Ma i malati sono gli omofobi

Foto di mmi9 da Pixabay

Il prefisso “omo” in greco significa uguale, “fobia” invece designa una paura morbosa, patologica.

Dunque, etimologicamente, l’omofobia è la paura di chi è uguale. La patologia non sta in chi è uguale, ma in chi ne ha paura.

Perché, scusate la citazione, i gay piangono come noi, ridono come noi, se li feriamo sanguinano come noi, perché sono come noi, esseri umani, uomini e donne, che cercano di vivere nel modo più sereno possibile senza rinunciare ad essere sé stessi. Chi non accetta questo è, senza dubbio, disturbato.

Celebrare la giornata mondiale contro l’omofobia nel 2020 è assurdo, pensare che ci sia ancora chi crede che amare in modo diverso sia un segno di perversione o una punizione, è folle, eppure è necessario: basta dare una scorsa ai social per comprendere come gli omofobi, cioè i malati veri, quelli che veramente sarebbero da curare, sono molti, spesso ignoranti al limite dell’analfabetismo, da come scrivono e argomentano, ma molti, probabilmente troppi. Senza parlare dei pseudo intellettuali propagatori di bufale e idee assurde.

Non commettiamo l’errore di pensare che gli omofobi appartengano solo a una corrente politica perché rischieremmo di sottovalutare il problema: certo, i fascisti lo sono sempre stati, ma quale categoria, a parte sè stessi, i fascisti non odiano?

Anche i comunisti sono stati a lungo omofobi ,vedere Pasolini e ad Aldo Busi per approfondire, e certi pregiudizi sono duri a scomparire. La sinistra non è immune da questo male, non lo era neanche quando aveva una presunzione di superiorità. Anzi.

La verità è che la morale di cui siamo impregnati, quel cattolicesimo ipocrita e borghese che va per la maggiore e l’essere fedeli alla linea che andava per la maggiore un tempo, non contemplano chi canta fuori dal coro, non approvano l’espressione palese della diversità. Si fa, ma in silenzio, basta che non si venga a sapere.

Se l’omosessuale si comporta da giullare,se è una rockstar che vive di eccessi per definizione, come Freddy Mercury ed Elton John, allora è tutto ok, è quella trasgressione lecita che ogni sistema consente, se è uno scrittore, magari un grande scrittore come Aldo Busi, va già meno bene, perché fa pensare, ma meno male che la gente in Italia legge poco.

I problemi nascono quando a essere gay è un ragazzo/a normale, che non vuole nascondere le proprie inclinazioni e vuole vivere la propria vita di relazione alla luce del sole. E magari non ha i miliardi e la popolarità di una rockstar.

Ammesso che riesca a superare senza traumi quel momento cruciale che rappresenta mettere al corrente la famiglia delle proprie inclinazioni, e specie al sud si rischiano come minimo le botte e l’emarginazione sociale, i problemi poi nascono fuori, nella vita di tutti i giorni: sul lavoro, a scuola, per strada.

Le violenze, le discriminazioni, gli atti di bullismo contro i gay sono all’ordine del giorno, il pregiudizio omofobico è presente già nei ragazzini e crescendo peggiora. Per non parlare dello stillicidio di battute, frecciate, cattiverie a cui vengono sottoposti quotidianamente.

Sciocchezze come le crociate contro la teoria gender, una legge sulle unioni gay senza coraggio sbandierata come un grande passo in avanti, manco fossimo nel medioevo, carnevalate come quel grande letamaio che è stato il congresso di Verona, le dichiarazioni allucinanti di esseri come Pillon, Adinolfi, Fontana, il sindaco di Genova, un bravo borghese amico dei fascisti che toglie il patrocinio del comune al gay pride, sono segnali allarmanti di un problema ampiamente ignorato dai media che riguarda ognuno di noi: perché i diritti di uno, sono i diritti di tutti.

E’ un problema che va di pari passo con i rigurgiti di fascismo presenti nel paese ma che è, principalmente, culturale. Lo confermano le recenti, deliranti e allucinate esternazioni di quella specie di Celestino V teutonico, che sembra provare un piacere sinistro a distruggere quello che Francesco, a fatica, prova a costruire. Lo conferma una stampa che credo sia da annoverare tra le peggiori dei paesi occidentali. E stendiamo un velo pietoso sulla televisione.

Ecco perché è ancora necessaria una giornata come questa, in questo paese provinciale e bigotto, ipocrita e ignorante, sempre più avvelenato dall’odio e incapace di garantire una reale libertà a tutti i suoi cittadini.

Quando poi, a non essere garantita, è la libertà di amare chi si vuole come si vuole, allora significa che viviamo davvero in tempi bui.

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Confessioni di un ipocondriaco

Io sono ipocondriaco, anche se negli ultimi anni lo nascondo bene. Quando fai un lavoro in cui ogni giorno almeno uno o due ragazzini ti arrivano a dieci centimetri di distanza per dirti che la sera prima avevano quaranta di febbre, la diarrea, la tosse e non si sentono tanto bene, o ti suicidi o cerchi di controllarti.

