e ricerca del consenso perseguita seguendo la pancia degli elettori, questo è il metodo della destra, non di un governo quantomeno liberale, se non vogliamo definirlo ( non voglio) di sinistra. La politica deve fornire valori, indicare strade, proporre modelli diversi da quelli del senso comune. Non può ridursi ad affermazioni che si possono ascoltare in qualunque bar.

Il giorno in cui ci si renderà conto che la Scuola è una istituzione strategica nel nostro paese, quella che prepara il futuro, che forma la classe dirigente e i quadri che verranno, che deve contribuire alla crescita di cittadini consapevoli, sarà sempre troppo tardi.

Fino adesso, come spesso accade, il ministro nominato non sembra avere ben chiaro la natura del proprio lavoro e alcune notevoli idiozie, come sostituire l’educazione civica con l’educazione ambientale, preoccupano non poco riguardo la sua conoscenza del settore che è deputato a dirigere.

Come qualunque insegnante di Lettere fa, quasi quotidianamente, educazione civica, che glielo dica il ministero o no, così qualunque insegnante di Scienze fa educazione ambientale, che glielo dica o no il ministero. Non è di nuove materie e di cervellotici calcoli per inserirle nell’orario e capire come valutarle quello di cui la Scuola ha bisogno, ma di soldi, e Renzi ne ha messi tanti, male ma li ha messi, e di una visione, un progetto, un rinnovamento generale che guardi non alle tanto decantate nuove tecnologie, che rischiano di diventare un fine piuttosto che uno strumento da dosare con parsimonia, ma alla didattica, ad esperienze consolidate da decenni in altre realtà che, chissà come mai, in questo paese sono sistematicamente osteggiate.

La scuola oggi ci pone nuove sfide: quella di famiglie allargate o disgregate o diverse dal consueto, di un nuovo modo di rapportarsi con ragazzi perennemente connessi e, paradossalmente, più soli, problematici, spesso stressati dalle aspettative di genitori che proiettano su di loro sogni superiori alle loro forze. La Scuola deve confrontarsi col problema delle droghe, di una società violenta e amorale, del razzismo dilagante. La Scuola deve essere il primo agente di integrazione e di condivisione tra ragazzi italiani e ragazzi stranieri. La Scuola, soprattutto, è un presidio di democrazia fondamentale e deve operare nella massima libertà all’interno dei limiti imposti dalla professionalità di ognuno. La sospensione della collega di Palermo è stato un atto di inaudita gravità passato troppo presto nel dimenticatoio.

Non c’è traccia di tutto questo nella prossima finanziaria o nelle dichiarazioni del ministro. Come accade quasi sempre.

O la scuola torna ad essere ascensore sociale, e su questo, su una meritocrazia di fatto che non sia una estensione del clientelismo ma qualcosa di assolutamente e inedito nel patrimonio nazionale, deve dibattere la politica, e i ragazzi devono tornare ad essere motivati a frequentarla, oppure tanto vale sostituirci con Wikipedia.

Lo dico a bassa voce, non vorrei regalare un’idea al ministro.

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Il sindacato è espressione di libertà (Lettera al cittadino Di Maio)

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Egregio cittadino Di Maio,

lei in questi mesi si è segnalato come esempio di rara ignoranza, di pochezza politica sconcertante, in un paese in cui abbonda, di rara insignificanza argomentativa. Trovo questo assai avvilente, per un personaggio che si candida a guidare un paese, almeno quanto trovo avvilente che a ogni sua esternazione seguano i plausi di una folla seguaci sempre più sorda e cieca, che sembra non capire cosa si nasconde dietro le sue parole.

Lei ha affermato che il sindacato deve cambiare, deve riformarsi: lo sta già facendo, i sindacati confederali hanno da tempo snellito le loro strutture e fatto passi significativi, non foto di scontrini, verso la trasparenza, a causa di quelle mele marce che ne hanno macchiato l’immagine.

