Il drogato è sempre colpevole

smoke-1031060_640

A parte l’assenza di umanità e dignità che purtroppo sembrano costituire una caratteristica comune dei nuovi politici di  ogni colore, le dichiarazioni di un ex ministro della repubblica, capo del partito più razzista e xenofobo degli ultimi cinquant’anni e di un importante esponente della regione Lazio, che non nomino per non fare pubblicità ai miserabili, denunciano la permanenza di uno stereotipo ormai incardinato nella nostra cultura, che sembra impossibile da eliminare: quello della colpevolezza del tossicodipendente.

Sostanzialmente i due uomini politici, i due politici, no, meglio, i due, affermano che la morte di Cucchi sia stata causata non da una violenza ingiustificata e ingiustificabile, gratuita e insensata da parte di due esponenti delle forze dell’ordine, giustamente condannati, ma dalla sua tossicodipendenza. Il drogato è colpevole a priori.

Non mi interessa se il ragazzo assumesse droga o no, perché il discorso non cambia. Questo atteggiamento mostra una imperdonabile ignoranza di cosa significhi essere un drogato, di quali conseguenze comporti per la sua vita e per la vita di chi gli sta intorno, del fatto che non tutti i drogati delinquono, alcuni, semplicemente, vivono il proprio inferno personale in solitudine, se qualcuno non dà loro una mano. Una ignoranza assolutamente ingiustificabile in chi ricopre cariche politiche importanti o aspira a guidare il paese.

Il drogato non è sempre un pericolo per la società mentre è sempre, ma questo i due non lo capiranno mai, il sintomo di un malessere della società, di una fuga da una realtà spesso dura, insopportabile, inaccettabile. La storia di un tossicodipendente spesso, è  una storia di violenze e privazioni, di assenze e perdite, di un male di vivere straziante che merita rispetto.

Oltretutto, l’uso di droghe ha assunto tali e tante sfumature oggi, data la varietà di prodotti sul mercato, e le differenze di prezzo e qualità,  che già la definizione di drogato risulta priva di senso, come risulta del tutto privo di senso affermare che, in quanto tale, un tossicodipendente non possa essere un bravo ragazzo. Come se un sintomo definisse la persona, come se una mancanza la rendesse deviante.

Il risultato di questo eccesso di semplificazione, il fatto stesso che la Bossi Fini sia ancora in vigore lo testimonia, è che il problema non è più di rilevanza politica, anzi, per i media non esiste, se non sporadicamente. Così invece di parlare di argomenti che potrebbero rappresentare una soluzione, dato il fallimento del proibizionismo, come una liberalizzazione controllata o la necessità di educazione all’uso responsabile, si continua a fare finta di niente, salvo estemporanee uscite come quelle citate che servono a continuare perpetuare il mito del drogato  come nemico pubblico, a inserirlo nella categoria dei capri espiatori insieme ai migranti, ai rom, agli ebrei, ai gay, ecc.

Si amplificano, di contrasto, fenomeni importanti ma marginali, come il gioco d’azzardo e il bullismo, assolutamente risolvibili per vie legali, più spendibili mediaticamente, perché, altro luogo comune, tutti sanno che la droga tocca sempre i figli degli altri, non i nostri.  Con questo non voglio assolutamente dire che i due fenomeni sopracitati non vadano  combattuti o non siano gravi, la cronaca, purtroppo, a volte riporta tragedie legate ad essi,  solo che non hanno l’incidenza delle dipendenze da droga e alcool né la stessa stigmatizzazione sociale nell’immaginario collettivo.

Sono certo che le dichiarazioni dei due politici abbiano incontrato il favore di molte persone che la pensano come loro e a cui auguro, di cuore, primo di non finire mai galera, secondo, di non doversi mai pentire, magari sulla pelle dei propri figli, perché non sono sempre i figli degli altri a cadere vittima della droga. Io credo che dovrebbero solo vergognarsi della loro ottusa ignoranza, del loro razzismo, della loro carenza di umanità. Ma non lo faranno.

 

cropped-twitter-molto-piccola.jpg

Puoi acquistarlo qui in ebook o cartaceo

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Droga nelle scuole a Genova: scoprono l’acqua calda.

syringe-1884784_640

No, non si può liquidare con le parole del collega di Genova che ha denunciato la presenza di droga nella sua scuola e parlando di un ragazzo che spacciava ha detto che si tratta di ragazzi deboli che hanno bisogno di essere aiutati .

Questa semplificazione non è più accettabile per definire i contorni di un problema ignorato da tutti, che continua a mietere vittime ed è molto più complesso di un discorso che poteva andare bene quarant’anni fa, ma non oggi.