Per altro appartengo a una generazione sfigata: quella che ha visto l’Aids in piena tempesta ormonale, proprio nell’età delle prime conoscenze carnali, immediatamente rimandate a data da destinarsi, quella ecologista, amante del birdwatching, che ha visto venire fuori l’aviaria, quella che manifestava per togliere il debito all’Africa, ed è arrivato Ebola, ecc.ecc.

Il Covid, ovviamente, per noi ipocondriaci è stato una trauma con un solo lato positivo: tutte le nostre manie improvvisamente sono diventate legge. Ma viviamo da mesi nel terrore, ovviamente, per altro sono anche allergico, quest’anno l’allergia è arrivata prima e potete immaginare l’angoscia a ogni starnuto.

Mi piace il trekking, specie quando sono in montagna ma anche nelle alture vicino casa. Mi piace per lo stesso motivo per cui amo la pesca sui fiumi: amo la natura e posso stare da solo per ore, senza incontrare nessun altro se non mia moglie, a volte neanche lei.

Oggi sono uscito a fare trekking ed è stato terribile. Intanto il sindaco ha detto che la mascherina, obbligatoria nei luoghi chiusi e nei parchi, è fortemente raccomandabile all’aperto. Che cazzo vuol dire? O la obblighi o ognuno si sente in dovere di fare quello che vuole. Infatti…

Incontri quelli che la portano al collo, come un foulard, forse cercando di dare il via a una tendenza, poi quegli altri che se la tirano su all’improvviso se ti incrociano, come banditi che stanno per fare una rapina in banca, quelli senza, che, immancabilmente, o urlano o ridono in modo carnascialesco quando ti incrociano, quelli che la portano e se ti vedono passano dall’altro lato della strada rischiando di essere falciati da un’auto in corsa. E poi…

La scena meriterebbe la colonna sonora di Ennio Morricone: tu hai la maschera, lui ha la maschera, tu stai salendo, lui scende: vi guardate negli occhi, a chi tocca spostarsi di lato per mantenere la distanza sociale? L’immagine di Clint Eastwood che sta per sfoderare la Colt si mescola a quella di Frate Cristoforo che sta per infilzare il fellone fino a quando, finalmente, dopo qualche tentennamento, tutti e due proseguite.

Tornato a casa , ho pensato che, a meno che uno non ti sputi addosso, ed essendo un insegnante e sindacalista non è un’ipotesi così remota, la probabilità di infettarsi per strada è remota. Ma ci sono altri pericoli.

Sali su un autobus e incontri, a un metro di distanza, Povia, che ieri sera ha detto in tv che lui pulisce benissimo casa ed è un omosessuale mancato. Riuscirai a trattenerti dal dirgli di non preoccuparsi, perché è un perfetto idiota?

O incontri Ratzinger, un altro omofobo, per cui le coppie gay sono manifestazione dell’Anticristo, la Shoa no, i bambini siriani che cadono sotto le bombe, no, i gay. Puoi trattenerti dall’andargli davanti e salutarlo con un marziale Sieg Heil?

Peggio, puoi incontrare due leghisti che parlano degli immigrati da regolamentare, in toni ovviamente razzisti. Lì ti salva il fatto che, probabilmente, riesci a capirlo solo dopo, dato il linguaggio che usano abitualmente.

E se incontri Salvini, la Meloni, o Salvini e la Meloni? Più che una mascherina servirebbe una vasca di decontaminazione.

Il Covid è una tragedia, grande, che lascerà molte cicatrici quando finirà, ma i mostri veri, i mali veri del nostro paese, non sono mai andati via. Avevano taciuto, per un po’, e adesso eccoli di nuovo fuori dalle loro luride tane, razzisti, omofobi, complottisti, fascisti, neonazisti, una genia di pezzi di merda che imperversa per tutta la penisola.

Contro quelli, purtroppo, non c’è vaccino.

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Lo squallido bullismo di un uomo senza qualità e l’ignoranza trasversale.

Salvini è il nulla, umanamente e politicamente, è il prodotto di una cultura superficiale e gretta che si fonda sul pregiudizio e sull’ignoranza come vanto.

Ma, talvolta, chi lo critica non è da meno, quanto a ignoranza.

Ho visto solo oggi il video del ragazzo dislessico, montato ad arte dagli squallidi cialtroni che reggono il gioco a Salvini, per prendere in giro i suoi oppositori. L’atto è stato indegno, ma è solo l’ultimo di una lunga serie. Salvini ci ha abituato a offese pecoreccie rivolte a donne rappresentanti dello Stato (Boldrini), a insulti a donne con le palle, quindi assai diverse da lui (Carola Rackete) a offese ai terroni, ai tossicodipendenti, agli omosessuali, a sbandierare, bestemmiando di fatto, crocifissi, a richiedere protezioni alla Madonna dopo atti spregevoli. Sappiamo che uomo è, se proprio è necessario dargli una definizione antropologica, non stupisce che se la sia presa con un ragazzo simpatico colto in un momento di difficoltà. Ha fatto di peggio e di peggio farà fino a quando non tornerà ad essere il nulla mischiato con niente che era prima.

