La scuola che non conta nulla

Il peso politico della scuola, alla luce della finanziaria che verrà varata tra breve da quello che potremmo definire un governo ombra fatto di ombre, è pari a zero.

Ancora una volta, chi guida questo paese, evita accuratamente di programmare il futuro, limitandosi alle solite promesse sulla fine del precariato, che fa buona compagnia alla fine della povertà e dei debiti.

L’ultimo intervento strutturale sulla scuola è stata la Buona scuola di Renzi, un progetto coraggioso in teoria, che non si è tradotto in buone pratiche ma nell’esatto contrario, anche perché scritto malissimo. L’errore di quella legge è stato quello di essere stata imposta dall’alto, senza consultare chi la scuola la fa e la vive ogni giorno, chi ne conosce i problemi e i meriti. Senza contare l’introduzione del finto merito, mai regolamentato, fonte di divisioni e contrasti all’interno dei collegi docenti. Senza contare norme di arruolamento del tutto prive di qualunque raziocinio e, per fortuna rientrate, o altre norme, come quella della chiamata diretta, mirate ad attribuire un potere d’arbitrio enorme ai dirigenti, per fortuna eliminate.

Ma, almeno, ci ha provato, ha smosso le acque.

Oggi invece, la scuola sembra non interessare nessuno dei due partiti principali di governo, bene attenti a non erodere i propri margini di consenso consapevoli che la Scuola ha in parte segnato il destino di Renzi, che è materia da trattare con i guanti, visto il numero ingente di voti che può portare o togliere.

Quindi la scelta è di cambiare poco o nulla, con provvedimenti che assicurino il massimo consenso possibile e il minimo attrito.

Ma la politica non può ridursi a esercizio del potere e ricerca del consenso perseguita seguendo la pancia degli elettori, questo è il metodo della destra, non di un governo quantomeno liberale, se non vogliamo definirlo ( non voglio) di sinistra. La politica deve fornire valori, indicare strade, proporre modelli diversi da quelli del senso comune. Non può ridursi ad affermazioni che si possono ascoltare in qualunque bar.

Il giorno in cui ci si renderà conto che la Scuola è una istituzione strategica nel nostro paese, quella che prepara il futuro, che forma la classe dirigente e i quadri che verranno, che deve contribuire alla crescita di cittadini consapevoli, sarà sempre troppo tardi.

Fino adesso, come spesso accade, il ministro nominato non sembra avere ben chiaro la natura del proprio lavoro e alcune notevoli idiozie, come sostituire l’educazione civica con l’educazione ambientale, preoccupano non poco riguardo la sua conoscenza del settore che è deputato a dirigere.

Come qualunque insegnante di Lettere fa, quasi quotidianamente, educazione civica, che glielo dica il ministero o no, così qualunque insegnante di Scienze fa educazione ambientale, che glielo dica o no il ministero. Non è di nuove materie e di cervellotici calcoli per inserirle nell’orario e capire come valutarle quello di cui la Scuola ha bisogno, ma di soldi, e Renzi ne ha messi tanti, male ma li ha messi, e di una visione, un progetto, un rinnovamento generale che guardi non alle tanto decantate nuove tecnologie, che rischiano di diventare un fine piuttosto che uno strumento da dosare con parsimonia, ma alla didattica, ad esperienze consolidate da decenni in altre realtà che, chissà come mai, in questo paese sono sistematicamente osteggiate.

La scuola oggi ci pone nuove sfide: quella di famiglie allargate o disgregate o diverse dal consueto, di un nuovo modo di rapportarsi con ragazzi perennemente connessi e, paradossalmente, più soli, problematici, spesso stressati dalle aspettative di genitori che proiettano su di loro sogni superiori alle loro forze. La Scuola deve confrontarsi col problema delle droghe, di una società violenta e amorale, del razzismo dilagante. La Scuola deve essere il primo agente di integrazione e di condivisione tra ragazzi italiani e ragazzi stranieri. La Scuola, soprattutto, è un presidio di democrazia fondamentale e deve operare nella massima libertà all’interno dei limiti imposti dalla professionalità di ognuno. La sospensione della collega di Palermo è stato un atto di inaudita gravità passato troppo presto nel dimenticatoio.

Non c’è traccia di tutto questo nella prossima finanziaria o nelle dichiarazioni del ministro. Come accade quasi sempre.

