Graziella, Simonetta, Cocò e gli altri: A futura memoria

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Graziella  Campagna aveva diciassette anni, è morta perché aveva trovato una carta d’identità in una giacca nella lavanderia dove lavorava, Cocò Campolongo aveva tre anni, bruciato in un’auto insieme al nonno e alla sua compagna, Simonetta Lamberti aveva dieci anni, uccisa da un proiettile destinato al padre magistrato. Sono solo tre della trentina di storie accennate nelle piastrelle commemorative dedicate alle vittime di mafia minorenni che potete osservate da oggi sul muro della memoria di Genova Prà, una testimonianza forte dello spirito civile che anima le scuole di Genova.
E’ un progetto partito dal basso, questo del muro, dal contatto diretto tra gli insegnanti, gli unici in grado di superare burocrazia, diffidenze, dimenticanze, che accompagnano in genere operazioni di questo tipo. Non docenti narcisisti e incoscienti come il professore dell’Attimo fuggente ma professionisti/e disposti a mettersi in gioco per seguire un’idea di libertà e civiltà.
Abbiamo scelto il muro perché è un simbolo divisivo, abbiamo voluto trasformarlo in un simbolo di memoria civile, un muro che non divide ma unisce, lasciando fuori gli infami, gli assassini, destinandoli all’oblio. Abbiamo voluto lanciare un segnale forte e chiaro ai mafiosi: sappiamo chi siete e cosa avete fatto e questo muro che continueremo a costruire è lì restare a futura memoria.
I ragazzi ci hanno messo l’entusiasmo e la creatività, consapevoli di lasciare qualcosa che resterà, consapevoli di fare memoria nel senso più concreto del termine. Sono stati guidati senza essere indottrinati, perché chiunque ha a che fare con loro sa quanto siano manichei, come possiedano istintivamente il senso del bene e del male. Basta un piccolo aiuto e fanno tutto da soli.
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Abbiamo scelto il ponente perché espressione da un lato, di quella periferia depressa e disagiata in cui molti di noi lavorano con fatica, silenziosamente e tenacemente ogni giorno,  dall’altro di quella periferia che alza la testa e reclama diritti e opportunità, si rimbocca le maniche e lavora per un futuro migliore. Se il futuro di Orwell era nei prolet, quello del nostro paese è in periferia, nei non luoghi, nei quartieri ghetto, dove nascono fiori nel fango e nel cemento.
E’ un lavoro che parte da lontano,questo, dalla creazione del codice etico di Libera per le scuole, quattro anni fa, dalle adesioni degli Istituti genovesi, dalle prime due giornate celebrate negli anni scorsi, con molti insegnanti, moltissimi ragazzi e nessuna autorità a riconoscere il valore di un lavoro ben fatto, per arrivare a oggi, terza giornata, con molte autorità e la presenza preziosa e graditissima di Giancarlo Caselli, un vero servitore dello Stato, a portare il saluto e l’abbraccio di Libera.
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Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’impegno gratuito, prezioso e generoso degli insegnanti degli I.C.Pegli, Cornigliano, Prà, Campomorone, S. Teodoro, Quezzi,  Sestri Est, che hanno aderito all’iniziativa senza riserve, stanziando i fondi per le piastrelle e aiutando i ragazzi a lasciare un segno.
Questo è il senso del nostro lavoro: lasciare un segno, per noi e per gli altri.  Questa è la scuola pubblica italiana che lavora e crea, non quella degli stereotipi dei media e dei bizantinismi della politica.
Questa operazione è la testimonianza che la scuola è ancora capace di creare valori, che partendo dal basso, cooperando, confrontandosi,  si possono acquisire nuovi punti di vista, trovare soluzioni, cominciare a cambiare le cose.
Fare antimafia sociale significa costruire una coscienza condivisa che non può che partire da una memoria civile condivisa.  Fare antimafia sociale significa  costruire concretamente simboli forti e duraturi che vadano oltre i nobili discorsi e indichino una direzione, siano pietre miliari di una strada da costruire tutti insieme.
Alcune scuole di Genova, oggi, possono affermare con orgoglio di aver cominciato a farlo, con la forza delle idee e il coraggio che nasce dalla consapevolezza che saranno i ragazzi e le ragazze di domani a cambiare il mondo, perché il tempo è dalla loro parte.  Oggi è stata la loro giornata, speriamo che domani sia il loro tempo.

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Perché la scuola che scuote le coscienze non fa notizia?

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Trecentocinquanta ragazzi delle scuole primarie e secondarie di primo grado del Ponente genovese riuniti sotto le bandiere di Libera  al teatro Verdi di Sestri Ponente per presentare i loro lavori sull’antimafia, sul razzismo, sul gioco d’azzardo, su tutto quello che riguarda diritti civili, giustizia e libertà. Video, cartelloni, poesie, presentazioni, manifesti, una festa di fantasia e creatività, la dimostrazione che una nuova coscienza civile, responsabile e condivisa, non può prescindere dalla scuola. Questa è stata la celebrazione della Seconda giornata del Codice etico di Libera per le scuole.

“La mafia verrà sconfitta da un esercito di maestre” ha scritto Gesualdo Bufalino. Forse. Certamente non verrà sconfitta dai giornalisti genovesi,  dal Comune e dai suoi rappresentanti, dalla politica cittadina, tutti assenti alla manifestazione. Quelle sedie vuote in prima fila stanno lì, a dire una sola parola: vergogna.

Insegnanti che lavorano e ragazzi che apprendono e restituiscono quello che hanno appreso non fanno notizia, specialmente se si tratta di insegnanti e ragazzi di scuole periferiche. Genova, mediaticamente, è solo centro storico e centro città e in questa città la scuola, mediaticamente, è rappresentata solo da un paio d’ istituti che godono sempre, qualunque cosa facciano, di buona stampa e hanno sempre, qualunque cosa facciano, la politica che si schiera con loro. Gli altri finiscono in prima pagina solo se accadono eventi negativi. Uno schifo.

