Sono tra noi e bisogna dire basta

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Salvini che si paragona a Liliana Segre è blasfemo. Uno squallido razzista agitatore d’odio che si mette sullo stesso piano di una donna che rappresenta la memoria vivente dell’orrore.

Ancora più squallidi e miserabili sono i suoi elettori. Tanti, troppi perché la già non sempre stabile tenuta democratica del nostro paese possa sopportarli.

Sono tra noi, sugli autobus, per le strade, nelle file alla posta o alla Asl, sui luoghi di lavoro. Si portano dietro il loro bagaglio di falliti, frustrati e rancorosi, la loro invidia da inetti e, come novelli untori, disseminano i germi del loro odio, l’unico sentimento che sono capaci di esprimere.

Piantiamola di dire che la destra è l’unica a recepire le istanze dei lavoratori, a lavorare nelle periferie. Chi segue dei miserabili è miserabile, punto. Essere di destra è lecito e rispettabile, essere razzisti e seminare odio non è né l’una né l’altra cosa.

Liliana Segre non ha bisogno di retorica ma di rispetto e il miglior modo che abbiamo di manifestare questo rispetto è dire basta.

Io per primo troppe volte taccio di fronte a certe affermazioni che sento in giro, l’ho raccontato in un post qualche giorno fa. Tanta altra gente, come me,  tace, vuoi per paura, vuoi per apatia, vuoi per rassegnazione. Grazie anche al nostro silenzio ci rubano ogni giorno un po’ di libertà.

Non è più il momento di chiedersi come sia stato possibile o di pensare che si possano seppellire con una risata, è arrivato il momento di agire, di testimoniare ovunque il nostro pensiero divergente, di dire basta a ad alta voce e pubblicamente a ogni commento razzista, a ogni atteggiamento discriminatorio,  a ogni insulto nei confronti di chi ha la sola colpa di essere nato con un colore diverso.

È il momento di fare pressioni perché quelle leggi sui diritti civili che il Pd sembra avere accantonato vengano approvate, di chiedere a voce alta l’abolizione dei due decreti   discriminatori che garantiscono sicurezza e impunità solo ai razzisti e vanno sotto il nome mai meno azzeccato di decreti sicurezza. È arrivato il momento di porre freno all’infamia.

È tardi per invertire la rotta del paese o per pensare di convincere la maggioranza silenziosa, quella che non si schiera mai, che non vota, quella delega sempre per non assumersi responsabilità ma non è tardi per mostrare che esiste comunque una parte consistente del paese che non tollera questa deriva nauseabonda.

Liliana Segre non è un monumento ma una donna che ha patito sofferenze indicibili e ha scelto di testimoniarle, il modo migliore in cui possiamo portarle rispetto è provare ad essere d’esempio, svolgere nel modo migliore il compito che ci è stato assegnato, essere uomini e donne onesti materialmente e intellettualmente.

La deriva razzista del nostro paese è una cosa seria e chi scrive l’ha denunciato in tempi non sospetti, affermando anche, e ricevendo per questo molte critiche, che il fascismo poco aveva a che fare con questa nuova barbarie che non era ideologica ma sociale, una devastazione valoriate inedita, portata avanti da persone prive di etica e morale che andava combattuta con strumenti nuovi, che non potevano essere le rispettabilissime manifestazioni dell’Anpi né l’antifascismo una tantum dei raduni di piazza.

Adesso che siamo arrivati a un punto di non ritorno, perché questo rappresenta la scorta a Liliana Segre, inutile chiedersi perché o come è successo, bisogna agire, bisogna spingere chi ha il potere di farlo, la politica, a porre fine con ogni mezzo a questo scempio.

La società civile non ha la forza di cambiare nulla, la società civile  è divisa, frastagliata, sparsa, smarrita. Sentivo l’altro giorno, durante un’assemblea, dei colleghi e delle colleghe insegnanti lamentare la propria solitudine in quel luogo che dovrebbe essere il tempio della collegialità, la scuola. La solitudine è il sentimento dominante sui luoghi di lavoro, ogni giorno viviamo una sensazione angosciante di diversità, di scollamento dal presente, di mancata sintonia con chi ci sta vicino.

Sono in molti a sentirsi così: scoraggiati, delusi, amareggiati da un presente difficile e da un cielo sempre più gravido di nuvole scure. È in questi momenti che bisogna trovare la forza di rialzare la testa. È il momento di fare di quella diversità, di quella mancata sintonia col pensiero dominante un valore aggiunto. Di coltivarla per farla crescere, di contagiare chi ci sta vicino con i semi della solidarietà, della cooperazione, del diritto.

Unica consolazione è il fatto che Liliana Segre sarà ricordata sempre, quell’altro invece, presto o tardi scomparirà, destinato al meritato oblio dei falliti.

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Il granello di sabbia, un libro per riflettere.

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Auto recensirsi è antipatico, quindi eviterò di dare giudizi di valore sul mio nuovo libro, Il granello di sabbia, e mi limiterò a spiegare di cosa si tratta senza, mi auguro, tediare più di tanto i miei lettori.

Si parva licet componere magnis i modelli letterari sono 1984 di Geoge Orwell e Il diario dell’ancella, di Margaret Atwood, due romanzi distopici che nascono, il primo, dopo la rivoluzione russa per denunciarne la deriva autoritaria, il secondo, come manifesto del movimento dei diritti delle donne.

Questo libro nasce da lontano, precisamente da una votazione assai dibattuta in un collegio docenti, su una mozione di principio contro il razzismo, voto, lo dico a scanso di equivoci, assolutamente legittimo. I molti voti contrari a una mozione che comunque passò a maggioranza, mi diedero la netta sensazione che qualcosa si fosse incrinato nel nostro tessuto sociale, la consapevolezza che se anche in una scuola di un quartiere di periferia, ad alto tasso migratorio, si facevano dei distinguo su principii fino a poco tempo prima totalmente condivisi, significava che qualcosa stava cambiando.

