Il nodo della questione

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Ieri Giulio Cavalli, in uno dei suoi editoriali ficcanti e puntuali, si chiedeva come mai si fosse scatenato il pandemonio con Carola Rackete e nessuno si occupasse della Gregoretti, la nave della guardia costiera italiana bloccata al largo di un porto italiano per l’ennesima, assurda, inutile prova di forza di Salvini nei confronti dell’Europa.

La risposta è semplice: ieri avevamo la vicenda di una donna giovane, determinata e intelligente che difendeva delle vite umane e ha deciso di rischiare in prima persona per farlo. I migranti non c’entravano, erano solo una variabile del discorso: il nodo della questione era una donna che ha beffeggiato un ministro che si atteggia a macho, facendogli rimediare una pessima figura.

La vicenda della Gregoretti, tanto più folle in quanto, essendo una motovedetta della guardia costiera militare è territorio italiano, riguarda solo i migranti, quindi un argomento che non interessa a nessuno, tanto è inflazionato. Non si può speculare su presunti accordi con gli scafisti, non si possono attaccare le Ong né la tracotanza dei paesi stranieri, non si può, insomma, in alcun modo sfruttare in modo squallido la vicenda, che riguarda solo un pugno di vite umane salvate dai nostri militari, roba di cui non importa nulla a nessuno, quindi la notizia non esiste.

Recenti statistiche riportano che la demenziale politica del ministro dell’interno sta danneggiando fortemente il nostro paese perché della manodopera straniera abbiamo bisogno, mentre gli altri paesi europei ne traggono giovamento alla faccia nostra. Ma anche di questo, non importa niente a nessuno, perfino Repubblica non dà risalto alla notizia, così come si evita di dire che le politiche proibizioniste sulle droghe, che Salvini vorrebbe inasprire ancora di più, hanno portato l’ottimo risultato di farci salire al primo posto tra i paesi europei riguardo il consumo di droghe leggere.

L’autarchia staliniana, come tutte le autarchie, è un fallimento annunciato ma questo individuo continua a raccogliere consensi tra chi si abbevera a fonti velenose di informazione, tra chi rovista nei letamai del consenso. Nell’era di Internet, ognuno può trovare senza troppa fatica, qualcuno che avvalori le teorie più folli. Il gruppo di miserabili individui che ogni giorno crea notizie false riguardanti disgraziati che non possono difendersi e le diffonde in rete, sta svolgendo indubbiamente un ottimo lavoro per il suo padrone.

E’ evidente che nel nostro paese esiste un problema di garanzia dei diritti civili e la vicenda del giovane assassino americano lo testimonia, non tanto per la foto oscena apparsa sui giornali: a Genova nel 2001 abbiamo visto e sentito ben altro, non tanto per i commenti sulle chat della polizia, che non deplorano l’aver bendato e legato un fermato ma il fatto che la foto sia venuta fuori, purtroppo certi atteggiamenti da parte delle forze dell’ordine non stupiscono più di tanto; a preoccupare piuttosto, è la fiammata di odio seguita all’omicidio del carabiniere, quando è stata diffusa la notizia, falsa, che a commettere l’omicidio fosse stato un nordafricano, e le successive dichiarazioni di Salvini e Bonafede.

La Meloni, Capezzone, Salvini e compagnia cantante, hanno istigato, di fatto, una vera a propria caccia al nero che avrebbe potuto avere esiti ben più gravi se la notizia non fosse stata rapidamente smentita, ricordate Luca Traini dopo le dichiarazioni sull’omicidio di Desirè? Il sospetto è che ci sia il desiderio, da parte di qualcuno, che quello non resti un caso isolato, che il caos dilaghi. In fondo questo governo può essere salvato solo da un nuovo allarme su un nuovo falso pericolo.

Subito dopo, archiviata la brutta figura, sono seguiti i deliri, da parte degli stessi protagonisti più il ministro Bonafede, sul marcire in galera, lavori forzati a vita, eliminazione degli arresti domiciliari, ecc.

Peccato che la nostra legislazione in materia penitenziaria sia improntata al recupero del reo e al suo successivo reintegro nella società. La legge quindi va in direzione diametralmente opposta rispetta quella presa da chi la legge dovrebbe farla rispettare. Ci si chiede a questo punto: perché nessuno chiede l’impeachment di un ministro imbarazzante, incapace, volgare, razzista e nullafacente?