O la scuola torna ad essere ascensore sociale, e su questo, su una meritocrazia di fatto che non sia una estensione del clientelismo ma qualcosa di assolutamente e inedito nel patrimonio nazionale, deve dibattere la politica, e i ragazzi devono tornare ad essere motivati a frequentarla, oppure tanto vale sostituirci con Wikipedia.

Lo dico a bassa voce, non vorrei regalare un’idea al ministro.

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Per favore, sciogliete il Pd

Renzi

La lettera di Matteo Renzi che ha inviato a Repubblica parrebbe un’ammissione di colpa mentre, in realtà, è l’ennesimo sasso lanciato sul partito ritirando la mano.

Renzi infatti, si guarda bene dal dire “ho sbagliato” riguardo scelte scellerate come il patto con la Libia sui migranti o la mancata approvazione della legge sullo ius soli, la cui responsabilità è solo sua, si limita invece ad usare un plurale generico che sottintende che la colpa va attribuita ad altri. Addirittura, l’uomo che diede chiare disposizioni a Minniti, seguendo Salvini sulla sua strada, arriva a dire che si è fatto tanto allarme per pochi sbarchi.

Parla anche della scelta di campo ineludibile della sinistra riguardo l’immigrazione, scelta che lui ha eluso e tradito, dicendo che non si possono tradire quei valori che lui ha abbondantemente tradito.

Non dice una parola su un’ottima riforma partorita dal suo governo, quella riguardante le pene alternative, poi non approvata dall’attuale esecutivo, forse perché viene dal nemico Orlando.

L’impressione è che siamo di fronte a un’ennesima guerra interna al Pd condotta da chi o è talmente autoreferenziale da non rendersi conto dello sfacelo del paese, o è talmente compromesso da non poter rinunciare al potere. In questo caso, la difesa, anche accettabile ma del tutto fuori contesto, della globalizzazione, potrebbe rappresentare un chiaro messaggio per qualcuno.

A questo punto, credo che il Pd e Renzi siano incompatibili e Zingaretti dovrebbe assumersi l’onere di sciogliere il partito per il bene del paese. Perché l’Italia ha bisogno di una forza di sinistra compatta, coesa, ambientalista, liberista con distinguo ed europeista, una sinistra moderna che guardi al futuro senza abiurare al passato e Renzi e i suoi seguaci sono incompatibili con questa idea di sinistra tanto quanto i pasdaràn e i nostalgici della rivoluzione proletaria.

Salvini e il salvinismo devono essere fermati, Di Battista, questo pover’uomo annoiato dalle Ong e, quindi, dagli esseri umani che continuano a morire nel mediterraneo, deve essere rispedito nel nulla da cui è arrivato insieme al suo amico-rivale Di Maio, non si può più lasciare il paese in mano a una banda di buffoni razzisti e filo fascisti.

Per fermarli servono idee e programmi chiari, non estemporanee apparizioni nella periferia romana, non dichiarazioni di principio sull’immigrazione accompagnate costantemente dall’aiutamoli a casa loro, il nauseabondo refrain di chi, casa loro, prima l’ha depredata.

La violenza fino adesso sublimata nei post che invocano stupri sulle volontarie e su chi aiuta gli stranieri, rischia di trasformarsi in realtà se non si riesce ad arginare la follia che sembra dilagare nel nostro paese.

Nei prossimi vent’anni la principale causa di immigrazione sarà il riscaldamento globale e l’Italia si rifiutata di ratificare l’azzeramento delle emissioni nei prossimi cinquant’anni, ed è sempre stata assente agli incontri sulla modifica del trattato di Dublino, firmato dal governo di cui faceva parte la Lega.  Siamo praticamente come dei medici che diffondono un virus e poi se la prendono con i malati.

Bene ha fatto David Sassoli, neo presidente della commissione europea, a mettere al primo posto della sua agenda la modifica degli accordi di Dublino: se verrà fatta, toglierà ai razzisti nostrani la loro arma migliore, se non verrà fatta a causa dei razzisti nostrani, fornirà alla sinistra un’arma eccezionale per sbugiardarli.

