Aiuto i fascisti! Scusate, ma nel 2001 da Bolzaneto siete passati?

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Con grande rilievo Repubblica riporta oggi l’”aggressione” fascista avvenuta durante una riunione di gruppi pro migranti.  A stupire è l’editoriale accorato sulla sfrontatezza dei nuovi gruppi fascisti, che non restano più nascosti e non hanno paura di mostrarsi e di mostrare la consueta pacatezza di modi e la padronanza presso che piena della lingua. Un vero allarme, da far tremar le vene e i polsi. Rabbrividisco già.

Scusate, ma nel luglio 2001 nessuno è mai passato da Bolzaneto? Nessuno ha letto il resoconto di quello che è avvenuto in quella caserma? I cori imposti ai fermati, faccetta nera, ecc.? Nessuno ha sentito l’intercettazione della poliziotta che si rallegrava per la morte di una zecca comunista (Carlo Giuliani, n.d.r.)?.

Protetti dalla divisa e dal governo Berlusconi, nessuno di quei vigliacchi, scusate non riesco a chiamarli poliziotti, io della polizia ho rispetto,è stato punito. Sono dunque almeno diciassette anni che i fascisti godono di impunità assoluta nel nostro paese. E sono pure armati.

Scomparsa la sinistra, scomparsa anche la sinistra extraparlamentare e quindi liberato il terreno, questi giovani e patriottici decerebrati hanno trovato l’opportunità di guadagnare il loro quarto d’ora di celebrità. Almeno non hanno torturato nessuno. Sono fascisti 2.0: dei loro antenati hanno solo la massa cerebrale e la capacità di non capire una minchia su come va il mondo.-

Dire che in Italia ci sono i fascisti è come dire che c’è la mafia, è ovvio. Come i topi che affollano le nostre città nascosti nel sottosuolo, elaborando rancore e odio come il protagonista del libro del grande Feodor, finalmente eccoli mostrarsi in tutto il loro splendore decadente. Peccato che i fascisti 2.0 sono brutti e fanno ridere.

Parlano anche, riescono persino, a tratti, a esprimere linee di pensiero. Fanno paura? Ma chi, questi ragazzotti ben pasciuti che credono che Anna Frank sia una favola e i forni crematori un’invenzione giudaica? Ma dite davvero? Paura di questi? No, questi non mi fanno paura, i loro amici in divisa sì, quelli di Bolzaneto, i picchiatori della Diaz, Alemanno, che ha definito “zecche” quelli che lo contestavano, la classe è classe, anche lui un po’ di paura la fa. Ma giusto come incontrare Brunetta di notte  e confonderlo con un pechinese arrabbiato. 

Ma per favore, se dobbiamo raccattare voti a sinistra portiamo avanti battaglie di civiltà, approviamo lo ius soli  contro tutto e tutti, rimettiamo in mare le Ong e mandiamo a fanculo i libici, ma non tiriamo fuori i fascisti. Quelli veri, quelli bastardi, hanno fatto saltare treni, stazioni, hanno messo bombe nelle piazze, non facevano azioni dimostrative, portavano l’unica cosa che il fascismo ha portato a questo paese: morte e distruzione. Questi sono fascisti 2.0, i fascisti dei Simpson.

Lasciamo  perdere questi mocciosi con seri disturbi di apprendimento e occupiamoci dei problemi seri e reali di questo paese.  Proviamo a fare una campagna elettorale che parli di lotta alle mafie, di droga, di soluzioni possibili al disagio giovanile, di periferie degradate, di lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, di risanamento del territorio, di ristrutturazione dei centri storici e di rifiuto alla cementificazione, ecc.ecc.

I fascisti non vi voteranno, non sono ancora arrivati al vocabolario, ma forse qualche voto di chi, come il sottoscritto, ha più paura di voi che di loro, lo recuperate…

Provate a dire e fare qualcosa di sinistra…poi se vediamo che è pericoloso tornare a fare quello che fate adesso. Cos’è, esattamente, che fate adesso? Ah,dimenticavo, vi occupate di fake news, falsi allarmi, ecc.

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L'astensionismo spiegato a mia figlia

Vedi, essere di sinistra una volta, prima di Berlusconi, prima che tu nascessi, significava essere e sentirsi diversi, portarsi dentro il dovere morale di rispettare le regole anche quando le si contestava, di essere integerrimi e onesti senza sbandierarlo ai quattro venti e senza mostrare scontrini. Significava spendersi per gli altri, gli ultimi, senza distinzioni.

Essere di sinistra non era facile, c’erano i fedeli alla linea, le teste pensanti, gli anarcoidi, come me, e quelli che pensavano che, forse, era necessaria qualche concessione al sistema se si voleva abbatterlo. Quelli hanno vinto, noi abbiamo perso.

Non ascoltavamo il rap ma poeti come Dylan e Leonard Cohen, studiavamo le strofe dei cantautori per coglierli in fallo, leggevamo di tutto, avidamente, ed ascoltavamo l’opinione di tutti, tranne che dei fascisti. Eravamo orgogliosi di appartenere a qualcosa che avrebbe cambiato il mondo e invece il mondo ha cambiato noi.

Andavamo in manifestazione senza sciarpe colorate e senza selfie, perché dovevamo stare attenti a non farci pestare dalla polizia e/o dai fascisti. Siamo scesi in piazza molte volte con i lavoratori dell’Italsider, perché i metalmeccanici, come mio padre, erano i nostri eroi e a nessuno di noi sarebbe venuto mai in mente una legge come il jobs act, se qualcuno di noi avesse pensato che per rilanciare l’economia era necessario arricchire chi era già ricco e rendere più poveri i poveri, lo avremmo mandato via a calci in culo.

Abbiamo seguito le metamorfosi del partito e non abbiamo capito in tempo che Berlinguer, l’ultimo grande uomo di sinistra di questo paese, aveva capito tutto in anticipo, forse per questo era così triste. Abbiamo accettato di non essere migliori degli altri, di rubare come gli altri, anche se gli irriducibili, le teste di cazzo come tuo padre e i suoi amici, hanno ostinatamente continuato a cercare di dare l’esempio, a rispettare le regole per poterle cambiare. Sembra complicato, vero? C’è stato un grande pensatore di sinistra, un poeta, si chiamava Havel, che ha scritto che l’unica arma della povera gente contro l’oppressione è il lavoro ben fatto. Il lavoro ben fatto disturba i corrotti e i corruttori, perturba il sistema, scardina l’ordine.

Brecht ci aveva insegnato che la scuola e lo studio sono armi potenti e alla scuola e allo studio molti di noi si sono dedicati con passione e sacrificio, sempre per la questione del lavoro ben fatto. I principi che insegno ai ragazzi seduti davanti alla mia cattedra, spesso seduti attorno a me, stare in cattedra non mi piace, sono gli stessi con cui sono cresciuto io: la sacralità del lavoro, il rispetto degli altri, non importa se gay, zingari, immigrati, drogati, tutti gli altri, tranne i fascisti, il dovere etico di spendersi anche per gli altri, anche per i fascisti, pensa un po’: per questo molti di noi fanno sindacato o sono parte attiva della società civile.

Eravamo e siamo rimasti teste di cazzo, senz’altro, e sognatori, per questo non possiamo dare il nostro voto a chi ha tradito ognuno di quei valori e di quei sogni. Abbiamo per anni lavorato duro e fatto il nostro dovere in silenzio e l’astensionismo è il nostro modo di dire vaffanculo a chi ci ha traditi e ha usato le nostre bandiere per arrivare al potere e poi gettarle nel cesso.

Non cederemo agli appelli contro la destra rozza votando una destra più raffinata, perché noi i fascisti, quelli veri, quelli cattivi, li abbiamo visti nelle piazze, all’università, li abbiamo sentiti raccontare dai partigiani quando erano ancora giovani e i loro ricordi erano freschi. Questi non ci fanno paura, questi ci fanno solo ridere amaro, sono solo chiacchiere e distintivo. Ci preoccupano di più i fascisti mascherati, quelli delle regole da cambiare, quelli del paese da modernizzare sulla pelle della gente, quelli delle delocalizzazioni e di Marchionne grande imprenditore, quelli che si fanno chiamare centrosinistra e non conoscono Moro e Berlinguer, quelli che due giorni fa erano disposti a un patto elettorale con la destra rozza e forcaiola.

Perché vedi, noi teste di cazzo di sinistra abbiamo un grande difetto: non dimentichiamo e quando veniamo traditi, non perdoniamo.

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Oggi non è la festa di tutti

Il 25 Aprile si ricorda l’esito finale di una guerra civile, una guerra che vide contrapposti due fronti: da una parte, italiani che stavano dalla parte di chi sterminava uomini, donne e bambini nei campi di concentramento, torturatori, assassini, dall’altra, italiani che credevano nei valori della democrazia, pur provenendo da esperienze diverse: comunisti, socialisti, cattolici, azionisti, ecc.

I torturatori e gli assassini, gli alleati del genocidio, hanno perso, sono stati sconfitti dalla storia, processati a Norimberga e condannati. Non può esserci né perdono né riconciliazione con  chi continua a portare avanti quei valori. Quindi oggi, non è la festa di tutti.

Oggi non è  la festa di vili sciacalli come Pansa, che nel suo deliro senile ha scoperto che la guerra è brutta e disumana, da qualunque parte la si combatta, ma ha dimenticato che i partigiani hanno combattuto anche per dare a lui la libertà di scrivere i suoi libri  e vomitare le sue accuse oscene dagli schermi televisivi, senza che qualcuno gli ricordi che i vecchi, se non il dono della lucidità, dovrebbero almeno avere acquisito quello della decenza.

Oggi non è la festa dei piccoli sciacalli come Di Maio, un nullafacente che insulta e offende chi cerca di fare qualcosa per gli altri, che semina calunnie e zizzania allo scopo di recuperare qualche voto sulla pelle dei perseguitati di oggi

Oggi non è la festa dei leghisti come Salvini, seminatori di odio, squallidi parolai privi di pensiero, genia di frustrati che si realizzano in un’illusione vuota di superiorità.

Oggi non è la festa di questo Pd, che ha dimenticato i valori che l’hanno portato ad essere quello che è, che ha dimenticato la propria storia, le proprie radici e non ha capito che chi rinnega il passato non può costruire il futuro.

Oggi non è la festa degli italiani indifferenti, quelli che lasciano fare, che non schierano mai, che aspettano di vedere da che parte tira il vento.

Oggi non è la festa dei leccaculo, dei cortigiani, dei servi d’ogni colore.

Ho avuto la fortuna di incontrare molti partigiani, sia da ragazzo, sia durante il mio lavoro di insegnante. Li ho ascoltati, li ho visti piangere e, a volte, ho pianto con loro. Ecco, oggi è la loro festa e solo la loro, perché tutti noi abbiamo avuto la possibilità di essere quello che siamo anche grazie a loro.

Tutto quello che possiamo fare noi, oggi, è cercare di impegnarci ogni giorno, nel nostro lavoro, nei nostri atti quotidiani, nel nostro essere cittadini, a fare sì che quel sacrificio non sia stato  inutile.

E un’atra cosa possiamo fare  leggere , documentarci e pensare prima di parlare.

Il primo giorno di scuola ho imparato una poesia che non ho mai dimenticato, una poesia di Brecht, in particolare un verso mi è rimasto impresso nella memoria: Impugna un libro, è come un’arma.

Col tempo ho imparato che non esiste arma più forte, e non a caso, quelli che oggi non hanno nulla da festeggiare ma devono solo tacere, i libri li bruciavano.

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