I giornali cittadini si ricordano della periferia se devono lanciare campagne più o meno razziste contro gli immigrati, parlare dello sgombero di un campo rom, di rapine, aggressioni, disservizi vari. Quello che funziona e che funziona bene, non conta.

Ma i giornalisti rispondono a una redazione che risponde alle logiche editoriali, dietro c’è sempre la politica. Una politica che, alle  istanze delle periferie, non risponde quasi mai.

Esseri presenti a una manifestazione di questo genere, non  era solo un obbligo morale nei confronti dei ragazzi, il nostro futuro, la nostra speranza di cambiare questo paese sempre più simile a un letamaio, ma sarebbe stato un segnale forte verso una città che riguardo la mafia, l’azzardo, etc. ha un atteggiamento che definire indifferente è usare un tiepido eufemismo. Sarebbe stata un’occasione per parlare di stranieri in modo diverso dal solito e per informare che, forse, i problemi di questa città non sono legati esclusivamente a poche decine di rom e agli immigrati, ma sono più grandi, più gravi, più nascosti e, per questo più pericolosi.

Sarebbe stato importante soprattutto avere un presenza e non solo il patrocinio, della Direzione didattica regionale, i rappresentanti istituzionali di tutti gli insegnanti presenti. ma posso comprendere che, in un momento delicato come quello attuale, in cui il seggio più alto è al momento vacante, ci siano urgenze più pressanti da risolvere.

Questa è una città superba ed elitaria, è una città che se ne frega,.ed è un peccato: perché Genova ha segnato la strada della solidarietà e della cooperazione per decenni e quei quattrocento ragazzi che hanno riempito il teatro con i loro sorrisi e il loro lavoro, sono una segnale che quella strada può essere ancora percorsa.

Due ringraziamenti: a Radio Articolo 1, la radio della Cgil, che ha fatto un’intervista in diretta a chi scrive e a un giornalista di un quotidiano cittadino  che ha intervistato gli organizzatori chiedendo documentazione e materiale sull’evento.

Anche se l’articolo poi non è uscito, sappiamo che ci ha provato.

Ringrazio anche tutti gli insegnanti presenti, per il loro impegno e la loro passione e, naturalmente, tutti i ragazzi, per il loro entusiasmo e la gioia con cui hanno lavorato.

Nonostante un po’ di amarezza, il 4 Maggio è stata una bella giornata per la scuola che funziona e di cui nessuno parla.

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Fuoco amico sul terzo settore

La vicenda ha del grottesco: il procuratore di Catania ha aperto un’inchiesta riguardo le Ong che operano nel mediterraneo perché, sulla base di prove che non ci sono, perché non penalmente rilevanti a detta dello stesso magistrato, avrebbero il compito di sabotare l’economia italiana.

Io credo che neanche la mente devastata di Salvini avrebbe potuto concepire una idiozia simile e mi chiedo a quale scopo questa notizia sia stata riportata dagli avvoltoi di Striscia la notizia, sempre pronti a diffondere bufale e dai principali quotidiani.

Mi torna alla mente la vicenda del giudice Maresca che un anno fa sparò a zero su Libera con accuse del tutto infondate e si è scusato pubblicamente sui giornali dopo 360 giorni.

Mi chiedo se il procuratore di Catania non avrebbe potuto e dovuto condurre la sua inchiesta nel silenzio, arrivare a un risultato e caso mai, dopo, divulgarlo, piuttosto che gettare fango su chi ogni giorno rischia di suo per aiutare il prossimo e dare il via alla grancassa denigratoria di chi, per giustificare il proprio non fare nulla per gli altri, trova assai comodo affermare che tanto è inutile, è tutto marcio, ecc.

Fermo restando che se ci sono sospetti vanno chiariti e se ci sono colpevoli di reati, vanno puniti, gli attacchi al terzo settore, oggi Libera, domani le cooperative che accolgono i migranti, dopodomani chi si occupa dei rom, ecc., sono sempre più frequenti e, quasi sempre, provengono da chi il terzo settore dovrebbe tutelarlo, quasi sempre si tratta di fuoco amico.

Possibile che non ci si renda conto di dare la stura a criptofascisti come Di Maio, la Ravetto e compagnia cantante con le loro stupidaggini razziste? Possibile che non si arrivi a capire che chi lavora onestamente, e sono certo che si tratta della stragrande maggioranza delle Ong, verrà comunque preso in mezzo dalle polemiche, guardato con sospetto, calunniato?

In italia una parte del paese non aspetta altro che di sentire che dietro l’arrivo dei migranti, che sono pochi, molto meno di quanto la gente pensi, c’è un complotto, magari giudaico, per minare le basi di uno Stato che per metà paese ha latitato per buona parte della nostra storia. Basta un flame su face book, un ragazzino idiota e arrogante che fa due calcoli falsi spacciandoli per scienza per dimostrare che l’Italia non ha bisogno di accogliere i migranti , che subito questa stupida bufala rimbalza sui giornali e il coro dei ve l’avevo detto da parte dei cripto fascisti si fa assordante, Basta un Di Maio, cioè un nullafacente di lungo corso, per avviare la macchina del fango e danneggiare persone che arrivano in cerca di sopravvivenza e altre persone che cercano di farle sopravvivere.

Non basta l’ignoranza, l’approssimazione, la stupidità a spiegare tutto questo, specie se, come in questo caso, il fuoco amico viene da un rappresentante dello Stato.

Io non sono un affezionato alle teorie del complotto e non voglio fare ipotesi fantasiose, ma credo che se in questo paese si cominciano ad attaccare quelli che sanno guardare agli altri come una risorsa e non come una minaccia, siamo davvero arrivati alla frutta.

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La responsabilità dell'uomo comune

 

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Una delle mie alunne, dopo aver partecipato alla giornata in memoria delle vittime di mafia e aver visto a scuola con la classe il film “I cento passi”, mi chiede, con la logica ferrea che solo i bambini e gli adolescenti possiedono: ” Ma perché non fanno tutti il percorso sulla mafia che abbiamo fatto noi? Una volta che i mafiosi attuali sono morti tutti, non ce ne sarebbero più”. Le rispondo con un sorriso amaro:” Quante classi di questa scuola hanno partecipato alla manifestazione?”- “Noi”- “Ti sei già risposta da sola”.