Ci sarebbero gli estremi e ci sarebbe ampio materiale per organizzare un’opposizione dura e puntuale a questo governo, per mettere in evidenza il pericolo che tutti noi corriamo a causa di questo autoritarismo in limine, per costringere i Cinque stelle a buttare giù la maschera e dichiarare la continuità e la subalternità alla Lega. Invece il Pd che fa? Protesta per il figlio di Salvini ripreso su una moto d’acqua della polizia, fatto inelegante ma di caratura e peso specifico molto minore rispetto a quello che Salvini fa e dice ogni giorno.

Certo, nonostante le brutte figure a ripetizione rimediate dal ministro degli interni e dai suoi sodali, i consensi della Lega salgono e questo deve spaventare non poco il Pd. Ma se si continua a guardare ai sondaggi e non si propongono serie politiche alternative a questo tirare avanti sulla pelle degli ultimi che è ormai quello a cui si è ridotta la politica del governo, si commetterà lo stesso errore commesso da Renzi che, non a caso, sta purtroppo rialzando la testa e, cosa ancora peggiore, ha ripreso a parlare.

In questa atmosfera da campanilismo medioevale che aleggia nel nostro paese, in questa canea quotidiana, tra questi fetidi miasmi provenienti dal mare di ipocrisia che ci circonda, un’idea di politica diversa, vera, ragionata forse potrebbe funzionare. O no?

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Una critica al Gay pride

Gaypride

Premessa: un mondo dove c’è bisogno di una giornata per manifestare il diritto di seguire le proprie libere preferenze sessuali, è un mondo profondamente sbagliato. Questo perché nessuno equivochi su quanto dirò.

Partiamo dall’affermazione del sindaco Bucci che, pur non avendo dato il patrocinio al gay pride, ha affermato che lui è il sindaco di tutti i genovesi. Sottostesto: anche di quelli lì.

E’ il  tipico, gretto atteggiamento borghese di destra che, con la scusa di mostrare la propria magnanima liberalità, discrimina già con le parole, erige un muro invisibile tra genovesi normali e “loro”. Tra i genovesi “normali”, naturalmente, rientrano quelli di Casapound, nella curiosa geografia etnica del sindaco, che, notoriamente, non amano “loro”, forse perché “loro” si amano, attività sconosciuta ai fascisti.

Proprio perché questo atteggiamento discriminatorio è sempre più diffuso, anzi, spesso sfocia in atti di violenza gratuita sempre più frequenti, credo sia arrivato il momento che il Pride perda la sua patina gioiosa e un po’ carnascialesca e si trasformi in una seria manifestazione di rivendicazione dei diritti civili. I gay non devono più, a mio avviso, fare sfoggio, seppure ironico e gioioso, della propria diversità ma rivendicare il diritto sacrosanto di essere parte integrante della società civile e di esserne parte integrale “normale”, che non chiede più di essere accettata ma di vivere la propria sessualità serenamente come chiunque altro. I gay dovrebbero rivendicare la propria intimità, in diritto di essere giudicati per chi sono e non in base a con chi vanno a letto.

Lo strumento del Pride appare, dal punto di vista comunicativo, sbagliato alla luce della realtà odierna. E’ diventato ormai, sempre più spesso, una parata con una ricca partecipazione radical chic, di chi ama mostrarsi liberal nè più nè meno come il sindaco Bucci, piuttosto che un’occasione per rivendicare quanto sia assurdo, oggi,  dover difendere il proprio diritto di amare chi si crede.

Sarebbe importante se il Pride si trasformasse in una grande manifestazIone per i diritti civili tout court, se accogliesse al suo interno tutte le categorie messe al bando dal benpensantismo bigotto che dilaga nel nostro paese, se cominciasse a fare veramente paura al potere.

Così com’è organizzato oggi, rischia di diventare una manifestazione autoemarginante, una rivendicazione di diversità fine a sé stessa.

