Contratto scuola: ritorno al passato per costruire il futuro

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Con buona pace dei detrattori di ogni colore, quelli che accusano il sindacato di aver contrattato al ribasso e quelli che accusano il governo di avere, nei fatti, sconfessato la 107, due posizioni opposte e incompatibili entrambe dettate da non proprio nobili motivazioni politiche, l’art. 24 del nuovo contratto che definisce la scuola come “comunità educante” potrebbe rappresentare un inizio per ricostruire quello che alla scuola è stato tolto in questi anni.

Un sindacato responsabile, moderno e concreto non può limitare la propria azione solo all’incremento, per quanto legittimo, della retribuzione ma deve mirare a migliorare la qualità di vita dei lavoratori, contribuendo così al miglioramento della qualità del servizio. Sarebbe opportuno a tale fine, agire di concerto con il governo di turno ma sarebbe necessario, come presupposto, che il governo di turno fosse interessato a garantire un’istruzione pubblica di qualità, cosa che negli ultimi vent’anni non si è verificata.

Una scuola definita “comunità educante”, il termine è stato coniato da Dewey negli anni sessanta, ribalta il concetto di scuola manageriale intrinseco alla formulazione pura della 107 e la struttura verticistica, con uno capo, uno staff di collaboratori scelti dal capo e dei sottoposti, che la legge sottintendeva e riporta in primo piano il ruolo della collegialità e la necessità che tutti coloro che fanno scuola collaborino a un obiettivo comune.

Dall’attuazione della 107 abbiamo assistito a una radicale trasformazione del ruolo del preside, che è diventato, di fatto un manager, spesso preoccupato più di tutelare sé stesso da eventuali ricorsi o sanzioni che di altro.

Ormai nelle scuole si va avanti per acronimi e progetti, spesso inseguendo la moda del momento: nuove tecnologie, bullismo, ecc. nei collegi docenti si alza la mano

Le prove Invalsi, una scopiazzatura maldestra dei test in voga nelle scuole anglosassoni da decenni, sono la prova dell’approssimazione e del dilettantismo con sui si tratta la scuola nel nostro paese: è semplicemente assurdo sottoporre alla stessa prova alunni che appartengono a scuole situate in realtà con profili economico sociali distanti anni luce. Decontestualizzando le prove, inevitabilmente, le si falsa. In USA, negli anni cinquanta, ci erano arrivati i sociolinguisti, noi siamo ancora in attesa dell’ìilluminazione.

Si spera che la firma del nuovo contratto torni a fare della scuola un luogo di condivisione di esperienze, del dirigente un primus inter pares con compiti di coordinamento e sostegno agli insegnanti, dei collegi docenti organi che definiscono gli obiettivi delle scuole, obiettivi disegnati sulle necessità dei territori e non sulla base dei soldi che si possono ottenere con questo o quel Pon a prescindere dalla sua utilità effettiva. E’ tempo di ritrovare collegialità e comunione d’intenti e la restituzione del merito alla contrattazione sindacale dovrebbe garantire equità, correttezza e limare certe conflittualità interne che non fanno il bene di nessuno.

Si auspica che dopo il 4 Marzo, chi siederà in parlamento sia disposto ad ascoltare e mettere mano alle vere esigenze della scuola pubblica che comprendono, oltre a un sacrosanto incremento delle retribuzioni, una ridefinizione della libertà di insegnamento con indicazioni ministeriali sulle materie di studio che non si limitino solo a un uso fine  a sé stesso delle nuove tecnologie ma tengano conto delle nuove necessità di formazione culturale degli alunni, strumento di legge efficaci per evitare aggressioni a danno degli insegnanti come quelle di questi giorni, una ridefinizione della libertà d’insegnamento che consideri gli insegnanti professionisti competenti e responsabili e non dei meri esecutori di direttive altrui, una ridefinizione del ruolo prezioso e fondamentale per la tenuta democratica di questo paese delle scuole di periferia, che spesso rappresentano l’unica presenza dello Stato in territori dove domina l’illegalità. Questo per cominciare.

Quanto a chi, per gioco e convenienza politica, continua a sparare a zero sui sindacati che hanno firmato il contratto proponendo piattaforme fantasiose e irrealizzabili, ricordo che la 107, nella sua applicazione pura, non comprendeva la firma di contratti nazionali.  Come sempre, in questo paese, fare i duri e puri è comodo quando sono gli altri a lavorare per garantire i diritti.