Dopo un paio d’anni, il cambiamento, positivo o negativo a seconda di come uno la pensa, è sotto gli occhi di tutti.

La distopia è un genere letterario poco frequentato, perché comunque, si trova al confine tra la fantascienza, l’anticipazione e il desiderio di dipingere il presente secondo metafora, caratteristiche che si trovano mescolate nel mio romanzo.

Se il precedente era un libro politico, schierato, dichiaratamente di parte, questo aspira a essere una lettura per tutti, una riflessione che, si spera, dia modo a ogni lettore di vedere il presente da un’angolazione diversa. Insomma dovrei riuscire a evitare la messe di insulti che ho ricevuto sui social per il mio libro precedente, da gente che non l’aveva neanche letto.

E’ presente, soprattutto nella figura del protagonista, il tema della dicotomia tra ciò che vorremmo essere, ciò che siamo stati e ciò che diventiamo vivendo.  Marco Baldi è il direttore di una casa di tolleranza e, nel mondo allucinato del romanzo, un ispettore della pubblica morale. Come tutti i regimi autoritari, anche quello descritto aspira al controllo assoluto, anche sulle emozioni e sulle passioni che, in quanto incontrollabili, risultano pericolose per chi governa usando la paura, l’unica emozione lecita.

Sono fondamentali per l’economia del racconto, le figure femminili che, in un mondo maschilista dove le donne sono oggetti da comprare e vendere o da usare per la procreazione, sono, in modo diverso, resilienti e resistenti e nascono dalla mia personale convinzione che, se c’è speranza per questo paese, è riposta nelle sue donne e nei suoi ragazzi.

Il romanzo è volutamente duro, cupo e amaro perchè l’argomento merita rispetto e non può essere oggetto di ironia. Ce ne sono tracce, ma sporadiche e sempre venate di amarezza. Troppa ironia si è  spesa per stigmatizzare i primi atti di razzismo e di xenofobia, troppa se ne spende per stigmatizzare comportamenti che ormai, ci piaccia o no, sono entrati nella nostra quotidianità. Comportamenti e modi pensare che come un virus, stanno contagiando il nostro presente. L’esempio di Liliana Segre ne è la prova.

Non ho l’ambizione di trasmettere messaggi o proporre soluzioni che spettano ad altri, mi piacerebbe tutt’al più proporre spunti di riflessione sul presente, seminare in chi legge il libro il dubbio che forse, non viviamo in un mondo perfetto e nemmeno nel miglior mondo possibile. È un libro rivolto ai giovani, magari di qualche anno più grandi di quelli che vedo ogni mattina, l’ho scritto pensando a loro.

Vi invito, dunque, alla lettura e vi prego di inviarmi le vostre eventuali critiche, ringraziando in anticipo, di cuore, chiunque deciderà di dedicare una parte del proprio tempo a leggere  quello che  ho scritto.

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Una democrazia malata

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Più del voto in Umbria, ampiamente previsto e amplificato ad arte dalla grancassa fascista e da un Di Maio che non vede l’ora di trovare il pretesto per staccarsi dal Pd, trovo allucinante l’immagine di quegli esponenti politici del centro destra che restano seduti in aula mentre i colleghi applaudono Liliana Segre e non votano la risoluzione riguardante l’antisemitismo.

Qui non è questione di libertà d’opinione, ci sono argomenti che non rientrano in questo ambito e l’antisemitismo è sicuramente uno di questi argomenti, non è neanche questione di incoerenza, come quella di Salvini che dice di non aver votato il provvedimento perché non vuole uno stato di polizia, lui, l’uomo che faceva eliminare gli striscioni sgraditi alla Digos, è quesitone di rispetto delle più elementari regole di convivenza civili e dei principi fondamentali della Costituzione.

Le ipocrite dichiarazioni dei fascisti, chiamiamoli così per favore, did democratico questi non hanno nulla, per giustificare un atto ignobile, mostrano solo l’infima statura man di questa gente.

Liliana Segre è una superstite della più grande tragedia del secolo scorso ed è persona di altissima statura etica e morale che non può e non deve essere oggetto di attacchi squallidi e ignobili da parte di una massa di dementi, manovrati ad arte da una macchina propagandistica per cui la definizione di “macchina del fango” non è più adeguata.

È inammissibile che in questo paese ci siano individui rappresentanti del popolo che si astengono su una questione fondamentale per la tenuta democratica di questo paese blandendo e cercando il consenso di movimenti anticostituzionali e criminali.

Tenuta democratica che, bisogna dirlo forte e chiaro, tra rievocazioni nostalgiche della marcia su Roma, razzismo dilagante, e flirt della destra con le frange più violente del neonazismo nostrano, è in pericolo.

Per anni, durante il ventennio di Berlusconi, ci siamo sentiti dire che non c’era nessun pericolo, che la democrazia era solida, ecc. ecc. Intanto, la democrazia veniva erosa giorno dopo giorno, il welfare ridotto, diritti fondamentali cancellati, presidi di democrazia come la Scuola ridimensionati e modificati in modo da mettere a tacere il pensiero critico e libero.

I segnali di un attacco frontale alle libertà costituzionali sono stati forti e chiari ma sono stati ignorati sia dalle forze politiche sia dalla società civile, nel timore di perdere consensi o apparire impopolari. 

Se la sinistra e la società civile fosse stata presente e compatta a ogni sgombero di campi rom, per stigmatizzare la disumanità, a ogni manifestazione neofascista per ricordarne l’illegalità, ai primi accenni di xenofobia che si sono manifestati in varie città, per contrastarli senza se e senza ma, se avesse, senza ambiguità, fatto una scelta di campo netta, chiara, decisa, le cose sarebbero andate diversamente. La sinistra tutta, la società civile quasi tutta e la stampa di sinistra, disonesta intellettualmente quanto quella di destra, solo un po’ più elegante.