Prendere atto di un fallimento è sempre sgradevole ma, preso atto di non essere riuscito, come attivista di Libera, a coinvolgere i miei colleghi nelle attività di educazione all’antimafia che svolgo da tempo nella mia scuola, è anche giusto e corretto chiedersi perché, come è giusto e corretto chiedersi perché a Genova, capoluogo di una regione dove ieri è stato chiuso un comune per mafia, e non è certo l’unico episodio di presenza delle mafie registrato in Liguria, alla manifestazione è mancata la gente comune, quella che incontriamo ogni giorno per strada.

La risposta, in entrambe i casi è semplice e dovrebbe, secondo me, e dovrebbe secondo me fornire uno spunto di riflessione a chiunque si occupi di contrasto alle mafie nel nostro paese: alla maggior parte della gente, sostanzialmente, trasversalmente, del contrasto alle mafie e alla corruzione non importa nulla. Punto.

Non esiste in Italia qualcosa che possa anche lontanamente paragonarsi a una coscienza civile condivisa, a un concezione del bene comune come patrimonio collettivo da tutelare insieme. Non esiste una cittadinanza attiva se non per una parte minoritaria della popolazione che diventa, suo malgrado, elitaria.

Libera da qualche anno a questa parte segna il passo, non riesce più  a crescere, non riesce più a incidere come un tempo sulle coscienze. Tanto che, spesso, finisce sulle prime pagine con titoli poco lusinghieri, cosa che fino a qualche anno fa era impensabile. Una buona parte di questi titoli sono falsi scoop, come quello del giudice che ci ha messo più di un anno per ammettere pubblicamente di aver detto delle idiozie su una inesistente gestione delle cooperative da parte di Libera.

Questo accade non solo per errori di percorso, inevitabili e giustamente evidenziati, perché la trasparenza deve valere per tutti, ma perché, passata l’onda emozionale che ha accompagnato la nascita del movimento, ottenuti alcuni risultati importanti, anche se non ancora del tutto compiuti, come la legge sui beni confiscati, il punto di arrivo attuale è quello di tutti quelli che hanno provato a cambiare le cose realmente in questo paese: il muro di gomma dell’indifferenza da parte della maggioranza dei cittadini.

Indifferenza spesso di comodo, come quella degli imprenditori del nord che con la mafia fanno affari e la considerano un attore come un altro del mondo della finanza, indifferenza spesso dettata dall’ignoranza, dalla percezione che le mafie riguardano il sud, da una stampa che fa molta fatica ad ammettere la presenza mafiosa al nord, da una magistratura che fa ancora più fatica a certificarne l’esistenza con sentenze chiare, da una politica che da anni semplicemente nega il problema, ma è un’indifferenza soprattutto dettata dalla naturale ritrosia degli italiani ad assumersi le proprie responsabilità, dalla tendenza a delegare ad altri ciò che va fatto insieme.

Il pensiero liquido qui si trasforma in amnesia, la resilienza in tiriamo a campare finché mettiamo qualcosa nel piatto.

Non si spiega altrimenti come la mostruosa norma che vieta di dare da mangiare agli extracomunitari, recentemente applicata ad un cittadino francese reo di aver commesso un gesto di empatia umana,  possa essere accettata in silenzio e la notizia di questa multa, roba da leggi razziali, passi come un trafiletto sui giornali.

Non si spiega altrimenti come si possa anche solo pensare una legge sul decoro dei centri storici che permette di allontanare, non si sa bene come e in che termini, chi non commette alcun reato ma disturba il comune senso del decoro.

Non si spiega altrimenti che un vice presidente di regione, si allontani da una manifestazione contro le mafie perché è partita Bella ciao, l’inno di chi, dando la vita per un’idea di democrazia, ha permesso che lei e quelli come lei, potessero governare (male) una regione ed esprimere le loro  (pessime) opinioni.

Stiamo parlando di palesi tradimenti della carta costituzionale, dello spirito della carta, se non della lettera ( anticipo in partenza le dotte eccezioni del leguleio di turno) cioè del contratto sociale che riguarda ognuno di noi.

Se la gente non scende in piazza per queste cose, perché dovrebbe farlo contro un potere ombra come quello delle mafie, che si alimenta del silenzio, che non si vede ( se non si vuol vedere), l’unico che applica, purtroppo per tutti noi, quella politica del fare tanto blaterata dai politici di tutto il mondo.

Forse l’antimafia dovrebbe ripartire dai margini , dalle periferie dove si condensa la rabbia, dove gli ultimi continuano a non esistere, chiusi nei loro ghetti, divisi da muri di odio e diffidenza verso la città “normale”, rispettabile, dove si consumano crimini anche più gravi, nelle banche, negli uffici delle finanziarie, che nessuno mai condannerà.

Libera lo fa, in parte, con i suoi corsi di formazione per gli insegnanti, con il progetto “Anemmu”, a Genova si chiama così,in altre regioni con altri termini dialettali,.un lavoro fantastico, portato avanti da giovani volontari che meriterebbero un monumento, che riguarda ragazzi che sono sottoposti alla messa in prova da parte del tribunale, gli ultimi, appunto. Poco, ma qualcosa: poco perché siamo pochi e siamo pochi perché la parola “impegno” alla maggior parte degli italiani fa venire l’orticaria.

Una parte di me, quella dell’insegnante, vorrebbe incontrare chi ha scritto Don Ciotti sbirro su un muro di Locri e chiedergli perché lo ha fatto, da dove nasce quella rabbia, qual è il possibile punto di contatto per incontrarsi e trovare un dialogo costruttivo.

E’ troppo comodo dire siamo tutti sbirri, mettere frasi a effetto sui social network e liquidare la questione come provocazione mafiosa, troppo semplice, troppo italiano.