Ma trovo assolutamente grave quello che lei ha aggiunto dopo la prima, banale, inutile frase: cioè che se i sindacati non cambieranno, li farete cambiare voi. Voi chi? Un non partito guidato da un comico guidato da un’azienda informatica? O uno che non ha mai lavorato in vita sua e studiato assai male, visto le castronerie che dice? Voi chi? Le poche migliaia di adepti che si illudono di applicare la democrazia reale votando online, salvo poi vedere il voto annullato in caso di risultato sgradito al comico? Voi chi, cittadino Di Maio? credo di avere diritto a un sua risposta, visto che io la pago ogni mese.

Le faccio due nomi che lei non conosce: Guido Rossa e Marco Biagi. Il primo era un sindacalista della Cgil, ebbe il coraggio di denunciare i terroristi e venne assassinato dalle Brigate rosse, il secondo era un giuslavorista, un consulente della Cisl, il sindacato di cui faccio parte, che venne assassinato dalle Brigate rosse perché cercava di fare, seriamente, quello che lei ha detto l’altro ieri: rinnovare il mercato del lavoro, renderlo più flessibile, aprire la strada al futuro. Anche questo è il sindacato italiano e questo è il prezzo di sangue, potrei farle molti altri nomi che non conosce, che ha pagato alla libertà.

Il sindacato è espressione altissima di libertà e democrazia, fatto da uomini e donne che dedicano parte del proprio tempo per tutelare i diritti di altri uomini e donne, a volte rischiando, mettendoci sempre la faccia. Ci sono mele marce, certo, come in ogni categoria, ciò non toglie che il sindacato anche oggi che è in crisi, fa quello che dovrebbe fare lei e quelli come lei: tutelare i diritti dei lavoratori.

Quando lei dice che bisogna invitare ai tavoli sindacali le associazioni giovanili, oltre a formulare una frase priva di qualunque senso, come spesso le capita, ( quali associazioni? Chi lo decide? A che titolo?) si fa complice nel dare credito a un mantra che viene spesso ripetuto sui social network: quello che il sindacato si occuperebbe solo di chi ha i diritti garantiti e non degli altri lavoratori, in particolare i giovani.

A parte che i diritti i lavoratori e il sindacato li hanno conquistati a suon di scioperi, e dubito che lei sappia cos’è uno sciopero e quale peso abbia sullo stipendio di un operaio, a tramandare questa sciocchezza sono giovani arroganti e supponenti come lei che non hanno mai messo piede nello sportello giovani di una sede sindacale. Non sto neanche a spiegarle che non è così, che il sindacato tutela tutti i lavoratori, che se si bussa a una sede sindacale, anche quelle che non mi trovano d’accordo nelle idee e nel modo di portarle avanti, come i sindacati di base, troverà sempre qualcuno che risponde e , se è fortunato, anche soluzione al problema.

Dei sindacati c’è bisogno, cittadino Di Maio, specie se salirà al potere gente come lei. Essendo espressione di libertà e democrazia, vere, non virtuali. non digitali, i sindacati sanno benissimo la strada da intraprendere per riformarsi, senza bisogno che il Masaniello di turno ( lo sa chi era Masaniello, sì?) lanci minacce che hanno un vago odore di fascismo.

Stia sereno, cittadino Di Maio, li lasci lavorare, e se le capita, provi a lavorare anche lei, se poi si accorge che è pericoloso, torni pure a fare quello che sta facendo adesso.

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Di comunismo, fascismo e altre amenità.

E’ singolare come ultimamente, io che trovo i miei referenti politici in Bakunin e Malatesta ed ho sempre votato a sinistra perché nel mondo reale qualcuno bisogna pur votare, ma anarchico sono sempre rimasto nel cuore, mi trovi a difendere il comunismo italiano, specialmente in queste ultime ore dove si leggono le più beate assurdità riguardanti la liceità o meno di esprimere la propria appartenenza al fascismo e, per esteso,sul la libertà d’opinione tout court.