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un passato lontano, un presente vicino

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Anche se non ero ancora nato, questa foto la conosco. Anzi, conosco l’altra, quella in cui i Marshalls scortano la piccola Ruby Bridges a scuola, il 14 Novembre 1960, per proteggerla dagli inferociti genitori bianchi che protestavano contro la legge sull’integrazione.

Basterebbe questa foto per rispondere alle polemiche di questi giorni a Genova suscitate dalla mozione che ribadisce che la scuola si  schiera contro  ogni razzismo e discriminazione, approvata da due Istituti Comprensivi e  appoggiata con coraggio pubblicamente da Iris Alemano, dirigente dell’I.C. Pegli.

Spiace, ma non stupisce,  che  un prudentissimo provveditore agli studi abbia   preferito glissare su una domanda fatta al riguardo, domanda certamente tendenziosa  ma legittima, da un giornalista.

Non voglio entrare nella polemica con un gruppo di abitanti di Multedo, strenui difensori di un asilo privato, e del giornalista loro portavoce, che ha accusato i colleghi di Pegli di non saper scrivere ma che dimostra capacità argomentative davvero povere, per uno che fa il suo mestiere, dal momento che si potrebbero confutare le sue affermazioni offensive in trenta secondi.

Voglio invece riflettere sul ruolo della scuola al tempo della 107.

L’eccesso di burocrazia seguito alla riforma, la marea di acronimi con cui siamo costretti a combattere ogni giorno, l’apparente ampliamento di poteri dei Dirigenti (inesistente) e il reale ampliamento delle loro responsabilità, la riduzione della rappresentanza sindacale a mero organo consultivo per la divisione di risorse sempre più esigue, la competitività tra docenti, favorita e incoraggiata anche pubblicamente da esponenti del ministero, l’ossessione per le nuove tecnologie come panacea di tutti i mali e il pensiero perverso e aberrante che compito della scuola sia esclusivamente quello di formare manodopera a richiesta delle aziende,  l’incapacità congenita dello Stato di comprendere che la scuola è un investimento necessario per il futuro del paese e non si può continuare a tagliare risorse e , quando ci sono, a spenderle male, ci stanno allontanando sempre di più dalla scuola disegnata dalla Costituzione.

Il dettato costituzionale, in contrasto con la scuola fascista di Giovanni Gentile, che somiglia molto all’idea di scuola renziana, prevedeva una scuola delle pari opportunità, una scuola che fosse portavoce di valori civili e sociali fondamentali, una scuola in cui la libertà d’insegnamento fosse una garanzia contro le ideologie  totalitarie, una scuola che funzionasse come ascensore sociale, che è ben diverso dal renderla subalterna alle logiche economiche e alle imprese.

La scuola italiana non è, prima di tutto, egualitaria: c’è un divario di risorse e dotazioni di base tra scuole del nord e scuole del sud, tra scuole di diverse regioni  e scuole all’interno della stessa città. I miei colleghi di sindacato sanno da quanto tempo, ossessivamente, insista su questo tema: diamo a tutte le scuole d’Italia gli gli stessi strumenti, poi parliamo di riforme. Invece la 107 ha ignorato questo divario e, di fatto, lo ha aumentato. Il problema non è da poco perché mette in discussione il diritto all’istruzione. E’ doveroso ricordare, che in certe scuole, in certi quartieri, la scuola rappresenta l’unica presenza dello Stato, l’unico punto di riferimento per le famiglie e i ragazzi.  Il lavoro degli insegnanti, certamente più gravoso che in altre scuole, se non altro per le difficoltà ambientali, penso allo Zen, a Scampia, ecc. , non è in alcun modo riconosciuto e l’inserimento del merito, con le modalità cervellotiche che l’hanno caratterizzato,  suona più come una beffa che come un modo per valorizzare questi colleghi.

La scuola italiana è sede di sperimentazioni didattiche straordinarie, svolte per necessità: se hai poco o nulla, ti inventi qualcosa. Sperimentazioni svolte nonostante e non, come dovrebbe essere, grazie al Ministero, alle direzioni didattiche regionali, spesso anche nonostante i dirigenti.  La scuola la fa andare avanti chi ci mette la faccia ogni giorno e chi ci mette la faccia andrebbe tutelato dalla dirigenza, cosa che si verifica sempre più di rado.

