Manduria, la violenza tollerata


http___media-s3.blogosfere.it_cronacaeattualita_9_9c4_anzianoAntonio Stano, un pensionato con problemi di disabilità, è stato per anni tormentato da due bande di ragazzini, la maggior parte dei quali minorenni,  e forse ucciso, a Manduria, un paese pugliese.

Parliamo di un paese di trentamila abitanti, ricco, a quanto rivelano i depositi bancari eppure umanamente poverissimo se, da anni, questi ragazzi potevano impunemente prendersi gioco di un povero vecchio, tormentarlo, filmarlo scambiandosi i filmati, sulle chat, insultarlo, dileggiarlo, senza che nessuno, dalle famiglie, ai servizi sociali, alle forze dell’ordine, abbia fatto nulla.

Le stesse giustificazioni addotte da alcuni familiari dei minorenni coinvolti rivelano una incapacità educativa sconvolgente: cosa devono fare i ragazzi in un paese in cui non c’è niente, come devono passare il tempo?

Per esempio leggendo, tanto per dire, oppure dedicandosi al prossimo, invece che all’eliminazione del prossimo, studiando, praticando sport, crescendo, imparando a diventare umani.

Io credo che in questa vicenda giochi un ruolo importante la deumanizzazione del diverso a cui assistiamo da tempo:  se partiamo dal presupposto che il migrante, il rom, il tossico sono diversi, un po’ meno umani, anzi, alcuni di loro, per niente umani, quanto tempo credete che ci voglia perché diventino meno umani gli anziani, i clochard, i malati di mente? Il passo è molto più breve di quanto si immagini e non è un caso se Hitler cominciò a far ele prove dell’Olocausto proprio con i malati di mente. Probabilmente a Manduria sono solo in anticipo sui tempi.

Naturalmente c’è anche il problema della tecnologia, che i ragazzi maneggiano senza consapevolezza, senza comprendere che il processo che ti fa diventare un’altra persona in chat, che ti fa indossare una maschera, spesso conduce a non toglierti di dosso mai più quella maschera, a farti diventare davvero un’altra persona.  Già Pirandello aveva detto che viviamo tutti un io frammentato, la tecnologia usata senza le dovute cautele velocizza questo processo, lo estremizza e può, in alcuni casi, creare mostri.

I ragazzi oggi non sono più frenati dal caro, vecchio, senso di colpa che ci ha reso nevrotici e depressi ma responsabili, che ci ha insegnato a rispettare e a essere rispettati. Oggi sono diventati proiezioni di genitori frustrati che vedono in loro una possibilità di riscatto sociale e morale e, per questo, giustificano ogni cosa, li difendono, si scagliano con chi, a loro dire, non li sa capire.

Quando una delle madri intervistate dice che suo figlio non è un mostro, si è limitato a guardare i video che i suoi compagni giravano e scambiavano sulla chat, non si rende conto della totale deresponsabilizzazione che attua nei confronti del ragazzo, non riesce a comprendere che guardare certe cose, venirne a conoscenza e non parlarne con nessuno, forse non ci rende mostri ma vigliacchi e persone con una coscienza deficitaria sicuramente sì. Chiunque lavori a scuola sa che a fare caos e comportarsi male sono sempre “gli altri”.

E’ una catena penosa e squallida di assoluzioni, quella che si legge dalle dichiarazioni sui giornali, di gente che sapeva, da anni, anni!, e non ha fatto nulla.  E’ una tragedia molto italiana, questa, di un paese che ha perso le coordinate dell’umanità.

Ha la sua responsabilità anche una scuola ridotta a nozionificio, che non riesce più a formare i ragazzi, sia per l’ostilità delle famiglie, sia per mancanze strutturali  (burocrazia patologica, troppa attenzione ai programmi (che non esistono da anni) e meno ai ragazzi, delegittimazione del ruolo dell’insegnante, ecc.). Questa mancanza di una figura adulta di riferimento in quel periodo delicato che va dalla preadolescenza all’adolescenza, unita alla mancanza di regole e di prospettive, in un paese governato da vecchi che per i giovani non hanno mai fatto nulla, e all’incertezza per un futuro sempre più nebuloso, si risolve in un vivere alla giornata, godere del momento, in una anarchia emozionale che non è nichilismo e non è rivolta, solo il costante e impossibile tentativo di vincere una noia che non si riesce a gestire,  una fuga da sé stessi per non guardarsi allo specchio. La violenza è lo stadio terminale inevitabile di una somma infinita di piccole e grandi sconfitte.

Perché nessuno insegna a questi ragazzi come gestire i sentimenti senza estremizzarli, come sublimare le pulsioni, come indirizzare e anestetizzare la rabbia. La scuola non riesce più ad essere un veicolo di cultura e la povertà culturale di questi ragazzi e queste famiglie è sotto gli occhi di tutti. La novità , casomai, è la  tendenza a minimizzare, ad assolvere, a comprendere, a semplificare anche un episodio così orrendo.

Se ci pensate, sono fascisti. Eh, sì, perchè il fascismo, nella sua radice elementare, denudato della sua ridicola ideologia, non è nè un’opinione nè un crimine ma una malattia: violenza di gruppo verso un inerme, vincere la propria viltà disperdendola nel coraggio del branco, decidere che qualcuno non è degno di vivere accanto a noi. C’è qualcosa di profondamnente fascista in quello che hanno fatto quei ragazzi, nella loro amoralità, nel loro sfogare la propria frustrazione esistenziale cancellando l’esistenza di un altro essere umano.

