Il granello di sabbia, un libro per riflettere.

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Auto recensirsi è antipatico, quindi eviterò di dare giudizi di valore sul mio nuovo libro, Il granello di sabbia, e mi limiterò a spiegare di cosa si tratta senza, mi auguro, tediare più di tanto i miei lettori.

Si parva licet componere magnis i modelli letterari sono 1984 di Geoge Orwell e Il diario dell’ancella, di Margaret Atwood, due romanzi distopici che nascono, il primo, dopo la rivoluzione russa per denunciarne la deriva autoritaria, il secondo, come manifesto del movimento dei diritti delle donne.

Questo libro nasce da lontano, precisamente da una votazione assai dibattuta in un collegio docenti, su una mozione di principio contro il razzismo, voto, lo dico a scanso di equivoci, assolutamente legittimo. I molti voti contrari a una mozione che comunque passò a maggioranza, mi diedero la netta sensazione che qualcosa si fosse incrinato nel nostro tessuto sociale, la consapevolezza che se anche in una scuola di un quartiere di periferia, ad alto tasso migratorio, si facevano dei distinguo su principii fino a poco tempo prima totalmente condivisi, significava che qualcosa stava cambiando.

Dopo un paio d’anni, il cambiamento, positivo o negativo a seconda di come uno la pensa, è sotto gli occhi di tutti.

La distopia è un genere letterario poco frequentato, perché comunque, si trova al confine tra la fantascienza, l’anticipazione e il desiderio di dipingere il presente secondo metafora, caratteristiche che si trovano mescolate nel mio romanzo.

Se il precedente era un libro politico, schierato, dichiaratamente di parte, questo aspira a essere una lettura per tutti, una riflessione che, si spera, dia modo a ogni lettore di vedere il presente da un’angolazione diversa. Insomma dovrei riuscire a evitare la messe di insulti che ho ricevuto sui social per il mio libro precedente, da gente che non l’aveva neanche letto.

E’ presente, soprattutto nella figura del protagonista, il tema della dicotomia tra ciò che vorremmo essere, ciò che siamo stati e ciò che diventiamo vivendo.  Marco Baldi è il direttore di una casa di tolleranza e, nel mondo allucinato del romanzo, un ispettore della pubblica morale. Come tutti i regimi autoritari, anche quello descritto aspira al controllo assoluto, anche sulle emozioni e sulle passioni che, in quanto incontrollabili, risultano pericolose per chi governa usando la paura, l’unica emozione lecita.

Sono fondamentali per l’economia del racconto, le figure femminili che, in un mondo maschilista dove le donne sono oggetti da comprare e vendere o da usare per la procreazione, sono, in modo diverso, resilienti e resistenti e nascono dalla mia personale convinzione che, se c’è speranza per questo paese, è riposta nelle sue donne e nei suoi ragazzi.

Il romanzo è volutamente duro, cupo e amaro perchè l’argomento merita rispetto e non può essere oggetto di ironia. Ce ne sono tracce, ma sporadiche e sempre venate di amarezza. Troppa ironia si è  spesa per stigmatizzare i primi atti di razzismo e di xenofobia, troppa se ne spende per stigmatizzare comportamenti che ormai, ci piaccia o no, sono entrati nella nostra quotidianità. Comportamenti e modi pensare che come un virus, stanno contagiando il nostro presente. L’esempio di Liliana Segre ne è la prova.

Non ho l’ambizione di trasmettere messaggi o proporre soluzioni che spettano ad altri, mi piacerebbe tutt’al più proporre spunti di riflessione sul presente, seminare in chi legge il libro il dubbio che forse, non viviamo in un mondo perfetto e nemmeno nel miglior mondo possibile. È un libro rivolto ai giovani, magari di qualche anno più grandi di quelli che vedo ogni mattina, l’ho scritto pensando a loro.

Vi invito, dunque, alla lettura e vi prego di inviarmi le vostre eventuali critiche, ringraziando in anticipo, di cuore, chiunque deciderà di dedicare una parte del proprio tempo a leggere  quello che  ho scritto.

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Al di qua del mare: cronache di presenze e assenze

aldi qaudel amer

Recensisco con molto piacere, dopo averne appena terminato la lettura, questo libro di Donatella Alfonso, Giulia De Stefanis, Valentina Evelli ed Erica Manna, quattro giornaliste di La Repubblica che hanno seguito in presa diretta quanto accaduto questa estate a Ventimiglia e quello che è successo dopo, quando il clamore mediatico è scemato ma gli esseri umani coinvolti in questa vicenda sono rimasti.

E’ la cronaca, dettagliata e puntuale, di un’assenza, quello dello Stato, in parte conseguenza dell’assenza dell’Europa in parte frutto di un misto di cinico calcolo politico, endemica incapacità, indifferenza. Il governo italiano è il grande assente in queste pagine, o meglio, la sua presenza si disvela solo nell’assurda burocrazia relativa alle pratiche necessarie a ottenere lo status di rifugiato politico o nell’uso delle maniere forti da parte della polizia per sgomberare i  migranti accampati nella pineta di Ventimiglia. In questo senso, il libro è un atto di accusa forte e circostanziato, nonostante l’intenzione delle croniste sia stata, probabilmente, diversa.