La droga nelle scuole non gira da oggi ma da anni, anzi, penso che non abbia mai smesso di girare, semplicemente, dopo anni di allarmismi e false informazioni, di dotti dibattiti mentre nelle comunità si tirava fuori la gente dal pozzo in cui era caduta e, spesso, si perdeva la battaglia,  di svolte repressive, oggi non se ne parla più, il problema non esiste per i media, il problema non esiste nelle scuole se non per i ragazzi e le famiglie coinvolti direttamente.

Liquidarlo come problema di ragazzi disadattati non è solo sbagliato, è comodo e intellettualmente disonesto. La droga è trasversale, purtroppo, colpisce ragazzi disagiati e ragazzi ricchi, ragazzi con famiglie solide e con famiglie disastrate, cambia solo la sostanza assunta: cannabis e crack per i più poveri, cocaina per i ricchi. A ognuno il suo veleno secondo il suo target.

La droga costa poco, non è mai stata così accessibile né così potente, non c’è quartiere della città dove non ci sia un punto di spaccio e non c’è scuola dove non ci sia un pusher. Comprese le scuole più rinomate, spesso quelle dove più di altre si fa finta di non vedere e si chiede, gentilmente, alle famiglie di allontanare i ragazzi e fargli frequentare un altro istituto.  Semmai, l’allarme è dato dall’abbassamento dell’età in cui si fanno le prime esperienze, dovuto alla facilità  di procurarsela e al fatto che ir aguzzi, oggi più di ieri, hanno soldi in tasca.

C’è un altro problema che viene sottovalutato: una parte dei genitori, oggi, specie le famiglie più giovani, ha saltuariamente usato stupefacenti in passato e tende a minimizzare il problema, fino a quando  non esplode in tutta la sua gravità.

La droga fa parte della cultura di questo paese, dove si contende il primato con l’alcolismo, quella delle scorciatoie, del godersi la vita, del comprare emozioni se non se li possono ottenere direttamente.  Rientra perfettamente in quella logica commerciale in cui siamo immersi, dove tutto si può comprare. vendere, anche i sogni.

Le politiche proibizioniste non hanno avuto alcun risultato se non quello di rovinare la vita a tanti ragazzi e ragazze,  di colpevolizzare il sintomo di un malessere profondo della nostra società, che oggi si mostra nei suoi aspetti più virulenti.

Affrontare il discorso sulle droghe oggi dovrebbe comprendere il discorso sulla liberalizzazione e sulla necessità di offrire alternative e spazi sociali ai giovani, mentre a Genova si chiudono regolarmente centri di aggregazione che hanno l’unica colpa di essere politicamente connotati da una bandiera diversa da quella dell’amministrazione.

Purtroppo, anche nelle scuole, non si affronta più il  problema con l’attenzione che meriterebbe e, troppo spesso, si fa finta di non vedere anche per evitare conflittualità indesiderate con famiglie non sempre disposte a capire che il problema esiste.

Un buon punto di partenza, soprattutto per  i ragazzi più giovani, sarebbe quello di istituzionalizzare e rendere obbligatorio nelle scuole Unplugged, un programma di prevenzione delle dipendenze, che senza terrorismo psicologico, senza  allarmismo, porta i ragazzi a riflettere su sé stessi, ad aprirsi sui problemi che hanno, a scoprirsi simili e sofferenti degli stessi mali. Solo più avanti si parla di sostanze e alcool,  dei motivi che portano alla dipendenza e di come affrontare i pericoli ad essi legati.

Per i ragazzi più grandi, quelli che nella dipendenza ci sono già, bisognerebbe cominciare a parlare di quel grande tabù che è il consumo responsabile. Insegnare come non arrecare troppo danno osé stessi e agli altri.

Pura fantascienza in un paese dove sul problema si ragiona con logiche del secolo scorso,  dove si torna a emarginare con forza chi è diverso e a considerare i drogati come feccia, invece che come esseri umani che lanciano un grido d’aiuto.

 

twitter molto piccola

Puoi acquistarlo qui in ebook o cartaceo

 

 

 

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Pamela non ha colpa, noi sì

46382036.cached-k47B-U432906757424766IB-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443

Pamela era una bella ragazza di diciott’anni, con dei sogni concreti e l’incapacità di affrontare la vita, tanto da bruciarla dentro una pipa di crack. Pamela dovrebbe ricordarci che la droga sta tornando a falcidiare una generazione smarrita, che non  trova più riparo nella scuola, nella famiglia, nella società in  generale. Ci urla che dobbiamo tornare ad ascoltare i ragazzi e non possiamo continuare a lasciarli soli.

Pamela è scappata dalla comunità di recupero in cui era tornata, secondo un logoro clichè seguito da molti giovani tossicodipendenti. Molti si chiedono come sia stato possibile, ma la comunità di recupero non è un carcere o un ospedale, è un luogo dove chi entra deve portarsi dentro la voglia di provare a risolvere i problemi che  l’hanno spinto a rifiutare la vita, non è un domicilio coatto. Forse, semplicemente, Pamela in quella comunità c’è entrata  troppo tardi.