La violenza è ormai parte del nostro quotidiano, la violenza verbale del nuovo lessico politico, la violenza materiale dei femminicidi, degli stupri, delle aggressioni razziali, la violenza  del pane calpestato e la violenza del branco. La violenza non può essere controllata tramite decreti legge ma va combattuta alla radice.

L’unico ente che può richiamare le famiglie alle proprie responsabilità, che può e deve far suonare il campanello d’allarme nella nostra società per invertire la rotta,  è la scuola, scuola che va rinnovata e ridisegnata non su quello che chiede l’industria ma sui bisogni formativi dei ragazzi, sulla loro povertà etica, sulle loro potenzialità che si dissolvono in ore e ore di chat. Scuola che deve tornare ad essere magister vitae e no0n può vivere sotto la spada di Damocle di denunce e ricorsi al Tar, modellando su questo la propria identità.

Manduria non è una pagina di cronaca, è un segno della fine: se riusciamo a coglierlo, possiamo ancora invertire la rotta, altrimenti, la maledizione che Primo Levi annuncia in apertura di Se questo è un uomo, sarà ineluttabile.

 

 

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L’eredità del fascismo

Mussolini And CrowdTratta da farodiroma.it

Sono d’accordo con Cacciari quando afferma che l’attuale esecutivo è costituito da poveri disgraziati, incapaci di grandi visioni e privi di quell’intelligenza del male necessaria a provocare tragedie. Riusciranno, tutt’al più, a impoverire ulteriormente questo paese, prima di finire come meritano nella pattumiera della politica.

Non concordo, quindi, con Scalfari quando rilancia per l’ennesima volta l’inutile e stantio allarme di pericolo fascista in questo paese. Gli imbecilli di Forza nuova e Casapound, gruppuscoli di esaltati ignoranti e ipodotati dal punto di vista culturale, non possono essere un pericolo per la tenuta dello Stato, nonostante la copertura fornita dallo sbeffegiatore di bambini.

Ma che il fascismo vada comunque e sempre ricordato e diffamato, che l’oppressione e la violenza di una ideologia sconfitta dalla Storia debbano essere sempre messe in evidenza per evitare di incorrere negli stessi errori, lo sanno bene i sudamericani che, il 24 Marzo, celebrano la giornata della memoria dei desaparecidos.

Argentina, Cile, Brasile, Guatemala, la lista degli Stati che hanno visto scomparire la loro migliore gioventù è lunga, così come quella degli infami che hanno ordinato condanne ed esecuzioni. E’ noto che i torturatori sudamericani si addestrarono alla Escuela de las Americas, sotto l’occhio attenta degli agenti della Cia che fornivano manuali operativi per le torture.  I desaparecidos furono almeno trentamila, ma altre fonti parlano di ottantamila.

Esiste una folta ed esauriente filmografia e blibliografia per chi voglia documentarsi su quel periodo, per chi ha bisogno di ricordare cos’è il fascismo.

Forse è solo un caso che il giorno della meoria dei desaparecidos cada il giorno seguente a quello in cui si ricorda la nascita dei fasci di combattimento, esattamente cento anni ieri.

Perché il fascismo è un’invenzione italiana e la sua eredità infame  ci riguarda tutti.

Il fascismo è cosa diversa dai falliti che digitano falsità su un bambino di tredici anni al sicuro delle loro case e dietro le loro tastiere, così come dall’ipocrisia di chi fa passare per democrazia diretta decisioni prese da una sparuta minoranza via internet senza alcun controllo.

I fascisti erano assassini e violenti, ladri e corrotti, psicopatici e opportunisti, guidati da un voltagabbana che aveva comunque una visione, per quanto spregevole, insieme a un patologico deficit di umanità. Mussolini era un vigliacco ed è finito come un vigliacco, perché la Storia non perdona. meglio è andata ai suoi epigoni sudamericani e il pè+ericolo da quelle parti è ancora alto, se è stato eletto un mentecatto alla guida di un paese in grande ascesa.

Fortunatamente, tra sbeffeggiatori di bambini e protettori di sequestratori, dalle nostre parti si recita la solita farsa, nonostante revisionisti da quattro soldi in cerca di notorietà e pseudofilosofi falliti.

Perché questo, tranne che in quei terribili vent’anni, è sempre stato il paese della Commedia dell’arte.

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La Storia non è un’opinione

FASCISMO-STILE-DI-VITA

Mussolini non ha fatto nulla di buono: è salito al potere con la violenza, ha fatto uccidere in modo vile Giacomo Matteotti che quella violenza aveva denunciato, ha eliminato i sindacati e la libertà di parola e d’opinione, per vent’anni ha stretto il paese in una dittatura oppressiva, assassina e criminale, governando con una banda di ladri. Le leggi razziali e la guerra sono state le inevitabili conseguenze del fascismo, non due appendici come a qualcuno oggi piace credere.

Mussolini è stato un vigliacco e come un vigliacco ha cercato di sfuggire alle proprie responsabilità tentando di lasciare il paese in incognito.

Mussolini è stato un criminale, condannato dalla storia, purtroppo non condannato a morte da un tribunale italiano come avrebbe meritato.

Il fascismo è stato e continua ad essere una ideologia da vigliacchi, violenta, razzista, disumana e condannabile in toto.

Tajani, in un paese normale, in una Europa normale, dopo le dichiarazioni rilasciate a La zanzara in cui ha affermato che Mussolini ha fatto anche delle cose buone, avrebbe dovuto dimettersi dieci secondi dopo perché quanto ha dichiarato è incompatibile con la sua carica di presidente del Parlamento europeo e con lo spirito con cui l’unione europea si è formata.