Ma confondere la dislessia, che non è una malattia e non è una disabilità, con una malattia e una disabilità, come hanno fatto molti nel tentativo lodevole di difendere Sergio Echamanov, che, tra l’altro, se l’è cavata benissimo da solo, sul palco, scherzando sulla propria difficoltà, testimonia ignoranza e approssimazione anche in chi sta dall’altra parte, mostrando che certi mali sono ormai trasversali in Italia.

La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento che può tradursi in disgrafia, problemi di lettura, ecc., ampiamente noto a chi lavora nella scuola e ampiamente gestibile. Negli ultimi anni le diagnosi di DSA sono aumentate e io, da tempo, utilizzo con tutti gli alunni strumenti come le mappe concettuali, le verifiche mirate al contenuto, ecc. che rientrano tra gli strumenti compensativi e dispensativi che la normativa concede loro.

Einstein, Mozart, Leonardo, Paul McCartney, Spielberg, Bob Dylan, sono solo alcuni nomi di dislessici famosi che mostrano come la dislessia possa essere brillantemente superata e, spesso, accompagni uomini e donne con capacità fuori dal comune.

Non si è reso un buon servizio quindi a Sergio trattandolo sui social come un disabile e o un malato offeso da Salvini. Se anche Sergio non fosse stato DSA, ma un ragazzo che si è impappinato sul palco, l’atto del segretario della Lega sarebbe comunque stato un esempio di viltà e miseria, categorie che accompagnano sempre in ogni luogo le persone senza qualità e i fascisti, tanto per fare una tautologia.

I pregiudizi, di qualunque colore, sono duri a morire e, nel sottotetto di certi commenti, ho letto il pietismo per il povero ragazzo sfortunato, cioè l’atteggiamento che qualunque insegnante sa che non deve mai tenere con i DSA, che vanno trattati come gli altri compagni, possedendo capacità cognitive normali e spesso superiori alla media.

La disinformazione e il pregiudizio non sono, purtroppo, appannaggio solo della destra, basta leggere i battibecchi, a volte esilaranti, più spesso deprimenti tra renziani ed anti renziani sui social quando dibattono su argomenti mostrandone una conoscenza, a voler essere generosi, approssimativa.

Quest’episodio mi ha fatto riflettere sul fatto che il vuoto culturale di questo paese è, probabilmente, molto più profondo di quanto appaia, e appare già in modo allarmante. La scuola, ormai, rischia di diventare obsoleta nel amare d’ignoranza, arroganza e ipocrisia su cui galleggia questo paese, una specie di Fort Apache che si ostina a illudersi di formare ed educare alla comprensione di una bellezza che sembra non interessare più nessuno.

Quanto al pietismo, da cattolico, lo trovo deleterio e stucchevole quanto le invocazioni alla Madonna di Salvini, che io mi auguro vengano ascoltate e adeguatamente ricompensate.

Da insegnante, mi amareggia molto vedere gente confondere DSA e disabilità, autismo e ADHD, DSA e BES, sigle dietro cui si nascondono situazioni diverse, storie diverse, soluzioni diverse. Sigle che accompagnano ragazzi e ragazze, troppo spesso bollandoli nell’opinione comune. Dimentichiamo troppo spesso che siamo uno dei paesi guida in Europa in materia d’integrazione scolastica, una delle poche cose che mi rende ancora orgoglioso di essere un insegnante.

Si finisce per fare come quelli che nella categoria migranti inseriscono tutti: profughi, migranti economici, clandestini, ecc. e non riescono a comprendere che problemi diversi comportano soluzioni diverse.

Il primo passo per risolvere i problemi è la conoscenza e, anche se animati da buone intenzioni, sarebbe buona norma, quando non si conosce la natura di un problema, tacere.

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Il virus dell’identità

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Il film si intitola Salvador, di Oliver Stone, con un grande James Woods che tenta di salvare la sua donna, portandola fuori dal Salvador, dopo l’omicidio di Romero. Alla frontiera americana controllano il passaporto della ragazza e la rispediscono indietro, verso la miseria e la morte, mentre quando controllano il passaporto di lui, pronunciano la formula magica: wasp, White, anglosaxon, protestant, la classe dominante negli USA.

È una scena che resta impressa, di quelle che ti porti dietro, come Jena Plisky che in  1994Fuga da New York di Carpenter, spegne l’interruttore e manda il mondo verso il medio evo o il monologo di Rutger Hauer in Blade runner.

Ripensandole a posteriori sono tutte scene che hanno centro la diversità, contrapposta all’identità. Plisky (Kurt Russel) è un outlaws che crede nella giustizia, Woods un giornalista cocainomane che odia l’American Way of  Life, Hauer un androide colpevole di voler amare. Sono tutti etichettati, siglati, catalogati come diversi, anomalie del sistema da neutralizzare.

Un domani, forse, sui nostri documenti sarà aggiunta la sigla DMC, o UPC, donna, madre, cristiana o uomo, padre, cristiano, per chiarire chi comanda, per definire una identità nazionale che non è mai esistita né mai esisterà, se non nella fantasia malata di chi si sente al sicuro solo dietro a un muro, fittizio o reale che sia.