Cominciamo ab ovo. Se questo paese ha una democrazia e dei diritti civili, sempre più debole l’una sempre meno gli altri, lo si deve anche a quei comunisti, non solo loro ma soprattutto loro, che sono saliti sui monti a combattere per la libertà dopo l’invasione nazifascista. Quind,i prima di recitare il de profundis per il comunismo e seppellirlo come un retaggio del passato, i giovani valenti e intelligenti che polemizzano con me o con cui polemizzo, e non faccio ironia sui due aggettivi,dovrebbero riflettere sul fatto che, se possiamo civilmente esprimere opinioni contrastanti, lo devono anche ai comunisti.

Ai comunisti e ai socialisti pre Craxi devono anche uno stato sociale che è stato per decenni il migliore d’Europa e tra i più avanzati del mondo. Il comunismo italiano non è mai stato, dalla nascita della repubblica, rivoluzionario e lo testimonia l’episodio dell’attentato a Togliatti. Dopo i fatti d’Ungheria, il Pci prende le distanze da Mosca e nasce quell’eurocomunismo di cui il Pci è stato capostipite e che, se non fosse stato assassinato Moro, avrebbe potuto portare a quella terza via tanto anelata, già stroncata in Cile dall’imperialismo americano. Dunque, il Pci è sempre stato un partito democratico e fautore di un riformismo che guardasse alle fasce più deboli e ha costretto la Democrazia Cristiana a una politica di mediazione tutto sommato moderata che ha portato questo paese a essere una potenza mondiale.

Quindi, per chi appartiene alla mia generazione, dichiararsi comunista significa rifarsi a quegli di ideali di solidarietà, cooperazione, riformismo e giustizia sociale che erano propri del Pci italiano e non rifarsi a Mosca o a Pechino.

Diverso è il discorso per il fascismo: l’Msi nasceva dai reduci di Salò, cioè quei fascisti che si schierarono a fianco dei nazisti contro gli italiani. Considererei un insulto all’intelligenza dei giovani polemisti di cui sopra  (ripeto, parlo senza ironia: la mia professione mi porta ad avere grande rispetto dei giovani) spiegare cosa era il nazismo. Appartenenti all’Msi si sono distinti negli anni della repubblica, per tentativi golpisti e aiuti all’eversione nera, per dichiarazioni antidemocratiche e nostalgie del ventennio.

Con Fini e Alleanza nazionale la destra ha tentato di lavarsi la faccia e ha ripudiato, almeno a parole, il fascismo. Fascismo che è anticostituzionale come anticostituzionale è farne l’apologia.  E qui il discorso di potrebbe chiudere.

I padri del comunismo italiano sono Gramsci, Togliatti, Amedeo Bordiga per la frangia più radicale, Di Vittorio per il sindacalismo. Figure che non non si sono macchiate le mani di sangue nè mai hanno teorizzato l’eliminazione fisica dell’avversario. Al contrario, il fascismo italiano si rifà ancora oggi a Mussolini, il criminale che ordinò l’omicidio di Matteotti e tanti altri, che fece manganellare e umiliare operai e contadini, che fece emanare le leggi razziali, che a Salò diede mano libera ai suoi seguaci più sadici e vigliacchi, che per vent’anni tolse la libertà al paese trascinandolo in una guerra fratricida.

Per questo dichiararsi comunisti, oggi, non significa essere nostalgici ma rivendicare valori e principi che hanno fatto la storia di questo paese e ne hanno tutelato la libertà e dichiararsi fascisti è giusto che venga considerato reato. La libertà d’opinione non c’entra: il fascismo non la contempla e dunque non deve esservi contemplato. Punto.