La sinistra possiede al suo interno qualcosa che la destra italiana, storicamente, non ha mai avuto: intelligenza e idee che ha sostituito negli ultimi anni con una insopportabile demagogia. E’ tempo di tornare a metterle sul piatto, di ritrovare il coraggio di guardare avanti ma perché accada, Matteo Renzi deve prendere un’altra strada, non perché sia la fonte di tutti i mali ma perché le sue idee non sono di sinistra e sono incompatibili con la sinistra che serve oggi al paese. Magari può diventare il fondatore di quella destra moderna ed europea che tanto bene farebbe all’Italia.

Dal momento che lui non se ne andrà mai, il narcisismo patologico è una brutta malattia, tanto vale sciogliere il partito e andare ognuno per la sua strada, con tutti i rischi che questo comporta ma anche con tutti i benefici che potrebbe portare al paese.

Bisogna farlo subito, prima che sia troppo tardi, perché, permettetemi un’autocitazione: quando si apre la porta all’orrore, l’orrore se la chiude alle spalle e diventa difficile tornare a pensare che sia possibile un mondo diverso ( Pietro Bertino, Un mondo quasi perfetto, di prossima pubblicazione).

Ecco, secondo me, noi, ci siamo molto vicini.

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Salvini, Di Maio, Zingaretti: la politica dov’è?

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Certo che questa delle elezioni europee è tra le più anomale campagne elettorali che si siano vissute: non ho infatti letto o sentito da nessuno dei rappresentanti dei tre partiti principali uno straccio di programma elettorale, un’idea di Europa, una soluzione ai grandi problemi dell’Unione.

Salvini continua a non svolgere il suo lavoro, a insultare volgarmente chi lo contesta, non importa se cardinale o studenti, a citare cifre false per testimoniare i suoi finti successi e a litigare con Di Maio come se non fosse un alleato di governo. proponendo, di tanto in tanto, leggi talmente illiberali da essere quasi grottesche se non fossero pericolose.

Di Maio litiga con Salvini, rinfacciandogli il caso Siri, vantando con cifre false il successo del reddito di cittadinanza, che è un fallimento, addirittura assumendo posizioni vagamente antirazziste come se Salvini non fosse un alleato di governo e i Cinque stelle non avessero votato decreto sicurezza, legittima difesa, negato l’autorizzaizone a procedere.

Zingaretti fa proclami ecumenici, con frasi generaliste su cui non si può non essere d’accordo, ma non propone una linea politica nuova, anzi, una linea politica tout court e continua a barcamenarsi cercando di non scontentare nessuno e limitandosi a commettere l’errore capitale di incentrare la campgna elettorale sull’attacco a Salvini e il bla bla sull’antifascismo, candidandosi a una sconfitta annunciata. Solo l’entità della sconfitta deciderà il suo destino. Renzi, nell’ombra, arrota i denti e aspetta, sperando in una nuova pacca sulla spalla.

Di politica europea non una parola, appunto. Come se non importasse nulla, come se non dovessimo, tra breve, far fronte alle nostre inadempienze economiche, come se l’immigrazione non fosse un problema europeo così come la svolta filo nazista di alcuni paesi appartenenti all’Unione.

Eppure il Pd potrebbe proporre all’Europa il modello di integrazione che Mimmo Lucano ha sperimentato con successo, prima che  il ministro dell’Interno e qualche magistrato decidessero che quel modello funzionava troppo bene. Sarebbe una bella scelta di campo, qualcosa di sinistra, una svolta decisa, chiara, senza ambiguità. Invece si agita Lucano come un santino ma si sta bene attenti a dire che quel modello è una strada possibile per risolvere il problema. Con i tanti borghi quasi disabitati che ci sono nel paese, si potrebbe creare, sulla media distanza, una nuova possibilità di sviluppo e ricchezza.  Invece niente, forse per l’incapacità di controbattere adeguatamente in un dibattito pubblico la rozza e volgare vis oratoria di Salvini, di sentirsi dare dei professoroni? O forse per paura di perdere altri elettori moderati?

E ancora: perché il Pd non porta in Europa il problema della corruzione, che Salvini ritiene secondario, e della lotta congiunta alle mafie con la creazione di una polizia europea? Sono problemi ormai dilaganti nel continente, che riguardano, questi sì, la sicurezza dei cittadini, e che una forza di sinistra non può esimersi dall’affrontare.