A proposito, trent’anni fa cadeva il muro di Berlino, tutti abbiamo sperato in un mondo nuovo e invece ci ritroviamo in un mondo sempre più vecchio, dove la storia si ripete in peggio.

Lo ripeto per l’ennesima volta: non stiamo assistendo a un ritorno del fascismo e chi lo pensa sbaglia, credendo di poter combattere con schemi vecchi un pericolo nuovo, per certi versi peggiore del fascismo.

L’energumeno che ha fronteggiato Vauro in quell’ignobile programma tv non è un nazista, nonostante le svastiche e le facce del duce tatuate sul corpo. È un disadattato, un figlio delle periferie degradate delle nostre città, abbandonate alla solitudine e alla violenza, un outlaws senza altri valori che non quelli della propria sopravvivenza a scapito di quella degli altri. Perché non tutti i fuorilegge sono eroi, molti sono uomini di merda.

Male ha fatto Vauro a invitarlo a cena, in una lettera pubblica scritta dopo la trasmissione, perché non hanno niente da dirsi. Lui è un uomo del secolo scorso, legato a idee cadute col muro che non torneranno, almeno speriamo, ci mancherebbe solo un rigurgito di stalinismo. Brasile, l’energumeno, non ha nella parola e nella riflessione i suoi punti di forza, è un concentrato di rabbia e frustrazione, privo di sovrastrutture ideologiche, un soldato perfetto da mandare all’attacco o al macello contro gli ultimi, migranti, gay, o comunisti che siano. Non esiste una base epistemologica comune con questa gente, non esistono presupposti per una conversazione costruttiva, non è vero che con il buon senso e la calma si risolve tutto.

Io, piccolo intellettuale di sinistra, posso dialogare con una persona di destra, destra democratica, intendo, una persona che ha dietro idee, letture, un’etica che, per quanto diversa dalla mia, può presentare anche punti in comune,  ci si può scontrare anche animatamente senza mai superare il limite, forse io posso dargli ragione su certe cose e lui può darla a me su altre, salutandoci poi educatamente e restando ognuno con le proprie idee.

Ma non è possibile alcun dialogo con chi non ha nulla dietro, e l’estrema destra, oggi, in Italia, non è ideologica, non ha dietro libri, non è strutturata ma è fondata sul nulla, alimentata dalla rabbia sociale diretta verso quelli che vengono considerati come responsabili dello sfascio del paese, gli ultimi di cui sopra. Non è mai stata così massificata, destrutturata, anestetizzata moralmente.

L’estrema destra italiana non è anti borghese, anzi, estremizza in modo grottesco il peggio delle tesi borghesi. Guardate i suoi capi, la Meloni e Salvini: due pollici falliti, a capo di due formazioni che non riuscirebbero a costruire un discorso politico neanche sotto tortura, due mediocri caricature manovrate ad arte da chi ha interesse a gettare il paese nel caos, consapevole di poterlo fare, oggi, in un tessuto sociale che si è dissolto dopo anni di crisi economica, di promesse mancata e di tradimenti da parte di chi pretendeva di avere la verità in tasca.

Sono leader improponibili per chiunque usi la propria testa e ragioni un istante su quello che dicono, ma non per chi è cresciuto nella logica hobbesiana dell’ homo homini lupus, non per chi sa reagire solo scappando o attaccando, non per chi ha trovato il proprio senso disperdendo la propria individualità in un’identità deprecabile ma accogliente. Quelle due caricature impersonano lo spirito del tempo, parlano un linguaggio comprensibile a chi non è abituato a usare le parole per confrontarsi, ma solo per attaccare o fuggire, appunto.

È con questo che abbiamo a che fare oggi: prima lo capiamo, prima troveremo, ammesso che sia possibile, l’antidoto. Continuando a chiamarli fascisti, continuando a non capire che dietro quelle bandiere non c’è un’ideologia definita ma solo rabbia cieca, continuando a propinargli dosi di sana retorica, come accaduto recentemente con Liliana Segre, che di rabbia cieca e ideologia ne sa qualcosa, continueremo ad alimentare questa rabbia fino all’implosione.

Il male è l’identità, intesa non come patrimonio di valori e di storie attorno a cui si costruisce la storia di un popolo e ci si compatta nei momenti di crisi, ma come fucina di rabbia, vento che soffia sul fuoco dell’odio, palestra di infamia. Identità degradata a massa di monadi che si riuniscono non attorno a valori comuni, ma dietro il profeta del momento, non importa quanto impresentabile.

Il male è il rifiuto aprioristico di un mondo multietnico, solidale, cooperativo e senza muri, un mondo più umano e migliore. Un mondo di cui nessuno ha più il coraggio di parlare, per timore di favorire la destra, come se mantenere il potere servisse a qualcosa contro lo sfacelo etico di un paese che annaspa in mezzo alla tempesta.

Eppure, se vogliamo uscirne, a quel mondo migliore e possibile dobbiamo tornare ad aspirare, quello dobbiamo tornare a reclamare nelle piazze, sventolando le bandiere arcobaleno, le uniche che oggi abbiano un senso e sperando che non finisca come l’ultima volta che l’abbiamo fatto.