Questo libri è anche la dimostrazione che l’emergenza profughi è stata una creazione mediatica, i numeri delle persone arrivate a Ventimiglia erano tali c he sarebbero stati tranquillamente gestibili se chi è lautamente pagato per fare il proprio dovere avesse assolto ai suoi compiti.

  I  recenti fatti di Colonia, su cui ci sarebbe molto da chiarire, e la marcia indietro del presidente del consiglio sulla cancellazione dell’assurdo reato di clandestinità, non lasciano ben sperare riguardo al fatto che non verranno ripetuti domani gli errori di ieri. Gli immigrati, ancora un volta, sono merce di scambio per squallidi giochi politici.

Ma questo libro è anche cronaca di una presenza: quella di un mondo cooperativo che supplisce all’assenza dello Stato e opera spesso in assoluta emergenza, quella delle persone che, superata la diffidenza iniziale, riconoscono nell’altro sé stessi e offrono solidarietà, quella di chi, dopo essere arrivato nel nostro paese attraversando l’inferno, ce l’ha fatta e insieme a un lavoro ha ritrovato la propria dignità di essere umano.

Ce.sto, Agorà, Comunità di S. Egidio, Comunità di San Benedetto, Music for peace, sono i nomi di alcune associazioni e cooperative che hanno affrontato in prima linea quella che impropriamente è stata definita “ emergenza profughi”, espressione sana di quel mondo delle cooperative su cui troppo spesso, per meschini fini politici, negli ultimi tempi si è fatto di tutt’erba un fascio, dimenticando che qualche mela marcia non può e non deve intaccare un patrimonio di competenze e umanità che è riuscito spesso a evitare il peggio in questo e in altri frangenti.

Un mondo sommerso, che lavora in silenzio, senza godere di prime pagine, che “fa”, senza spendere troppe parole: progetti pilota per permettere agli immigrati di prestare volontariamente la loro opera in lavori socialmente utili, scuole di italiano per superare il muro della lingua, progetti di avviamento al lavoro, incontri e cene con gli abitanti dei quartieri dove sono ospitati i profughi per dialogare e riconoscersi meno diversi di quanti si pensi, sono solo alcune delle attività portate avanti nel nostro territorio, attività che raramente trovano spazio nelle cronache cittadine.

Non viene neanche taciuta l’opera importante della Chiesa, il prezioso lavoro della Caritas e di tante parrocchie che hanno subito messo in pratica l’invito di papa Francesco ad ospitare una famiglia di profughi. La Chiesa e il mondo cooperativo e del volontariato, per l’ennesima volta, sono l’unica presenza forte nell’emergenza sociale, come accade nei territori nelle mani delle mafie. 

Non mancano le ombre: parroci ribelli al dettato del Papa, sindaci che rifiutano di accogliere i profughi, cittadini diffidenti che non tollerano la vicinanza di quelli che percepiscono come estranei, invasori, altro da sé. I ragazzi in attesa della sentenza della commissione sulla richiesta dello stato di profughi costretti a restare chiusi a far niente nei loro alloggi di fortuna, in tasca nient’altro che i 2,50 euro concessi dallo Stato, spesso neanche una fotografia o un oggetto che ricordi la terra che hanno abbandonato.

E’ il direttore del Galliera a smentire le stupidaggini razziste riguardo malattie e infezioni che i profughi porterebbero con sé dai paesi di provenienza: nessuna emergenza sanitaria, le ferite vere, quelle profonde e difficili da risanare, sono nell’anima e nella mente di giovani uomini e donne, spesso bambini, che hanno toccato con mano l’orrore e visto la morte con i loro occhi. Non a caso, la patologia più diffusa tra i profughi è l’insonnia.

L’ultimo capitolo del libro riporta i dati reali sull’immigrazione in Liguria e a Genova: si scopre così che gli immigrati producono ricchezza, pagano le tasse, sono imprenditori abili e partecipano a pieno titolo al mantenimento del nostro stato sociale. Un quadro ben diverso da quello a tinte fosche che ogni giorno dipingono gli sciacalli della politica.

Un libro importante, scritto con taglio cronachistico, efficace, stringato, che evita inutili polemiche e si sofferma sulla lucida rievocazione dei fatti. Non mancano le storie dei singoli, storie che stringono il cuore e aprono un varco alla speranza che un mondo migliore può essere ancora possibile.

Da leggere, da divulgare, assolutamente.

Al di qua del mare, Migranti e accoglienza in Liguria

a Cura di Donatella Alfonso, Giulia de Stefanis, Valentina Evelli, Erica Manna

De Ferrari editore

14, 90 euro.

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