I docenti italiani discutono, litigano, propongono e deliberano, in perfetto italiano, non me ne voglia il giornalista di Multedo, evidente avvezzo a privilegiare la forma alla sostanza, perché la scuola italiana è ancora, nonostante tutto, democratica, collegiale, cooperativa.

La scuola italiana è, è sempre stata e sempre sarà, includente. L’inclusione dei disabili è stata presa a modello in tutta Europa, anche nelle tanto lodate scuole del nord, il lavoro che quotidianamente viene svolto con gli alunni stranieri credo sia di gran lunga superiore ad altre esperienze. In certi quartieri si può parlare di condivisione pacifica degli spazi comuni ( io non parlo di integrazione, che trovo un termine fascista) come di una realtà, grazie al lavoro svolto dalle scuole in quei quartieri.

Il problema è che dopo anni in cui entrando a scuola ci si sentiva liberi di sperimentare, di esprimere le proprie opinioni, anche di litigare, da quando la riforma è stata approvata ci si sente un po’ meno liberi, un po’ meno collegiali, un po’ più prudenti.  La reticenza del direttore didattico regionale e dei colleghi della dott.ssa Alemano è frutto di questo eccesso di prudenza. Cosa significa non prendere posizione e restare equidistanti sull’affermazione che la scuola deve rigettare qualunque posizione razzista e discriminatoria?  Equidistanti da chi?  Parlando di equidistanza si ammette che esista un contrasto e se il contrasto è sulle affermazioni che stigmatizzano comportamenti razzisti e discriminatori logica vuole che sia con chi quei comportamenti li approva. E’ tra queste due posizioni che il responsabile delle scuole della città ritiene di dover mantenere la propria equidistanza?

La scuola non può permettersi timidezze di sorta sui principi perché è un presidio di democrazia, perché ogni giorno applica la Costituzione, perché è stata e deve tornare ad essere promotrice di valori e la condivisone di percorsi comuni con chi viene da lontano, la condanna di ogni discriminazione, sono valori irrinunciabili per tutte le scuole, di ogni ordine e grado, valori che andrebbero ribaditi ad alta voce in prima battuta da chi delle scuole è il portavoce.

Altrimenti il futuro sarà un ritorno al passato, a quella foto che ho inserito all’inizio dell’articolo. Sessant’anni sono meno di un battito di ciglia, storicamente parlando, e di strada da fare, purtroppo quella bambina ne ha ancora tanta.

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La scuola che non vogliamo

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“L’attuale rivoluzione tecnologica deve essere ben gestita se vogliamo ricadute positive sotto il profilo sociale ed economico. Per questo occorre un’evoluzione profonda di tutto il sistema formativo dove conoscenze e competenze sono fondamentali per le sfide globali che ci attendono.

E’ importante governare i cambiamenti e non subirli se vogliamo realizzare un corpo docente competitivo”. 

Sen. Angela  D’Onghia, sottosegretaria al Miur, fonte: Orizzontescuola.

In queste parole sono compendiate tutti i fraintendimenti, gli errori e le sviste  della politica scolastica degli ultimi dieci anni e di quella del governo Renzi in particolare.

Il pensiero che il percorso formativo debba essere sottomesso all’attuale rivoluzione tecnologica, che vadano rivisti modalità e temi dell’insegnamento alla luce dei nuovi strumenti e vada quindi formata una nuova classe di tecno insegnanti al passo con i tempi, è semplicemente aberrante. Corpo docenti competitivo con chi, con cosa?

Qual è l’epistemologia sottesa a questa frase? Perché c’è un mondo dietro, il mondo della narrazione che chi ci governa ci propina da più di vent’anni, un mondo dove tutto funziona alla perfezione e ad emergere  sono i migliori, i più giovani e i più bravi ( la gioventù è condizione irrinunciabile nella narrazione, l’esperienza non conta nulla), un mondo dove la competizione è sempre salutare, un mondo dove chi resta indietro non esiste.  La scuola di questo mondo non è costituzionale.