Perché Locri è periferia del mondo, perché al mondo non esistono solo le belle persone che marciano festanti sventolando le loro bandiere ma anche le persone povere, che belle non sono, perché la povertà non ha niente di bello e di nobile, persone disperate che applicano alla lettere quella morale dell’ostrica che Verga ha così ben descritto nei suoi capolavori, restando attaccate al loro nido, alle loro abitudini, al loro micro mondo. Sono persone disperate e la fase successiva alla disperazione è la rabbia.

Se c’è rabbia, c’è volontà di reazione. Quello che dovremmo fare, la sfida del futuro, forse, è cercare di incanalare quella volontà di reazione verso fini positivi far capire a chi ha scritto quella frase, a tutti quelli che scrivono quelle frasi, che esiste qualcosa di diverso dal guscio della loro ostrica.

Per fare questo bisogno ricominciare da capo, rimboccarsi le maniche, buttare nel cesso la retorica e trov
are nuove strade, muoversi verso altre direzioni diverse da quelle battute fino a oggi.

Personalmente non sono per nulla soddisfatto di quanto io ho fatto fino ad oggi, sono consapevole di dover fare di più, soprattutto nel mio lavoro, e a darmi una spinta a continuare sono le domande di una ragazzina di dodici anni e un classe che mi chiede di mettere sulla Lim il testo de I cento passi per cantarli tutti insieme. Non perché senta di aver lavorato bene, ma perché penso che questi ragazzi sono migliori di noi, più responsabili di noi e meritano tutto l’impegno possibile. Almeno quello, visto che gli stiamo distruggendo il futuro con la nostra indifferenza.

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Sotto nessuna bandiera, ma uniti contro le mafie

Non amo le celebrazioni, le trovo retoriche, imbalsamate, una vuota ripetizione rituale priva di un significato profondo. Non che non ne capisca il senso e la necessità, tuttavia provo una naturale insofferenza verso quei giorni fissi del calendario, 1 Maggio, 25 Aprile, 21 Marzo, ecc. in cui ci si ricorda di essere lavoratori più o meno sfruttati dai padroni, democratici più o meno derubati dei propri diritti, cittadini più o meno colpiti, avvelenati, offesi dalla corruzione e dalle mafie per poi tornare ad essere, il giorno dopo, lavoratori che non conoscono neanche il loro contratto, democratici che giustificano le svolte autoritarie e le ambiguità del potere, cittadini che credono che la mafia riguardi gli altri.

Tuttavia proprio perché viviamo in un insopportabile clima di normalizzazione dove fa gioco al potere ignorare che esiste un problema di diritti per i lavoratori, che viviamo in una democrazia controllata, che la mafia c’è e lotta contro di noi, quest’anno parteciperò alle celebrazioni (perché poi ci vado eh, alle manifestazioni, con la felpa di Libera, con la bandiera del mio sindacato, ecc.) un po’ più convinto della loro necessità, un po’ meno svogliatamente del solito.

Cominciamo col ventun marzo, il giorno del popolo di Libera. Uno dei nomi che verranno ricordati sul palco, quello di Graziella Campagna, uccisa a diciassette anni perché aveva visto una carta d’identità che non doveva vedere, mi è particolarmente caro: perché la conoscevo, perché era la sorella di un mio carissimo amico, perché la vicenda si è svolta là dove sono le mie radici e il mio cuore, un piccolo paese della provincia di Messina da cui proviene la mia famiglia e dove ho passato tante lunghe estati della mia vita.

La morte di Graziella è stato il mio primo contatto diretto con la mafia, una sorta di perdita dell’innocenza se volete, la consapevolezza che la mafia non è qualcosa che tocca gli altri, ma tocca, direttamente o indirettamente, tutti noi.

Inutile fare troppi discorsi: Genova è città tiepida riguardo al problema delle mafie, città ricca e comoda, dove si riciclano i proventi della camorra e della ‘ndrangheta, sotto il naso di chi sa e non parla, dove il gioco d’azzardo e il racket ad esso collegato sono diffusi capillarmente soprattutto nelle periferie, dove i delitti di mafia, nella migliore tradizione, vengono fatti passare per questioni di donne, dove passa una quantità di droga sufficiente a soddisfare la necessità di mezza Europa.  Eppure, ufficialmente, la mafia non c’è. Come scrive Isaia Sales, studioso autorevole del fenomeno, l’omertà è un mito costruito al sud molto più forte al nord, dove le mafie si sono ormai insediate in modo subdolo, invisibile e, per questo,ancora più pericoloso.

Sarebbe importante che questa città, questa regione, dove si spara poco ma si ricicla e si traffica moltissimo, prendesse coscienza che la mafia c’è, che la corruzione c’è, che c’è anche l’omertà e la paura, in certi quartieri. Sarebbe importante che prevalesse la voglia di risollevare la testa, Genova l’ha fatto tante volte, il desiderio di dire no a questo flagello che nel silenzio e nell’indifferenza, prospera e cresce.

La lotta alla mafie non è di destra né di sinistra, non è cattolica o atea, non ha bandiere: è un dovere civile, è un’azione civile che tocca a ognuno di noi.

Sarebbe bello se domani ci fossero tantissime persone in piazza ad ascoltare i nomi di chi è caduto per noi adempiendo il proprio dovere o, come Graziella, è rimasto vittima di un sistema perverso e crudele, di cui fanno parte persone più o meno deboli, più o meno infami, più o meno conniventi ma senza attenuanti: perché la mafia, i mafiosi e chi li fiancheggia erano, sono e saranno sempre e solo merda.

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Lavorare insieme per una scuola diversa

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Ritrovarsi ogni anno a Roma per partecipare ad Abitare i margini, il corso di formazione per docenti organizzato da Libera, è sempre piacevole, specie per chi ai margini ci lavora, come chi scrive, e trova conforto nel confronto con voci diverse.

Durante i tre giorni di lavoro, si incontrano vecchi amici e si stringono nuovi rapporti, ci si confronta, si producono insieme nuove idee. Quest’anno però, è arrivato un sentimento assente nelle passate edizioni: la rabbia.