Prendiamo come esempio gli accordi con la Libia: invece di rendere umani gli hot spot  e i centri di accoglienza, dove i diritti vengono violati quotidianamente,e invece di riorganizzare l’accoglienza in base a nuove regole,   ripulendo il campo dalle associazioni che non svolgono il proprio lavoro in modo adeguato e facendo entrare invece chi, da sempre lo fa, invece di rendere norma il modello Piace, Minniti e co. hanno avvalorato la falsa idea dell’invasione  giocando in difesa sulla pelle dei migranti e facendo il gioco dei fascisti.

Oggi che quell’accordo ignobile, un vero e proprio patto Stato-mafia, deve essere rinnovato, ancora una volta la sinistra non riesce a compattarsi e distaccarsi da quest’idea che per battere la destra bisogna comportarsi come la destra. E continua a fare il gioco dei fascisti.

Matteo Renzi, addirittura, dichiara di essere fiero della propria identità italiana, peccato che non esista storicamente e antropologicamente.

L’atto di non alzarsi di fronte a una vittima dell’Olocausto è uno sdoganamento della peggiore forma di razzismo possibile ed è un comportamento che non dovrebbe suscitare pallide proteste ma rasenta il crimine. È l’esempio più eclatante che l’identità nazionale, quel sentimento che si coagula attorno a valori condivisi da tutti, non esiste. Siamo un paese diviso da sempre, l’entità geografica di Metternich e, tempo, anche un paese fascista.

O si torna a difendere i valori che hanno unito questo paese contro la follia nazi fascista, tornando a cercare di costruirla, un’identità italiana, o a quella stessa follia, e deve essere chiaro a tutti, finiremo per arrenderci.

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Il governo senza vergogna, di nuovo.

Quante speranze potevano esserci che un governo formato da una forza di destra, guidata da un post fascista senza alcun retroterra culturale e una forza di sinistra in crisi potessero rappresentare un vero cambiamento rispetto all’esecutivo precedente, il più a destra dell’Italia post fascista? Poche e infatti…

Il recente accordo sulla redistribuzione degli immigrati e le disgustose dichiarazioni di Di Maio che vi hanno fatto seguito, mostrano che questo è un governo senza coraggio, preoccupato di recuperare il consenso elettorale perduto e incapace di svoltare verso una politica diversa.

Sia Conte che Di Maio hanno ribadito che la politica sui migranti non cambia, perpetuando il mito dell’invasione e di un’Italia che non riesce a sostenere il carico dei nuovi arrivi. Così siamo arrivati all’ennesimo accordo scarico barile. Continuando a dire le stesse bugie che hanno fatto la fortuna di Salvini.

E’ evidente che il modello Riace non è stato cancellato solo dall’ignobile sindaco leghista che, poichè non c’è fine al ridicolo, a intitolato il paese a due santi che si occupavano degli ultimi della terra curandoli, ma anche dal Pd, che ha scelto di non Si riaprire il discorso su un esperimento civile e riuscito di integrazione e accoglienza.

Nel paese di Virgilio, la pietas è morta.

Invece di organizzarla l’accoglienza, di aprire un dialogo con le cooperative e le associazioni che si occupano di quelli di cui il governo non si occupa più, per trovare soluzioni, per ridefinire il modello creato da Mimmo Lucano, invece di nominare Mimmo Lucano commissario per l’immigrazione,siamo andati in Europa a frignare, confidando che allontanato il pericolo del lupo cattivo fossero buoni con noi.

Ogni volta che Di Maio apre bocca, un leghista maledice il furor destruendi ( si fa per dire, naturalmente) di Salvini e si chiede perché ha rotto il giocattolo. Quasi ogni volta che un ministro grillino apre bocca, siamo incerti se ridere o piangere.

Zingaretti, dal canto suo, non apre bocca se non per dire banalità, anche adesso che si è liberato dell’ombra di Renzi, partito per altri lidi in cerca di soddisfazione per il suo insaziabile ego. Come lui, anche gli altri capi corrente del Pd, che con Renzi hanno perso un comodo capro espiatorio. La sinistra non abita più qui.

Della condizione di un paese diviso, dove l’odio si respira nell’aria, dove giunte comunali come quella di Genova conducono una guerra puntuale e spietata contro gli ultimi, non se ne parla, della necessità di ricostruire il tessuto etico frantumato del nostro paese, nessuno fa cenno. Come nessuno fa cenno allo ius soli e alla necessità di riforma delle forze di polizia perché mai più nessuno venga pestato in carcere.

L’internazionalismo è uno scomodo retaggio del secolo scorso, così come la solidarietà e la cooperazione, parole che stavano dietro alle bandiere con la falce e il martello dichiarate criminali dall’Unione europea, mentre la bandiera stelle e strisce che ha mietuto quattro milioni di morti in Vietnam più un numero indefinito in Sud America e che continua a farlo, va benissimo, si può sventolare.

In Italia, si preferisce, come sempre, far finta di cambiare tutto per non cambiare niente, continuando sostanzialmente la politica dell’esecutivo precedente, con meno arroganza e meno volgarità ma con lo stesso identico cinismo.

Lo stucchevole gioco delle candidature, lo spettacolo squallido dei voltagabbana, una politica fatta di niente, sono quanto finora ha offerto questo esecutivo, insieme alla promessa di stanziare fondi che non ci sono, di sanare un’evasione fiscale insanabile, di risolvere problemi strutturali del paese irrisolvibili da questa banda di fascistoidi e post sinistroidi che si vergognano di Bandiera rossa.

Posso concludere solo dicendo: che schifo!

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Schiacciare il pane

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Schiacciare il pane è un atto talmente sacrilego che un brivido freddo corre lungo la schiena a commentarlo.

Parliamo di trentatrè bambini scolarizzati, di quindici uomini e ventidue donne, tre incinta, diciamo chi sono gli esseri umani che hanno scatenato l’odio cieco nel quartiere di Torre Maura, odio abilmente aizzato dai fascisti, perché i rom sono esseri umani, uomini, donne e bambini, che si sono visti assalire da una folla inferocita. Non stupise certo la matrice fascista del gesto,quelli sono solo in grado, come sempre, di agire in gruppo, come topi di fogna, contro un nemico inerme.