Penso ai gay inglesi, quando, al tempo dei licenziamenti della Thatcher,  offrirono il proprio appoggio ai minatori scozzesi, che prima lo rifutarono e poi lo accettarono. Credo che mai sconfitta fu più splendida quanto quella nata da quella grande manifestazione, in  cui sfilarono fianco a fianco,  un esempio di cittadinanza attiva straordinario. Date un’occhiata a Pride, film del 2014, commovente, lucido e straordinario, nel rappresentare un’epoca e un momento della storia recente.

In Italia c’è un grave problema di diritti civili violati che continua ad essere ignorato, è arrivato il momento da parte di tutti, secondo me, di affrontare seriamente questo problema, di smettere di ignorarlo. I gay genovesi il patrocinio del comune avrebbero dovuto pretenderlo o chiedere al sindaco, in un pubblico dibattito, perché non è stato concesso. Temo fortemente che per seppellire (metaforicamente) questa gente, non bastino più una risata e un ballo, ma sia necessaria un’assunzione di impegno più forte.

Nel mondo allucinato di Orwell, in 1984, il Grande fratello temeva più di tutto l’amore, la forza che muove il mondo. Ecco, anche i nostri attuali governanti temono l’amore: quello tra persone dello stesso sesso, quello verso chi viene da un paese diverso, quello verso gli ultimi o semplicemente verso gli altri esseri umani. Perché sanno, in cuor loro, che non c’è arma più forte contro l’oppressione.

Quindi ben venga il gay pride, ma cresca, divenga adulto, diventi parte integrante della lotta che ci aspetta contro chi ha nel cuore l’odio e nella mente la paura, perdonate la citazione.

 

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Piccola poesia (ispirata da Brecht)

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Prima degli anticasta e di quelli che avrebbero portato ordine

la povera gente faceva la fame, veniva licenziata, ignorata da quelli che contano

gli ultimi non contavano niente, non avevano voce, erano invisibili

i migranti morivano in mare a decine, i tossici andavano in galera

i gay potevano essere insultati e pestati, a nessuno importava

le puttane affollavano i marcipiedi delle nostre città

per loro nessuno reclamava  par condicio o diritti

i bigotti peccavano in nome di Dio

convinti che Dio sia sordo e cieco

I politici facevano affari con i mafiosi

i politici facevano favori ai mafiosi e rubavano

I politici mentivano senza ritegno…

Oggi che governa l’anticasta e quelli che portano ordine

vedi sopra.

 

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Nessuno metta il cappello sul venticinque Aprile

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Non amo le ricorrenze, specie quelle finte come l’ipocrita festa della bandiera genovese inventata dal sindaco della città in cui vivo per rivendicare un orgoglio che non esiste più da quando, molti anni fa, Genova ha rinnegato sé stessa e le proprie radici. Il fatto che arrivi a due giorni dall’anniversario della Liberazione aggiunge un ché di ulteriomente offensivo.

Odio le ricorrenze, ma il venticinque Aprile è un’altra cosa e trovo ugualmente nauseante sia la presa di posizione di Salvini, che col consueto coraggio che lo contraddistingue, si defila dalle celebrazioni per non scontentare una parte consistente del suo elettorato e quell’estrema destra che ne rappresenta la testa di ponte nelle periferie, sia quella di Di Maio che, soffocato dalla schiacciante supremazia di quello che avrebbe dovuto essere un alleato di governo e ne ha invece monopolizzato la direzione, tenta una penosa e inaccettabile svolta a sinistra, rievocando radici che non possiede e in cui buona parte dei suoi elettori non si riconosce.

Basta fare una rapida ricerca sui commenti dei Cinque stelle al venticinque Aprile negli anni scorsi per accorgersi di quanto un partito senza radici e senza un’idea, non possa riconoscersi in quella Resistenza che ha fondato la democrazia nel nostro paese.

Altrettanto penosa, dopo tre anni di governo Renzi, la cui prima occupazione è stata quella di fare tabula rasa degli ideali della sinistra distruggendo il partito, appare il richiamo al venticinque Aprile di uno Zingaretti, magari sincero ma poco credibile, un leader di cartone che naviga sotto costa in attesa delle bordate dei renziani dopo il disastro annunciato delle elezioni di Maggio.