Si percepiva, almeno in una parte degli insegnanti presenti, una insoddisfazione forte e frustrante per quello che sta diventando la scuola, la consapevolezza che la direzione in cui la politica ha portato la scuola negli ultimi vent’anni sia in direzione ostinata e contraria al comune sentire di chi spende, ad esempio, tre giorni della propria vita per trovare nuovi stimoli e nuove strade che gli permettano di entrare in relazione con chi ha di fronte ogni giorno, a chi vive questo mestiere non come un semplice lavoro né come una missione ma come un servizio alla collettività.

Personalmente, sono diventato insofferente alla retorica della contaminazione dal basso, l’idea che dare il buon esempio, sperimentare, produca un contagio positivo negli ambienti di lavoro. Nella scuola non funziona, non più, anzi, chi prova il nuovo, specie se non è in linea con i nuovi indirizzi ministeriali, viene, nel migliore dei casi, più o meno indirettamente, boicottato. La scuola di oggi vede accentramenti di potere e cerchi magici, servi e padroni, chierici obbedienti e apocalittici autoreferenziali.

Non accetto quindi il discorso, ma rispetto chi lo fa, che il cambiamento debba partire dal singolo insegnante. Rispetto chi lo fa perché un lavoro sociale deve comunque cominciare dall’assunzione di responsabilità del singolo, dall’obbligo etico di dare di più, di non potersi limitare al dovuto. Ma un conto è la scelta personale, un conto è l’illusione che questa venga condivisa per empatia da chi ti lavora vicino e ha una concezione spesso opposta del mestiere.

La scuola è l’attività più politica che esista in un paese, politica nel senso letterale di attività che va a vantaggio della polis, della città e dei cittadini, la scuola ha nelle mani le chiavi del futuro del paese ed è giusto che chi governa si assuma la responsabilità di indirizzarla verso la strada prevista dalla carta costituzionale, non può passare da un pugno di insegnanti di buona volontà.

La scuola della meritocrazia, della selezione, della valorizzazione delle eccellenze non fa l’interesse della collettività ma del singolo, crea marginalità e sceglie, discrimina e non funziona da ascensore sociale ma da trampolino di lancio per pochi. Qualcuno può anche trovarla auspicabile, ma la Costituzione non dice questo.

La buona scuola di oggi non risponde alle nuove sfide che i ragazzi ci pongono: non dà risposte all’inquietudine sociale, offre tecnicismo invece di una nuova comprensione del reale, non apre la porta al lavoro ma allo sfruttamento e, soprattutto, è una scuola che non guarda agli ultimi, che non mette in cantiere come priorità quello di risolvere le gigantesche disuguaglianze di risorse tra singoli istituti che nel nostro paese si riscontrano nella stessa città, in quartieri vicini e tra regioni e regioni, non attua serie politiche di condivisione di percorsi comuni con chi arriva da lontano, non è progettata sulla visione di un paese migliore ma sulla visione di una èlite migliore, una classe dirigente che, come ai tempi che furono, possa gestire la cultura e quindi il potere. La scuola di oggi è divisiva, selettiva, priva di etica.

A me e, credo, a buona parte dei colleghi presenti a Roma, questa scuola fa schifo.

La rabbia di alcuni docenti nasce dalla normalizzazione ormai in atto : la maggior parte dei docenti ha accettato e continua ad accettare passivamente questo stato di cose, questo nuovo indirizzo, cercando di ricavarsi spazi di quieto vivere, i sindacati restano inascoltati e da tempo hanno perso il contatto con la base, le famiglie sono diventate controparte. Gli insegnanti che remano contro sono sempre meno, sempre più soli e sempre più marginali.

Personalmente, alla scuola dei corsi di eccellenza preferisco quella dei corsi di lingua due per gli alunni stranieri e alla filosofia del merito preferisco quella di assicurare a tutti le stesse possibilità di partire per la corsa della vita più o meno dallo stesso punto senza trucchi, alla scuola dei migliori preferisco una scuola solidale e cooperativa, la scuola di tutti. Io sogno una scuola che torni ad essere punto di riferimento del quartiere, che tolga lavoro alle forze dell’ordine nei quartieri più disagiati,  che funzioni da ascensore sociale ed etico e possa portare a quel nuovo umanesimo di cui, in quest’era di piccoli orrori, abbiamo bisogno.

Sono anche fermamente convinto che la società civile non possa cambiare nulla: non sarà la società civile a sconfiggere la mafia e non saranno i docenti a cambiare la scuola.

Ma un compito importante la società civile lo ha: quello di rompere le palle al potere, di chiedere con forza un cambio di direzione, di proporre nuove strade e chiedere pil motivo per cui non vengono intraprese.

I cambiamenti, quelli veri, vanno chiesti alla politica, l’unica che possiede gli strumenti e la forza per avviarli.

Stamattina sono tornato in classe carico, come sempre quando torno da Roma, animato dalla voglia di ricominciare a lavorare in un certo modo, di tornare a fare la differenza, ma questo non cambia né l’enorme incazzatura che mi porto dentro per quello che vedo accadere ogni giorno, né lo stato delle cose. 

Mi porterò dentro di questa edizione di Abitare i margini il ricordo di un magnifico brainstorming con i colleghi per costruire un percorso didattico che valga trasversalmente, dal sud al nord, per parlare di mafie in modo condiviso, al di là delle specificità dei territori in cui si opera, terrò a mente i nuovi spunti che sono venuti dagli interventi di altissimo livello dei relatori, soprattutto quelli che mi hanno visto in disaccordo, perché è dal confronto e solo dal confronto con chi la pensa diversamente, che nasce il cambiamento.

Un grazie enorme allo staff della formazione di Libera, persone preziose che con ostinata testardaggine continuano ad andare controcorrente, persone rare, come i colleghi che hanno condiviso questa tre giorni.

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Le coscienze sporche dei cattivi maestri

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La morte di un giovane africano sfuggito al terrorismo islamico, colpevole di aver difeso la compagna dagli insulti di un decerebrato che pagherà, giustamente, per tutta la vita, la sua ottusa incapacità di essere umano, è solo l’ultimo episodio di razzismo, razzismo che ormai occupa quotidianamente le cronache dei giornali, anche se non con il rilievo dovuto.