Almeno a Genova, quando per mero calcolo politico l’allora giunta di centro sinistra sgomberò il campo rom di Cornigliano, impedendo anche lì ai bambini di continuare a frequentare la scuola, ci siamo risparmiati l’esibizione d di queste bestie, ma, onestamente, non so se succederebbe anche oggi, con un sindaco sempre più impegnato a far la guerra agli ultimi e la gente che sembra apprezzare.

Sorge spontanea una domanda ingenua: e le forze dell’ordine? Dov’erano? Cosa facevano? perché hanno tenuto alla cintola quei manganelli che in altre occasioni hanno sfoderato e usato contro manifestanti inermi? Dobbiamo aspettarci questo in futuro? Un ordine pubblico a due facce, leone con gli agnelli, ecc.? Dobbiamo tollerare i saluti romani, gli incitamenti a dare fuoco a donne e bambini, ecc.? Dobbiamo abituarci che se a mostrare il culo a un poliziotto è un fascista, va bene, se a inveire contro i poliziotti che menano è un’ insegnante la si arresta e la si diffida dal manfiestare idee antifasciste?

Io lo so che non importa a nessuno, quelli sono rom, quindi, nell’ìmmaginario comune, non persone ma ladri, delinquenti, ecc. Forse non importa neanche a loro, perseguitati dalla notte dei tempi,i veri ebrei erranti. Eppure dovrebbe importarci, perché quegli uomini sono stati offesi, umiliati, oltraggiati da una canea fascista e da una folla senza freni che ha violato un numero consistente di leggi, dovrebbe importarci perché il braccio repressivo dello Stato, di solito piuttosto solerte se c’è da menare le mani,  ha deciso di non reprimere nell’immediato, perché il sindaco di Roma si è arreso allo sporco ricatto dei violenti e al razzismo.

Dovrebbe importarci perché hanno schiacciato il pane destinato ai bambini, che è come puntargli contro una pistola, dovrebbe importarci perché hanno violato i più elementari diritti civili garantiti a ogni essere umano in un paese che si proclama democratico. Non si può restare indifferenti o liquidare come un episodio quello che è solo l’ennesimo passo in avanti verso una deriva sociale ed etica che rischia di diventare inarrestabile.

Il mandante morale di questa aggressione tace, occupato a coniare i suoi sprezzanti commenti sulla cinquantina di migranti salvati in alto mare o a mangiare cibo spazzatura, secondo la logica che il simile vuole il simile.

Tace anche un’opposizione che non esiste, una nuova sinistra che è solo nella testa degli illusi, guidata da un parolaio solo poco più abile di Renzi, solo meno arrogante ma, quanto a contenuti, ugualmente evanescente e ancora più retorico, se possibile. Una sinistra che, come a Genova qualche tempo fa, insieme a tante anime pure in questo paese di sepolcri imbiancati, non ha capito che o si difendono i diritti di tutti, anche di quelli che sono sgraditi alla gente, come i rom, o parlare dei massimi sistemi è fiato sprecato e ipocrisia.

Tacciono anche quelli che si sono riuniti a Verona, in difesa della vita, così hanno detto, ed è strano: perchè calpestare il pane significa calpestare la vita.

Tacciono i Cinque stelle, complici e corresponsabili della macelleria sociale ed etica che si è aperta in questo paese. Anche se vi credete assolti, cazzo, se siete coinvolti!

Questo paese ha fatto un altro passo avanti sulla via dell’infamia, con un gesto che, per gli antichi, equivaleva ad attirarsi una maledizione, una punizione divina, tanto era considerato sacrilego. Un atto di violenza inaccettabile, un atto fascista, uno sputo alla Costituzione. Non c’è niente che giustifichi la violenza contro donne e bambini, niente.

Il ministro degli Interni dovrebbe, con decreto immediato, sciogliere le organizzazioni che hanno promosso l’aggressione, far arrestare e processare per direttissima i responsabili e far capire forte e chiaro a tutti che sarà applicata la tolleranza zero nei confronti di altre iniziative del genere.

Pura fantascienza, ovviamente,in questo paese senza vergogna. Tanto, non  importa a nessuno.

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Elogio dell'eresia

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Ormai è una lite continua, anche i più gandhiani tentativi di mantenere la calma franano  di fronte all’ottusa ostiunazione degli adepti, ai mantra ripetuti fino alla nausea, alla non so quanto voluta, incapacità di articolare un discorso usando lo spirito critico. Anzi, di articolare un discorso tout court.

Non sono d’accordo con Stefano Bartezzaghi che oggi su Repubblica fa un’analisi impeccabile del populismo e dei modi in cui il virus si diffonde dentro i social ma pecca nella sintesi: secondo lui, visto che ogni intervento pro o contro Salvini fa il suo gioco, l’unica soluzione è tacere.

Forse per deformazione professionale, sono convinto invece che si dovrebbe provare a ragionare, discutere, confrontarsi con l’altro, anche se, troppo, spesso, l’altro è molto più snervante dei miei alunni. Ma l’uomo è un animale sociale e politico, diceva Aristotele, quindi inevitabilemente, per natura, destinato al confronto con l’altro.

Il problema è che viviamo in un momento storico, ben descritto da Tom Nicholls nel necessario, se si vuole capire l’oggi, La conoscenza e i suoi nemici, in cui alla maggior parte delle gente non importa conoscere, cercare di afferrare frammenti di verità, anzi, mai come oggi la specializzazione, la competenza e la cultura sono squalificate, beffeggiate, oltraggiate. La rete permette, apparentemente, a tutti di diventare esperti di tutto e tutti pontificano su tutto senza saperne nulla: dai vaccini alle scie chimiche, dai flussi migratori al bosone di Higgs, in un’orgia di presunzione, arroganza ed esibizionismo che non ha precedenti nella storia.