Manca completamente, in questa visione distorta e parziale, uno dei compiti istituzionali fondamentali della scuola, quello formativo. Manca completamente la scuola come rapporto, il valore umano che fa la differenza, manca la scuola come fucina di valori, manca la scuola come ricettacolo dei problemi sociali, come punto di riferimento in mezzo al deserto.

Profilo sociale ed economico non sempre vanno di pari passo, anzi, negli ultimi anni, l’economia sta distruggendo il sociale in ogni suo aspetto. Asservire la scuola alle logiche aziendalistiche, renderla azienda a sua volta, sarebbe un errore gravissimo e il governo Renzi sembra aver intrapreso esattamente questa strada. Sostituire l’obbedienza allo spirito critico è il sogno di ogni sistema totalitario e un mondo dove le logiche economiche definiscono quelle sociali e politiche, è un mondo totalitario.

La scuola è prima di tutto cultura, uno sguardo sul mondo per trovarne chiavi di lettura, il tentativo di decodificare e smascherare tutto ciò che limita, controlla o cerca di influenzare la nostra libertà di giudizio. Non c’è macchina che possa fare questo, la tecnologia non sostituirà mai un buon insegnante. La scuola deve educare alla bellezza, non a bruciarsi le diottrie dietro uno schermo.

Bisogna educare i giovani insegnanti ad ascoltare i ragazzi, a mettere da parte quanto imparato sui libri e negli osceni corsi di formazione istituzionali, bisogna che comprendano chi hanno davanti, le sue esigenze, il suo linguaggio, che entrino nel suo mondo per aiutarlo a uscire e ad entrare nel mondo reale. Altro che  innovazione tecnologica e corpo docenti competitivo.

Chi scrive non è un luddista, sono un appassionato di nuove tecnologie e credo che, se usate con parsimonia, possano risultare utili nel lavoro. ma si tratta di meri strumenti, come i libri di testo: non possono essere la base di definizione del mio programma didattico né influenzarlo in alcun modo.

Per altro, questa fantomatica tecnologia latita nella maggior parte delle scuole, questi input che arrivano dal ministero sono un vacuo ciarlare di nulla.

Ovviamente i ragazzi vanno educati a un uso intelligente delle nuove tecnologie,  ne devono conoscere le potenzialità e soprattutto, i pericoli. Forse il sottosegretario non sa che mettere tra le mani di un adolescente uno smartphone di ultima generazione o un laptop senza controllo, equivale a farlo giocare con una rivoltella carica. Ed è grave che il sottosegretario non lo sappia, ancor più grave che non lo sappia il ministro.

Prima di governare i cambiamenti è necessario comprenderli, non seguire lo spirito del tempo in modo supino, senza avere idea di cosa si sta facendo. Sarebbe opportuno che pedagoghi, psicologi, filosofi e politici la piantassero di dire cosa la scuola deve essere e cosa non deve essere e lasciassero che a farlo siano gli insegnanti, che la scuola la tengono in piedi, nonostante tutti quelli di cui sopra, e la mandano avanti ogni giorno.

Ultima osservazione: quanto affermato dal sottosegretario entra in contrasto, seppure in limine, con la libertà d’insegnamento. Attenzione, perché è il fondamento della democrazia in questo paese, la conditio sine qua non  per definirci ancora un paese libero.

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La scuola che non c’è

Ricomincia domani ( ma è già cominciata per alcuni) la scuola, anche se questo termine andrebbe rimodulato, reinvestito di altre assonanze rispetto a quanto siamo stati abituati a fare fino all’anno passato.

Lungi da me affermare che prima la scuola italiana godesse di buona salute, ma è possibile oggi, dopo un anno di sperimentazione della riforma, affermare senza tema di smentita che:

1) Tutte le promesse del governo (azzeramento dei precari, aggiornamento tecnologico, merito, razionalizzazione e potenziamento delle risorse, bla bla bla) sono state disattese, tutte, nessuna esclusa.