Farebbe bene la politica, a parte il presidente Mattarella, l’unico degno di parteciparvi, a tenersi lontana, tutta, dalle celebrazioni di una giornata che, in un paese normale, dovrebbe essere una festa gioiosa e nel nostro assume invece la valenza di una levata di scudi contro una folle deriva sempre più oppressiva e inquietante. Farebbe bene la politica a tacere, perché i caduti della Resistenza meritano almeno il silenzio.

Nessuno, a parte la gente che riterrà opportuno scendere in piazza, è autorizzato a mettere il cappello sulla giornata di domani. Morirono per la libertà giovani comunisti e socialisti, futuri democristiani e liberali, aderenti al partito d’azione e repubblicani, in quella che è stata l’unica, vera rivoluzione nel nostro paese, l’unica e sanguinosa impennata d’orgoglio di un’Italia che oggi vede la propria dignità calpestata sotto i piedi da inetti e cialtroni senza scrupoli e dall’ignoranza che dilaga come un’inarrestabile fiume in piena.

Domani sara’ la giornata di tutti quelli che credono nella democrazia, nei diritti civili, nell’accoglienza e nella cooperazione, nella fratellanza tra i popoli, la giornata di chi non si arrende e continua, quotidianamente, ostinatamente, a svolgere con coscienza il proprio ruolo nella società, a credere nel lavoro ben fatto come unica difesa contro l’odio e il rancore.

Che sia una giornata di festa e di orgoglio, dunque, l’orgoglio di chi non ha venduto la propria dignità per trenta denari o una poltrona, l’orgoglio di chi crede che le idee, anche se del secolo scorso, non  invecchiano, casomai si rinnovano e trovano nuova linfa, si tramandano ai giovani, che hanno più forza e coraggio di noi per portarle avanti. Che sia la giornata di chi costruisce ponti e non muri.

Che sia un giornata di democrazia e libertà, dunque, per onorare chi ha dato la vita perché potessimo scendere in piazza o non scenderci, perché nessuno mai più ci obblighi a fare l’una o l’altra cosa.

Buon venticinque Aprile, a chi crede che gli uomini siano tutti uguali e abbiano gli stessi diritti e doveri, a chi è capace di guardare il mondo da posizioni diverse, a chi pensa che un libro sia prezioso come un diamante e che la cultura sia la nostra ancora di salvezza in mezzo alla tempesta, a chi come me, ha conosciuto i partigiani ancora giovani,quando venivano nelle scuole, ha ascoltato i loro racconti, li ha sentiti dire che la scuola era tutto, che l’istruzione era necessaria perchè l’orrore non si ripetesse mai più, che loro avevano combattuto anche perché noi potessimo essere dietro quei banchi. Non ho mai dimenticato le loro parole e ne ho fatto regola di vita.

Buon venticinque Aprile, quindi, ai ragazzi di ieri e di oggi.

 

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Un faro nella nebbia

foto tratta da gg.geowiev.info

Duemila persone che in una città  governata dal centro destra partecipano a un presidio contro il decreto sicurezza, a favore della dignità e della difesa dei diritti umani, non sono molti ma, di questi tempi, non sono di certo pochi. E’ accaduto a Genova, qualche giorno fa, ed è confortante, perché questa città, nel bene e, nel recente passato, soprattutto nel male, ha spesso segnato la strada.

Io non c’ero al presidio, non perché non condivida pienamente i valori di chi era presente ma perché, dopo vent’anni di sindacato, sono piuttosto disincantato verso questa forma di manifestazione delle proprie opinioni. Invidio quelli che erano presenti, tutti, perché hanno una fiducia nella possibilità di sensibilizzare il prossimo che io comincio a non avere più, o almeno, la riservo al mio lavoro quotidiano di insegnante. Io credo che a cambiare le cose debba essere la politica e che l’influenza della gente, oltre che manipolabile con estrema facilità, sia al giorno d’oggi assolutamente irrisoria nelle scelte dei governi.