Il metodo di Salvini ormai è evidente: creare finte emergenze in cui la maggioranza della gente si identifica, non perché fondate su dati reali ma perché misurate sul loro livello di frustrazione e insoddisfazione,  per consolidare il proprio potere e non importa se mente spudoratamente. L’oscena legge di Minniti, tanto lodato da uno Scalfari ormai in piena crisi senile, ha quasi azzerato i flussi migratori e Salvini si inventa un inutile blocco di una nave di poveracci in alto mare, mentre i suoi aficionados riempiono la rete di fake news secondo le quali sull’Acquarius si balla e si canta.  Le Ong trovano altri lidi su cui approdare e lui tira fuori la schedatura dei rom, il nemico per tutte le stagioni,  non importa quanto sia anticostituzionale e inutile, i rom nomadi hanno i documenti e sono conosciuti dalle forze dell’ordine, anche perché in Italia sono solo quarantamila, è sufficiente a scatenare l’ennesima ondata di odio.  le categoire vittimarie sono sempre le stesse, i capri espiatori quelli magistralmente descritti nei suoi libri da Girard. Nulla di nuovo, si va sull’usato sicuro.

Questo metodo ricorda l’ora d’odio di 1984, il momento in cui la popolazione veniva invitata a offendere, insultare odiare il nemico del momento, che poteva cambiare ogni giorno o ogni ora. Molte e inquietanti sono le assonanze con quel libro profetico, Non ultima quella con la Neolingua, il linguaggio ideato da esperti, costituito per lo più da slogan,  che un team di esperti conia per Il Grande Fratello.

Ma non vogllio nobilitare con citazioni letterarie l’operato politico di un cialtrone bugiardo.

Quello che mi preme sottolineare è come ormai non esitano più apocalittici e integrati ma adepti e ed eretici, dove gli eretici, quelli che tentano di usare la ragione, trovare soluzioni, descrivere una realtà diversa da quella disegnata dal potere, sono inevitabilmente minoranza. La maggioranza degli adepti è acritica, bellicosa, semplifica e reitera il messaggio,  replicando con la violenza, per ora solo verbale, alla logica e con l’insulto alla cultura.

L’eretico è, letteralmente, colui che sceglie e, in  quanto tale, in quanto non cieco seguace dello spirito del tempo, degno di sospetto e indegno di essere ascoltato. L’eretico è il granello di sabbia che rischia di mandare in tilt il sistema, l’anomalia che non ti aspetti e che rischia, se  ti fermi ad ascoltare, di mandare in frantumi le solide colonne delle false sicurezze. L’eretico usa la ragione in un mondo senza ragione,  prova a conoscere quello che gli altri volutamente ignorano, incontra dove gli altri erigono muri.  L’eretico legge, la massa ascolta, l’eretico pensa, la massa si adegua, l’eretico controbatte, la massa tace, l’eretico grida che il re è nudo, la massa china la testa e loda gli splendidi abiti del re. L’eretico dice sempre ciò che non va detto.

Ecco, questo dell’indicibile è un punto importante per comprendere il momento che stiamo vivendo: le cose non dette non esistono e quindi  permettono la lettura della realtà che più aggrada alla massa, che gli permette di sfogare senza pudore o vergogna le pulsioni più basse, li lbera dal senso di colpa e li fa sentire parte di qualcosa in un momento di totale deriva ideologica ed etica.  Siamo passati dal pensiero liquido alle menti liquide, adattabili a qualsiasi forma, idea o pensiero, imprigionate in comode dighe di pregiudizi.

L’eretico è chi fa un foro in quelle dighe, è il bambino che toglie il dito e le fa crollare. P erché, presto o tardi, in un modo o nell’altro, crolleranno.

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Non sono come te, quindi sono

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Il problema non sta nella sindaca del varesotto che profana la giornata della memoria con un post idiota e omofobo, casomai sta in quelli che l’hanno eletta.

Il problema non è Salvini e le assurdità che vomita quotidianamente, il problema sono quelli ( troppi) che gli stanno dietro, che gli regalano un consenso non oceanico ma comunque consistente.

Il problema del razzismo e dell’intolleranza, che in Italia esiste ed è in utile negarlo o consolarsi col fatto che la maggioranza degli italiani non è razzista, assunto tutto da dimostrare, sta nel fatto che da anni vengono proposti alla gente modelli raggiungibili di bellezza, successo, potere come se fossero alla portata di tutti.

Quando il successo non è più realizzazione del sé, una famiglia, un lavoro gratificante, una cerchia di amici e rapporti sociali, ma si traduce in accumulo di denaro, di fama, di visibilità mediatica, genera indubbiamente frustrazione in chi deve accontentarsi e non sa più farlo perché continuano a dirgli che  vivere normalmente, invecchiare normalmente, lavorare normalmente, non è in, non è qualcosa a cui, nel mondo di oggi, si possa aspirare.

Nasce allora un meccanismo di identificazione negativo: di fronte all’angoscia che genera il non essere ricco, famoso, ecc,, si reagisce col trovare in altri non essere  una conferma della propria identità, un modo per sentirsi diverso da chi ha ancora meno e sentirsi uguale agli altri, quelli che sono come noi.

Ecco allora che non essere neri, non essere gay, non essere migranti, ecc., diventa il primo passo per recuperare la propria identità messa in crisi dal pensiero comune, il secondo passo è quello di attribuire alle categorie vittimarie le colpe del mancato successo: invece di muoversi, rimboccarsi le maniche e cercare di risolvere i problemi, diventa molto più semplice gridare, manifestare, aggredire chi è diverso da noi, per sentire un noi a cui si appartiene. Questo paese ha già conosciuto una guerra civile, un riconoscersi come noi solo negando l’altro, portando all’esasperazione il processo che ho descritto.