Razzismo che, diciamolo francamente, fa notizia solo quando c’è una vittima, altrimenti i giornali progressisti hanno cose ben più importanti a cui pensare, tipo i dolori del giovane Renzer o l’ennesimo, squallido scandaletto di tangenti, bustarelle e raccomandazioni che vede coinvolto un ministro del governo che, naturalmente, non coglierà al volo l’occasione di liberarci, finalmente, della sua presenza.

Il razzismo non è più un problema, è una deviazione culturale,  basta leggere gli interventi su facebook o sui forum dei giornali che commentano il fatto: interventi miserabili, privi di pietà, di rispetto, interventi che denunciano un’ignoranza colpevole e consapevole da parte di tante, troppe persone, un povertà di cultura e valori morali, etici, perfino religiosi, che spaventa.

Il razzismo è un male ma ha dei padri, dei cattivi maestri, degli untori che hanno sdoganato l’odio per l’altro, l’hanno reso socialmente accettabile, spesso lo attizzano per convenienze politiche.

La destra fascista sdoganata da Berlusconi, quella che arma le mani contro zingari e immigrati nelle periferie romane, Bossi e Salvini, leader di un partito anticostituzionale che in un paese civile dovrebbe essere sciolto, Questi sono i principali responsabili del rigurgito razzista.. Ma colpevoli sono anche quelli che cavalcano la tigre del razzismo a convenienza, come Grillo che stringe la mano al presidente di Forza nuova, come tanti, troppi, che irresponsabilmente soffiano sul fuoco dell’intolleranza.

Se ci sono cattivi maestri, ci sono anche seguaci che li ascoltano, che li seguono e danno credito alle loro infami speculazioni. E’ tempo che la Chiesa e lo Stato condannino, l’una moralmente, l’altro legalmente, senza ambiguità e con la dovuta durezza, qualsiasi atteggiamento che si configuri come razzista, è tempo di leggi dure contro l’intolleranza, senza ambiguità, è tempo che la politica emargini chi nonc rede nei valori costituzionali. 

Non è questo il paese per cui sono morti quelli che ci hanno dato la libertà, non è questo il paese disegnato dalla Costituzione, non è questo il paese delle grandi lotte sindacali e dell’internazionalismo dei lavoratori, non è questo il paese in cui chi crede nella democrazia, nei diritti per tutti e nell’uguaglianza può continuare a vivere chiudendo gli occhi.

La scuola, la società civile, le persone oneste, devono mobilitarsi e dire no a questa deriva ignobile, la politica deve ritrovare una dimensione etica che ha perso da troppo tempo e che non può risolversi nella buona volontà o nella denuncia degli scontrini, ma deve avere dietro una lettura della società, una idea di mondo diverso, una proposta di cambiamento reale e radicale.

Bisogna comprendere che i razzisti non hanno giustificazioni, non ci sono se e ma quando si tratta di rispetto della vita altrui, non ci sono distinguo. E’ necessario riaccendere la fiamma del discredito sociale contro questi miserabili, fare si che tornino ad essere una minoranza silenziosa e insignificante.

Il fatto di ieri non è un caso isolato, è l’ennesimo campanello di allarme che non può e non deve restare inascoltato. Non possiamo più fare finta di non vedere cosa succede in questo paese, non possiamo più voltare la testa e pensare che non ci riguarda. L’indifferenza è colpevole quanto il razzismo, l’ignavia è ancora peggio.

Morire perché si ha la pelle di un colore diverso negli anni duemila è assurdo, è mostruoso, è inaccettabile, è qualcosa che dovrebbe scuotere le nostre coscienze fino a farle tremare.

Faccio una modesta proposta a Libera: inseriamo tra le vittime innocenti di mafia anche l’elenco delle vittime innocenti di razzismo, ricordiamo questi nomi, ricordiamoli come fratelli, stampiamoli nella mente e non dimentichiamo quanto in basso possa arrivare un uomo, non dimentichiamolo mai..

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L’antimafia (che non fa notizia) dei ragazzi del ponente

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Lunedì si ricordava la morte di Peppino Impastato. Credo che se tra tante celebrazioni avesse trovato il tempo di dare un’occhiata allo splendido auditorium di Cornigliano, avrebbe approvato quello che stava succedendo. Più di cento ragazzi, provenienti dagli istituti comprensivi di Cornigliano e di Pegli, in realtà quelli che hanno lavorato al progetto sono più del doppio ma abbiamo dovuto fare i conti con lo spazio a disposizione,  due quartieri che sono due mondi a sé stanti ma che i ragazzi, lunedì mattino, hanno unito in un no alle mafie declinato con fantasia e tenerezza.

Disegni,canzoni, video, giochi didattici, striscioni, poesie, racconti, sono i prodotti di un anno di lavoro sulla legalità e la lotta alle mafie, il risultato concreto di quel codice etico proposto da Libera che dieci istituti comprensivi hanno adottato nella nostra città. Un particolare ringraziamento va a tutto il personale del Centro civico che, con cortesia e disponibilità, ha allestito la sala alla perfezione.

I ragazzi delle due scuole si sono applauditi, incoraggiati, incitati a vicenda, superando l’emozione inevitabile, di fronte a una sala gremita anche grazie alla partecipazione dei genitori. Così, i ragazzi di un quartiere residenziale e quelli di un quartiere ai margini si sono trovati uniti da importanti valori condivisi, hanno scoperto di poter camminare insieme, gli uni accanto agli altri, sulla strada dell’onestà, della legalità, dell’opposizione a qualsiasi forma di prevaricazione e violazione dei diritti civili.

Gli insegnanti che li hanno accompagnati in questo percorso hanno lavorato con grande dedizione e spirito di servizio, non per il bonus che occupa le cronache scolastiche in questi giorni, ma per fare la differenza, per rendere consapevoli i ragazzi che non c’è nulla che ci faccia sentire in pace con noi stessi come fare la cosa giusta. Non erano presenti tutti gli insegnanti che hanno lavorato al progetto perché alcuni sono rimasti a scuola ma il loro contributo è stato indispensabile per la riuscita del progetto.