Ma sarebbe bello se non fosse così, sarebbe bello se fosse un inizio, se si potesse costruire un ponte ideale, vero, incrollabile tra quelle duemila persone e i sacerdoti che da ottobre celebrano messa in una chiesa dell’Aja per impedire che una famiglia armena venga espulsa, eh già, non è solo l’Italia ad avere l’esclusiva del potere cieco e della discriminazione, un ponte che continui superando l’oceano e arrivi al confine messicano, scavalcando qualunque muro l’idiozia di un presidente criminale possa costruire, un ponte che passi per l’Africa, la Siria, la Cina, un ponte di solidarietà che tocchi chiunque vede violati i propri diritti e che circondi il mondo, diventando una strada aperta, senza dogane, senza decreti, senza divise pronte a impedire il passaggio, un ponte talmente alto da essere irraggiungibile per chi ha pensieri bassi, per chi pensa che la soluzione sia l’odio, per chi non ha il coraggio di specchiarsi nell’altro e scoprire sé stesso.

Solo così Genova potrà sanare davvero quella ferita aperta che vedo ogni mattina, quell’assenza più forte di ogni presenza, solo così renderà davvero omaggio alle vittime, molte delle quali erano straniere, lo si ricorda poco e mal volentieri, solo così darà un senso  a quelle morti atroci, ingiuste, laceranti.

Solo costruendo ponti di pace e solidarietà Genova potrà tornare davvero Superba, ritrovare orgoglio e dignità. Forse ci andrò al prossimo presidio, forse d’ora in poi dedicherò questo spazio a storie belle di civiltà e amore, come quella dei sacerdoti protestanti dell’Aja, forse la smetterò di amplificare gesti e parole di piccoli uomini con piccole menti e pensieri meschini per dare visibilità ai costruttori di ponti.  

Duemila persone in una città di destra, e fa male dirlo, anche a me che vi abito e non la amo più da tempo,  forse sono poche, forse sono moltissime, forse sono un grido nel silenzio, forse le fondamenta del ponte che verrà, difficile dirlo. Ma fa bene pensare che siano una luce nella nebbia, il segnale fioco ma visibile, di una nuova rotta.

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E non c'è niente da capire

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David Ricardo e Adam Smith, nomi certamente sconosciuti a Salvini e Di Maio, sono i due padri nobili del liberismo. Alla base delle loro complesse teorie, c’era l’idea che creando una èlite di ricchi, il benessere si diffondesse inevitabilmente anche ai ceti inferiori, in virtù dell’umanità degli stessi ricchi e delle dinamiche del capitale: più produci, più guadagni, più paghi i tuoi operai che consumano di più e quindi hai bisogno di produrre di più, ecc.ecc. Sto banalizzando ma questo, nel loro intendimento, è il circolo virtuoso del capitale.

PIù o meno la stessa cosa, aggiornandola con un tot di pensiero autoritario e cancellazione dei diritti delle minoranze, hanno detto Mìlton Friedman e i suoi eredi della scuola di Chicago.

Pressapoco lo stesso principio, senza troppe sottigliezze da intellettuali, è quello enunciato da Salvini, che afferma la necessità di tagliare le tasse ai ricchi per rimettere in moto il circolo del capitale.

C’è un piccolo problema: Ricardo, Smith, padri nobili del liberismo, utopisti come lo era, dall’altra parte, Marx, e Friedman, padre meno nobile dell’attuale egemonia finanziaria, si sbagliavano e non lo affermo io ma il FMI, Joseph Stiglitz, economista premio Nobel ex presidente del FMI, Paul Krugman, premio nobel per l’economia, e molti altri. Il principio secondo cui favorire fiscalmente le classi più agiate genererà ricchezza a cascata, è sbagliato, non funziona, è la chiave della crisi economica che viviamo da anni.

Dirò di più: è un chiaro trdimento di quel contratto sbandierato ogni tre per due che prevedeva la flat tax per tutti, che era già un’oscenità, senza accennare a un eventuale favoritismo nei riguardi dei più abbienti, che è un’enorme oscenità.

La verità è che questo governo, nonostante il fluviale, stucchevole e ipocrita doppio discorso di un presidente del Consiglio che dovrebbe dimettersi per manifesta inutilità e per aver scordato il nome di Pier Santi Mattarella, eroe civile e fratello del presidente della Repubblica, ha gettato la maschera.

Politica economica spostata a destra, politica della giustizia ancora più a destra, con la cancellazione delle ottime norme promulgate da Orlando che, tradotto, significa: continueremo ad arrestare disgraziati, tossici, rom, neri, poveri e a tenerli in galera perché così tranquillizziamo i bravi borghesi, diritti civili azzerati per i migranti, stato di polizia e assistenzialismo, nessuna marcia indietro sulla politica scolastica orientata verso una grottesca aziendalizzazione della scuola.