E’ questo il meccanismo con cui Casapound e miserabili affini raccolgono consensi tra le fasce più disagiate della popolazione, ma è anche il meccanismo per cui migliaia di ragazzi, ogni domenica, non vedono l’ora di menare le mani allo stadio. La violenza è il terzo, inevitabile passo.

Come si può fermare questa logica perversa? Con una rivoluzione culturale,  che l’attuale storytelling della politica rende del tutto improbabile: non perché siano tutti uguali, qualche lievissima differenza c’è ancora, nonostante tutto, ma perché sono tutti privi di cultura nel senso più ampio del termine, cultura che contempla principi, valori morali non solo di facciata, valori etici. Con le dovute eccezioni, certo, ma che non contemplano politici di primo piano.

Non è un caso se le migliori fiction italiane parlano proprio di questo, concentrandosi in particolare sullo stadio della violenza e descrivendolo molto bene in tutto il suo squallore e la sua assurdità.

Viviamo in un mondo assurdo, dove un pregiudicato fa campagna elettorale e ci scaglia con odio contro dei poveracci che non chiedono altro che sopravvivere, un mondo assurdo dove per risolvere un problema basta non vederlo, non raccontarlo e renderlo, quindi, inesistente.

La politica, per chiunque ci si schieri, e il panorama italiano è, a usare un eufemismo, una terra desolata, non ha risposte perché non si pone le domande e il problema è che nella tanto evocata società civile, spesso si ripetono in piccolo le stesse dinamiche della politica, gli stessi giochi di potere, le stesse meschine vendette.

Quindi come cambiare questa situazione, come spingere chi lo guida a traghettare questo paese lontano da derive pericolose?

Il lavoro ben fatto, quotidiano, incessante, incalzante, il lavoro ben fatto da parte di ognuno  nel proprio ambito, con le proprie capacità, il lavoro ben fatto per orgoglio e dignità, non per diventare qualcuno ma per essere qualcuno. Un’altra strada non la vedo.

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Multedo: una squallida commedia degli errori

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Il capitale e l’accumulo,del capitale sono, in quanto espressione dell’interesse di pochi, amorali, se non incompatibili, indifferenti all’etica. Così un buon manager, perché questa è la sua natura e non per colpa, ricordo la favola dello scorpione che punge il suo salvatore, sarà tanto più amorale quanto più è capace. Ma se il manager sceglie la strada della politica e assume un pubblico incarico, può continuare a essere quello che è o non deve, piuttosto, assumere responsabilmente una nuova veste?

La questione è di scottante attualità visto come il sindaco Bucci ha pensato di risolvere la questione di Multedo, cioè usando l’ accoglienza di esseri umani come merce di scambio: Multedo si prende dodici profughi e io stanzio subito sette milioni di euro per lavori di ristrutturazione del quartiere. Un ragionamento perfetto, da manager, un errore politico imperdonabile.

Il messaggio che passa è che basta un paio di manifestazioni razziste per ottenere ciò che spetta di diritto e avere, come bonus, uno sconto sugli esseri umani da ospitare. Una soluzione perfettamente compatibile con lo stile del manager ma che poco ha a che fare con le responsabilità’ di un pubblico amministratore. Senza contare   la reificazione dei profughi, ridotti a merci di scambio.

Io sono nato nel secolo scorso quando l’idea dominante era che la politica dovesse avere un solido sostrato etico e laico e il suo compito, oltre che quello di amministrare equamente le risorse pubbliche, dovesse essere anche di elevare culturalmente il popolo, di creare cittadini consapevoli e attivi nel perseguire l’ utile comune. Evidentemente, a Bucci e alla sua giunta, è rimasto in mente solo il perseguire l’utile.

Questa brutta uscita del sindaco è solo l’ultimo di una lunga serie di errori che hanno contrassegnato questa squallida e triste vicenda e,segue a ruota, la maldestra e inopportuna contromanifestazione della Fiom, contemporanea alla  fiaccolata stile Ku Klux klan degli abitanti di Multedo. Francamente, non era il caso di esacerbare gli animi e creare una dicotomia buoni cattivi che lascia il tempo che trova. meglio lasciar passare quella brutta carnevalata nel dimenticatoio che farla finire in prima pagina per la tensione che si è creata.

Non è cercando lo scontro che si risolverà una situazione ormai compromessa, in cui ogni attore che entra in scena sbaglia la sua battuta. Temo purtroppo, l’effetto domino, anche se potrebbe avere un lato positivo: applicando il Bucci pensiero con un paio di milioni di profughi da offrire ai comuni come bonus, risolveremmo il problema della messa in sicurezza delle scuole, del dissesto idrogeologico, delle infrastrutture,ecc.

Mi chiedo quanto valgano sul mercato i profughi siriani, se il prezzo salga a seconda che siano bianchi o neri, quanto potrebbe far salire le quotazioni un bambino.

Purtroppo appare irrisolvibile il problema del dissesto etico, morale e umano di un paese sempre più allo sbando, sempre più brutto, sempre più privo di una bussola che ne orienti l’anima. E questa brutta uscita, cinica e opportunista, nemmeno fascista, solo squallida, ne è l’ennesima riprova.

Ma c’è speranza: sta nell’opera silenziosa, quotidiana, instancabile, che non finisce in prima pagina, di quelle persone che con i migranti lavorano quotidianamente, che li accolgono senza se e senza ma, di quelle che si battono perché venga riconosciuta la loro dignità di esseri umani, esattamente quella dignità che il sindaco di questa città ha offeso, trasformandoli in merce di scambio.

A loro va il mio rispetto, a loro e ai ragazzi e alle ragazze che mi ritrovo ogni mattina davanti: esasperanti, smarriti, a volte feriti, bellissimi nella loro ingenuità, loro non conoscono e non capiscono la chiusura verso il diverso,sono naturalmente portati a essere curiosi, a non rifiutare e a cercare sempre un punto di contatto che permette il riconoscimento dell’altro come simile a sé. Quando parliamo di razzismo, la domanda più frequente che mi fanno è: ma non ha senso, perché?