Il revisionismo delle persone per bene, come Tajani, è il peggiore, proprio perché arriva da persone preparate, colte, presentabili e rappresenta un esempio di clamorosa disonestà intellettuale.

Più volte, in questo spazio, ho criticato la retorica antifascista e la confusione che si fa ogni giorno, chiamando fascismo la vuota retorica populista o, peggio, l’ottusa violenza leghista. Ma con la Storia non si scherza, specie se è una storia che gronda sangue, come quella del ventennio e della Resistenza.

E’ ora di finirla con l’apologia del fascismo, il volgare revisionismo da due soldi, il minimizzare le gesta di un manipolo di criminali, è ora di finirla con questo tentativo neanche tanto nascosto di restituire una nuova verginità a una ideologia morta e sepolta, sconfitta dalla storia e condannata a un’infamia perpetua.

Questo è un paese di cialtroni ignoranti ma i peggiori sono i cialtroni in giacca e cravatta, quelli che per un pugno di voti o nella speranza di un’alleanza politica vantaggiosa farebbero passare Matteotti per un criminale e Mussolini per un grande statista.

Alterare la Storia, riscriverla a proprio piacimento, secondo le convenienze del momento, significa cancellarla e un paese senza storia è un paese senza memoria condivisa e senza valori fondanti da cui partire.

Continuo a essere contrario all’antifascismo di facciata: ci sono intellettuali e storici che potrebbero controbattere le parole pronunciate da Tajani facendogli fare la figura che merita. Lo facciano, alzino la testa e rispondano per le rime, tornino a svolgere il proprio ruolo, e lo facciano ogni volta che un politico se ne viene fuori col tentativo di riscrivere il passato, quindi, più o meno, ogni dieci minuti.

Non si scherza con la Storia, o la Storia, presto o tardi, ci punirà.

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Non si torna indietro

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Se anche la massa di incoscienti, inetti e disonesti che governa questo paese scomparisse domani, non esiste nessuna possibilità per questo paese di riacquistare una “normalità” a breve termine.

Il solco tracciato dopo le ultime elezioni è troppo profondo per essere colmato da una sinistra che continua ostinatamente a rifiutarsi di comprendere il presente, divisa com’è tra la tentazione dell’uomo forte e una retorica ormai da tempo stantia, o da una destra che non è mai diventata democratica, spostandosi verso il centro a misura delle destre europee, non quelle radicali, ovviamente, che restano e resteranno marginali nel continente.

Non si torna indietro dal razzismo, e più in generale, dall’ossessiva ricerca di un nemico su cui scaricare la proprie responsabilità, non importa si chiami Renzi, Autostrade per l’Italia, migranti, Europa, purché ci sia, che è l’unica forma politica conosciuta da sempre dalla Lega e abbracciata con entusiasmo da un Movimento Cinque stelle abile anche più del Pd a suicidarsi. Quello del capro espiatorio, d’altronde, è un espediente antico come il mondo, il sacrificio di sangue attorno a cui, condividendo la colpa, si ricompatta la comunità.

Non si torna indietro dall’idea, vecchia ma sempre buona, di Stato etico ( cosa è morale comprare e cosa no, cosa è giusto scrivere e cosa no, cosa è giusto dire e cosa no) che evoca fantasmi ben peggiori del farsesco reddito di cittadinanza approvato dal governo con un gioco delle tre carte la cui posta pagheremo noi e i nostri figli. Peccato che lo Stato etico non si applichi ai condoni e che sia morale fare lo sconto a chi ha rubato. Peccato non si applichi neanche a chi cita un mafioso per denigrare un onesto.

Non si torna indietro da una nuova propaganda, vuota e becera come la vecchia ma veicolata da strumenti nuovi, più veloci, più efficaci, in grado di raggiungere in pochi secondi milioni di persone.

Il mezzo, ormai, ha soppiantato il messaggio, il veicolo conta più del passeggero.  E’ una novità devastante, perché domani al timone potrebbero esserci individui più intelligenti, più pericolosi, più lucidi nel guidare il paese verso un autoritarismo per cui è epistemologicamente un errore l’evocazione ossessiva del fascismo da parte di chi continua a usare vecchie categorie per definire un nuovo presente, ma bisognerebbe coniare un nuovo termine: socialcrazia, retismo, facebbokismo, fate voi. Ci saranno semiologi e linguisti che certamente riusciranno a trovare un termine adatto a definire il fenomeno, perché le parole sono importanti: se vuoi combattere un nemico, per prima cosa, devi definirlo.

Non si torna indietro da gente che ha abiurato a qualunque forma di spirito critico a favore dell’urlo, del vituperio, dell’esternazione di una rabbia cieca e ottusa che si scaglia su chiunque esprima un pensiero contrario. Questo tempo vede la morte del confronto, del dialogo, della mediazione. Questo è il tempo dell’ignoranza che si prende la propria rivincita sulla cultura.

Io comprendo le persone di sinistra che si aggrappano ostinatamente all’idea, del tutto assurda alla prova dei fatti, che questo governo stia facendo qualcosa per gli ultimi, che davvero abbia avviato il primo atto della guerra contro la povertà. Sono sufficienti due conti fatti su un tovagliolo per capire che la realtà è ben diversa, o evidenziare come, per esempio, il reddito di cittadinanza al sud senza una politica chiara e forte di lotta alla criminalità organizzata, che non esiste nel Def, è del tutto inutile, soldi gettati al vento che non aiuteranno nessuno. O ancora, che tagliare i fondi per il recupero delle periferie, dei grandi quartieri dormitorio, e dare il reddito di cittadinanza suona come una ironica e crudele presa in giro che non elimina neanche superficialmente l’angoscia di vivere ogni giorno un non tempo in un non luogo. Tutto questo tralasciando l’assenza di una politica sul lavoro a lungo termine che rende il reddito di cittadinanza assolutamente inutile ovunque.