Solo chi non vuole vedere la realtà si arrampica sugli specchi facendo un  rumore lacinante, come stanno facendo in questi giorni gli adepti grillini, che cominciano a sospettare di essersi cacciati in un pozzo senza fondo da cui sarà sempre più difficile uscire.

A chi chiede, eterno mantra di questi giorni, se era meglio prima, rispondo di sì, era meglio prima, e ve ne accorgerete alla prima carica della polizia durante una manifestazione di operai o al primo attentato di terroristi islamici nel nostro paese o quando verranno rese note le cifre sulla crescita dell’economia, o all’aumento dell’Iva, o qaundo aumenteranno i licenziamenti, fate voi, a vostra scelta.

Ovviamente, non essendo totalmente cretini, se non daranno pane almeno non lesineranno i circenses: forse elimineranno i vitalizi, il cui peso sull’economia è irrilevante, e altri provvedimenti di questo tipo per illudere il popolo che sono equi, giusti, e solidali.

Nel frattempo sui social registriamo  insulti a Liliana Segre e Roberto Saviano, volgarità e incitamenti vari all’odio razziale.  Senza contare le lodi a Orban, un neonazista che dovrebbe essere giudicato per crimini contro l’umanità.

A chi invita ad attendere, faccio solo una domanda: cosa dovremmo attendere? Perché? Cosa non è chiaro delle intenzioni di questo governo?

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Il Pm Zucca o della verità sotto gli occhi di tutti

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Non si capisce lo scalpore suscitato dalle parole del Pm Zucca riguardo la profonda ipocrisia di uno Stato che chiede il rispetto delle libertà civili a un paese straniero dopo essere stato teatro della più grande sospensione di massa dei diritti civili dal dopoguerra a oggi in un paese occidentale  a cui ha fatto seguito una impunità per i responsabili che si è trasformata in beffa, con la promozione dei responsabili della repressione e la totale impunità dei responsabili politici di quei fatti.

Impunità che negli anni ha fatto altre vittime, cito per es.  il caso Aldrovandi, permettendo a  chi ha commesso fatti indegni della divisa che indossava di farla regolarmente franca complice l’assenza nella nostra giurisprudenza del reato di tortura.

Tortura che, come risulta dagli atti, venne praticata a Bolzaneto da chi era deputato a difendere l’incolumità dei manifestanti da chi, probabilmente interpretando un copione già scritto, l’ha messa in pericolo impunemente per tre giorni.

E’ una verità documentata, filmata, scritta, nota e sotto gli occhi di tutti.  Col senno di poi, quei fatti appaiono come un prova generale, un test per saggiare le reazioni delle gente a una improvvisa ondata repressiva. Chi era a Genova in quei giorni, io c’ero, può testimoniare come quell’ignobile pestaggio di massa, che ha visto il tragico epilogo della morte di un ragazzo, anch’essa mai chiarita, fosse stato preparato, come la tensione fosse aumentata giorno dopo giorno, tramite i media e le dichiarazioni degli uomini che lo Stato aveva scelto per proteggere i grandi della terra riuniti a conclave a Genova e quelli che manifestavano contro i grandi della terra e la loro logica di spartizione del mondo.

Il caso Regeni è figlio di quei giorni, l’atteggiamento del governo è stato analogo a quello del governo Berlusconi nel 2001 e la ricerca della verità perseguita con  lo stesso impegno pari a zero.

Per quanto mio riguarda, da quei giorni di diciassette anni fa, parlare di giustizia accostandola al nostro paese equivale a fare un ossimoro, più opportuno e logico accostare a Italia la parola ipocrisia.

Bene ha fatto Enrico Zucca a riportare alla memoria quei giorni e l’esito di quei processi, rispondendo idealmente alle parole del capo della polizia in visita a Genova che, tempo fa, aveva invitato la città a mettersi alle spalle il G8, a non pensarci più.

Che questo sia un paese senza memoria, è cosa nota, che debba continuare a restarlo, e auspicabile da molti e deprecato da pochi. Con troppe cose in Italia non si sono fatti i conti, dal 25 Aprile 1945 a oggi. Ne abbiamo pagato le conseguenze e continueremo a pagarle a meno che non si avvii un rivoluzione culturale che non può prescindere da una memoria civile condivisa.