Non posso che augurare loro di restare così dentro, per sempre giovani. 

https://www.youtube.com/watch?v=VAusBR2uSN8

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Genova muore a Multedo

Qualche tempo fa in via XX Settembre, in pieno centro città, si radunò davanti a un palazzo un centinaio di persone che portavano delle bottiglie d’acqua. Avevano tagliato l’acqua a un gruppo di immigrati ospitati in quel palazzo e tanti genovesi hanno detto no, questo è troppo. A scuola, alcuni miei alunni mi videro sul giornale, c’eravamo anch’io e mia moglie tra quelle persone, e mi chiesero cosa era successo. Quando terminai il mio racconto, una ragazzina ecuadoriana disse: “ Dobbiamo fare qualcosa anche noi, non è giusto, ci dica cosa possiamo fare”.

Potrei concludere qui quest’articolo sulla vergognosa vicenda di Multedo, una vicenda di razzismo pregiudiziale e scaricabarile politico, potrei concludere dicendo che grazie a Dio, i ragazzi sono meglio di noi. Anche quelli stranieri.

Quella è stata l’ultima occasione, non accadeva da tempo, in cui mi sono sentito orgoglioso di essere nato casualmente in questa città. Dopo lo sgombero del campo rom con miei alunni annessi nel quartiere  in cui lavoro, sgombero necessario e sacrosanto, effettuato nel peggiore dei modi possibili, per calcolo politico, dopo questa vicenda di Multedo, torno ufficialmente a essere quello che sono sempre stato: un figlio di emigranti, operai, senza terra sotto i piedi e senza bandiere da sventolare.

A Multedo muore la Genova operaia e solidale, la gente pronta a compattarsi per gli oppressi e i diseredati, la Genova antifascista, medaglia d’oro della Resistenza, la Genova che scende in piazza contro il congresso dell’Msi, la Genova che segna la strada, quella che nel 2001 insulta I picchiatori in divisa, la Genova operaia e internazionalista, la Genova di don Gallo e don Prospero, dei preti di fabbrica, la Genova che piange Guido Rossa e dice no alla violenza.

Io abito a Pegli, cinque minuti da Multedo e in quindici anni, non ho mai sentito di un fatto di cronaca che avesse come protagonista uno straniero. Mafiosi che vivevano nel quartiere, si, omicidi in odore di  mafia, si, scontri tra figli dei quartieri dormitorio delle  colline, sì.

Multedo ha i suoi problemi, i problemi di una città morta, dove i giovani non hanno prospettive e si chiudono le fabbriche, dove i problemi restano immutati e irrisolti da decenni, dove la politica fa promesse che non mantiene mai.

Anche Cornigliano ha i suoi problemi, è il quartiere dove lavoro da quando vivo a Pegli.  A Cornigliano sedici anni fa, di stranieri ne arrivavano a centinaia, siamo passati dal trenta per cento di stranieri nelle scuole al sessanta per cento di oggi. Ricordo discussioni, tensioni, problemi, fraintendimenti, ma mai levate di scudi aprioristici e ingiustificati contro persone che arrivavano da lontano.

Molto, moltissimo, per la condivisone di percorsi comuni, integrazione è parola che detesto, ha fatto la scuola, prima le maestre e i maestri, infaticabili, impagabili per la loro fantasia e il loro impegno quotidiano, poi i professori della scuola media, i miei maestri, persone che non andavano in televisione parlando di “splendide esperienze con gli stranieri”, come va di moda oggi in tv e sui giornali, ma le esperienze le facevano sul campo, ogni giorno, senza lamentarsi. Continuiamo a lavorare così, in silenzio, senza avere l’onore di prime pagine e servizi televisivi, perché riteniamo che lavorare così faccia parte dell’etica del nostro lavoro.

Mi chiedo: perché Cornigliano, disastrata, avvelenata per decenni dai fumi dell’Italsider, quindici anni fa andava bene e Multedo, oggi, non può accogliere sessanta persone? Perché certi quartieri sì, e altri no?

Ma soprattutto mi chiedo quale insegnamento danno ai loro figli quelle persone che manifestano il loro odio pubblicamente verso altre persone che non conoscono, di cui non conoscono le storie e le aspettative?

Mi spiace, so di essere impopolare, ma queste persone, per me, non hanno giustificazione. Qui si parla di umanità, pura e semplice e il fatto che i profughi verranno ospitati in una struttura della curia rende tutto solo un po’ più triste, un po’ grottesco. Non c’entra niente la politica, né il mio essere cattolico: si tratta di una questione etica.

E veniamo all’atteggiamento della politica. Il Pd, sempre più spostato a destra, che a Genova offre una delle sue versioni più penose, tace. Anche perché la sinistra ha senza dubbio la colpa di non aver risolto il problema epocale dello spostamento del petrolchimico da Multedo, quello sì, problema serio che meriterebbe barricate.

La nuova giunta, salita anche grazie alle tendenze xenofobe della sua maggioranza, lascia la patata bollente al prefetto, nella migliore tradizione della vecchia politica. Da quando il nuovo sindaco si è insediato, abbiamo sentito tante chiacchiere, assistito a nomine ai confini della realtà, ma visto pochissimi fatti e, quei pochi, irrilevanti.

Ecco io credo che anche la politica dovrebbe porsi un problema etico: l’odio non giova a nessuno, l’odio cieco, ancor meno, anche perché l’obiettivo può cambiare a seconda del momento e a quelli a cui conviene oggi può non convenire più domani. La politica dovrebbe educare al rispetto del dettato costituzionale che parla di uguaglianza  e condanna del razzismo e delle discriminazioni.

Purtroppo, Multedo è lo specchio di un paese senza direzione e senza valori di riferimento, la guerra tra poveri è l’inevitabile conseguenza della guerra al buon senso e all’ integrità combattuta e trionfalmente vinta dai nostri politici negli ultimi anni.