Sono intervenuti all’incontro il presidente del Municipio medio Ponente Giuseppe Spatola, la segretaria regionale della Cisl scuola Genova e Tigullio  Monica Capra, il parroco don Robotti, la referente provinciale di Libera Chiara Volpato e il referente  regionale di Libera, Stefano Busi.

Gli interventi di tutti si sono distinti per senso della misura, concisione ed efficacia, forse stupiti da quegli adolescenti che li ascoltavano attenti e in silenzio.

E’ stata una grande giornata di scuola a cui, chi scrive è stato orgoglioso di partecipare, è stata una giornata che, a mio parere, ha indicato la strada che la scuola dovrebbe percorrere: aprirsi al mondo, non aver timore di affrontare temi importanti, perché i ragazzi, se seguiti, capiscono spesso più di noi, lavorare per unire e cancellare le differenze di razza, religione, censo, differenze che per i ragazzi non esistono. Così si forma la coscienza civile e lo spirito di cooperazione, così si fa scuola.

Purtroppo nessuno ha risposto al comunicato stampa che Libera ha inviato a tutti i giornali: forse una bella giornata di scuola non fa notizia, o forse è un sintomo preoccupante di quella rimozione del fenomeno mafioso che è caratteristica della nostra città. Ma non importa: l’impegno di Libera nelle scuole di Genova continuerà con rinnovato impegno, come continuerà  il lavoro sul Codice etico che Lunedì non ha trovato un punto d’arrivo ma un nuovo punto di partenza.

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Libera: formarsi sulle mafie e ritrovare l’entusiasmo.

 

foto abitare i margini

Una quarantina di insegnanti riuniti in un quartiere complicato ad ascoltare e interagire con i qualificati formatori di Libera che spiegato le mafie e le azioni sociali che si possono individuare per contrastare il fenomeno. Tutto questo un sabato di Maggio per otto ore filate.

E’ successo sabato a Genova, ma si è ripetuto molte volte quest’anno in varie città d’Italia, senza contare l’incontro nazionale di Abitare i margini, così si chiama il corso di formazione di Libera, che vede ogni anno 100 insegnanti provenienti da tutta Italia riunirsi per tre giorni ad ascoltare. dialogare, proporre.

Questi sono alcuni degli insegnanti italiani, tanto diversi dalla narrazione ufficiale, che li vuole demotivati, stanchi, vecchi e da rottamare. Se adeguatamente stimolati, se trovano un senso e una utilità pratica in quanto viene loro proposto, se non gli si propina propaganda ministeriale,.gli insegnanti riaccendono l’interruttore dell’entusiasmo e trovano nuove motivazioni, voglia di mettersi in gioco, idee e strategie che vadano a vantaggio dei ragazzi. Non importa se devi sacrificare un pomeriggio di sole a confrontarti con gli altri e se quello che metti in campo comporterà un aggravio di lavoro per prepararlo, è il nostro lavoro e riscoprire che dentro di noi brucia ancora un po’ di sacro fuoco, che non siamo ancora “normalizzati”, che il nostro unico scopo non è accaparrarci l’elemosina del bonus ministeriale, è come aprire la finestra e respirare aria pura.

Libera ha un rapporto privilegiato con la scuola, perché ha compreso quello che né l’assurda burocrazia scolastica, né l’apparato ministeriale, nè, purtroppo, molte famiglie, riescono a capire: la relazione educativa, il rapporto tra un ragazzo/a e i suoi insegnanti, è fondamentale per la crescita dell’individuo come cittadino di domani, fornisce le coordinate per muoversi nel mondo, per comprenderne alcune dinamiche, per rendersi conto di quanto sia importante scegliere e non essere scelti, di quanto sia necessario, per essere liberi, che sia libero anche chi ti sta accanto. Solo agendo sulle nuove generazioni si riuscirà a cambiare davvero le cose.

La scuola è una comunità, gli insegnanti, che hanno la visione globale di una classe, sono istintivamente portati a ragionare non in termini individuali ma in termini di dinamiche collettive. E’ molto difficile,contrasta con lo spirito del tempo, far comprendere  a un genitore, per banalizzare il concetto, che è molto più utile e gratificante lavorare in una classe di alunni cooperativi, uniti, disposti ad aiutarsi che magari ottengono risultati medi nelle loro performances, piuttosto che gestire una classe di alunni magari eccellenti ma in perenne competizione tra loro e disposti a tutto pur di primeggiare.

Alla competizione va sostituito il concetto di responsabilità: sei più bravo? Aiuta gli altri ad esserlo, non essere autoreferenziale, sii solidale. Le classi migliori sono quelle in cui si attiva un meccanismo di sana emulazione: voglio essere come lui o come lei perché mi tende la mano, collabora,  mi fa capire dove sbaglio.

In questa ottica, l’insegnante non deve sedersi in cattedra a distribuire un sapere preconfezionato, ma mettersi in gioco, stimolare, rendere la materia scolastica attuale, viva, aprire le finestre della scuola sul mondo. Soprattutto deve saper ascoltare chi ha davanti, rispettarlo prima di pretendere di essere rispettato, guadagnarsi stima e fiducia giorno dopo giorno.

Discorsi che possono apparire quasi anarchici di fronte alla realtà di una scuola che la nuova riforma vuole sempre più competitiva e selettiva, dove sulla bocca di tutti circola una parola priva di contenuti sensati come “meritocrazia” e dove si sta erodendo quel comune sentire tra gli insegnanti senza il quale non c’è scuola.

Eppure ieri, dopo aver ascoltato gli interventi di alto livello dei relatori invitati da Libera, nonostante il quadro abbastanza sconfortante che è venuto fuori riguardo argomenti come la corruzione e il dilagare del potere delle mafie, durante il momento laboratoriale, questi discorsi nascevano spontanei, ci siamo riconosciuti tutti figli dello stesso desiderio di tornare a incidere sulla società,

Inutile negare che non tutti gli insegnanti sono così, altrimenti non sarebbero mai riusciti a devastare la scuola come hanno fatto, ma la consapevolezza che insegnanti così ci sono, che si impegnano quotidianamente nel loro lavoro credendoci, non con spirito missionario ma con onestà intellettuale, dovrebbe essere di conforto alle famiglie, alla comunità e perfino al Ministero.