Comprendo che fa molto figo assumere posizioni snobistiche e fare di tutt’erba un fascio, così come può sembrare in linea col giovanilismo imperante considerare vecchio tutto ciò che non si comprende o non si è vissuto,ma bisogna stare molto attenti : la libertà è qualcosa che è stata conquistata col sangue ed è stata difesa da generazioni di lavoratori con lotte dolorose e difficili e anche se sembra scontata, è facilissimo farsela sfilare sotto gli occhi, specie se si è convinti che quello in cui viviamo sia l’unico sistema in grado di assicurarla. No, questo non è il migliore dei mondi possibili e la nostra libertà la pagano masse di diseredati che bussano alle nostre porte e vengono ricacciati indietro a calci dai benpensanti che vogliono aiutarli a casa loro dopo averli derubati. Ma almeno, abbiamo la possibilità di scriverlo.

La mia generazione ha vissuto il terrorismo e la mattanza mafiosa, è scesa in piazza contro le bombe sui treni e nelle piazze, ha visto l’omicidio di Aldo Moro, un episodio cruciale nella storia del nostro paese, tutto quello che siamo oggi ne è la diretta conseguenza.  A fronteggiare quell’ emergenza c’era una democrazia compromessa ma ancora forte, una politica non asservita al mercato e una coscienza civile che ancora ricordava cosa significa il rosso e cosa il nero. Oggi non è più così e questo mi preoccupa molto.

Ai giovani che polemizzano con me o con cui polemizzo, ricordo affettuosamente una frase di Gramsci, che, insieme a una poesia di Brecht, fa di me l’insegnante che sono, se buono o cattivo maestro non sta a me dirlo: Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.

Studiate ragazzi e ragazze, prima che vi rubino sotto il naso quello che i vostri padri e i vostri nonni hanno conquistato col sudore, studiate quello che vi piace e, soprattutto, quello che non vi piace e quando penserete di avere la verità in tasca, gettatela via  ricominciate. Perché, diceva Brecht: ciò che non sai di tua scienza in realtà non sai.

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Un Primo Maggio con tante bandiere ma senza allegria

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Non c’era allegria oggi a Genova durante la manifestazione organizzata dai sindacati confederali per il primo maggio. Serpeggiava, tra i partecipanti, una sorta di rassegnazione, come se ci fosse la consapevolezza che scendere in piazza insieme fosse un rituale a cui ottemperare, ma privo di una reale utilità. Dovessi descrivere il sentimento dominante, direi che era quello di una malinconica rassegnazione.

La stessa è cosa è accaduta il 25 Aprile, in quello che, a parere di chi scrive, dovrebbe essere il giorno più importante dell’anno per tutti gli italiani che credono nella democrazia. Col corollario di un paio di piccoli episodi inquietanti. A Cuneo è stata impedita la tradizionale fiaccolata, con la scusa di tutelare la pulizia delle strade, preoccupazione che viene meno quando si organizzano sagre e “feste” dove si favorisce il commercio, a Genova il governatore ha tirato inopinatamente fuori nel suo discorso, la vicenda dei marò che, con tutto il rispetto per il difficile periodo che stanno vivendo e con tutto il rispetto per le loro vittime,non c’entrava nulla col 25 Aprile. Addirittura non ricordo dove, con buona pace della libertà d’espressione, si era proibito di cantare Bella ciao. Senza contare lo scioglimento per mafia del comune di Brescello, luogo simbolico  di una certa italianità positiva.

Piccoli episodi che un tempo avrebbero provocato titoli sdegnati sui giornali e oggi passano nella indifferenza più assoluta. E si sa che se un evento non interessa ai media, non esiste. Piccoli segnali inquietanti di disinteresse.

IL 25 Aprile e il 1 Maggio, sono feste legate strettamente tra loro: i lavoratori furono l’anima della Resistenza e nel corso degli anni hanno difeso con forza la democrazia e la libertà, che della resistenza sono figlie. Sono feste popolari nel senso più nobile del termine e sono feste nazionali, perché questo paese nasce dalla Resistenza ed è fondato sul lavoro.