Alla luce di quello che sta succedendo in queste ore nei palazzi del potere, dubito che questo possa avvenire in tempi brevi.

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G8: la vergogna si nasconde.

Sarebbero tanti gli argomenti di cui parlare oggi, tante le notizie su quotidiani che suscitano indignazione, scoramento, rabbia.

C’è un filo comune che ne unisce alcune: Giovanardi e la Lega che minimizzano l’omicidio di Emmanuel, i polizotti uccisi negli Stati Uniti, i nomi cancellati dei macellai del G8 di Genova, gli argomenti con cui Forza Italia si oppone all’introduzione del reato di tortura nel codice penale.

La morte dei cinque poliziotti negli Usa è l’applicazione di una regola inossidabile: violenza chiama violenza, sempre e comunque. Si arriva a un punto di rottura in cui è inevitabile che ad ogni azione corrisponda una reazione uguale e contraria. Quella americana è una guerra razziale, provocata sia dall’atteggiamento violento delle forze dell’ordine sia dal razzismo endemico in gran parte della popolazione bianca, questo senza voler giustificare in alcun modo la violenza, che non  ha giustificazioni ma spiegazioni sì. Se si lascia spazio, se non si stigmatizzano e non si condannano i comportamenti violenti di chi deve assicurare l’ordine e la giustizia, non c’è più ordine e giustizia.

E’ lo scenario che ci aspetta se si continuerà a dare credito e voce a gente come Giovanardi e gli esponenti della Lega, sciacalli che speculano anche sulla morte di un ragazzo colpevole solo di avere la pelle nera, politica continuerà ad abbassarsi al rango di scontro tra bande utilizzando un linguaggio da trivio.  Continuando a ignorare quello che sta succedendo, a negare la realtà chi viene emarginato, beffeggiato, privato dei suoi diritti,  reagirà con la violenza, scatenando una assurda escalation che non gioverà a nessuno e facendo il gioco dei fascisti e dei razzisti.

I nomi dei macellai, questo sono, indegni di essere chiamati poliziotti, che hanno massacrato persone inermi alla Diaz e per le strade di Genova durante il G8, sono stati cancellati. Questa vicenda non manca mai di amareggiare, di rivelare strascichi ogni volta più avvilenti,squallidi, di mostrare come il potere nel nostro paese abbia tratti mostruosi e la democrazia sia sempre più virtuale. Le coperture di cui i macellai hanno goduto al tempo, coperture che provenivano dalle più alte cariche dello Stato, mai toccate da provvedimenti riguardanti la responsabilità morale di quanto avvenuto, continuano ad essere attive, giustizia non è stata e non sarà fatta. Continuiamo almeno a ricordare la vergogna.

Quanto all’opposizione  di Fi all’introduzione del reato di tortura, per altro formulato dagli esperti del Pd in modo talmente blando e accomodante da risultare quasi inutile ma sufficiente a permettere a colui che non è stato eletto da nessuno di vantarsene come di una grande vittoria di civiltà, ribadisco quanto ho già scritto in passato: è necessaria,ormai improcrastinabile, un riforma delle forze di polizia che faccia pulizia delle mele marce che indossano la divisa, picchiatori, fascisti e affini, che valorizzi il lavoro dei funzionari e degli agenti che coscienziosamente, onestamente e silenziosamente ogni giorno rischiano la vita per noi, che introduca periodici controlli psicologici e una formazione continua anche in sevizio, formazione che non spieghi come fare più male colpendo con i nuovi manganelli, come è stata fatta ai macellai di Genova, ma spieghi cosa significa essere al servizio della collettività.  Il reato di tortura deve subito essere introdotto nel codice penale,formulato seriamente, e va introdotto un sistema che permetta di identificare immediatamente gli agenti autori di violenze. Tutto questo a tutela della collettività e della stragrande maggioranza delle forze dell’ordine che è formata da gente onesta e pulita.

Che nel 2016 si debba parlare di questo, di razzisti, poliziotti violenti e politici inetti, nomi nascosti, reato di tortura, dimostra che in questo paese la strada verso una democrazia compiuta è ancora lunga.

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