Il nostro compito adesso è di non lasciar spegnere la scintilla che si è accesa ieri ma di alimentare la fiamma, progettare insieme, trovare una visione comune: e chissà che, così facendo,il prossimo anno non si riesca ad essere molti di più.

Essendo uno dei promotori della giornata di ieri, non posso che ringraziare Libera per la disponibilità dimostrata e per aver organizzato un incontro formativo di enorme spessore. Ieri, per l’ennesima volta, abbiamo dimostrato che sostituendo la narrazione dell’io con la narrazione del noi si possono ottenere risultati importanti. L’unica strada per cambiare le cose in questo paese, a parere di chi scrive, è questa.

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Un 21 marzo diverso

vittime di mafia

E’ un 21 Marzo diverso quello che si va a celebrare domani, quando i volontari di Libera riempiranno le piazze di tutta Italia per ricordare le vittime innocenti di mafia.

Ho ancora sotto gli occhi le immagini dei tifosi cechi che umiliano una mendicante a Roma nell’indifferenza di tutti, dei muri costruiti in Ungheria, dei profughi che cercano disperatamente di passare il confine con la Macedonia, faccio fatica a contare i morti di camorra in Campania e mi chiedo se i nomi delle vittime innocenti di mafia non sarebbe meglio recitarli ogni giorno, a voce alta nelle strade, ossessivamente, un mantra che esorcizzi la violenza e l’indifferenza della nostra società.

Da volontario di Libera, provo spesso la sensazione di aver la pretesa di provare a vuotare il mare con un bicchiere. La mafia sembra diventato un problema secondario agli occhi dei più, perchè  ha fatto un salto di livello, perché ormai è organica alla politica e all’economia e non ha più bisogno, salvo eccezioni, di ricorrere alla violenza brutale. La mafia vera, il terzo livello, non è neppure la ‘ndrangheta che imperversa nel ponente ligure, o in Piemonte e Lombardia, la mafia vera bisogna cercarla nei consigli d’amministrazione, negli studi professionali, nelle sale della massoneria. La linea della palma di cui parlava Sciascia è ormai diventata una vera e propria foresta in cui rischiamo di soffocare.

La zona grigia ormai si è espansa a macchia d’olio e fa comodo a chi regge le fila puntare i riflettori sul funerale dei Casamonica o sulle madonnine che “salutano” la casa del boss in paese siciliano o calabrese piuttosto che su altre sfere d’influenza della mafia, più ampie e più direttamente collegate alla nostra vita.

Manca in questo paese la consapevolezza che le mafie sono un problema  comune, che ogni volta che entriamo in un centro commerciale sorto all’improvviso in mezzo al nulla, probabilmente contribuiamo a riciclare denaro sporco, che ogni volta che un ragazzo compra uno spinello finanzia degli assassini, ecc.ecc. Senza considerare la mala sanità, le case che crollano, le discariche clandestine, le piccole e grandi tragedie a cui siamo ormai abituati, che se non nascondono la mafia, nascondono la corruzione, che della mafia è sorella.

Viviamo ormai in una narcosi costante, un’indifferenza difficile da scuotere. Ci siamo abituati alla corruzione quotidiana, al razzismo quotidiano, all’inciviltà quotidiana, anche ai morti di camorra quotidiani, troppo presi a conservar i nostri agi o a polemizzare su argomenti di nessuna importanza, troppo storditi da una informazione drogata e da una televisione che con i suoi plastici e i suoi volti di plastica ha perso qualsiasi attributo a cui possano collegarsi le parole pubblico e servizio.

Serve ancora in questo panorama, riempire le piazze e gridare no a tutto questo? Serve ancora ricordare i nomi di chi ha perso la vita per senso del dovere, coraggio, o solo per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato? Io credo di sì, nonostante tutto, anche se non ho accolto con qualche dubbio l’istituzionalizzazione di questa giornata.

Io credo che questo paese non sia maturo, non abbia sufficiente coscienza e spirito civico, non sia pronto a cogliere l’importanza di questo giorno. Temo che istituzionalizzare il 21 Marzo porti, sin dal prossimo discorsi di comodo, passerelle, a trasformare questo giorno, il “nostro” giorno, il giorno dei parenti delle vittime di mafia, il giorno di chi crede e lavora per un paese migliore e più giusto, in una parata.

E’ già successo col 25 Aprile, quando ero ragazzo un giorno sacro, condiviso e solenne, oggi una data in cui sia accendono polemiche, pettegolezzi su chi c’è e chi non c’è, dibattiti sull’opportunità di continuare a celebrarla. Temo che possa accadere lo stesso, ma il timore peggiore è che si faccia passare il 21 Marzo come una celebrazione, il ricordo di una battaglia vinta, invece che lo sprone a continuarla la battaglia, ogni giorno.

Non sarò in piazza domani per via dell’assurda burocrazia scolastica, ma celebrerò lo stesso il 21 marzo con i miei alunni, cercando di fargli capire che la strada da fare è ancora lunga e una parte del cammino spetta a loro.

Mi spiace se qualcuno degli amici di Libera leggendo questo articolo ne resterà deluso, trovandolo forse troppo critico e poco celebrativo, ma quando, qualche giorno fa, ho letto l’invito di quel politico tedesco che raccomandava di non pensare agli occhi dei bambini, riguardo i profughi,e poi ho visto i risultati delle elezioni e ogni volta che leggo un nuovo articolo di Saviano, sempre più amareggiato, sempre più sarcastico e rassegnato, mi chiedo davvero se non ci stiamo solo illudendo, se davvero riusciremo a creare quella coscienza civile condivisa che conduca a un reale discredito sociale nei confronti della corruzione, del razzismo , dell’intolleranza, o se continueremo a ricevere consensi di comodo da parte di istituzioni che poi non daranno seguito ai loro sorrisi.

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