Per chi come me è nato e cresciuto respirando quei valori, ha parlato con i partigiani, ha seguito le lotte  le conquiste operaie, il sentimento percepito oggi in piazza è stato particolarmente avvilente. Perché questo paese ha ancora bisogno dei lavoratori uniti e della loro forza, ha ancora bisogno di sindacati che tornino a essere portatori di valori, ha ancora bisogno di scendere in piazza per dire no a un potere sempre più ottuso, autoritario, lontano dalla gente.

Quello che non è stato nominato da nessuno ci ha risparmiato battute penose e retorica spocchiosa, in queste due giornate, e gliene siamo tutti grati, gli siamo meno grati del calo della speranza di ripresa del paese che si riscontra nei sondaggi oggi pubblicati da Repubblica e dell’aumento dei morti sul lavoro.

E’ colpa sua anche questa? Dirà qualcuno ironicamente, perché quello che non è stato eletto da nessuno, in genere, lo si difende così: con una battuta ironica, aggiungendo che quelli prima di lui hanno fatto peggio.

In questo caso i dati lo smentiscono: prima di lui erano migliori, con i proclami non si risana il paese e la deregulation nel mondo del lavoro, la caduta delle tutele dei lavoratori, la svalutazione dei sindacati e del loro ruolo di tutela dei diritti, hanno sicuramente favorito il dato tragico sui morti di lavoro, immagine orribile che dovrebbe essere un ossimoro e invece è una realtà del nostro paese da troppi anni.

Aggiungiamo a questo la corruzione dilagante nel paese, che quello che non è  stato nominato da nessuno continua a ignorare. Dalla corruzione traggono alimento le mafie, veleno che, su questo sono in  disaccordo con Saviano, non ha ucciso solo il mezzogiorno ma sta uccidendo anche il nord. Anzi, un virus che colpisce una popolazione priva di anticorpi, ha effetti molto più virulenti, anche se meno eclatanti a prima vista.

La corruzione toglie lavoro, la corruzione fa morire di lavoro: le mafie hanno lo zoccolo duro delle loro attività legali nelle imprese edilizie, dove si riscontra il più alto numero di vittime. Quindi sì, risponderei all’ironico pdellino, la responsabilità di quelle cifre è sua.

Oggi, in piazza, avrei voluto percepire rabbia, la voglia di rialzare la testa, il desiderio di riaffermare per l’ennesima volta che no, non ci stiamo a farci scippare della libertà, che il pugno dei lavoratori sarà sempre ben stretto di fronte a chi intende limitare la democrazia di questo paese.

E’ la rabbia che i sindacati, per via delle loro divisioni che oggi, per fortuna, sembrano essere state messe da parte, non hanno saputo sfruttare, incanalare, sublimare in richiesta forte e decisa di diritti.

C’è ancora tempo per farlo? Io credo di sì, ma è necessaria una grande alleanza della società civile, ritrovarsi attorno a pochi principi fondamentali condivisi e collaborare insieme per costruire un paese migliore. Soprattutto, è necessario che le persone oneste di questo paese, la maggioranza, invece di ritirarsi nell’astensionismo, invece di scegliere la facile via del qualunquismo o la strada indicata dal demagogo di turno, sia quello che non è stato eletto o il comico miliardario che fa finta di pensare ai poveri, tornino a impegnarsi.

Altrimenti, presto o tardi rottameranno anche il 25 Aprile e il Primo maggio, e, insieme a loro, la democrazia. Non importa quale dei due comici lo farà.

Buona festa dei lavoratori a tutti i lavoratori.

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Perché il Pd ha paura dell’Anpi?

Le polemiche di questi giorni tra alcuni esponenti del Pd e l’Anpi, rea di aver manifestato  la propria contrarietà al pacchetto di riforme costituzionali presentato dal governo che verrà votato nel referendum di Ottobre, caratterizzano questo 25 Aprile, insieme alle esternazioni del premier riguardo alla giustizia.

Su quest’ultimo punto voglio sottolineare come l’uomo che non è stato nominato da nessuno si è ben guardato dal controbattere le argomentazioni di Davigo e Di Matteo riguardo l’incapacità della classe dirigente di arginare la corruzione, polemizzando invece sulla lentezza dei processi e sul giustizialismo, termine incongruo e insensato, se ci riflettete con un minimo di attenzione. Ma ne riparleremo in un’altra occasione.