Ma, come ho scritto, capisco quelle persone, i vecchi poeti, i sognatori di un tempo che hanno marciato, lottato, gridato, cercato di dare l’esempio in un nome di un’idea che si è sciolta come neve al sole della modernità. Ammettere che si è sbagliato tutto, è dura, sia per chi resta ostinatamente fedele a un partito che non esiste più, sia per chi è passato dall’altra parte. Ammettere che siamo di fronte a una terra desolata, che dei sogni di ieri sono rimaste solo macerie ricordi, fa male.

Quello che non capisco è come possano non accorgersi che le loro idee prevedevano cooperazione, non divisione, solidarietà, non chiusura, internazionalismo non autarchia. Ecco, questo proprio mi sfugge. Ma si sa, i rivoluzionari di ieri diventano i conservatori di oggi.

Nonostante tutto, resto convinto che esista una maggioranza silenziosa sia a sinistra, quella vera, quella che non si riconosce in nessuno dei ridicoli partiti che offendono l’idea stessa di sinistra, sia nel mondo cattolico, quello cooperativo e sociale, sia nel mondo delle cooperative, quelle che lavorano nel silenzio e salvano vite,  una maggioranza silenziosa basata sul concetto del lavoro ben fatto, della coerenza, della resilienza attiva, una maggioranza silenziosa che quotidianamente, silenziosamente, ostinatamente resiste e continuerà a resistere, una maggioranza silenziosa che invece di cambiare bandiera o restare ostinatamente legata al passato, continua a dare l’esempio.

Ed è l’unico pensiero che permette ancora di respirare nel mare di merda in cui navighiamo.

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La notte

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Mi sono sempre chiesto com’è cominciata. Ho letto De Felice, percependo la fascinazione dello studioso per l’oggetto di studio, descrizioni accurate ma non la spiegazione definitiva di come è stato possibile, ho letto Shirer, che ha visto l’orrore nascere e svilupparsi, lo ha descritto, ma, leggendo, in sottofondo senti l’incredulità, perché capire la discesa agli inferi di un’anima, entrare nei meccanismi che trasformano un uomo in un mostro è comunque impresa impossibile per chi un mostro non è.

Altri tempi, un altro contesto sociale, certo, la guerra appena finita con la sua eredità di dolore, una generazione cancellata, un’altra storpiata, la rabbia sociale di chi aveva dato il sangue senza ricevere nulla in cambio, la capacità dei mostri di intercettarla quella rabbia, di canalizzarla, di trasformarla in un’arma potente e feroce. Di disumanizzare la massa alterando in modo perverso l’uso delle parole. Klemperer è una lettura agghiacciante di questi tempi.

Leggendo i commenti sull’oscenità commessa ieri sera dall’attuale ministro degli interni, oltre all’indignazione, allo schifo, provo un brivido freddo lungo la schiena perché quello che manca, quello che si percepisce, è una progressiva disumanizzazione, la reificazione del prossimo, dopo averlo ridotto a “cosa” diversa da noi, il muro invalicabile dell’altro da me. Mi chiedo se anche allora è cominciata così.

Per la prima volta in tanti anni, dopo essere stato minoranza politica quasi sempre, mi sento minoranza umana, dalla parte di chi cerca, invano, di ragionare, di cercare altre strade che non siano quelle delle croci in fiamme dell’odio, di restare umano, coerente con le proprie idee senza lasciarsi trasportare del vento del pensiero comune.

E’ una brutta sensazione, e mi chiedo se, per questo paese, ieri sera non sia cominciata una lunga notte.

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La violenza in mezzo a noi

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I femminicidi, gli  innumerevoli abusi  subiti quotidianamente da molte donne e non denunciati, gli atti estremi di bullismo, il cyberbullismo, i flames nelle chat, i commenti dei lettori sui forum dei quotidiani, sono segnali non colti di una violenza che sta salendo lentamente, giorno dopo giorno, attorno a noi e di cui nessuno sembra curarsi. Violenza verbale, fisica,mentale, quasi solida nella sua consistenza. Mille facce della stessa medaglia, espressioni diverse della stessa rabbia, frutti velenosa della stessa   mancanza di cultura.

Non c’è bisogno di ammantare di ideologia il pestaggio dell’esponente di Forza Nuova e l’accoltellamento del militante di potere al popolo, la politica non c’entra nulla o meglio, c’entra la politica di questi giorni, portata avanti da miserabili, buffoni e giullari, nella migliore delle ipotesi da uomini senza storia e senza idee, c’entra come specchio del vuoto che ci circonda,dell’assenza di un’idea di Stato che brilla come un fantasma o un ricordo sul punto di svanire.

I giovani sono vittime e artefici di questa violenza. Vittime perché la politica li ha depredati del futuro e ha reso il loro presente difficile, artefici perchè piuttosto che rimboccarsele, hanno scelto di menarle, le mani. Non sono le colpe dei padri a ricadere sui figli, ma le debolezze e le sconfitte dei padri che hanno basato il loro riscatto caricando i figli di aspettative  che non gli appartengono.

Piantiamola di agitare lo spettro di una contrapposizione fascisti e antifascisti che non ha alcun senso. magari fosse così, la nostra polizia è più che attrezzata, fin troppo direi, per perseguire eventuali rigurgiti di terrorismo, sarebbe questione di pochi giorni azzerare i vertici di eventuali frange radicali e risolvere il problema.  A meno che, ovviamente, un certo livello di tensione sociale non giovi al potere, chiunque lo detenga. Ma   questa è storia vecchia e, nel secondo millennio, non c’è più bisogno della Strategia della tensione, quella sì era roba per giovani politicizzati e ubriacati di ideologia. Oggi è sufficiente la televisione e la pessima musica per ottundere le giovani menti.

Dirò qualcosa che i genovesi non mi perdoneranno, ma la storia insegna a documentarsi e a sfatare i miti. La famosa rivolta di Genova del ’60, passata come un’onda di reazione antifascista alla notizia del congresso dell’MSI, fu solo in minima parte  rivolta la politica.  A Genova , in quei giorni, si sfogò la rabbia dei giovani proletari e sottoproletari delusi dalle promesse del dopoguerra che colsero al volo l’occasione per fare casino,  casino immediatamente sposato da una sinistra che solo molti anni dopo, troppo tardi, avrebbe preso le distanze dalla violenza terrorista che in quei giorni ha cominciato a germinare, illudendosi di controllare e canalizzare quella rabbia contro il sistema.

Nel 2001, sempre  a Genova, città che ha nel destino il segnare il passo nel nostro paese, il Sistema si prende la sua rivincita e quelle manganellate colpiscono tutti quelli che hanno creduto che un altro mondo fosse davvero possibile, che il liberismo, la deregulation, la globalizzazione perversa potessero essere ridiscussi e ridotti a misura d’uomo. 

La violenza di oggi nasce anche da quella delusione cocente che ha colpito quelli che oggi sono i padri sconfitti di una gioventù nata sconfitta, condizionata dalla ricerca del successo a tutti i costi, da media e pubblicità che continuano a sbandierare l’immagine della donna come un oggetto da usare e da comprare, dalla frustrazione che deriva dallo spendere anni sui libri di scuola e trovarsi regolarmente superati non per merito ma per censo  o per casta.  I nuovi miti sono il sesso, il denaro e il potere e in nome di queste divinità tutto è lecito.

Ovvio che una simile cultura genera frustrazione, frustrazione che si sfoga sull’altro, non importa che sia il nero, il gay, il pensionato, o la fidanzata, quello che conta è cancellare, per un momento, quel senso insopportabile d’inutilità. Sono ragazzi soli, vuoti, incapaci di gestire le sconfitte della vita in un mondo che non contempla sconfitte.

Non li sto giustificando, sto cercando, per quanto possibile, di capire, che è il primo passo per trovare soluzioni adeguate. Da insegnante, mi sento in prima linea nella prevenzione di questo malessere sociale. Da insegnante, sento sulla mia pelle il fallimento della scuola, di un sapere che non parla più a loro, che loro non possono capire se non per vie traverse, che costa fatica cercare.

La violenza sugli altri, una violenza incontrollabile, incontrollata, imprevedibile e pericolosa, la violenza che per anni abbiamo sopportato negli stadi nella speranza che non tracimasse fuori, si manifesta anche come violenza contro sé stessi: l’ago nel braccio, il rito della pipa di crack, lo sballo del sabato sera, l’alcool. Fenomeni mediaticamente inesistenti ma dilaganti, in forme nuove e  inquietanti, rispetto alla moria degli anni settanta e ottanta. Fenomeni che meriterebbero una riflessione politica ampia, sulla legalizzazione, sul consumo responsabile e limitato, ad esempio, possibilità che equivalgono a bestemmie nel nostro paese.

Questa politica urlata, fatta di insulti, accuse reciproche, violenza verbale e culturale, non è strutturata per poter affrontare problemi sociali di questa levatura.  la soluzione non può essere nè una maggiore severità delle pene, le carceri sono già strapiene di disgraziati, nè fare finta di nulla e sperare che passi. C’è bisogno di una nuova visione del welfare, di controlli fiscali severi, di tassazione progressiva reale e di un recupero delle periferie, veri e propri focolai di rabbia tossica. C’è bisogno di una visione sociale che contempli tutti, non solo chi può produrre o chi può essere sfruttato, non solo i meritevoli o i privilegiati. Quando si sente dire che si punta al voto moderato, significa che bisogna blandire la borghesia, ovvero la palla al piede, insieme a una parete del mondo cattolico, di questo paese.

Il fatto che nessuna delle compagini   in lizza, si fa per dire, per le elezioni più inutili degli ultimi vent’anni,presenti un solo accenno a questi problemi, la dice lunga sulla competenza di questa gente.  La dice lunga su una politica che è mero esercizio di potere, rappresentanza di pochi a spese dei molti. Tanto varrebbe reintrodurre limiti di censo al diritto di voto, sarebbe molto più onesto.

Gli stucchevoli richiami a un’italianità che non esiste, da un lato, e a un diffuso sentimento antifascista altrettanto illusorio ( tornate a leggervi Pavese, per favore, e magari anche quel nazista di Cèline, che male non fa), sono solo la colonna sonora stonata di un paese che ha smesso da da tempo di cercare la strada per il cambiamento.

Non vedo vie d’uscita e temo che stiamo assistendo solo all’inizio di un’escalation progressiva di violenza che, per la sua natura, sarà molto difficile fermare.

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Mi sento straniero in casa mia

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Le  immagini dello sgombero di Roma sanno, purtroppo, di deja vu per chi era a Genova nel luglio 2001. Poliziotti che pestano persone inermi, tutto già visto, solo che questa volta sui social il plauso per quello che è successo ieri, è quasi unanime.

Ancora una volta, come in occasione dello sgombero del campo rom di Cornigliano, a Genova, pochi mesi fa, sono stati violati i diritti dei bambini, diritti sanciti non solo dalla costituzione ma da parecchi trattati internazionali che, evidentemente, nessuno ha fatto studiare ai poliziotti.

Quest’estate ha visto tornare, e non venitemi a dire che la democrazia non è in pericolo, lo spettro del fascismo nel paese in cui, ricordiamolo, il fascismo è nato, prima del nazismo. La svolta a destra dell’attuale governo, con il sostegno di buona parte della popolazione, è una realtà che solo chi non vuol vedere può mettere in dubbio.

Prima gli attacchi alle Ong, che sono certo si riveleranno del tutto ingiustificati, lo sporco accordo con la Libia, il tam tam della stampa compiacente su un allarme invasione che non esiste, il provvedimento sul decoro dei centri urbani, che sembra fatto apposta per tranquillizzare i bravi borghesi che abitano le loro comode case del centro, e furono proprio i borghesi, lo ricordo, ad appoggiare in massa il fascismo, adesso le botte ai migranti.

Nel mezzo, i crolli di Ischia, il solito blablabla sugli attentati, le solite sparate estive su una scuola pubblica che, è evidente, lo Stato ha deciso di dismettere, e poi il nulla: nessun decreto che possa tamponare la piaga del lavoro nero, incapacità totale del governo di porre freni ai licenziamenti che, grazie anche a Renzi, si diffondo a macchia d’olio in tutta la penisola, nessun decreto d’urgenza per la messa in sicurezza idrogeologica del paese, le mafie tacciono, la corruzione pure, i Cinque stelle stanno diventando più razzisti di Salvini e più inutili della Meloni, finito di pestare gli immigrati tutti i problemi si risolveranno.

Cosa racconterò ai miei ragazzi quando riprenderà la scuola se mi chiederanno cosa sta succedendo in questo paese? Molti di loro sono stranieri, probabilmente impauriti e preoccupati. Io, per abitudine, non mento ai ragazzi e non me la sentirei in questo momento di tranquillizzarli, di dirgli che non c’è problema, che potranno continuare a venire a scuola tranquilli. Perché davanti a certe derive nessuno è tranquillo.Perché oggi sono gli stranieri, domani gli operai e non serve dare la colpa ai poliziotti, che sono ragazzi che svolgono il proprio lavoro, che sono stati addestrati e indottrinati a fare quello e nessuno gli ha spiegato che, prima di ogni dovere, dobbiamo rendere conto alla nostra coscienza.

Mi sento straniero in questo paese razzista, io, genovese per caso, siciliano nell’anima senza terra sotto i piedi, con tutti i libri che ho letto, con le storie che conosco, con la Storia che studio e insegno, con il mio impegno civile, mi sento inadatto ad affrontare questa marea di odio che sembra salire, mi sento, quando faccio certi discorsi in classe, come il ragazzo della diga di Harlem, che cerca di tappare i buchi con le sue piccole dita.

Mi sento un estraneo nella mia città, mi sembra di essere piombato in mezzo ai Borg e chi non capisce la citazione, si guardi Star Trek, mi sembra che si stia passando dal pensiero liquido al pensiero unico, il peggiore di tutti i pensieri, il più funesto, il pensiero che ancora odora del fumo dei campi.

E questo sarebbe il paese che pochi anni fa si indignava perché nella Costituzione europea non c’era accenno alle comuni origini cristiane? DI quale cristianesimo stavano parlando allora i nostri Soloni? Di quello bigotto e colluso dello Ior e dei preti che fermano la processione di fronte alla casa dei boss, del Vaticano degli scandali, dei sussurri e grida, dei preti pedofili  o di quello dei don Puglisi e dei Romero, dei teologi della Liberazione e di padre Zanotelli? Ma perché tanta gente va a messa la domenica se poi si comporta per sei giorni alla settimana in modo diametralmente opposto a quello che significa essere cristiani? Forse è arrivato il momento che a catechismo vadano anche i grandi, a imparare a memoria la dottrina sociale della Chiesa.

E questo sarebbe il paese governato dalla sinistra? Ma chi appoggia questa accozzaglia di balordi sa cosa significa essere di sinistra, quanto costi essere di sinistra? Più o meno lo stesso prezzo che sosta essere un buon cristiano e non un bigotto.

Mi sento un estraneo in un paese senza memoria, senza rispetto, senza più un briciolo di dignità, che si crogiola nella sua ignoranza, nella sua televisione spazzatura, nei suoi talk show fasulli, pieni di sepolcri imbiancati e filosofi da bar, la cui unica religione è la partita della domenica, i cui unici valori sono il sesso (meglio se extraconiugale per ammazzare la noia) e il potere (meglio se facendo le scarpe agli altri), un paese di corruttori e di corrotti, un paese con una enorme massa di collusi.

So che molti provano questo senso di straniamento e l’illusione che, passata questa maledetta estate, la pioggia laverà la vergogna di questi giorni. Ma non è così, la pioggia porterà alluvioni, devastazioni, vittime e altri pestaggi, per fare finta che non sia successo niente.

A proposito: il clima non sta cambiando, l’aridità di questi giorni, il caldo soffocante, le coltivazioni che inaridiscono non sono dovuti all’inquinamento. Sono le scie chimiche.

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Di comunismo, fascismo e altre amenità.

E’ singolare come ultimamente, io che trovo i miei referenti politici in Bakunin e Malatesta ed ho sempre votato a sinistra perché nel mondo reale qualcuno bisogna pur votare, ma anarchico sono sempre rimasto nel cuore, mi trovi a difendere il comunismo italiano, specialmente in queste ultime ore dove si leggono le più beate assurdità riguardanti la liceità o meno di esprimere la propria appartenenza al fascismo e, per esteso,sul la libertà d’opinione tout court.

Cominciamo ab ovo. Se questo paese ha una democrazia e dei diritti civili, sempre più debole l’una sempre meno gli altri, lo si deve anche a quei comunisti, non solo loro ma soprattutto loro, che sono saliti sui monti a combattere per la libertà dopo l’invasione nazifascista. Quind,i prima di recitare il de profundis per il comunismo e seppellirlo come un retaggio del passato, i giovani valenti e intelligenti che polemizzano con me o con cui polemizzo, e non faccio ironia sui due aggettivi,dovrebbero riflettere sul fatto che, se possiamo civilmente esprimere opinioni contrastanti, lo devono anche ai comunisti.

Ai comunisti e ai socialisti pre Craxi devono anche uno stato sociale che è stato per decenni il migliore d’Europa e tra i più avanzati del mondo. Il comunismo italiano non è mai stato, dalla nascita della repubblica, rivoluzionario e lo testimonia l’episodio dell’attentato a Togliatti. Dopo i fatti d’Ungheria, il Pci prende le distanze da Mosca e nasce quell’eurocomunismo di cui il Pci è stato capostipite e che, se non fosse stato assassinato Moro, avrebbe potuto portare a quella terza via tanto anelata, già stroncata in Cile dall’imperialismo americano. Dunque, il Pci è sempre stato un partito democratico e fautore di un riformismo che guardasse alle fasce più deboli e ha costretto la Democrazia Cristiana a una politica di mediazione tutto sommato moderata che ha portato questo paese a essere una potenza mondiale.

Quindi, per chi appartiene alla mia generazione, dichiararsi comunista significa rifarsi a quegli di ideali di solidarietà, cooperazione, riformismo e giustizia sociale che erano propri del Pci italiano e non rifarsi a Mosca o a Pechino.

Diverso è il discorso per il fascismo: l’Msi nasceva dai reduci di Salò, cioè quei fascisti che si schierarono a fianco dei nazisti contro gli italiani. Considererei un insulto all’intelligenza dei giovani polemisti di cui sopra  (ripeto, parlo senza ironia: la mia professione mi porta ad avere grande rispetto dei giovani) spiegare cosa era il nazismo. Appartenenti all’Msi si sono distinti negli anni della repubblica, per tentativi golpisti e aiuti all’eversione nera, per dichiarazioni antidemocratiche e nostalgie del ventennio.

Con Fini e Alleanza nazionale la destra ha tentato di lavarsi la faccia e ha ripudiato, almeno a parole, il fascismo. Fascismo che è anticostituzionale come anticostituzionale è farne l’apologia.  E qui il discorso di potrebbe chiudere.

I padri del comunismo italiano sono Gramsci, Togliatti, Amedeo Bordiga per la frangia più radicale, Di Vittorio per il sindacalismo. Figure che non non si sono macchiate le mani di sangue nè mai hanno teorizzato l’eliminazione fisica dell’avversario. Al contrario, il fascismo italiano si rifà ancora oggi a Mussolini, il criminale che ordinò l’omicidio di Matteotti e tanti altri, che fece manganellare e umiliare operai e contadini, che fece emanare le leggi razziali, che a Salò diede mano libera ai suoi seguaci più sadici e vigliacchi, che per vent’anni tolse la libertà al paese trascinandolo in una guerra fratricida.

Per questo dichiararsi comunisti, oggi, non significa essere nostalgici ma rivendicare valori e principi che hanno fatto la storia di questo paese e ne hanno tutelato la libertà e dichiararsi fascisti è giusto che venga considerato reato. La libertà d’opinione non c’entra: il fascismo non la contempla e dunque non deve esservi contemplato. Punto.

Comprendo che fa molto figo assumere posizioni snobistiche e fare di tutt’erba un fascio, così come può sembrare in linea col giovanilismo imperante considerare vecchio tutto ciò che non si comprende o non si è vissuto,ma bisogna stare molto attenti : la libertà è qualcosa che è stata conquistata col sangue ed è stata difesa da generazioni di lavoratori con lotte dolorose e difficili e anche se sembra scontata, è facilissimo farsela sfilare sotto gli occhi, specie se si è convinti che quello in cui viviamo sia l’unico sistema in grado di assicurarla. No, questo non è il migliore dei mondi possibili e la nostra libertà la pagano masse di diseredati che bussano alle nostre porte e vengono ricacciati indietro a calci dai benpensanti che vogliono aiutarli a casa loro dopo averli derubati. Ma almeno, abbiamo la possibilità di scriverlo.

La mia generazione ha vissuto il terrorismo e la mattanza mafiosa, è scesa in piazza contro le bombe sui treni e nelle piazze, ha visto l’omicidio di Aldo Moro, un episodio cruciale nella storia del nostro paese, tutto quello che siamo oggi ne è la diretta conseguenza.  A fronteggiare quell’ emergenza c’era una democrazia compromessa ma ancora forte, una politica non asservita al mercato e una coscienza civile che ancora ricordava cosa significa il rosso e cosa il nero. Oggi non è più così e questo mi preoccupa molto.

Ai giovani che polemizzano con me o con cui polemizzo, ricordo affettuosamente una frase di Gramsci, che, insieme a una poesia di Brecht, fa di me l’insegnante che sono, se buono o cattivo maestro non sta a me dirlo: Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.

Studiate ragazzi e ragazze, prima che vi rubino sotto il naso quello che i vostri padri e i vostri nonni hanno conquistato col sudore, studiate quello che vi piace e, soprattutto, quello che non vi piace e quando penserete di avere la verità in tasca, gettatela via  ricominciate. Perché, diceva Brecht: ciò che non sai di tua scienza in realtà non sai.

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Il grande freddo e le lacrime

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Nonostante abbia scritto tutto il male possibile sulla precedente amministrazione, nonostante consideri Renzi e il Pd due nemici da abbattere, provo una grande amarezza al pensiero che Genova verrà governata da una giunta in cui convivono uomini d’affari, xenofobi, razzisti e fascisti, e non so quale sia, tra queste, la categoria peggiore.

Circa il sedici per cento dell’elettorato ha determinato questa scelta. Il 70% della gente, con molte buone ragioni che mi sento di condividere, ha scelto di non esprimersi.

Il mio pensiero va a Carlos, Kathrine, Hind, Bashir, Issam, Camila, e potrei andare avanti a lungo, sono i nomi dei miei alunni “stranieri”, nomi a cui corrispondono storie, sorrisi, volti, lacrime.  Probabilmente, per loro e le loro famiglie, la vita da oggi sarà un po’ più complicata, non tanto per i provvedimenti xenofobi che questa giunta prenderà sicuramente, Bucci dovrà pagare pegno alla maggioranza leghista suo malgrado, quanto per il clima che si è creato in città. 

Penso a quegli atteggiamenti insopportabili che a volte si vedono sui mezzi pubblici nei confronti di chi ha un colore diverso, penso al razzismo, che combatto quotidianamente e che probabilmente avrà un ritorno di fiamma, specie nei quartieri più disagiati, alimentato dalla nuova classe dirigente, penso agli esempi deleteri che avranno di fronte questi ragazzi, al futuro che gli si prospetta, alla rabbia che lentamente coverà in alcuni di loro. Penso all’amarezza e alla frustrazione che proveranno ogni volta che qualcuno li farà sentire “diversi”. Anche se ad essere diversi da certa gente c’è solo di che provare soddisfazione.

Questo non è il mio sindaco, rappresenta quasi tutto quello che odio e combatto da una vita, non sono d’accordo con chi dice di aspettare e vedere se manterrà le promesse perché non manterrà le promesse, per altro vaghe. Questo paese per vent’anni è stato governato dalla destra e il risultato è stato fare tabula rasa di ogni principio etico e morale, sdoganare i fascisti e’  l’effetto più  evidente di questo processo, e trasformare una sinistra bolsa e senza idee, in una destra annacquata. Quindi non venitemi a dire che bisogna lasciarli lavorare perché, storicamente, da quella parte, per il paese non è mai venuto nulla di buono e io la Storia la insegno, nella Storia ci credo. La destra si combatte, non si ascolta e non si aspetta.

Questa è una città che non mi appartiene più, che non riconosco più e che non mi piace. Io amavo la Genova delle lotte operaie, la Genova solidale e cooperativa, la Genova delle collette e dell’accoglienza ai profughi cileni, la Genova che applaudiva gli Inti Illimani e sentiva il 25 Aprile come la “sua” festa. La Genova partigiana, la Genova con i pugni chiusi, la città che si è stretta attorno a Guido Rossa, che ha detto no al terrorismo, che ha invaso le strade al funerale di De Andrè, la Genova che durante il primo giorno del G8 del 2001 è scesa in piazza con i migranti, la Genova dei portuali e delle braccia incrociate, la Genova di Don Gallo, di Don Prospero, dei preti che parlavano alla gente, dei lavoratori dell’Ansaldo e delle bandiere rosse.

Ha cominciato a morire in piazza Alimonda, quella Genova, alla Diaz, a Bolzaneto, il colpo di grazia gliel’ha poi dato quel partito che, per tanti anni, ha fatto la sua storia e poi l’ha rinnegata.

Ricordo una festa dell’Unità, alla guida del partito c’era Veltroni. Apre il suo intervento Victor Rasetto, barba alla Guevara, pettinato (odio gli uomini pettinati). Io e Claudia, mia moglie, ascoltiamo esterrefatti mentre dice che l’affermazione personale, l’aspirare alla ricchezza e al potere, non è un delitto. Ecco, lì ho capito che era finita. Il partito si stava già trasformando, stava già preparando Renzi, che è il prodotto finale di ambiguità, passi falsi, compromessi, connivenze, che hanno prodotto l’orribile metamorfosi che ha trasformato il più importante partito comunista d’Europa in un partito di destra amico dei fascisti.

“ Il grande freddo lo scioglieranno le lacrime del nostro furore” canta Claudio Lolli, un comunista, nel suo ultimo, bellissimo disco. Il Grande freddo è uno dei “miei” film, la narrazione delle perdita dell’innnocenza, della fine dei sogni di fronte alla realtà, del passaggio dalla gioventù a una maturità rassegnata ma, nello stesso tempo, è anche la consapevolezza che si può scegliere di restare sé stessi, di non cambiare, di non accettare compromessi su quei principi che erano le fondamenta della protesta e della lotta.

Oggi è la giornata delle lacrime, amare e brucianti, e del furore, se saranno sufficienti a sciogliere il grande freddo, lo vedremo più avanti.

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