Pamela è morta,probabilmente per una overdose, ed è stata fatta a pezzi, il suo corpo scempiato diviso in due valige. Che il suo carnefice sia un nigeriano, che per una beffa crudele del destino si chiami Innocent, poco conta. Questo è un paese dove gli italiani danno fuoco alle fidanzate, uccidono cugine colpevoli di essere belle, picchiano e abusano di donne e bambini, è il paese che registra il poco invidiabile record di turisti sessuali. Certi discorsi quindi, lasciamoli ai miserabili sciacalli  e agli psicolabili con le bandiere nere.

Quello che conta invece, quello che ferisce, quello che è insopportabile, è che di Pamela non importa più a nessuno. Conta solo che a fare scempio del suo corpo sia stato un nero. Fosse stato un bianco, sarebbe stata solo l’ennesima storia di droga finita male che avrebbe occupato giusto poche righe in cronaca.

Stanno  continuando a fare a pezzi Pamela, senza pietà, senza rispetto, senza quel pudore che dovrebbe ispirare una giovane vita spezzata.

Invece di riflettere insieme su cosa sta succedendo ai nostri ragazzi, invece di cercare soluzioni per evitare che tragedie come questa si ripetano, e si ripetono continuamente,invece di riflettere sul fatto che nel nostro paese gira tanta droga da rendere necessario il coinvolgimento delle mafie straniere per soddisfare la richiesta, stanno trasformando Pamela in uno strumento di odio, la stanno privando della sua umanità per farne un feticcio da propaganda elettorale.

Ecco, se al silenzio si sostituisce un vociare di bestie, se alla pietà subentra la violenza ottusa e cieca, significa che siamo arrivati ormai sull’orlo del baratro.  E non è più necessario chiedersi per chi suona la campana.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Io sto con quella madre

Ancora una volta mi tocca dissentire con la maggior parte delle opinioni, alcune autorevoli, espresse a mezzo stampa e sui social riguardo la tragedia di Lavagna.

Le critiche, questa volta sono piovute sulla madre, oggetto di battute più o meno ciniche, più o meno giustificate, tutte impietose.

Non so se quelle stesse persone, di fronte al viso disfatto dal dolore di quella madre, che si porterà dentro un carico di rimorso difficile da gestire, avrebbero fatto le stesse battute o se le avrebbero fatte ascoltando con attenzione le sue ragioni.

Vedi tuo figlio cambiare, giorno dopo giorno, diventare letteralmente una persona diversa. Dapprima lo attribuisci all’adolescenza, siamo stati tutti ragazzi,cerchi di essere condiscendente, di andargli incontro, poi, progressivamente, tutto comincia a trasformarsi. Non riesci più a trovare un dialogo, diventa irritabile, tutto sembra dargli fastidio.

I voti, fino a ieri brillanti, si abbassano, il ragazzo fatica ad alzarsi al mattino, arriva tardi la sera, non parla, a volte scatta stizzosamente, frequenta amici che non conosci e che, quando li conosci, non ti piacciono. E’ l’anticamera di un piccolo inferno quotidiano, una strada penitenziale che non augureresti al tuo peggior nemico.

Nessuno ti aiuta, gli amici e i conoscenti minimizzano, hanno in testa la loro giovinezza,non capiscono il potere che ha la droga, oggi, di riempire il mondo  vuoto di valori dei ragazzi, il loro bisogno di passare il limite, la loro rivolta silenziosa, non capiscono che non è più lo spinello che hanno fumato loro in compagnia, ma qualcosa che dà dipendenza quasi immediata e ti rende apatico, indifferente a tutto, o violento, quando cessa l’effetto. Non si può passare ogni limite, ha detto la madre al funerale del figlio, è vero: ma la pubblicità, la televisione, la politica, la cultura in cui siamo immersi insegna il contrario.

Sbaglia chi afferma che una canna non ha mai ucciso nessuno: le scuole sono svuotate da ragazzi che hanno ucciso il proprio futuro. Molti ne escono, dopo, ma quante porte si sono chiuse di fronte a loro, quanta fatica hanno davanti? Quante potenzialità, intelligenze, possibilità sono bruciate dentro quelle canne? Insieme al senso di responsabilità, naturalmente.

Nessuno ti aiuta, gli psicologi blaterano, ma spesso non capiscono, a meno che non ne trovi uno bravo, che ti dice che non puoi fare niente, che la molla deve partire dal ragazzo/a, non c’è altro rimedio.  Ma come fa a partire quella molla?