Quanto all’Anpi, alcuni deputati del Pd ritengono che non abbia il diritto di manifestare la propria opinione in quanto sarebbe  “come l’Avis” e quindi, evidentemente, priva di quella libertà d’opinione e di espressione che caratterizza, più o meno, tutti gli altri cittadini italiani. Ovviamente, colui che non è mai stato nominato da nessuno, si guarda bene dall’affermare direttamente simili idiozie, lascia che lo facciano i suoi servi sciocchi e il suo giornale, quell’Unità che ormai ha meno credibilità di del Giornale.

Perché il Pd ha paura di una parte della società civile con cui la sinistra ha spesso camminato fianco a fianco?

La risposta è sotto gli occhi di tutti: l’Anpi è custode di una memoria e portatrice di valori che questa classe dirigente, insieme a quelle che l’hanno preceduta da vent’anni a questa parte, ha tradito.

L’Italia di oggi non è certo quella che sognavano i ragazzi che, sulle montagne, rischiavano la pelle per cambiare il destino di questo paese. La Costituzione più avanzata del mondo è stata ripetutamente vilipesa e tradita, ogni volta che si sono fatti gli interessi di pochi a scapito di quelli di molti, ogni volta che si è cancellato un pezzo di stato sociale, ogni volta che si è scelto di intervenire militarmente in contese internazionali, ogni volta che non si è fatta giustizia.

Non è necessario leggere le statistiche di Amnesty International o quelle sulla libertà di stampa per capire che in Italia non c’è più una democrazia compiuta, se mai c’è stata nel paese di Gladio, della P2 e del terrorismo. Questo è un paese da cui, ogni giorno di più, provi l’irrefrenabile impulso di andare via, specie se sei povero e onesto.

L’Anpi continua quotidianamente, ostinatamente, testardamente a portare avanti la sua battaglia per la libertà, a farsi portavoce delle istanze dei più deboli, a resistere a uno spirito del tempo liberticida, menzognero e privo di valori, e per questo dà fastidio. Un conto per il Pd è essere contestato dal Cinque stelle o dalla destra fascista, un conto è essere contestato dall’Anpi: politicamente è molto peggio della finta fronda interna di una minoranza forse ancora più impresentabile della maggioranza che guida il partito. Quindi la querelle continuerà con colpi bassi, affermazioni demenziali e tentativi di normalizzazione di un’associazione che, in barba a chi vorrebbe dettarle i programma, cresce ogni anno di più.

Saviano ieri ha pronunciato parole pesanti affermando di non credere più nella politica e nella giustizia di questo paese, dicendo di poter confidare solo nella bontà del prossimo. Credo che siano parole condivise da molti che non devono, però, dare come risultato l’indifferenza, ma casomai spingere a un impegno maggiore, a un coinvolgimento più profondo nel cambiamento di una società civile che sembra anestetizzata, inerte, priva di volontà. Esiste un’altra società civile, Anpi, Libera, Gruppo Abele, Antigone, ecc. solo per citare alcuni nomi, viva, impegnata e per nulla disposta a scendere a compromessi o a rinunciare alle proprie battaglie. 

Questo 25 Aprile è la festa di chi crede che i valori stabiliti dai padri costituenti siano ancora attuali, necessari, fondamentali e meglio farebbe chi li sta demolendo a restare a casa, invece di sommergerci di fastidiosa e inutile retorica. Questo 25 Aprile è ancora la festa della resistenza e della memoria, il giorno in cui si rende onore a uomini e donne che hanno messo da parte le differenze ideologiche per unirsi nella battaglia contro chi aveva cancellato la libertà. Questo 25 Aprile deve suonare come un monito a chi, quella libertà, la erode giorno dopo giorno.