Ultimo punto: le periferie.. Non è andando in periferia che il Pd risolve la sua latitanza. Nelle periferie manca quella ricchezza umana che era data dalle sezioni, dall’associazionismo, da punti di aggregazione che permettevano di avere il polso della situazione e dare risposte a problemi immediati, oltre che a pungolare circoscrizioni e comuni a svolgere quell’ordinaria amministrazione che è il cuore della politica.

E’ un patrimonio umano dilapidato dal dopo Pci in poi, beffeggiato dal renzismo e ignorato da quelli che l’hanno preceduto. Le sezioni erano una scuola di vita e lo scrive uno che frequentava l’Acr ma aveva molti amici che facevano vita di sezione con cui si confrontava e dialogava, imparando e crescendo di riflesso.

Questa campagna elettorale è lo specchio del passaggio dall’anti politica alla non politica, del nulla che ci sommerge, della mancanza assoluta di un pensiero sulla società, sul futuro del paese, sull’Europa, su dove stiamo andando.

Siamo in una terra di nessuno dove nessuna delle due sponde che si fronteggiano riserva particolari attrattive. Speriamo solo di non trovarci, presto o tardi, in mezzo al fuoco incrociato.

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Sotto il vestito ( e gli slogan) niente

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Questo governo non ha una linea politica, ormai è chiaro a tutti. Non esiste un programma, un progetto sensato e a lungo termine che vada oltre gli slogan e il sadico infierire del ministro dell’Interno su chi non può difendersi.  Non c’è politica, confronto, discussione, non ci sono proposte di cambiamenti strutturali.

Provvedimenti come il reddito di cittadinanza o la flat tax, che se attuati avrebbero conseguenze disastrose e comporterebbero inevitabilmente altri tagli dolorosi al welfare, leggi sanità e scuola, possono anche soddisfare la pancia di chi ha la vista corta e i tappi nelle orecchie, ma non hanno nulla di strutturale, non producono lavoro, non cambiano di una virgola la situazione in cui versa il paese e non possono essere sostenuti a lunga scadenza.

Per quanto riguarda poi la sicurezza, uno dei cavalli di battaglia del governo, a parte le menzogne e i presunti abusi di potere, non ci sono in vista provvedimenti che vadano nella direzione di un contrasto forte e deciso verso il potere delle mafie, verso la corruzione e l’evasione fiscale, c’è solo qualche inasprimento (legittimo) di provvedimenti già esistenti, come la proposta di escludere a vita dagli appalti pubblici chi è stato condannato per corruzione (che approvo).

Per non parlare del tira e molla con un’ Europa che, ci piaccia o no, e ci piace poco, è casa nostra e con cui siamo costretti a fare i conti, in tutti i sensi, se non vogliamo diventare il paese più ricco del terzo mondo.

Ma se Atene piange, Sparta, l’opposizione, non ride.

Al di là della retorica ormai stantia sull’ antifascismo, i valori della Costituzione e il bla bla bla sulla democrazia, gli esponenti del Pd continuano a parlare come se non avessero portato a termine l’ultima legislatura, facendo qualcosa di buono ma ponendo anche solide basi per quello che sarebbe accaduto in seguito.

Il problema non è la svolta liberista, inevitabile se solo si usa il cervello, non è, come scriveva un editorialista di Repubblica, il fatto che Renzi stesse con Marchionne e non con gli operai, il problema sta nel fatto che Marchionne era l’esponente di un liberismo cinico, spregiudicato, un liberismo che pone al di sopra di ogni valore l’aumento dei dividendi dell’azienda e trasforma le persone in numeri. Il problema è la svolte verso quel liberismo.

Come il comunismo non si manifesta in una sola forma, quello cinese è stato diverso da quello cubano, l’eurocomunismo è stata altra cosa rispetto a Mosca, ecc., così il liberismo non comporta necessariamente l’azzeramento del welfare, la cancellazione dei diritti dei lavoratori, la precarizzazione selvaggia del lavoro.

La fuga di cervelli dall’Italia non è casuale: oggi, le condizioni di lavoro nei grandi paesi europei sono migliori che nel nostro, gli stipendi più alti, i contratti a tempo indeterminato più facili da ottenere, la qualità della vita migliore. Eppure parliamo di Olanda, Svezia, Islanda, Germania, paesi alfieri del liberismo ma anche di un welfare moderno ed efficiente. Paesi dove si può dare una concessione autostradale ai privati senza che vengano giù i ponti anzi, con qualche prospettiva di miglioramento del servizio.

La differenza la fa proprio quel popolo che compare così spesso sulle labbra dei nostri incapaci populisti e degli altrettanto incapaci oppositori, la differenza la fa una civiltà e un senso civico, un rispetto per la cosa pubblica diversi dai nostri, la differenza la fanno le tasse pagate da quasi tutti che finiscono in servizi efficienti, in un welfare che funziona.

Quello che non capisce l’opposizione, è che questo governo attualmente composto da nulla facenti che intascano lauti assegni mensili pagati da tutti noi, si combatte non con i proclami e la retorica,  ma con una radicale inversione di rotta programmatica che deve essere, per forza di cose, transnazionale e non guardare più solo al proprio, devastato orto di casa.

Nelle dichiarazioni di Zingaretti, come in quelle dei renziani, non c’è nulla, niente di concreto, manca una visione, una scadenziario con progetti concreti, una visione che guardi lontano, manca una speranza per la gente. Parole vecchie, concetti vecchi  lontani da questo tempo, assoluta mancanza d’idee.

Anche sull’immigrazione, tema che mi è caro, non si va oltre il dire che Salvini è cattivo e chi sta dall’altra parte è buono, senza che chi sta dall’altra parte proponga una regolamentazione dell’accoglienza sensata, che coniughi umanità e rispetto delle leggi, solidarietà e regole condivise, regole, possibilmente, europee.

E’ arrivato il momento di premere sull’Europa perché ci sia una svolta nelle politiche sociali, perché ci si avvii verso un’Europa delle persone, dopo aver costruito l’Europa delle banche. Solo una sinistra nuova, europea, unita, che vada oltre gli equilibrismi di Macron e la rigidità della Merkel, può riuscire nell’intento, perché l’ha sempre fatto in passato, perché tutto quello di buono che è venuto dal dopoguerra a oggi per le persone comuni, è venuto da sinistra.

Una sinistra che non dev’essere anti liberista, quello è un sogno finito, ma proporre un altro liberismo, che esiste, funziona, può essere preso a modello. Una sinistra che torni a cambiare la gente, che riesca di nuovo a  trovare parole e soluzioni chiare, forti e incontestabili che possano essere comprese e accettate da tutti. Una sinistra che torni a curarsi della gente.

C’è bisogno di politica e di politici in Europa, non di  dilettanti allo sbaraglio o vecchi marpioni che vanno avanti a bugie,  c’è bisogno di cambiare le persone, ripotarle alla ragione, riunirle di nuovo attorno a valori forti e condivisi.

Altrimenti quello che ci aspetta, l’abbiamo già visto, lo vediamo ogni giorno, lo possiamo leggere, per quei pochi che ancora ritengono utile aprire un libro per viaggiare con la mente, nei libri di storia.

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La questione sociale dimenticata

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Criticare il liberismo, la globalizzazione, ecc., come si legge da più parti e considerare il sistema in cui viviamo l’unico responsabile delle migrazioni, non serve a nulla, oltre a non essere del tutto corretto.

Il più grande movimento antiliberista che si sia mai organizzato, si è sciolto come neve al sole sotto le manganellate di Genova nel 2001. Il tempo delle grandi utopie è ormai finito. Dare la colpa delle migrazioni al liberismo è un modo elegante per dimenticare che stiamo parlando di esseri umani, per scaricarsi la coscienza. E’ anche un modo, un po’ meno elegante, per dimenticare che il nostro relativo benessere deriva dallo sfruttamento indiscriminato e dal controllo totale da parte dell’Occidente,  dei paesi da cui partono i flussi migratori.

Qualunque ne sia la causa, le migrazioni sono un fenomeno globale, non solo europeo, che non si può risolvere alzando muri e aizzando guerre tra poveri. Sono anche un ottimo mezzo per distogliere l’attenzione dai reali problemi dei paesi quelli sì, creati dalla finanza e da un’economia che ormai ha sostituito la politica lasciandogli spazi esigui di manovra.

La criminale distorsione informativa sui migranti, gli sporchi giochi politici sulla loro pelle, stanno allontanando l’attenzione della gente dal problema principale che un governo politico dovrebbe porsi: la questione sociale.

In Italia ci sono tre morti sul lavoro ogni giorno, le mafie mobilizzano centoventi miliardi di euro l’anno e un altro centinaio di miliardi si volatilizzano grazie alla corruzione e all’evasione fiscale, arrotondando per difetto. Il paese vive in molte zone una condizione di allarme ambientale, viaggia a due velocità con un sud che sta vivendo una nuova involuzione. L’emigrazione interna è in aumento così come quella verso l’Europa, dove i giovani trovano condizioni di lavoro migliori. Il lavoro latita, i diritti dei lavoratori sono un ricordo e lo sfruttamento è ormai consuetudine acquisita.

Settori strategici come la scuola, sono da decenni oggetto di tagli senza alcun senso o di investimenti totalmente privi di razionalità, come quelli della Buona scuola, la Sanità resta ancora una delle migliori al mondo ma viene anch’essa sottoposta a tagli costanti.

Renzi, forse, aveva realmente intenzione di cambiare le cose, potrei perfino dargliene atto, ma dal Jobs act alla riforma che ha messo fine alla sua carriera politica, per arrivare alla Buona scuola, ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare e anche di più.

Non si può pensare che un governo reazionario e fascista come quello di Salvini, possa nenache cominciare a risolvere uno solo di questi problemi; la politica della destra, dai tempi del fascismo, è fatta di apparenza, carezze alle classi dominanti e manganellate a quelle più deboli. I Cinque stelle, come ampiamente previsto, hanno cominciato una lenta e inesorabile dissoluzione che si completerà alle prossime elezioni.

In queste condizioni, storicamente, si crea nel breve o nel medio periodo, un’opposizione significativa che rischia, però, di commettere gli stessi errori di chi vuole combattere, usando gli strumenti del populismo e del qualunquismo, partendo da analisi sensate e arrivando a conclusioni totalmente errate.

Il mito del potere al popolo è uan cretinata: al democrazia rappresentativa è, appunto rappresentativa e implica una classe politica per sua natura elitaria, il che non sarebbe necessariamente un male. Il mito della lotta al sistema è ancora più demenziale: il sistema non si sconfigge, anche perché fa comodo a tutti, però si può cambiarlo dall’interno.

Il problema del nostro paese è culturale, manca una èlite intellettuale di sinistra ( di destra non è mai esistita) che invece di guardare a destra torni a guardare alla gente, non per seguirne la pancia ma per educare, informare, confrontarsi. A furia di pontificare sui massimi sistemi ci si è dimenticati delle periferie, dei quartieri, di una gioventù sempre più allo sbando e sempre più drogata, confusa, incazzata.

Abbiamo sempre sulla bocca Gramsci, Pasolini, Berlinguer, ma ci siamo dimenticati di cosa dicevano veramente, ne citiamo solo frasi avulse dal contesto, prive di sostanza senza ciò che le rpecede e le segue.

Allo stesso modo, pretendiamo di combattere il fascismo con una retorica e degli strumenti che erano già superati trent’anni fa, parlando a gente per cui Mussolini è solo un nome che spesso accostano a quello di politici, attori, cantanti. Allo stesso modo in cui si è banalizzato il messaggio del Che, facendolo diventare un’icona da maglietta, sta accadendo con il duce, che è solo un nome, il simbolo di un’idea di ordine e sicurezza che durante il ventennio non si è mai realizzata. Forse informare i ragazzi di Casapound sulla corruzione ai tempi del ventennio può servire di più che fare proclami sdegnati.

Non è più tempo di piazze piene e di proclami retorici, serve un’idea politica concreta, servono leader che sappiano parlare alla gente e una classe dirigente che sappia educarla la gente, proponendo modelli migliori di quelli che abbiamo avuto negli ultimi vent’anni ( e ci vuole davvero poco).

Al momento non si vede nulla del genere all’orizzonte, ma si sa, quando la notte è buia, basta anche una piccola luce a dare speranza e indicare la strada.

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Un osceno spettacolo

Se si potesse disinstallare una parte del mondo, personaggi, fatti cose, come si fa con qualunque software, ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta: resettiamo il dramma siriano o i minori che arrivano nel nostro paese e spariscono con i barconi, Donald Trump degno figlio di suo padre o Renzi e il suo delirio di onnipotenza, la disuguaglianza o la quotidiana ingiustizia, l’ignoranza o i suoi figli (razzismo, intolleranza, nazionalismo, ecc.) ?

Il mondo offre un osceno spettacolo in questi giorni, spettacolo di cui Donald Trump non è il mattatore ma solo un comprimario momentaneamente sotto le luci della ribalta.

So che molti la pensano diversamente e spero di sbagliarmi ma io credo che Trump interpreti alla perfezione quello che sono gli Stati Uniti d’America: un paese ossessionato dal potere, dove il valore di un uomo è dato dal reddito annuo, dove il razzismo non è mai scomparso e l’accoglienza è stata sempre dettata dall’utilitarismo, un paese dove la democrazia è privilegio per pochi come la giustizia. un paese arrogante che deve cercare continuamente pretesti per nuovi conflitti in modo da soddisfare la sete delle sue fabbriche di armi. Io credo che l’americano medio somigli più a Trump che a Springsteen o a Sanders, e che la libertà americana sia tale per i wasp, con un buon reddito annuo e un lavoro solido. Per la working class, per gli immigrati, resta il sogno americano, un mito che già Steinbeck e Dos Passos avevano fatto a pezzi, su cui De Lillo ha gettato una luce sinistra e oscura.

Gli Stati Uniti sono quelli del napalm in Vietnam, del golpe in Cile, degli aiuti a Suharto per sterminare i comunisti in Indonesia, dei generali argentini, della United Fruit, sono quelli che hanno fatto diventare Zarkawi, fino ad allora un estremista emarginato anche da Al Quaeda, un mito, fornendogli indirettamente il seguito necessario a fondare l’Isis, sono quelli che hanno inventato le armi di distruzione di massa e devastato un paese per poi andarsene con la coda tra le gambe. Sono quelli del Ku Klux Klan e dei neri uccisi come mosche o inprigionati in attesa di essere “giustiziati”, gli stessi che hanno assassinato i due Kennedy, quelli di Guantanamo e della Cia.  Trump è l’erede di questa America che è, per quanto possa far ribrezzo, maggioritaria.

L’Europa, a questo punto, è a un bivio, si trova di fronte a una scelta identitaria: è l’Europa globalizzata della finanza o quella populista della Le Pen, entrambe calamitose per le classi meno abbienti? E’ l’Europa del deficit controllato o quella del welfare? Quella dei muri o quella dell’integrazione? Sono domande pesanti, gravide di conseguenze, a cui, al momento, non si può dare risposta.

La piccola, miserevole Italia degli ultimi anni, quella corrotta e gaudente di Berlusconi e quella finta e immaginaria di Renzi, poco conta e poco conterà se continuerà a girare in tondo in un loop autoreferenziale ed auto distruttivo, passando da una guida mediocre all’altra, seguendo un populismo vuoto e privo di contenuti, una sinistra che ha fatto scempio della sua storia o una destra che non può più depredare nulla perché ha lasciato dietro di sé terra bruciata. E’ necessaria una nuova strada, una nuova visione, una nuova prospettiva che al momento, nessuno sembra in grado di offrire al paese.

Lasciando perdere la dissoluzione del capitalismo, vagheggiata da chi non ha capito che la storia fa vinti e vincitori e non ha pietà per i primi, si giocherà nei prossimi anni una partita importante per le sorti del mondo: o la democrazia dimostrerà di avere anticorpi sani e rovescerà le tentazioni autoritarie che, se Trump dovesse consolidare il proprio consenso, cresceranno esponenzialmente, o ci ritroveremo  a considerare Orwell un profeta. Al momento la partita è aperta e non è così scontato che i buoni, ammesso che ci siano, stiano vincendo,.

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Il discorso del presidente non è stato un discorso da presidente

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Ho riletto con attenzione la versione integrale del discorso del presidente Mattarella ed è con rincrescimento sincero che mi trovo a scrivere un articolo critico. L’uomo, per la sua storia politica e umana, merita rispetto e in mezzo al cialtroni che affollano le panche del Parlamento spicca per serietà, compostezza e senso del decoro.

Tuttavia il suo discorso, semplice fino all’eccesso, scritto con uno stile colloquiale, è un poutpourri di luoghi comuni, una grigia rassegna di banalità con alcune affermazioni preoccupanti e qualche omissione allarmante. Insomma, quella di Mattarella è stata una relazione cerchiobottistica sulla stato del paese, tesa a non scontentare nessuno, a non criticare nulla che non sia ovvio, a sostenere tra le righe lo smantellamento dello stato sociale trionfalmente portato avanti dall’attuale esecutivo.

Non si spiega altrimenti, in un uomo di cultura come è il presidente, l’accenno all’aziendalizzazione della scuola che, secondo la logica renziana, deve essere subalterna alle imprese e avere come unico fine quello di preparare chi la frequenta a entrare nel mondo del lavoro. E la scuola maestra di vita? Lo sviluppo e il consolidamento del pensiero critico?  La scuola come palestra di tolleranza, rispetto dell’altro, la scuola che educa alla convivenza civile e al rispetto di chi la pensa diversamente? Non pervenuta.

Ancor meno ho apprezzato la parte in cui parlando delle mafie, il presidente ha sottolineato (giustamente) i successi ottenuti dalle forze dell’ordine senza un cenno alle connivenze politiche, alla irresistibile avanzata di quella che il grande Leonardo Sciascia ha definito “la linea della palma, del caffè ristretto”, al ruolo fondamentale delle mafie nel ritardo del sud del paese.

Ho trovato poi particolarmente irritante che il presidente della Repubblica, garante della costituzione, riproponga l’odiosa divisione tra migranti economici e rifugiati, ipocrite categorie semantiche utili a lavare la coscienza di chi, dopo aver avuto la pretesa di portare la democrazia con le bombe, si rifiuta di accettare le conseguenze. Non mi riferisco solo al nostro paese ma all’Europa tutta. Avrei voluto che il presidente del mio paese ribadisse i diritti civili garantiti dalla Costituzione (libertà di culto, divieto di discriminare per sesso, razza, religione, ecc.) e non che dicesse ovvietà come che chi commette crimini va punito. 

Nel complesso il discorso mi è sembrato un manifesto propagandistico per il governo in carica, probabilmente scritto in modo così elementare perché quello è il livello medio di cultura dell’attuale esecutivo. Insomma un discorso del presidente ma non da presidente, privo di spunti critici, di coraggio, di richiami forti alla Costituzione.

Anche l’accenno alla corruzione e all’evasione fiscale è stato blando, all’acqua di rose, un ammonimento paterno a non fare i cattivi, troppo poco per comportamenti criminosi che incidono quotidianamente sulla vita di ognuno di noi.

Naturalmente è piaciuto a tutti: a Renzi e ai suoi sodali, lieti che Mattarella non abbia indicato al paese che il re è nudo, a Salvini, che, evidentemente, dopo aver brindato in anticipo, ha visto nel discorso di Mattarella un comune sentire con la squallida xenofobia portata avanti dal suo partito. Il fatto che abbia accontentato anche finiti critici del regime come Gad Lerner, è la conferma di come lo stile democristiano funzioni sempre nel nostro paese.

E’ evidente che in questo momento nessuno ha il coraggio di toccare il piccolo principe, che continua a   svolgere il suo compito di re travicello semplicemente perché non ha avversari credibili. L’abilità con cui ha risolto il caso Boschi, la spregiudicatezza della ministra nel difendersi appellandosi all’eterno cardine del pensiero nazional popolare, la famiglia, i genitori, è inquietante. Sembra di essere tornati indietro al tempo del peggior berlusconismo, con un di più di cinismo, di superficialità e con una assenza di cultura politica, per quanto sembri impossibile, ancora maggiore.

Il presidente dovrebbe essere un garante, non l’amplificatore della propaganda di governo. Spiace che Mattarella abbia perso l’occasione per ricordare a Renzi che la Costituzione non è un giocattolo che si può smontare rimontare modellandolo a proprio gusto, che cancellare i diritti dei lavoratori non crea posti di lavoro, che delegittimare i sindacati e affidare un potere enorme alle aziende è controproducente anche per il governo, che trasformare gli insegnanti in sudditi, i dirigenti scolastici in padroni e i ragazzi in manodopera da sfruttare non è degno di un paese democratico, che se non si avvia una nuova stagione di lotta alle mafie che parta dalle collusioni con la politica è inutile pensare a progetti di sviluppo per il sud, che la corruzione è la madre di tutti i problemi del nostro paese e la corruzione politica è sua figlia. Spiace davvero, speriamo che sia per la prossima volta.

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