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Manduria, la violenza tollerata


http___media-s3.blogosfere.it_cronacaeattualita_9_9c4_anzianoAntonio Stano, un pensionato con problemi di disabilità, è stato per anni tormentato da due bande di ragazzini, la maggior parte dei quali minorenni,  e forse ucciso, a Manduria, un paese pugliese.

Parliamo di un paese di trentamila abitanti, ricco, a quanto rivelano i depositi bancari eppure umanamente poverissimo se, da anni, questi ragazzi potevano impunemente prendersi gioco di un povero vecchio, tormentarlo, filmarlo scambiandosi i filmati, sulle chat, insultarlo, dileggiarlo, senza che nessuno, dalle famiglie, ai servizi sociali, alle forze dell’ordine, abbia fatto nulla.

Le stesse giustificazioni addotte da alcuni familiari dei minorenni coinvolti rivelano una incapacità educativa sconvolgente: cosa devono fare i ragazzi in un paese in cui non c’è niente, come devono passare il tempo?

Per esempio leggendo, tanto per dire, oppure dedicandosi al prossimo, invece che all’eliminazione del prossimo, studiando, praticando sport, crescendo, imparando a diventare umani.

Io credo che in questa vicenda giochi un ruolo importante la deumanizzazione del diverso a cui assistiamo da tempo:  se partiamo dal presupposto che il migrante, il rom, il tossico sono diversi, un po’ meno umani, anzi, alcuni di loro, per niente umani, quanto tempo credete che ci voglia perché diventino meno umani gli anziani, i clochard, i malati di mente? Il passo è molto più breve di quanto si immagini e non è un caso se Hitler cominciò a far ele prove dell’Olocausto proprio con i malati di mente. Probabilmente a Manduria sono solo in anticipo sui tempi.

Naturalmente c’è anche il problema della tecnologia, che i ragazzi maneggiano senza consapevolezza, senza comprendere che il processo che ti fa diventare un’altra persona in chat, che ti fa indossare una maschera, spesso conduce a non toglierti di dosso mai più quella maschera, a farti diventare davvero un’altra persona.  Già Pirandello aveva detto che viviamo tutti un io frammentato, la tecnologia usata senza le dovute cautele velocizza questo processo, lo estremizza e può, in alcuni casi, creare mostri.

I ragazzi oggi non sono più frenati dal caro, vecchio, senso di colpa che ci ha reso nevrotici e depressi ma responsabili, che ci ha insegnato a rispettare e a essere rispettati. Oggi sono diventati proiezioni di genitori frustrati che vedono in loro una possibilità di riscatto sociale e morale e, per questo, giustificano ogni cosa, li difendono, si scagliano con chi, a loro dire, non li sa capire.

Quando una delle madri intervistate dice che suo figlio non è un mostro, si è limitato a guardare i video che i suoi compagni giravano e scambiavano sulla chat, non si rende conto della totale deresponsabilizzazione che attua nei confronti del ragazzo, non riesce a comprendere che guardare certe cose, venirne a conoscenza e non parlarne con nessuno, forse non ci rende mostri ma vigliacchi e persone con una coscienza deficitaria sicuramente sì. Chiunque lavori a scuola sa che a fare caos e comportarsi male sono sempre “gli altri”.

E’ una catena penosa e squallida di assoluzioni, quella che si legge dalle dichiarazioni sui giornali, di gente che sapeva, da anni, anni!, e non ha fatto nulla.  E’ una tragedia molto italiana, questa, di un paese che ha perso le coordinate dell’umanità.

Ha la sua responsabilità anche una scuola ridotta a nozionificio, che non riesce più a formare i ragazzi, sia per l’ostilità delle famiglie, sia per mancanze strutturali  (burocrazia patologica, troppa attenzione ai programmi (che non esistono da anni) e meno ai ragazzi, delegittimazione del ruolo dell’insegnante, ecc.). Questa mancanza di una figura adulta di riferimento in quel periodo delicato che va dalla preadolescenza all’adolescenza, unita alla mancanza di regole e di prospettive, in un paese governato da vecchi che per i giovani non hanno mai fatto nulla, e all’incertezza per un futuro sempre più nebuloso, si risolve in un vivere alla giornata, godere del momento, in una anarchia emozionale che non è nichilismo e non è rivolta, solo il costante e impossibile tentativo di vincere una noia che non si riesce a gestire,  una fuga da sé stessi per non guardarsi allo specchio. La violenza è lo stadio terminale inevitabile di una somma infinita di piccole e grandi sconfitte.

Perché nessuno insegna a questi ragazzi come gestire i sentimenti senza estremizzarli, come sublimare le pulsioni, come indirizzare e anestetizzare la rabbia. La scuola non riesce più ad essere un veicolo di cultura e la povertà culturale di questi ragazzi e queste famiglie è sotto gli occhi di tutti. La novità , casomai, è la  tendenza a minimizzare, ad assolvere, a comprendere, a semplificare anche un episodio così orrendo.