Lo slogan del movimento no Global a Genova, nel 2001 era “Un mondo migliore è possibile”, abbiamo visto tutti come è finita, sono passati quindici anni e perfino i torturatori dormono sonni tranquilli nei loro letti. Ma io continuo ancora a credere che un mondo migliore, più giusto, più democratico, sia possibile.

Diceva Pavese che l’Italia è un paese fascista e sempre lo sarà, per quanto si cerchi di cambiare le cose. Credo che sia compito di tutti noi provare finalmente a smentirlo.

Buon 25 Aprile.

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Perché il Pd ha paura dell’Anpi?

Le polemiche di questi giorni tra alcuni esponenti del Pd e l’Anpi, rea di aver manifestato  la propria contrarietà al pacchetto di riforme costituzionali presentato dal governo che verrà votato nel referendum di Ottobre, caratterizzano questo 25 Aprile, insieme alle esternazioni del premier riguardo alla giustizia.

Su quest’ultimo punto voglio sottolineare come l’uomo che non è stato nominato da nessuno si è ben guardato dal controbattere le argomentazioni di Davigo e Di Matteo riguardo l’incapacità della classe dirigente di arginare la corruzione, polemizzando invece sulla lentezza dei processi e sul giustizialismo, termine incongruo e insensato, se ci riflettete con un minimo di attenzione. Ma ne riparleremo in un’altra occasione.

Quanto all’Anpi, alcuni deputati del Pd ritengono che non abbia il diritto di manifestare la propria opinione in quanto sarebbe  “come l’Avis” e quindi, evidentemente, priva di quella libertà d’opinione e di espressione che caratterizza, più o meno, tutti gli altri cittadini italiani. Ovviamente, colui che non è mai stato nominato da nessuno, si guarda bene dall’affermare direttamente simili idiozie, lascia che lo facciano i suoi servi sciocchi e il suo giornale, quell’Unità che ormai ha meno credibilità di del Giornale.

Perché il Pd ha paura di una parte della società civile con cui la sinistra ha spesso camminato fianco a fianco?

La risposta è sotto gli occhi di tutti: l’Anpi è custode di una memoria e portatrice di valori che questa classe dirigente, insieme a quelle che l’hanno preceduta da vent’anni a questa parte, ha tradito.

L’Italia di oggi non è certo quella che sognavano i ragazzi che, sulle montagne, rischiavano la pelle per cambiare il destino di questo paese. La Costituzione più avanzata del mondo è stata ripetutamente vilipesa e tradita, ogni volta che si sono fatti gli interessi di pochi a scapito di quelli di molti, ogni volta che si è cancellato un pezzo di stato sociale, ogni volta che si è scelto di intervenire militarmente in contese internazionali, ogni volta che non si è fatta giustizia.

Non è necessario leggere le statistiche di Amnesty International o quelle sulla libertà di stampa per capire che in Italia non c’è più una democrazia compiuta, se mai c’è stata nel paese di Gladio, della P2 e del terrorismo. Questo è un paese da cui, ogni giorno di più, provi l’irrefrenabile impulso di andare via, specie se sei povero e onesto.

L’Anpi continua quotidianamente, ostinatamente, testardamente a portare avanti la sua battaglia per la libertà, a farsi portavoce delle istanze dei più deboli, a resistere a uno spirito del tempo liberticida, menzognero e privo di valori, e per questo dà fastidio. Un conto per il Pd è essere contestato dal Cinque stelle o dalla destra fascista, un conto è essere contestato dall’Anpi: politicamente è molto peggio della finta fronda interna di una minoranza forse ancora più impresentabile della maggioranza che guida il partito. Quindi la querelle continuerà con colpi bassi, affermazioni demenziali e tentativi di normalizzazione di un’associazione che, in barba a chi vorrebbe dettarle i programma, cresce ogni anno di più.

Saviano ieri ha pronunciato parole pesanti affermando di non credere più nella politica e nella giustizia di questo paese, dicendo di poter confidare solo nella bontà del prossimo. Credo che siano parole condivise da molti che non devono, però, dare come risultato l’indifferenza, ma casomai spingere a un impegno maggiore, a un coinvolgimento più profondo nel cambiamento di una società civile che sembra anestetizzata, inerte, priva di volontà. Esiste un’altra società civile, Anpi, Libera, Gruppo Abele, Antigone, ecc. solo per citare alcuni nomi, viva, impegnata e per nulla disposta a scendere a compromessi o a rinunciare alle proprie battaglie. 

Questo 25 Aprile è la festa di chi crede che i valori stabiliti dai padri costituenti siano ancora attuali, necessari, fondamentali e meglio farebbe chi li sta demolendo a restare a casa, invece di sommergerci di fastidiosa e inutile retorica. Questo 25 Aprile è ancora la festa della resistenza e della memoria, il giorno in cui si rende onore a uomini e donne che hanno messo da parte le differenze ideologiche per unirsi nella battaglia contro chi aveva cancellato la libertà. Questo 25 Aprile deve suonare come un monito a chi, quella libertà, la erode giorno dopo giorno.

Lo slogan del movimento no Global a Genova, nel 2001 era “Un mondo migliore è possibile”, abbiamo visto tutti come è finita, sono passati quindici anni e perfino i torturatori dormono sonni tranquilli nei loro letti. Ma io continuo ancora a credere che un mondo migliore, più giusto, più democratico, sia possibile.

Diceva Pavese che l’Italia è un paese fascista e sempre lo sarà, per quanto si cerchi di cambiare le cose. Credo che sia compito di tutti noi provare finalmente a smentirlo.

Buon 25 Aprile.

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Il piacere dell’inutilità- Andate a votare.

“Non vado a votare perché è inutile” è una frase che si è sentita ripetere spesso in questi giorni, sui social e sui giornali. Io la trovo terribile, una resa al sistema in cui viviamo, la rassegnazione di fronte a una democrazia sempre più limitata, i cui gestori sono sempre meno controllabili. Chi non sceglie è complice di chi comanda, specie se chi comanda invita a non scegliere. Anche se voi vi credete assolti…

MI chiedo cosa penserebbero di quella frase quelli che per darci il diritto di esprimere le nostre opinioni, anche quelle “inutili”, che inutili non sono almeno in questo caso, hanno dato la vita. Se non altro, per rispetto a loro bisognerebbe andare a votare ed è semplicemente vergognoso che il presidente del Consiglio ed un ex presidente della Repubblica invitino a non farlo, perché loro, di quella memoria, dovrebbero essere gli eredi e proprio quei diritti pagati col sangue a loro hanno permesso di acquisire denari, privilegi e benefici di cui i cittadini normali non godono.

L’indecoroso editoriale  odierno di Scalfari su Repubblica, che dichiara come del referendum non importa nulla alle regioni che non hanno il mare, come se il territorio nazionale fosse diviso in lotti, come se non si possa avere a cuore la tutela dell’ambiente o a un Lombardo non possano stare sulle palle le lobbies del petrolio, l’assenza totale di commenti su un risultato di affluenza che lascia ben sperare, testimonia la paura dell’apparato, ola paura che la gente si stia svegliando e abbia capito che il re non solo è nudo, ma ce l’ha anche piccolo.

Votare è un atto di libertà e in un paese in cui si può pestare a morte un ragazzo fermato in galeraa, mettere a ferro e fuoco un città torturando e massacrando di botte degli innocenti, scardinare quanto la Costituzione dice sulla scuola, affermare impunemente che un capitalista becero che ha pensato solo a delocalizzare per sfruttare i lavoratori stranieri come non può più fare con gli italiani è meglio di un sindacalista, distruggere lo statuto dei lavoratori, distruggere, giorno dopo giorno, lo Stato sociale e farla franca, anche di un semplice, piccolo gesto di libertà inutile abbiamo bisogno.

Per ricordarci che se si vogliono cambiare le cose la parola “inutile” non esiste.

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