Un mondo connesso con l’indifferenza

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Silvestro, protagonista del capolavoro di Vittorini, soffriva per i mali del mondo; Che Guevara diceva che non può esserci felicità se da qualche parte nel mondo un uomo è oppresso; gli studenti del ’68, quando la speranza di cambiare il mondo divampò e si spense rapidamente come un bel sogno, dicevano I care, me ne curo; a Genova, nel 2001, giovani e meno giovani gridavano che un mondo diverso, più giusto, con meno diseguaglianze, più sostenibile, è possibile.

Sogni, lampi di speranze spente in una giungla boliviana, dal piombo del terrorismo o dalle torture nella caserma di Bolzaneto, un tensione verso l’altro che oggi sembra scomparsa sia dall’agenda politica della sinistra, sia da quella destra destra, se non i termini di bieco populismo, di politica anti sistema che, in realtà, vuole mettere a tacere chi al Sistema si oppone. Quel che è peggio è che sembra sparita anche nella gente, sempre più chiusa, impaurita, restia ad accettare l’altro, che si tratti dei migranti o di chi, semplicemente, la pensa in modo diverso. Il rifiuto al posto del confronto.

E’ un mondo, quello di oggi, dove chi prova a spendersi per gli altri viene dileggiato, diffamato o, nella migliore delle ipotesi, ignorato. Se poi trova consenso, arrivano le minacce, come il fantoccio impiccato di Greta a un viadotto dell’autostrada. O gli insulti, come quelli piovuta su Carola, prima e dopo il suo intervento a Bruxelles. Chi si spende per gli altri mette a nudo davanti allo specchio la pochezza umana di chi non lo fa, per questo irrita.

E’ un mondo connesso nell’indifferenza globale, che dibatte sul particolare dimenticando l’universale, sempre più simile al mondo descritto da Guicciardini: egoista, teso all’autoffermazione individualistica, privo di valori. Anzi si può dire che Guicciardini abbia ormai soppiantato definitivamente, come modello di riferimento, quel Machiavelli citato spesso a sproposito, che mascherava dietro l’apparente  cinismo un  forte  idealismo e un amore disperato per il popolo.

Il pensiero liquido ha lasciato il posto alla tentazione del pensiero unico, o del pensiero flessibile, mutuato dalle opinioni volubili del capo, non importa se si tratti dell’ego della bilancia che prossimamente riunirà gli stati generali alla Leopolda o dell’inutile Di Maio. Il pensiero liquido ha lasciato il posto al non pensiero, all’azzeramento dello spirito critico e alla trasformazione delle fazioni politiche in sette con i rispettivi, infervorati adepti.

E’ un mondo pericoloso, dove un squallido cialtrone come Donald Trump fa e dice quello che, fino a poco tempo fa, sarebbe stato inaudito e indicibile senza trovare nessuno che riesca a contrastarlo, neanche tra le fila del suo partito, che ha annoverato in passato anche persone decenti ma che preferisce l’esercizio del potere all’esercizio razionale del potere, anche se al potere c’è un demente.

Il mondo italiano si contraddistingue per un di più di squallore, di pavida ipocrisia. Solo così si spiega il silenzio del Pd, in particolare, sulle donne e bambini morti al largo delle nostre coste. Con il pretesto di non voler dare fiato alla propaganda razzista della destra si finisce per cadere in un’ignavia colpevole, per certi versi, ancora peggiore.

Siamo insomma passati dal soffrire per i mali del mondo a fottercene allegramente, a fare finta che quei morti siano una triste fatalità e non il frutto di immondi compromessi. Molto meglio applaudire un’inutile riforma che diminuisce la dmeocrazia, piuttosto che dedicare un minuto di silenzio a quei morti che pesano sulla cosceinza di quelli che applaudivano più forte.

Non manca, ovviamente, un tocco di grottesco che si concretizza nei cinquecento pseudo scienziati che negano l’evidenza attaccando Greta, o negli articoli di certa sinistra per cui tutto ciò che è mediatico è il male, come ieri loe ra tutto ciò che era popolare,  e accusa una ragazza di sedici anni di porre problemi e non di proporre soluzioni. E’ evidente che Popper non abita più qui.

