Il virus dell’identità

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Il film si intitola Salvador, di Oliver Stone, con un grande James Woods che tenta di salvare la sua donna, portandola fuori dal Salvador, dopo l’omicidio di Romero. Alla frontiera americana controllano il passaporto della ragazza e la rispediscono indietro, verso la miseria e la morte, mentre quando controllano il passaporto di lui, pronunciano la formula magica: wasp, White, anglosaxon, protestant, la classe dominante negli USA.

È una scena che resta impressa, di quelle che ti porti dietro, come Jena Plisky che in  1994Fuga da New York di Carpenter, spegne l’interruttore e manda il mondo verso il medio evo o il monologo di Rutger Hauer in Blade runner.

Ripensandole a posteriori sono tutte scene che hanno centro la diversità, contrapposta all’identità. Plisky (Kurt Russel) è un outlaws che crede nella giustizia, Woods un giornalista cocainomane che odia l’American Way of  Life, Hauer un androide colpevole di voler amare. Sono tutti etichettati, siglati, catalogati come diversi, anomalie del sistema da neutralizzare.

Un domani, forse, sui nostri documenti sarà aggiunta la sigla DMC, o UPC, donna, madre, cristiana o uomo, padre, cristiano, per chiarire chi comanda, per definire una identità nazionale che non è mai esistita né mai esisterà, se non nella fantasia malata di chi si sente al sicuro solo dietro a un muro, fittizio o reale che sia.

A proposito, trent’anni fa cadeva il muro di Berlino, tutti abbiamo sperato in un mondo nuovo e invece ci ritroviamo in un mondo sempre più vecchio, dove la storia si ripete in peggio.

Lo ripeto per l’ennesima volta: non stiamo assistendo a un ritorno del fascismo e chi lo pensa sbaglia, credendo di poter combattere con schemi vecchi un pericolo nuovo, per certi versi peggiore del fascismo.

L’energumeno che ha fronteggiato Vauro in quell’ignobile programma tv non è un nazista, nonostante le svastiche e le facce del duce tatuate sul corpo. È un disadattato, un figlio delle periferie degradate delle nostre città, abbandonate alla solitudine e alla violenza, un outlaws senza altri valori che non quelli della propria sopravvivenza a scapito di quella degli altri. Perché non tutti i fuorilegge sono eroi, molti sono uomini di merda.

Male ha fatto Vauro a invitarlo a cena, in una lettera pubblica scritta dopo la trasmissione, perché non hanno niente da dirsi. Lui è un uomo del secolo scorso, legato a idee cadute col muro che non torneranno, almeno speriamo, ci mancherebbe solo un rigurgito di stalinismo. Brasile, l’energumeno, non ha nella parola e nella riflessione i suoi punti di forza, è un concentrato di rabbia e frustrazione, privo di sovrastrutture ideologiche, un soldato perfetto da mandare all’attacco o al macello contro gli ultimi, migranti, gay, o comunisti che siano. Non esiste una base epistemologica comune con questa gente, non esistono presupposti per una conversazione costruttiva, non è vero che con il buon senso e la calma si risolve tutto.

Io, piccolo intellettuale di sinistra, posso dialogare con una persona di destra, destra democratica, intendo, una persona che ha dietro idee, letture, un’etica che, per quanto diversa dalla mia, può presentare anche punti in comune,  ci si può scontrare anche animatamente senza mai superare il limite, forse io posso dargli ragione su certe cose e lui può darla a me su altre, salutandoci poi educatamente e restando ognuno con le proprie idee.

Ma non è possibile alcun dialogo con chi non ha nulla dietro, e l’estrema destra, oggi, in Italia, non è ideologica, non ha dietro libri, non è strutturata ma è fondata sul nulla, alimentata dalla rabbia sociale diretta verso quelli che vengono considerati come responsabili dello sfascio del paese, gli ultimi di cui sopra. Non è mai stata così massificata, destrutturata, anestetizzata moralmente.

L’estrema destra italiana non è anti borghese, anzi, estremizza in modo grottesco il peggio delle tesi borghesi. Guardate i suoi capi, la Meloni e Salvini: due pollici falliti, a capo di due formazioni che non riuscirebbero a costruire un discorso politico neanche sotto tortura, due mediocri caricature manovrate ad arte da chi ha interesse a gettare il paese nel caos, consapevole di poterlo fare, oggi, in un tessuto sociale che si è dissolto dopo anni di crisi economica, di promesse mancata e di tradimenti da parte di chi pretendeva di avere la verità in tasca.

Sono leader improponibili per chiunque usi la propria testa e ragioni un istante su quello che dicono, ma non per chi è cresciuto nella logica hobbesiana dell’ homo homini lupus, non per chi sa reagire solo scappando o attaccando, non per chi ha trovato il proprio senso disperdendo la propria individualità in un’identità deprecabile ma accogliente. Quelle due caricature impersonano lo spirito del tempo, parlano un linguaggio comprensibile a chi non è abituato a usare le parole per confrontarsi, ma solo per attaccare o fuggire, appunto.

È con questo che abbiamo a che fare oggi: prima lo capiamo, prima troveremo, ammesso che sia possibile, l’antidoto. Continuando a chiamarli fascisti, continuando a non capire che dietro quelle bandiere non c’è un’ideologia definita ma solo rabbia cieca, continuando a propinargli dosi di sana retorica, come accaduto recentemente con Liliana Segre, che di rabbia cieca e ideologia ne sa qualcosa, continueremo ad alimentare questa rabbia fino all’implosione.

Il male è l’identità, intesa non come patrimonio di valori e di storie attorno a cui si costruisce la storia di un popolo e ci si compatta nei momenti di crisi, ma come fucina di rabbia, vento che soffia sul fuoco dell’odio, palestra di infamia. Identità degradata a massa di monadi che si riuniscono non attorno a valori comuni, ma dietro il profeta del momento, non importa quanto impresentabile.

Il male è il rifiuto aprioristico di un mondo multietnico, solidale, cooperativo e senza muri, un mondo più umano e migliore. Un mondo di cui nessuno ha più il coraggio di parlare, per timore di favorire la destra, come se mantenere il potere servisse a qualcosa contro lo sfacelo etico di un paese che annaspa in mezzo alla tempesta.

Eppure, se vogliamo uscirne, a quel mondo migliore e possibile dobbiamo tornare ad aspirare, quello dobbiamo tornare a reclamare nelle piazze, sventolando le bandiere arcobaleno, le uniche che oggi abbiano un senso e sperando che non finisca come l’ultima volta che l’abbiamo fatto.

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