“La speranza è nei prolet”, recitava Orwell, la speranza è negli ultimi, in quelli che si rimboccano le maniche e ogni mattina, lavorano duro per portare a  casa il pane.

Ci abbiamo creduto in molti a quelle parole, purtroppo, oggi, dobbiamo accettare il fatto che la speranza, se c’è ancora, è altrove.

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Mi sento straniero in casa mia

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Le  immagini dello sgombero di Roma sanno, purtroppo, di deja vu per chi era a Genova nel luglio 2001. Poliziotti che pestano persone inermi, tutto già visto, solo che questa volta sui social il plauso per quello che è successo ieri, è quasi unanime.

Ancora una volta, come in occasione dello sgombero del campo rom di Cornigliano, a Genova, pochi mesi fa, sono stati violati i diritti dei bambini, diritti sanciti non solo dalla costituzione ma da parecchi trattati internazionali che, evidentemente, nessuno ha fatto studiare ai poliziotti.

Quest’estate ha visto tornare, e non venitemi a dire che la democrazia non è in pericolo, lo spettro del fascismo nel paese in cui, ricordiamolo, il fascismo è nato, prima del nazismo. La svolta a destra dell’attuale governo, con il sostegno di buona parte della popolazione, è una realtà che solo chi non vuol vedere può mettere in dubbio.

Prima gli attacchi alle Ong, che sono certo si riveleranno del tutto ingiustificati, lo sporco accordo con la Libia, il tam tam della stampa compiacente su un allarme invasione che non esiste, il provvedimento sul decoro dei centri urbani, che sembra fatto apposta per tranquillizzare i bravi borghesi che abitano le loro comode case del centro, e furono proprio i borghesi, lo ricordo, ad appoggiare in massa il fascismo, adesso le botte ai migranti.

Nel mezzo, i crolli di Ischia, il solito blablabla sugli attentati, le solite sparate estive su una scuola pubblica che, è evidente, lo Stato ha deciso di dismettere, e poi il nulla: nessun decreto che possa tamponare la piaga del lavoro nero, incapacità totale del governo di porre freni ai licenziamenti che, grazie anche a Renzi, si diffondo a macchia d’olio in tutta la penisola, nessun decreto d’urgenza per la messa in sicurezza idrogeologica del paese, le mafie tacciono, la corruzione pure, i Cinque stelle stanno diventando più razzisti di Salvini e più inutili della Meloni, finito di pestare gli immigrati tutti i problemi si risolveranno.

Cosa racconterò ai miei ragazzi quando riprenderà la scuola se mi chiederanno cosa sta succedendo in questo paese? Molti di loro sono stranieri, probabilmente impauriti e preoccupati. Io, per abitudine, non mento ai ragazzi e non me la sentirei in questo momento di tranquillizzarli, di dirgli che non c’è problema, che potranno continuare a venire a scuola tranquilli. Perché davanti a certe derive nessuno è tranquillo.Perché oggi sono gli stranieri, domani gli operai e non serve dare la colpa ai poliziotti, che sono ragazzi che svolgono il proprio lavoro, che sono stati addestrati e indottrinati a fare quello e nessuno gli ha spiegato che, prima di ogni dovere, dobbiamo rendere conto alla nostra coscienza.

Mi sento straniero in questo paese razzista, io, genovese per caso, siciliano nell’anima senza terra sotto i piedi, con tutti i libri che ho letto, con le storie che conosco, con la Storia che studio e insegno, con il mio impegno civile, mi sento inadatto ad affrontare questa marea di odio che sembra salire, mi sento, quando faccio certi discorsi in classe, come il ragazzo della diga di Harlem, che cerca di tappare i buchi con le sue piccole dita.

Mi sento un estraneo nella mia città, mi sembra di essere piombato in mezzo ai Borg e chi non capisce la citazione, si guardi Star Trek, mi sembra che si stia passando dal pensiero liquido al pensiero unico, il peggiore di tutti i pensieri, il più funesto, il pensiero che ancora odora del fumo dei campi.

E questo sarebbe il paese che pochi anni fa si indignava perché nella Costituzione europea non c’era accenno alle comuni origini cristiane? DI quale cristianesimo stavano parlando allora i nostri Soloni? Di quello bigotto e colluso dello Ior e dei preti che fermano la processione di fronte alla casa dei boss, del Vaticano degli scandali, dei sussurri e grida, dei preti pedofili  o di quello dei don Puglisi e dei Romero, dei teologi della Liberazione e di padre Zanotelli? Ma perché tanta gente va a messa la domenica se poi si comporta per sei giorni alla settimana in modo diametralmente opposto a quello che significa essere cristiani? Forse è arrivato il momento che a catechismo vadano anche i grandi, a imparare a memoria la dottrina sociale della Chiesa.

E questo sarebbe il paese governato dalla sinistra? Ma chi appoggia questa accozzaglia di balordi sa cosa significa essere di sinistra, quanto costi essere di sinistra? Più o meno lo stesso prezzo che sosta essere un buon cristiano e non un bigotto.

Mi sento un estraneo in un paese senza memoria, senza rispetto, senza più un briciolo di dignità, che si crogiola nella sua ignoranza, nella sua televisione spazzatura, nei suoi talk show fasulli, pieni di sepolcri imbiancati e filosofi da bar, la cui unica religione è la partita della domenica, i cui unici valori sono il sesso (meglio se extraconiugale per ammazzare la noia) e il potere (meglio se facendo le scarpe agli altri), un paese di corruttori e di corrotti, un paese con una enorme massa di collusi.

So che molti provano questo senso di straniamento e l’illusione che, passata questa maledetta estate, la pioggia laverà la vergogna di questi giorni. Ma non è così, la pioggia porterà alluvioni, devastazioni, vittime e altri pestaggi, per fare finta che non sia successo niente.

A proposito: il clima non sta cambiando, l’aridità di questi giorni, il caldo soffocante, le coltivazioni che inaridiscono non sono dovuti all’inquinamento. Sono le scie chimiche.

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