Se ci pensate, sono fascisti. Eh, sì, perchè il fascismo, nella sua radice elementare, denudato della sua ridicola ideologia, non è nè un’opinione nè un crimine ma una malattia: violenza di gruppo verso un inerme, vincere la propria viltà disperdendola nel coraggio del branco, decidere che qualcuno non è degno di vivere accanto a noi. C’è qualcosa di profondamnente fascista in quello che hanno fatto quei ragazzi, nella loro amoralità, nel loro sfogare la propria frustrazione esistenziale cancellando l’esistenza di un altro essere umano.

La violenza è ormai parte del nostro quotidiano, la violenza verbale del nuovo lessico politico, la violenza materiale dei femminicidi, degli stupri, delle aggressioni razziali, la violenza  del pane calpestato e la violenza del branco. La violenza non può essere controllata tramite decreti legge ma va combattuta alla radice.

L’unico ente che può richiamare le famiglie alle proprie responsabilità, che può e deve far suonare il campanello d’allarme nella nostra società per invertire la rotta,  è la scuola, scuola che va rinnovata e ridisegnata non su quello che chiede l’industria ma sui bisogni formativi dei ragazzi, sulla loro povertà etica, sulle loro potenzialità che si dissolvono in ore e ore di chat. Scuola che deve tornare ad essere magister vitae e no0n può vivere sotto la spada di Damocle di denunce e ricorsi al Tar, modellando su questo la propria identità.

Manduria non è una pagina di cronaca, è un segno della fine: se riusciamo a coglierlo, possiamo ancora invertire la rotta, altrimenti, la maledizione che Primo Levi annuncia in apertura di Se questo è un uomo, sarà ineluttabile.

 

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L’eredità del fascismo

Mussolini And CrowdTratta da farodiroma.it

Sono d’accordo con Cacciari quando afferma che l’attuale esecutivo è costituito da poveri disgraziati, incapaci di grandi visioni e privi di quell’intelligenza del male necessaria a provocare tragedie. Riusciranno, tutt’al più, a impoverire ulteriormente questo paese, prima di finire come meritano nella pattumiera della politica.

Non concordo, quindi, con Scalfari quando rilancia per l’ennesima volta l’inutile e stantio allarme di pericolo fascista in questo paese. Gli imbecilli di Forza nuova e Casapound, gruppuscoli di esaltati ignoranti e ipodotati dal punto di vista culturale, non possono essere un pericolo per la tenuta dello Stato, nonostante la copertura fornita dallo sbeffegiatore di bambini.

Ma che il fascismo vada comunque e sempre ricordato e diffamato, che l’oppressione e la violenza di una ideologia sconfitta dalla Storia debbano essere sempre messe in evidenza per evitare di incorrere negli stessi errori, lo sanno bene i sudamericani che, il 24 Marzo, celebrano la giornata della memoria dei desaparecidos.

Argentina, Cile, Brasile, Guatemala, la lista degli Stati che hanno visto scomparire la loro migliore gioventù è lunga, così come quella degli infami che hanno ordinato condanne ed esecuzioni. E’ noto che i torturatori sudamericani si addestrarono alla Escuela de las Americas, sotto l’occhio attenta degli agenti della Cia che fornivano manuali operativi per le torture.  I desaparecidos furono almeno trentamila, ma altre fonti parlano di ottantamila.

Esiste una folta ed esauriente filmografia e blibliografia per chi voglia documentarsi su quel periodo, per chi ha bisogno di ricordare cos’è il fascismo.

Forse è solo un caso che il giorno della meoria dei desaparecidos cada il giorno seguente a quello in cui si ricorda la nascita dei fasci di combattimento, esattamente cento anni ieri.

Perché il fascismo è un’invenzione italiana e la sua eredità infame  ci riguarda tutti.

Il fascismo è cosa diversa dai falliti che digitano falsità su un bambino di tredici anni al sicuro delle loro case e dietro le loro tastiere, così come dall’ipocrisia di chi fa passare per democrazia diretta decisioni prese da una sparuta minoranza via internet senza alcun controllo.

I fascisti erano assassini e violenti, ladri e corrotti, psicopatici e opportunisti, guidati da un voltagabbana che aveva comunque una visione, per quanto spregevole, insieme a un patologico deficit di umanità. Mussolini era un vigliacco ed è finito come un vigliacco, perché la Storia non perdona. meglio è andata ai suoi epigoni sudamericani e il pè+ericolo da quelle parti è ancora alto, se è stato eletto un mentecatto alla guida di un paese in grande ascesa.

Fortunatamente, tra sbeffeggiatori di bambini e protettori di sequestratori, dalle nostre parti si recita la solita farsa, nonostante revisionisti da quattro soldi in cerca di notorietà e pseudofilosofi falliti.

Perché questo, tranne che in quei terribili vent’anni, è sempre stato il paese della Commedia dell’arte.

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La Storia non è un’opinione

FASCISMO-STILE-DI-VITA

Mussolini non ha fatto nulla di buono: è salito al potere con la violenza, ha fatto uccidere in modo vile Giacomo Matteotti che quella violenza aveva denunciato, ha eliminato i sindacati e la libertà di parola e d’opinione, per vent’anni ha stretto il paese in una dittatura oppressiva, assassina e criminale, governando con una banda di ladri. Le leggi razziali e la guerra sono state le inevitabili conseguenze del fascismo, non due appendici come a qualcuno oggi piace credere.

