Il governo e i chierici obbedienti

Da molto tempo ormai, in Italia, gli intellettuali hanno rinunciato ad esercitare il pensiero critico, scegliendo di schierarsi aprioristicamente con l’una o l’altra parte politica, non importa quanto ideologicamente vuote e prive di valori siano entrambe, per nessun altro motivo valido, a mio parere, se non il puro interesse personale.

L’attuale dibattito su referendum costituzionale, di livello talmente basso da rasentare il pecoreccio, non si spiega se non tenendo conto di questa rinuncia.

Il problema di questo paese non è l’immobilismo, come molti continuano con ostinazione ammirevole,a ritenere e in ogni caso la soluzione non è certo il finto dinamismo dell’uomo che non è stato eletto e della sua allegra banda. Il problema di questo paese è la corruzione, la mancanza di cultura e di etica, l’illegalità diffusa e accettata senza alcun discredito sociale a tutti i livelli. Le mafie, in questo contesto, sono il prodotto di questo clima, non la causa, il frutto peggiore di un orto ampiamente infestato da parassiti e veleni.

Il problema di questo paese è che è dominato, dalla sua fondazione, da un capitalismo familiare, chiuso e gretto, tendenzialmente di destra ma, in realtà, disposto a cambiare bandiera a seconda della convenienza, capitalismo familiare che, basta guardare l’organigramma del governo, si è trionfalmente insediato nei luoghi del potere.

Non serve modificare la Costituzione e dare il potere a un uomo solo per cambiare le cose, servirebbero politici di ben altro spessore e valore che quelli che infestano il Parlamento. Sarebbe molto più semplice applicarla, la Costituzione e renderla carne viva invece che carta morta.

L’uomo che non è stato eletto da nessuno, non solo non ha rinnovato nulla, ma sta attuando una politica stantia, vecchia, condannata dalla storia.

Il consociativismo risale ai primi anni della Repubblica, la riforma scolastica è una modernizzazione della riforma Gentile, non nei modi, ovviamente, ma negli intenti, il jobs act è un modo originale per eliminare i sindacati e sfruttare liberamente i lavoratori: non potendo usare le maniere forti di Mussolini, l’uomo che non è stato eletto utilizza la sua intelligenza da borghese appartenente alla razza padrona, per regolare quel conto aperto con il proletariato dal 25 Aprile 1946, quando anche i padroni, che sotto il fascismo avevano vissuto benissimo, dovettero chinare la testa di fronte all’orgoglio di un popolo stanco di essere schiavo.

Sto dicendo che l’uomo che non è stato eletto è fascista?  Una moderna incarnazione di Mussolini? Non scherziamo. Mussolini era un anarchico poi passato nelle fila del partito socialista. Diventato burattino dei padroni si è rifiutato di farsi manovrare e ha avviato l’unica rivoluzione che questo paese abbia mai vissuto. Una rivoluzione pessima come tutte le rivoluzioni, con un di più di nefasto e criminoso. Ma Mussolini, quando dovette riformare la scuola, che sapeva essere uno dei centri nevralgici del potere, chiamò il più importante filosofo italiano di quel periodo, uno dei più importanti filosofi italiani di sempre. Comincia forse lì, col signorsì di Giovanni Gentile, il rapporto servile tra i chierici e il potere nel nostro paese. L’uomo che non è stato eletto non è fascista né comunista, non è di destra nè di sinistra, è affascinato dal potere in sé, è un narcisista patologico ma dotato di una furbizia vernacolare che, fino adesso, gli ha permesso di tirare avanti nonostante lo sfacelo della sua azione politica. E a riformare la scuola ha chiamato una pletora di incompetenti.

L’uomo non ha avversari: il Movimento cinque stelle non esiste, è un partito aziendale destinato a esaurirsi  in tempi brevi, anche e soprattutto se vincesse le elezioni a Roma, la destra non ha bisogno di esistere perché già governa, la sinistra radicale è anche più povera di contenuti, grottesca e ridicola del Movimento di Grillo, il che è tutto dire, la Lega, per fortuna, ha una base troppo ignorante e un leader improponibile per arrivare a diventare una forza neonazista come quella che ha rischiato di vincere le elezioni in Austria, l’opposizione interna al Pd è ai limiti del grottesco,per non parlare di gente come Civati e Fassina, che bene farebbero a cambiare mestiere.

Chi dovrebbe infastidire il governo? I giornalisti, i professori, gli scrittori, gli intellettuali, che invece stanno bene attenti a non sbilanciarsi, a vivere chiusi nelle loro comode torri d’avorio dove non importa neanche da che parte tira il vento, perché il vento non ,lo percepiscono.

Anzi, si respira nell’aria un certo disprezzo per la cultura, specie se qualcuno ha ancora il coraggio di esprimere un’opinione fuori dal coro. Leggo così un’intervista di Ezio Mauro a Zagrebelsky ficcante, veemente, all’americana e mi chiedo come mai il suo giornale non è altrettanto efficace a stigmatizzare le innumerevoli idiozie della dama di corte del piccolo principe, tanto per dirne una; vedo un rettore togliere la parola a un ragazzo che con una discreta dialettica  incalza la dama di cui sopra che non sa usare altra replica se non il suo soave sorriso. Leggo anche le esternazioni del senatore D’Anna su Saviano, che come sa chi mi legge io non amo, esternazioni che arrivano puntuali quando esce la notizia di personaggi vicini ai clan  inseriti nelle liste, guarda un po’, della compagine del senatore D’Anna; lo stesso Fatto quotidiano è solito usare due pesi e due misure a seconda che a dire spropositi siano i grillini o i fedeli al governo.  Questo uso strumentale e settoriale dello spirito critico, questo servilismo mascherato da rigore o moralismo da quattro soldi, sono lo specchio dello stato miserevole in cui versa la cultura nel nostro paese. Il manicheismo è la soluzione degli ignoranti e dei fanatici e nel manicheismo, a tutti i livelli, non viviamo immersi.