Sbaglia che pensa che quella madre abbia esagerato, che la sua reazione sia stata spropositata: non è fumarsi una canna il problema, è quello che c’è prima, dopo, e nel tempo infinito che passa tra una e l’altra. E’ nell’aspettarlo la sera e poi andarlo a cercare in piena notte, nel cercare un segno, un segnale che qualcosa è cambiato, vederlo assente, trasandato, gli occhi persi che ti ricordano altri occhi persi che hai visto da giovane. E’ nei silenzi e nelle parole strascicate.

Nessuno ti aiuta, la scuola non dà risposte, a volte ti consiglia sottovoce che forse, insomma, quella non è la scuola adatta. Comunque il problema non è loro. I servizi sociali allargano le braccia: troppo lavoro, troppi casi, troppi ragazzi come tuo figlio, la maggior parte si risolve da sola. Già, la maggior parte. Ne ho conosciute troppe di madri così, qualcuna ha chiesto aiuto anche a me e ho elargito consigli e allargato le braccia. Qualche volta ho allungato un fazzoletto per asciugare le lacrime.

Allora chiedi aiuto allo Stato, l’ultima risorsa: meglio un piccolo guaio penale, una scossa, una lezione che serva a lui/lei e agli altri, che continuare a vederlo rovinarsi la vita, che continuare questo piccolo inferno quotidiano. Qualcosa va storto, e quella che doveva essere una lezione diventa una tragedia. Non ci sono colpevoli in questa storia, solo sconfitti. Non ci sono colpe, solo incomprensioni, silenzi e una giovane vita bruciata come il fumo di una canna.

Scusatemi, ma io sto con quella madre. 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Dieci motivi contro la liberalizzazione

marijuana

 

1) Perché ho visto troppi ragazzi rovinarsi per la canne, perdere tempo, opportunità, possibilità, trovarsi con tutte le porte chiuse e le spalle al muro. Senza parlare dei problemi di salute.

2) Perché credo che troppi pensino allo spinello della mia generazione, e non si rendano conto che adesso no, non si risolve tutto con una risata, o una botta di malinconia, a seconda di come gira, ma si diventa dipendenti e, come scriveva Neil Young proprio in quegli anni: “Un drogato è come un sole al tramonto”. Lui parlava dell’eroina che s’era portato via un amico, ma il tetraidrocannabinolo ti brucia il cervello, oggi, e la cocaina tutto il resto. E ragazzi come sono come “un sole al tramonto” ne ho conosciuti e ne conosco. Troppi.

3) Chi è consumatore abituale di cannabis ha un problema: come non curiamo le malattie con dosi quotidiane di virus, trovo assurdo curare chi ha un problema col problema. Senza una legge che obblighi ad un adeguato percorso terapeutico per i casi di dipendenza, i risultati sarebbero disastrosi. Non mi risulta che tale provvedimento sia scritto nella proposta di legge.

4) La canna è trasgressione: comprarla in farmacia toglierebbe tutto il fascino, comincerebbero a girare leggende sulla “roba di stato”, i drogati sono abilissimi a crearle, usano quel po’ di fantasia che non si sono bruciati per inventare giustificazioni autoreferenziali per il proprio vizio, il pusher sarebbe comunque sempre il loro punto di riferimento. Commercialmente, l’idea è destinata a fallire in partenza.

5) Pensare che le mafie, che convivono con lo Stato da più di un secolo, siano disposte a farsi soffiare uno dei loro business più redditizi, è ridicolo.

6) Io voglio uno Stato che limiti anche il consumo di alcool nei giovani con adeguate campagne di prevenzione e di repressione degli abusi, non uno Stato che si arrende e si fa promotore in prima persona di un vizio.

/) Gli esperimenti di liberalizzazione delle droghe sono falliti ovunque siano stati fatti.

8) Stiamo allevando generazioni sempre più fragili, adolescenti incapaci di gestire la propria emotività, che alterano il proprio corpo per accettarsi ed essere accettati, che arrivano a tutto troppo presto. Dargli uno spinello in mano è come dargli un’arma.

9) Scusate il mio veterocomunismo: le droghe sono uno strumento del sistema per rimbambire le masse.

10) Parlare di droghe “leggere” oggi non ha senso: la droga è fuga dal mondo reale in un mondo a parte, l’amica fedele che ti illude di risolvere ogni problema. Poi i problemi tornano e l’amica anche, in un circolo vizioso che può condurre a un fine lieta, si smette, non si esagera, si lascia perdere, o meno lieta. E’ il meno lieta che mi preoccupa. Soprattutto nel mondo di merda in cui viviamo.

So che ci sono autorevoli pareri contrari al mio, che anche moti amici, più giovani e meno giovani la pensano diversamente; rispetto tutte le idee, ma credo che questa volta, se la legge si farà, si commetterà un gravissimo errore.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail