Ma il peggio deve ancora arrivare…

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Non ritengo necessario spendere parole sulla scontata decisione del Movimento cinque stelle di non votare l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’interno.

Si tratta di un precedente gravissimo, sia perché garantisce l’impunità giudiziaria a un ministro che ha, secondo i giudici, abusato del proprio potere commettendo un grave reato penale, sia perché delega a un infinitesima parte del “popolo” con un meccanismo che è un eufemismo definire discutibile, compiti e doveri propri della politica. E’ un passo verso un sovvertimento dei valori su cui si è basata l’unità di questo valore, verso un autoritarismo che esiste già nella mente degli adepti al nuovo che avanza e negli atti di questo governo.

In realtà, quello che si prepara nei prossimi mesi, è un sovvertimento della Costituzione molto più grave e profondo, peggiore di quello ideato da Renzi col suo famigerato referendum.

Mi riferisco alla richiesta di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, a cui si è aggiunta la Campania, di autonomia regionale nei riguardi dell’istruzione, richiesta appoggiata ,naturalmente, dalla Lega.

Le regioni chiedono di gestire direttamente ( e quindi ottenere i fondi necessari) quanto fino a oggi gestito dallo Stato. Si verificherebbe un cambiamento di status degli insegnanti, che da dipendenti statali diventerebbero dipendenti regionali, l’autonomia riguarderebbe anche la stesura dei programmi scolastici, le modifiche all’orario di lavoro e la retribuzione dei docenti anche se questa, nell’ultima formulazione, resterebbe quella statale definita dal contratto,  con incrementi possibili secondo una rimodulazione delle ore di straordinario.

E’ evidente che, nel caso le richieste venissero approvate, la legge prevede che non ci sia dibattito parlamentare, in questo caso, ma solo un sì o un no alle richieste portate dalle regioni, che  ci troveremmo di fronte a una enorme cessione di poteri da parte dello Stato in un ambito, come quello dell’Istruzione, strategico e fondamentale per il paese.

Si prospetterebbe a un paese a due velocità: a regioni ricche, che possono garantire standard di istruzione elevati (in teoria, ci torniamo dopo), si contrapporrebbero regioni povere, con standard di istruzione deficitari. Perché se lo Stato dà da una parte, deve togliere dall’altra e, in questo quadro, le recenti dichiarazioni del ministro Bussetti sugli insegnanti meridionali, che non hanno bisogno di finanziamenti ma di buona volontà, assumono tutt’altro significato che quello dell’infelice esternazione di un leghista della prima ora.

Inoltre, si porrebbero problemi tecnici, non di poco conto, riguardo il reclutamento, il rispetto del contratto nazionale, ecc.

Ma il problema fondamentale è che una scuola regionalizzata non è la scuola della Costituzione, anzi, marcia in senso completamente opposto: invece di fornire uguali opportunità a tutti  creerebbe differenze, invece di unire, dividerebbe. Sarebbe il primo passo verso quella secessione tanto cara ai leghisti, sogno non più dichiarato ma mai abbandonato.

Quanto alla qualità dell’istruzione, è tutto da dimostrare che le regioni possano garantire maggiore efficienza rispetto allo Stato, unico motivo che potrebbe giustificare questa scelta, al netto di tutte le riserve sopra elencate. Anzi, direi che i presupposti non sono incoraggianti.

Il dieci Febbraio, rai tre manda in onda in prima serata Red Land, un film sulle foibe. Il film è totalmente inattendibile dal punto di vista storico, manicheo nel distinguere i buoni e i cattivi, perfino inquietante nel riprodurre i nazisti come coloro che riportano l’ordine. Senza parlare di una recitazione grottesca, di dialoghi assurdi e insensati. Stupisce che quasi tutti i giornali parlino di un film duro ma necessario, di fronte a un prodotto artistico di qualità talmente scadente e assolutamente inattendibile dal punto di vista storiografico. Ma si sa che sulle foibe, a partire dai dati delle vittime  esorbitanti e gonfiati a ogni piè sospinto, la destra fascista cerca di ricostruirsi un pedigree di perseguitati, omettendo e alterando la verità storica, nella migliore tradizione revisionista. Il fatto che le voci critiche riguardo questa programmaizone Rai siano state pochissime, testimonia l’ignoranza diffusa sui fatti e un certo clima che si respira nel nostro paese.

Molto meglio sarebbe stato se la Rai avesse programmato una serata dedicata alle foibe con un dibattito tra storici di professione che si confrontavano sui dati reali e non sulle favole raccontate da Casapound e affini.Tra parentesi, lo stesso stupro di Norma Cossetto, la protagonista del film, una povera ragazza uccisa solo perché colpevole  di avere genitori fascisti e collaborazionisti, stupro su cui l’occhio del regista si compiace di indugiare  a lungo, non è mai stato provato e si basa su testimonianze contraddittorie.

Bene, questo film, pessimo, in versione fortuntamente per gli studenti, ridotta, verrà gratuitamente distribuito nelle scuole del Veneto e del Friuli, per illuminare le giovani menti su un episodio tragico ma marginale dellla seconda guerra mondiale.

Se questa è l’idea di istruzione delle regioni che hanno richiesto l’autonomia, chi legge può capire le preoccupazioni di sindacati e associazioni che hanno firmato un appello perché la richiesta di autonomia venga respinta.

Ma alla luce di quanto è successo l’altro ieri, con la consegna delle chiavi del paese nelle mani della destra radicale e xenofoba da parte di una compagine che ha scelto di sucidarsi politcamente piuttosto che mantenere un barlume di coerenza, l’impressione è che il peggio debba ancora arrivare.

 

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Il grembiule cambierà la scuola?

Immagine tratta da guamodiscuola.it

 Si sa che il ministro dell’Interno ha l’abitudine di esternare le proprie opinioni su qualsiasi cosa, specie se comportano conseguenze irrilevanti ma d’effetto, le classiche operazioni di facciata.

Parlando a proposito della scuola, si è espresso a favore del ritorno del grembiule alle elementari, perché, a suo dire, attenuerebbe le differenze tra i bambini.

Conoscendo la sua passione per le divise e le sue frequentazioni con gente che si intende dell’argomento, come gli attivisti di Casapound, la sua affermazione non stupisce: l’egualitarismo forzato e apparente è la matrice comune di tutti i pensieri totalitari, non che voglia attribuire al ministro etichette che non gli appartengono: si sa che non pensa.

Ma quello della diseguaglianza è il grande problema taciuto della nostra scuola. E’ sufficiente partecipare a un confronto tra scuole nella stessa città, ad esempio sul bullismo, come mi è capitato qualche giorno fa, per rendersene conto. Le scuole dei quartieri socialmente più elevati hanno tutto: sportello d’ascolto, psicologa, contatti con le agenzie del territorio, dotazioni tecnologiche, perfino dirigenti illuminati. Le scuole di periferia si muovono su altri binari: spesso hanno problemi strutturali irrisolti da anni per l’inerzia di comuni e dirigenti, sportello d’ascolto e psicologi, che servirebbero come il pane, costano troppo, i contatti con le agenzie territoriali sono scarsi, i dirigenti spesso sono reggenti che si occupano solo saltuariamente di quello che accade, la visibilità mediatica di quanto di buono viene fatto è inesistente mentre qualsiasi cosa facciano le scuole dei quartieri migliori trova il suo spazio sui giornali.

Insomma, chi parte avvantaggiato ha di più, chi parte svantaggiato ha di meno e poi ci si stupisce se la scuola non funziona più come ascensore sociale quando non si fa nulla a livello istituzionale per sanare questo divario che è grande all’interno di una singola città e mostruoso quando il confronto si fa tra nord e sud.

Può sembrare naturale: le scuole inserite in un contesto sociale alto saranno frequentate dai rampolli della buona società e, godranno, di riflesso, delle buone relazioni delle famiglie e si sa che le buone relazioni in Italia sono tutto. Così accade che in pieno centro Genova, una scuola goda di privilegi come ad esempio l’organico bloccato, perché dichiarata sperimentale da una quantità di tempo talmente lungo che ormai si può parlare di sperimentazione dell’arco di vita, al contrario le scuole di periferia, per avere organici stabili, devono disputarsi gli alunni con le unghie e con i denti, costringendo gli insegnanti a fare marchette, pardon,
una captatio benevolentiae. con i genitori delle quinte, se preferite un termine più elegante,

Ma di tutto questo il ministro non parla, per lui contano i grembiuli, non attenuare realmente le differenze, non restituire dignità alla scuola, all’istruzione e alla cultura, facendo sì che studiare diventi di nuovo un modo per affrancarsi socialmente.

In questo quadro si inserisce la valutazione degli insegnanti una misera elemosina arbitraria, priva di un qualsiasi quadro normativo, fonte di divisione all’interno delle scuole, semplicemente inutile. Prima di istituire un qualunque sistema di valutazione, normato e chiaro nelle sue linee generali, sarebbe opportuno far partire tutte le scuole dallo stesso punto di partenza, liberarsi dalla retorica dell’eccellenza e dall’esasperazione di una tecnologia fine a sé stessa che serve solo a chi vende a prezzi esorbitanti lim e computer, tornare a concentrarsi sul fare scuola, riprendendo e attualizzando le idee di quei maestri della pedagogia mondiale, Maria Montessori, Danilo Dolci, Mario Lodi, ecc. che abbiamo rinchiuso nel cassetto e dimenticato.

Per non parlare dell’Invalsi, un sistema di controllo demenziale, arbitrario, che non valuta nulla, perché se quel livello di saperi richiesti è facile da raggiungere per scuole del centro, non lo è per quelle di periferia e questo non significa che i ragazzi di periferia siano più stupidì degli altri ma che, nella migliore delle ipotesi, cito il maestro Manzi:” Fanno quel che possono, quel che non possono non fanno” e come tali andrebbero valutati.

Ma di tutto questo non si sogna di parlare il ministro degli interni, che tra l’altro non ne ha titolo, ma neanche il ministro dell’istruzione, la cui ultima esternazione riguarda i compiti per le vacanze, come se un insegnante con vent’anni di scuola alle spalle avesse bisogno di consigli paterni in proposito.

L’apparenza, la facciata, sembra essere la cifra stilistica di questo governo almeno quanto il cambiare tutto per non cambiare nulla (spesso peggiorando) lo è stato del precedente. Chi frequenta queste pagine sa quante volte abbia lanciato strali contro la Buona scuola, il mio non è un discorso ideologico ma di principio: la scuola non interessa a nessuno indipendentemente dal colore politico, se non come facile spot elettorale.

Ovviamente, io non vorrei togliere a chi ha molto per dare a chi non ha, parliamo di scuola, non di tasse, ma dare a tutti lo stesso, occuparsi di ridurre le distanze per poi ripartire su nuove basi.

Indossare un grembiule non rende i bambini tutti uguali, ma farli usufruire in eguale misura del diritto allo studio, sì.

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La scuola è aperta a tutti e a tutte

scuola bene comune2017

Invito tutti, ma proprio tutti i miei 25 lettori e i loro amici/e a sottoscrivere la petizione del manifesto Scuola bene comune, redatto dai sindacati confederali per la difesa di una istituzione che, da anni, subisce attacchi e tagli da governi di ogni colore.

  1. La scuola è un bene comune che appartiene al Paese e non può essere oggetto di riforme non condivise e calate dall’alto: rappresenta invece una risorsa fondamentale di crescita umana e civile per le persone e la società, una priorità su cui far convergere gli interessi dell’intera comunità nazionale

Così recita il primo articolo del manifesto: sembrerebbero parole scontate, quasi banali in ogni paese democratico ma così non è in Italia, dove le riforme scolastiche sono, negli ultimi anni,  sempre state  calate dall’alto,  spesso redatte da chi non è mai entrato in un’aula o da chi, basta leggere il testo della 107, ha scarsa confidenza con la grammatica e le arti retoriche in genere.

Questo è un paese dove stiamo assistendo al tentativo deliberato e reiterato di trasformare gli insegnanti in meri erogatori di un servizio secondo regole e contenuti imposti.

La scuola vive una condizione di diseguaglianza diffusa: alle differenze strutturali tra scuole del nord e scuole del sud, si aggiungono le differenze tra scuole all’interno della stessa città, tra “buone” scuole e “cattive” scuole, tra scuole di periferia e del centro. Sono differenze che influiscono in modo significativo sul lavoro quotidiano e che mettono in crisi, talvolta limitano in modo inaccettabile, il diritto allo studio.

Diritto allo studio garantito per tutti/e e libertà d’insegnamento sono i due pilastri su cui si fonda la scuola , la conditio sine qua non   perché, almeno a scuola, sia garantita equità per tutti.  Tutte e due hanno rischiato in questi anni di essere seriamente limitate da una politica ottusa orientata solo a fare della bassa macelleria sociale, incurante della qualità dell’insegnamento e della qualità di vita all’interno delle scuole.

Gli insegnanti sono stati progressivamente delegittimati, anche grazie a campagne stampa sapientemente orchestrate, la conflittualità con le famiglie è aumentata, una brutta legge come quella del presunto merito ha creato ambienti divisivi minando alla radice la collegialità.

Il problema di fondo è culturale: la scuola non solo deve essere aperta a tutti, la scuola è di tutti. La scuola produce cultura e forma i  cittadini di domani, rende viva e rinnova quotidianamente la lettera della Costituzione, deve sviluppare le competenze necessarie per orientarsi nel mondo e lo spirito critico necessario per contestare ciò che non va e guardare al futuro.

Dietro questo compito fondamentale e strategico per la democrazia, ci sono gli insegnanti e tutte le altre figure professionali che operano nelle scuola, tutte necessarie, tutte importanti: senza la presenza degli uni, il lavoro degli altri non sarebbe possibile.

La scuola è comunità, aperta al mondo e nel mondo, non una torre d’avorio ma una casa di vetro, non è un luogo dove si imparare a diventare lavoratori o consumatori, ma dove si impara a diventare uomini e donne.

La scuola vuole misure concrete, non grandi proclami e il  recupero di spazi di dignità che le sono stati sottratti con il tacito consenso di troppi, con la colpevole indifferenza della maggioranza silenziosa.

Per questo vi invito a firmare e a far firmare un manifesto che riguarda ognuno di noi: disinteressarsi della scuola significa disinteressarsi del futuro di questo paese e dimenticare il passato.

Il link per firmare la petizione è:  http://www.petizioni.net/manifesto-scuola-bene-comune

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