Il problema è molto serio se si pensa che in passato intellettuali come Sciascia, Pasolini, Sanguineti, Eco,  hanno non solo lasciato il segno ma indicato la strada da prendere, oltre che anticipare con impressionante lucidità il futuro prossimo venturo, Commettendo errori e prendendo abbagli, certo, ma  senza mai rinunciare a sferzare l’ipocrisia dilagante e a gridare che il re era nudo.

Questa acquiescenza dell’intellettualità nostrana alla volgarità dilagante, questa abdicazione dei chierici allo spirito del tempo, non lasciano spazio a previsioni ottimistiche. Non c’è bisogno del sonno della ragione per generare mostri, i mostri sono tra noi, anche se facciamo finta di non vederli.

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Se l’Unità dà del mafioso a Saviano

Ci si chiede che bisogno abbia Renzi  di Fabrizioi Rondolino, giornalista dell’Unità, il fu giornale fondato da Antonio Gramsci, con una pietosa tendenza alla  proskýnesis, la genuflessione del cortigiano davanti al padrone.

Il piccolo principe ha a sua disposizione La Repubblica, addirittura oggi uno Scalfari ormai avviato verso una senilità nebbiosa, lo paragona a Giolitti, tutte le reti televisive, una miriade di altri quotidiani, che bisogno c’è di un fogliaccio indecente talmente impregnato di bava da far rimpiangere gente come Sallusti e Feltri?

L’ultima prodezza di Rondolino è un attacco meschino e ignobile a Saviano, accusato di essere un “mafiosetto di quartiere” per aver osato chiedere al Ministro Boschi chiarimenti sul caso Guidi. Non scendo nei particolari dell’articolo, primo perché, come ho già detto, ignobile, secondo perché lo ha fatto benissimo Travaglio sul Fatto.

Mi interessa invece soffermarmi su un certo clima che, come una nebbia sottile ma invadente, aleggia nel nostro paese e che trovo francamente assai incompatibile col concetto di democrazia.

Quando Alessandro dal Lago scrisse nel 2010 “Eroi di carta”, un saggio in cui attaccava, da critico, non Roberto Saviano ma quello che Saviano aveva scritto in Gomorra, con argomentazioni puntuali, documentate e mai volutamente polemiche, Saviano venne difeso a spada tratta e acriticamente proprio da quella sinistra che oggi lo attacca e che gratificò il professor Dal Lago, uno degli intellettuali più lucidi del nostro paese, con insulti non troppo dissimili da quelli lanciati ieri da Rondolino a Saviano.

Dunque Saviano veniva bene sei anni fa, non viene più bene oggi. Sei anni fa era un eroe calunniato e vilipeso ( non è vero, ma così passò la narrazione dei fatti sui giornali), oggi è un bullo di quartiere che osa attaccare uno dei punti focali del cerchio magico del piccolo principe.

E’ un segno non del cambiamento della sinistra ma di come la sinistra non sia più tale da tempo. L’acritica difesa di Saviano e il livore contro un intellettuale di sinistra che lo aveva attaccato, in pieno berlusconismo, rispondevano a una strumentalizzazione politica che è la medesima che oggi spinge Rondolino al suo volgare attacco. Non era sinistra allora, non lo è oggi.

Bisognerebbe forse spiegare a Rondolino che la sacralità del sovrano è concetto decaduto con la rivoluzione francese e che nelle democrazie moderne, quindi non in Italia, chi viene eletto è tenuto a dare conto a chi lo ha eletto di ogni suo atto.

Si potrebbe obiettare che questo esecutivo non è stato eletto, certo, ma questo non lo esime dall’obbligo di dare conto ai cittadini di quello che sta succedendo nel nostro paese. Di cose ne stanno succedendo molte, quasi tutte spiacevoli.

Consiglierei a Rondolino e ai giornalisti dell’Unità,  la lettura di Graham Greene, scrittore inglese  che diceva che l’intellettuale “ deve stare a destra con un governo di sinistra e stare a sinistra con un governo di destra” frase da non intendersi letteralmente,ovviamente, che ribadisce il ruolo dell’intellettuale come provocatore, suscitatore di problemi, stimolatore di dubbi.

La verità è che questo governo, questo “sistema” che il piccolo principe sta creando, un sistema di amici degli amici che richiama alla memoria, sinistramente “cupole” ben note, non contempla l’intellettuale che dissente dalla narrazione del capo, non contempla il dissenso e la discussione,considerata una perdita di tempo che che contrasta con l’epica del “fare” riproposta dai continui mantra dei cortigiani del piccolo principe.

La verità è che la democrazia in questo paese è a rischio, un rischio serio e incombente e Saviano, verso cui nutro un atteggiamento non privo di riserve come scrittore ma che rispetto incondizionatamente  per il suo coraggio, è uno dei pochi a sottolineare con tenacia i buchi e le falle sempre più grandi nel tessuto della democrazia del nostro paese. Per questo va denigrato, ma senza esagerare, perché è ancora troppo popolare, nella più genuina logica mafiosa.

Nei paesi anglosassoni i giornalisti sono i cani da guardia del potere, pronti ad azzannarlo quando supera i limiti. Da noi, troppi giornalisti, sono i cani da riporto del potere, pronti a tornare dal capo portando in bocca il lavoro svolto e con la lingua bene a penzoloni per ottemperare al prossimo compitino.

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