Mussolini è stato un vigliacco e come un vigliacco ha cercato di sfuggire alle proprie responsabilità tentando di lasciare il paese in incognito.

Mussolini è stato un criminale, condannato dalla storia, purtroppo non condannato a morte da un tribunale italiano come avrebbe meritato.

Il fascismo è stato e continua ad essere una ideologia da vigliacchi, violenta, razzista, disumana e condannabile in toto.

Tajani, in un paese normale, in una Europa normale, dopo le dichiarazioni rilasciate a La zanzara in cui ha affermato che Mussolini ha fatto anche delle cose buone, avrebbe dovuto dimettersi dieci secondi dopo perché quanto ha dichiarato è incompatibile con la sua carica di presidente del Parlamento europeo e con lo spirito con cui l’unione europea si è formata.

Il revisionismo delle persone per bene, come Tajani, è il peggiore, proprio perché arriva da persone preparate, colte, presentabili e rappresenta un esempio di clamorosa disonestà intellettuale.

Più volte, in questo spazio, ho criticato la retorica antifascista e la confusione che si fa ogni giorno, chiamando fascismo la vuota retorica populista o, peggio, l’ottusa violenza leghista. Ma con la Storia non si scherza, specie se è una storia che gronda sangue, come quella del ventennio e della Resistenza.

E’ ora di finirla con l’apologia del fascismo, il volgare revisionismo da due soldi, il minimizzare le gesta di un manipolo di criminali, è ora di finirla con questo tentativo neanche tanto nascosto di restituire una nuova verginità a una ideologia morta e sepolta, sconfitta dalla storia e condannata a un’infamia perpetua.

Questo è un paese di cialtroni ignoranti ma i peggiori sono i cialtroni in giacca e cravatta, quelli che per un pugno di voti o nella speranza di un’alleanza politica vantaggiosa farebbero passare Matteotti per un criminale e Mussolini per un grande statista.

Alterare la Storia, riscriverla a proprio piacimento, secondo le convenienze del momento, significa cancellarla e un paese senza storia è un paese senza memoria condivisa e senza valori fondanti da cui partire.

Continuo a essere contrario all’antifascismo di facciata: ci sono intellettuali e storici che potrebbero controbattere le parole pronunciate da Tajani facendogli fare la figura che merita. Lo facciano, alzino la testa e rispondano per le rime, tornino a svolgere il proprio ruolo, e lo facciano ogni volta che un politico se ne viene fuori col tentativo di riscrivere il passato, quindi, più o meno, ogni dieci minuti.

Non si scherza con la Storia, o la Storia, presto o tardi, ci punirà.

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Non si torna indietro

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Se anche la massa di incoscienti, inetti e disonesti che governa questo paese scomparisse domani, non esiste nessuna possibilità per questo paese di riacquistare una “normalità” a breve termine.

Il solco tracciato dopo le ultime elezioni è troppo profondo per essere colmato da una sinistra che continua ostinatamente a rifiutarsi di comprendere il presente, divisa com’è tra la tentazione dell’uomo forte e una retorica ormai da tempo stantia, o da una destra che non è mai diventata democratica, spostandosi verso il centro a misura delle destre europee, non quelle radicali, ovviamente, che restano e resteranno marginali nel continente.

Non si torna indietro dal razzismo, e più in generale, dall’ossessiva ricerca di un nemico su cui scaricare la proprie responsabilità, non importa si chiami Renzi, Autostrade per l’Italia, migranti, Europa, purché ci sia, che è l’unica forma politica conosciuta da sempre dalla Lega e abbracciata con entusiasmo da un Movimento Cinque stelle abile anche più del Pd a suicidarsi. Quello del capro espiatorio, d’altronde, è un espediente antico come il mondo, il sacrificio di sangue attorno a cui, condividendo la colpa, si ricompatta la comunità.

Non si torna indietro dall’idea, vecchia ma sempre buona, di Stato etico ( cosa è morale comprare e cosa no, cosa è giusto scrivere e cosa no, cosa è giusto dire e cosa no) che evoca fantasmi ben peggiori del farsesco reddito di cittadinanza approvato dal governo con un gioco delle tre carte la cui posta pagheremo noi e i nostri figli. Peccato che lo Stato etico non si applichi ai condoni e che sia morale fare lo sconto a chi ha rubato. Peccato non si applichi neanche a chi cita un mafioso per denigrare un onesto.

Non si torna indietro da una nuova propaganda, vuota e becera come la vecchia ma veicolata da strumenti nuovi, più veloci, più efficaci, in grado di raggiungere in pochi secondi milioni di persone.

Il mezzo, ormai, ha soppiantato il messaggio, il veicolo conta più del passeggero.  E’ una novità devastante, perché domani al timone potrebbero esserci individui più intelligenti, più pericolosi, più lucidi nel guidare il paese verso un autoritarismo per cui è epistemologicamente un errore l’evocazione ossessiva del fascismo da parte di chi continua a usare vecchie categorie per definire un nuovo presente, ma bisognerebbe coniare un nuovo termine: socialcrazia, retismo, facebbokismo, fate voi. Ci saranno semiologi e linguisti che certamente riusciranno a trovare un termine adatto a definire il fenomeno, perché le parole sono importanti: se vuoi combattere un nemico, per prima cosa, devi definirlo.