2) Il ministero dell’Istruzione e l’amministrazione scolastica in generale denunciano un’arroganza e una incompetenza che raramente si è vista nel servizio pubblico.basta vedere il modo in cui sono stati gestiti i concorsi, l’arruolamento, ecc. Roba da terzo mondo, altro che scuola 2.0! Per non parlare della mobilità: norme cervellotiche e assurde che valgono per tutti tranne che per la moglie di quello che non è stato eletto, ovviamente, così insegnanti del sud sono costretti a trasferirsi al nord o a rinunciare al lavoro senza alcun motivo razionale, solo per il ghiribizzo di gente che non solo non sa nulla di scuola ma non sa nulla di come vivono le persone normali, quelle senza benefit, con uno stipendio da fame e una famiglia da mantenere.

3) Il merito si è rivelato quello che era evidente si sarebbe rivelato: una regalia che, nella maggior parte dei casi, non valorizza un accidente ma serve a creare coorti di fedeli, avvilente sia per i dirigenti onesti ( e ce ne sono) sia per gli insegnanti.Chi ha meritato la premialità e l’ha ricevuta, prova imbarazzo verso i colleghi che hanno lavorato con lui e come lui, senza averla ricevuta, chi non l’ha meritata e l’ha ricevuta, non prova nessun imbarazzo, chi avrebbe voglia di dare di più e non ha ricevuto nessun riconoscimento sarà indotto a fare di meno, perché: chi glielo fa fare?

Per inciso, lo spirito della norma sul merito andava in direzione opposta, la premialità avrebbe dovuto valorizzare, non punire chi canta fuori dal coro, stimolare non deprimere, essere il più possibile allargata non limitata ai cerchi magici e, soprattutto, non avrebbe dovuto essere assegnata a chi è già stato premiato da esoneri e congrui riconoscimenti con il fondo d’Istituto.,  Ma si sa che tra lo scrivere e il fare…

4) Gli insegnanti, come categoria, non esistono. I propositi di battaglia si sono sciolti come neve al sole e sono rimasti nelle mani di chi si illude che  una categoria che sciopera al 15% improvvisamente leverà la testa se si alzeranno le barricate ( che, detto per inciso, non possono essere alzate: siamo categoria soggetta a precettazione). La normalizzazione impera: qualcuno tace per paura, qualcuno perché talmente schifato da non averne più voglia, qualcuno perché servo e gli sta bene così. E nei corridoi i coltelli corrono silenziosi verso le spalle di tutti, con buona pace della collegialità, defunta non appena la 107 è stata varata. Amen. Amen anche per i sindacati di categoria,cancellati da quelli che rappresentano nel momento cruciale, anche loro normalizzati, in cerca di residui spazi di potere.

5) Nessuno al governo si assumerà la responsabilità del disastro: né il ministro dell’istruzione, il peggiore degli ultimi vent’anni ( e con la Gelmini pensavamo di aver toccato ogni fondo possibile) né tantomeno quello che non è stato eletto o il suo fedele servo, Faraone. Scaricheranno le colpe sulla categoria che, per la sua accidia, una parte delle colpe se le merita.

6) E’ solo l’inizio: i regolamenti di conti interni, le ripicche, le smanie di potere di chi nulla conta e crede di contare, i colpi bassi, le chiacchiere alle spalle, sono diventate e diventeranno pane quotidiano nelle scuole del regno, avvelenando gli ambienti ed esasperando molti che vorrebbero solo svolgere il proprio lavoro in santa pace.

7) I veri e unici sconfitti in questa commedia degli errori sono i ragazzi: l’inevitabile scadimento della didattica per la demotivazione degli insegnanti, la corsa alle promozioni facili perché fa punteggio nei rapporti di autovalutazione, i progetti inutili e di facciata che le scuole organizzeranno perché in linea con le direttive del governo,saranno tutto tempo rubato al loro diritto di formarsi culturalmente e umanamente. D’altronde, di loro non interessa nulla a nessuno: non votano, non contano. Ancor meno interessano i ragazzi stranieri: non votano, non voteranno, sono meno di zero. 

Ecco, questa è la scuola del nuovo corso e forse sarebbe opportuno trovare un nuovo termine più adeguato, più sincero per definirla. Questa è la scuola che comincerà domani in molte regioni del paese e molti insegnanti, come me, che fino a qualche tempo fa attendevano la fine delle vacanze e l’inizio delle lezioni con un misto di rammarico e di  piacevole attesa, oggi si sentono un po’ nauseati e non esattamente motivati. Anzi, oggi, si sentono sconfitti.

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