Invece di preparare un neo umanesimo, necessario e auspicabile per cambiare il presente, stiamo scivolando in un neo oscurantismo, un medioevo prossimo venturo che non lascia presagire nulla di buono.

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A farmi paura è il silenzio degli onesti (M.L. King)

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Da quattordici  giorni, nell’indifferenza e nel silenzio totale, 42 persone sono bloccate in mare sulla Sea Watch.

Quarantadue esseri umani che respirano, piangono, ridono, parlano, amano, soffrono come noi, sanguinano come noi, ma non sono fortunati come noi.

La Sea watch è una Ong, a oggi, tutte le inchieste giudiziarie a carico delle Ong sono state archiviate perché il fatto non sussiste, tutte le menzogne diffuse da Salvini, Di Maio, ecc., sono state smentite. Non esistono taxi del mare, non esistono accordi con i trafficanti di esseri umani, esiste invece un accordo di questo governo e del precedente con i torturatori e assassini libici.

La vicenda della Sea watch è tanto più crudele e squallida in quanto il ministro degli interni ha ignorato le offerte di aiuto provenienti, per esempio,  dalla Germania, dove un paese si è reso disponibile ad accogliere i profughi dopo lo sbarco in Italia. Leone con gli agnelli, come tutti quelli della sua risma, come i suoi alleati di governo, a Salvini interessa portare avanti il grottesco mito del capitano, dell’uomo forte alla guida del paese che non demorde dalla sua crociata contro chi salva vite umane.

I media, stampa e televisione, ignorano volutamente questa follia, la sinistra non la denuncia per timore di perdere ulteriori consensi, molte associazioni del terzo settore trovano più popolare lanciare anatemi contro Casapound piuttosto che schierarsi apertamente in difesa dei profughi.

In Italia, oggi, tutti hanno paura di difendere i migranti, di andare in direzione ostinata e contraria, di schierarsi dalla parte del torto, dal momento che gli altri posti sono già occupati. In Italia, oggi, si sente  l’assordante silenzio degli onesti.

Ricordo, perchè questo paese ha la memoria del pesce rosso, che qualche settimana fa una collega è stata sospesa perchè alcuni suoi alunni hanno inserito in una presentazione powerpoint un paragone tra il decreto sicurezza e le leggi razziali.

Spiego: una collega è stata sospesa perché alcuni suoi allievi hanno paragonato quanto sta succedendo in Italia a quanto accadde quando furono varate le leggi razziali. Cioè a quanto accadde quando per legge venne approvata un’infamia.

Domanda: lasciare quarantadue esseri umani in mare quattordici giorni per un calcolo politico, per solleticare gli istinti peggiori dei propri elettori e tenere ben vivo il fuoco dell’odio razzista, non è un’infamia? Non è un paese infame quello che abiura all’umanità per legge? Non è infame chi si volta dall’altra parte e fa finta di non vedere? Non è infame chi per calcolo politico non difende ciò che va difeso, non denuncia ciò che va denunciato?

Infame, in greco, significa ” colui che non deve essere nominato”, colui che ha rinunciato a essere umano.

La domanda non è più dove sta andando questo paese, ma quale altro fondo riuscirà a toccare.

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Vivono (e muoiono) tra noi

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La notizia di un clochard che muore di fame e freddo nei giardini del quartiere più ricco del ponente genovese, suona come una nota stonata che disturba in sottofondo la corsa ai regali, alle offerte dell’ultimo minuto, il clima natalizio.

Se poi appare accanto al provvedimento di quel sindaco che ha proibito di dare da mangiare ai senzatetto durante le feste natalizie perché disturbano l’atmosfera e turbano il decoro urbano ( a Genova hanno fatto la stessa proposta, ma più elegante, meno sconcia in apparenza), la stonatura si fa ancora più marcata, tanto da diventare assordante e arrivare perfino a sfiorare le nostre coscienze.

Le vite al margine sono scomode sempre, durante le feste, poi, diventano insopportabili. Specie se, quando finiscono, come nel caso del clochard a Pegli, le riconosciamo come vite umane, simili alle nostre, diverse per qualità  solo per un caso fortuito ma umane, perché finite.

Questo riconoscimento, purtroppo, non porta nessun effetto e chi prova a dare una mano, ad aprirsi all’altro, ad andare ai margini, viene guardato con fastidio dalla comunità dei “normali”, forse proprio perché reo di riconoscere quell’umanità ferita e quindi di portare il problema all’attenzione delle nostre coscienze.  Riconoscere nell’altro noi significa riconoscere anche la nostra responsabilità, il nostro dovere di fare qualcosa, non è un pensiero piacevole per molti.

Meglio, ipocritamente, nasconderlo, visto che ora si può fare anche a norma di legge, grazie all’invereconda grida sul decoro urbano del ministro Minniti. Meglio pensare che i margini non ci appartengano che clochard, tossici, puttane, profughi, zingari, ecc. siano altro da noi, anzi meglio: calvinisticamente, meglio pensare che hanno fatto sicuramente qualcosa di male per essere caduti così in basso. E che rubano il lavoro, prendono trenta euro al giorno, portano malattie ecc.  Poi abbiamo il tasso di evasione fiscale più alto del mondo occidentale ma questo è un altro discorso. Vuoi mettere al confronto dei rom?

Che le morti hanno gradi di importanza diversi, lo sappiamo da tempo. D’altronde, anche le compagnie assicurative hanno un lugubre prontuario per valutare quale danno economico risarcire a seconda del censo della vittima, perché non dovrebbero averlo anche i media? Perché i media dovrebbero sensibilizzare la gente, non anestetizzarla ?

Mi chiedo se anche la pietà, l’umanità,abbiano gradi differenti, se siamo diventati così padroni delle nostre emozioni da poterle centellinare, e se è così, se la mercificazione globalizzata di tutto non ci stia facendo diventare cose, automi che si muovono e comprano a comando. Altro non è previsto.

Non mi provoca rabbia l’editto del sindaco di Como o quello del comune di Genova, mi spaventa che nessuno reagisca, mi spaventa soprattutto che i giovani non reagiscano, non scendano in piazza, mettano il comune sotto un gioioso e colorato assedio. Mi spaventa, soprattutto, l’indifferenza di troppi.

Non è dell’odio che bisogna aver paura, non sono i fascisti che dobbiamo temere: quelli si combattono, sono un male per cui esiste la cura, ma per l’indifferenza no, per quella, cura non ce n’è.

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L’altro siamo noi

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Per loro non ci saranno foto sui giornali che le ritraggono sorridenti, nessuno racconterà la loro storia, nessuno sentirà un fremito nella propria coscienza pensando a quello che è successo.

La legge spietata dell’informazione, o della disinformazione, a scelta di chi legge, decide cosa deve toccare il nostro cuore e cosa no, quali vite sono degne di essere ricordate e piante e quali vanno dimenticate in fretta, gettate via, come una imbarazzante zavorra dell’anima. E’ il redattore capo che decide quali vite sono state degne di essere vissute e ricordate.

Ventisei donne italiane morte avrebbero occupato le prime pagine dei giornali per giorni, conosceremmo tutto di loro: vita, affetti, dolori, quello che hanno fatto nelle ore precedenti la loro tragica scomparsa, i loro sogni, le loro paure. Ventisei donne migranti non fanno nessuna notizia, a parte i commenti scioccati di chi le ha viste, citate in un articoletto in fondo alla cronaca..

E’ l’ennesima tappa di una progressiva assuefazione all’orrore, di una sterilizzazione delle coscienze condotta con scientifica efficienza. Chi non è uguale a noi, chi non è omologato ai nostri riti, chi non veste, non parla, non mangia come noi è diverso, e come tale, non esattamente umano come noi.

Chi è diverso può morire su una nave che lo sta portando verso una terra straniera dove non sarà il benvenuto, o può essere dilaniato in un albergo dalle bombe posate dai terroristi, bombe che pesano meno, perché le vittime non sono europee, nessuno sui social si identificherà con loro, può morire di fame, di sete, in un campo di pomodori stroncato dalla fatica e dal caldo, non importa il modo: a lui può capitare, perché è diverso da noi. In un modo perverso, la sua fine esorcizza le nostre peggiori paure di privilegiati in un mondo di disperati.