Non si torna indietro da gente che ha abiurato a qualunque forma di spirito critico a favore dell’urlo, del vituperio, dell’esternazione di una rabbia cieca e ottusa che si scaglia su chiunque esprima un pensiero contrario. Questo tempo vede la morte del confronto, del dialogo, della mediazione. Questo è il tempo dell’ignoranza che si prende la propria rivincita sulla cultura.

Io comprendo le persone di sinistra che si aggrappano ostinatamente all’idea, del tutto assurda alla prova dei fatti, che questo governo stia facendo qualcosa per gli ultimi, che davvero abbia avviato il primo atto della guerra contro la povertà. Sono sufficienti due conti fatti su un tovagliolo per capire che la realtà è ben diversa, o evidenziare come, per esempio, il reddito di cittadinanza al sud senza una politica chiara e forte di lotta alla criminalità organizzata, che non esiste nel Def, è del tutto inutile, soldi gettati al vento che non aiuteranno nessuno. O ancora, che tagliare i fondi per il recupero delle periferie, dei grandi quartieri dormitorio, e dare il reddito di cittadinanza suona come una ironica e crudele presa in giro che non elimina neanche superficialmente l’angoscia di vivere ogni giorno un non tempo in un non luogo. Tutto questo tralasciando l’assenza di una politica sul lavoro a lungo termine che rende il reddito di cittadinanza assolutamente inutile ovunque.

Ma, come ho scritto, capisco quelle persone, i vecchi poeti, i sognatori di un tempo che hanno marciato, lottato, gridato, cercato di dare l’esempio in un nome di un’idea che si è sciolta come neve al sole della modernità. Ammettere che si è sbagliato tutto, è dura, sia per chi resta ostinatamente fedele a un partito che non esiste più, sia per chi è passato dall’altra parte. Ammettere che siamo di fronte a una terra desolata, che dei sogni di ieri sono rimaste solo macerie ricordi, fa male.

Quello che non capisco è come possano non accorgersi che le loro idee prevedevano cooperazione, non divisione, solidarietà, non chiusura, internazionalismo non autarchia. Ecco, questo proprio mi sfugge. Ma si sa, i rivoluzionari di ieri diventano i conservatori di oggi.

Nonostante tutto, resto convinto che esista una maggioranza silenziosa sia a sinistra, quella vera, quella che non si riconosce in nessuno dei ridicoli partiti che offendono l’idea stessa di sinistra, sia nel mondo cattolico, quello cooperativo e sociale, sia nel mondo delle cooperative, quelle che lavorano nel silenzio e salvano vite,  una maggioranza silenziosa basata sul concetto del lavoro ben fatto, della coerenza, della resilienza attiva, una maggioranza silenziosa che quotidianamente, silenziosamente, ostinatamente resiste e continuerà a resistere, una maggioranza silenziosa che invece di cambiare bandiera o restare ostinatamente legata al passato, continua a dare l’esempio.

Ed è l’unico pensiero che permette ancora di respirare nel mare di merda in cui navighiamo.

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La notte

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Mi sono sempre chiesto com’è cominciata. Ho letto De Felice, percependo la fascinazione dello studioso per l’oggetto di studio, descrizioni accurate ma non la spiegazione definitiva di come è stato possibile, ho letto Shirer, che ha visto l’orrore nascere e svilupparsi, lo ha descritto, ma, leggendo, in sottofondo senti l’incredulità, perché capire la discesa agli inferi di un’anima, entrare nei meccanismi che trasformano un uomo in un mostro è comunque impresa impossibile per chi un mostro non è.

Altri tempi, un altro contesto sociale, certo, la guerra appena finita con la sua eredità di dolore, una generazione cancellata, un’altra storpiata, la rabbia sociale di chi aveva dato il sangue senza ricevere nulla in cambio, la capacità dei mostri di intercettarla quella rabbia, di canalizzarla, di trasformarla in un’arma potente e feroce. Di disumanizzare la massa alterando in modo perverso l’uso delle parole. Klemperer è una lettura agghiacciante di questi tempi.

Leggendo i commenti sull’oscenità commessa ieri sera dall’attuale ministro degli interni, oltre all’indignazione, allo schifo, provo un brivido freddo lungo la schiena perché quello che manca, quello che si percepisce, è una progressiva disumanizzazione, la reificazione del prossimo, dopo averlo ridotto a “cosa” diversa da noi, il muro invalicabile dell’altro da me. Mi chiedo se anche allora è cominciata così.

Per la prima volta in tanti anni, dopo essere stato minoranza politica quasi sempre, mi sento minoranza umana, dalla parte di chi cerca, invano, di ragionare, di cercare altre strade che non siano quelle delle croci in fiamme dell’odio, di restare umano, coerente con le proprie idee senza lasciarsi trasportare del vento del pensiero comune.

E’ una brutta sensazione, e mi chiedo se, per questo paese, ieri sera non sia cominciata una lunga notte.

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