Questa è la narrazione eterna e immutabile di ogni migrazione. E’ toccato anche agli italiani, che si spostavano in nord Europa e negli Stati Uniti esattamente come oggi gli africani si spostano verso il nostro paese, che morivano durante il viaggio, stipati all’inverosimile su navi non dissimili dagli odierni barconi, quantomeno per condizioni igieniche, che morivano costruendo ferrovie, strade, ponti, lasciando i polmoni nelle miniere, e non meritavano neanche due righe su un giornale.

Anche allora l’informazione era complice dell’ingiustizia, cassa di risonanza dei pregiudizi e delle menzogne dell’opinione comune. Gli italiani erano Dagoes, una via di mezzo tra i neri e gli esseri umani.

Anche allora, probabilmente, esistevano giornalisti onesti, che cercavano di focalizzare l’attenzione della gente sulla reale entità dei fatti, che sapevano provare pietà ed empatia, che  riconoscevano nelle migliaia di persone che sbarcavano a Ellis  Island un’umanità dolente, umiliata e offesa, oggi come allora, dalla congiuntura economica. Anche allora, come oggi, erano voci nel deserto, inascoltate e ignorate dal fragore del nulla che ci circonda.

Dobbiamo chiederci dove stiamo andando, se una partita di calcio occupa su un quotidiano più spazio di una tragedia,  se la gente preferisce leggere pomposi editoriali sulle molestie sessuali di un Tycoon, piuttosto che dell’ennesima tragedia che non ha colpevoli perché tutti siamo colpevoli.

Dobbiamo chiederci che uomini e donne stiamo diventando, se votiamo sempre meno, ci occupiamo sempre meno di politica, cioè di noi e di chi ci circonda, ma compriamo sempre più smartphone per essere connessi con un mondo che ci costruiamo a nostra immagine e somiglianza, un mondo seduttivo e sorridente, senza donne che muoiono su barche di disperati, senza persone dilaniate in un hotel africano, anzi senza Africa e Asia, senza poveri, un mondo di persone uguali, con uguali vizi e virtù, che vestono, pensano, parlano, allo stesso modo e sognano gli stessi sogni.

E’ il mondo 2.0  che ognuno ha a portata di mano, un mondo dove l’altro esiste solo in quanto immagine riflessa in uno specchio. Un mondo dove si possono riempire pagine di accurate descrizioni degli approcci sessuali adolescenziali di un produttore cinematografico e sorvolare con poche righe sul patteggiamento chiesto da un gruppo di manager e uomini d’affari genovesi che incontravano e abusavano di ragazzini minorenni in una villa del centro, in cambio dello smartphone, oggetto del desiderio da barattare con la propria innocenza.

E’ il mondo 2.0, dove un ministro che ha stretto uno scellerato patto  col paese da cui i  migranti partono per lasciarli morire lì, dopo una campagna stampa che ha demonizzato con tempestività quantomeno sospetta le Ong, salvo poi lasciar cadere la notizia nel dimenticatoio, passa per un esponente di primo piano di questo governo, uno che almeno ha cercato e trovato una soluzione. Peccato per quelle 26 donne morte che dimostrano che, forse, la soluzione non è quella giusta.

E’ il mondo 2.0, evocato da uno storytelling politico accattivante, che dipinge un quadro di famiglie sorridenti che vanno a prendere felici i figli preadolescenti a scuola o lasciano l’incombenza ai nonni, altrettanto sorridenti, sorvolando su famiglie straniere con un solo genitore che lavora dalla mattina alla sera, o famiglie con genitori divorziati, o licenziati, o depressi, tutto questo non può trovare posto nello storytelling, rovinerebbe il quadro e la colonna sonora. Nel mondo 2.0  c’è lavoro per tutti e quelli che lo perdono pagano il loro tributo alle magnifiche sorti e progressive.

Dobbiamo interrogarci su tutto questo e decidere se il mondo che vogliamo è fatto di navi che portano cadaveri e si arenano sui deserti della nostra indifferenza o se vogliamo proporre una nuova idea di mondo, una narrazione reale e viva, in cui siamo protagonisti e non maschere, in cui l’altro siamo noi, perché ogni essere umano è noi.

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