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Perché la destra non ha bisogno delle piazze

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Ieri ho fatto dei rilievi, non delle critiche, al movimento delle sardine, esprimendo delle perplessità, perplessità che, alla luce del manifesto pubblicato oggi sui giornali, sono diventate quasi certezze.

Oggi vorrei soffermarmi su un altro punto. Io spero che le piazze riempite dalle sardine non illudano la gente che la destra populista sia in crisi. La sinistra, storicamente, è sempre riuscita a riempire le piazze perché i principi di solidarietà e cooperazione a cui si rifaceva un tempo avevano come inevitabile appendice quella di manifestare tutti insieme.

La destra estrema  lo ha fatto fino agli anni settanta, quando ancora era ideologicamente formata sui principi, chiamiamoli così, fascisti e senza grandi esiti. Più che altro, distruggeva il lavoro degli altri, invece di costruire qualcosa. Provocava, aggrediva, minacciava, sempre dieci contro uno secondo la curiosa interpretazione del coraggio che li contraddistingue.

Oggi, che la destra estrema ha al suo interno una componente neofascista irrisoria numericamente e che, nel frattempo, si è trasformata in qualcos’altro, non ha alcun bisogno delle piazze. Gli bastano fame e troll in rete o l’enorme esposizione mediatica, del tutto ingiustificata, dei suoi leader.

Non ha alcun bisogno neanche di un vero leader, bastano caricature viventi come Salvini o la Meloni che ci mettano la faccia a portare avanti il discorso politico della destra radicale.

Un discorso fondato sull’egoismo, la prevaricazione, la sottomissione del più debole, alimentato dall’odio e dalla frustrazione, centrato sull’individualismo autoreferenziale e quindi complemetamente alieno da qualsivoglia manifestazione pubblica che non sia espressione di rabbia violenta.

Salvini è ormai la caricatura di sé stesso e l’originale non era già un granché, un personaggio talmente improponibile da risultare quasi patetico, non fosse per le conseguenze che i suoi discorsi privi della minima sostanza politica hanno sul tessuto sociale del nostro paese.

Ma ai suoi seguaci non importa. Gli basta ascoltare quello che vogliono sentire, gli basta sentirsi dare ragione e scuotersi di dosso il complesso d’inferiorità che hanno sempre nutrito nei confronti delle persone normali, quelle che provano ad essere equilibrate, che leggono libri, che cercano di migliorarsi e non danno al prossimo le colpe dei loro fallimenti. Gli basta non sentirsi diversi e trovare altri piccoli mostri uguali a loro, per considerare la mostruosità una categoria del reale socialmente accettabile.

Per questo il consenso sale nonostante sembri assurdo a chi, normodotato mentalmente, si rende conto del vuoto di certe affermazioni, delle menzogne palesi, dell’ipocrisia che scorre a fiumi, dell’assurdità di certe tesi. Non è a loro che parlano le due caricature viventi.

Non saranno le piazze piene a sconfiggerli: nel 2001 a Genova eravamo una marea e si è visto come è andata a finire. Se le sardine, non credo ma tutto può essere, dovessero trasformarsi in un movimento concreto, basteranno pochi provocatori a farle arenare sulla spiaggia, perdonate la metafora greve.

Salvini si sconfigge conquistando il voto di quel 50% di italiani che non vota, con una proposta politica forte, chiara, concreta e coerente, alternativa alla deriva populista e ai giochetti da vecchia politica dei cinque stelle, che da nuovi, sono diventati vecchissimi.

Bisogna smetterla di semplificare e considerare il popolo dell’estrema destra come una massa informe di dementi: c’è anche quello, e in misura rilevante, ma Salvini, Meloni ecc. sono espressione di una rabbia sociale, unità a una povertà culturale profonda.che sta montando nel paese e che rischia di portarci a una nuova stagione di violenza.

Quella rabbia sociale va individuata, studiata e curata, come un virus resistente agli antibiotici, con modelli e strumenti nuovi, che non siano quelli del secolo corso, un antifascismo di facciata unito a gioiose ed estemporanee manifestazioni di piazza che lasciano il tempo che trovano.

Trent’anni fa moriva Leonardo Sciascia, uno dei più lucidi e preveggenti intellettuali che il nostro paese abbia avuto. Sono uomini della sua statura che mancano a questo paese, che hanno lasciato un vuoto ancora lontano da colmare. Solo quando quel vuoto si ridurrà, potremo cominciare a tirare un sospiro di sollievo.

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La scuola che non c’è più e la barbarie prossima ventura

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Se questo governo non fosse per metà miope, per metà sconcertante nella sua carenza di capacità di fare politica, ( ditemi voi se un ministro può dire di un’azienda che ha vinto un regolare bando pubblico che “non li convince”), se questo governo, dicevo, non fosse una eterogenea accozzaglia raccogliticcia di mediocri, quando va bene, interpreti della politica, data la situazione sociale, vista la rabbia che serpeggia tra le fasce più basse della popolazione, avrebbe provveduto a quel rilancio della Scuola che appare ormai ineludibile.

È evidente che quelli che passano il loro tempo a insultare via internet presidenti della repubblica e reduci dell’Olocausto salvo poi chiedere scusa quando colti con le mani nel sacco, esclusi i sessantenni per cui servirebbe il geriatra, non hanno evidentemente frequentato con profitto le scuole e imparato ad esercitare quella funzione essenziale per vivere attivamente in società che si chiama spirito critico. Probabilmente considerano i libri strumenti del demonio e si abbeverano alle verità confezionate ad arte per loro da chi usa la rete come strumento di manipolazione di massa.

Banalizzo, certo, sociologi e psicologi troveranno altre motivazioni mentre, i geni dell’ultima ora, ritengono che le masse operaie abbiano trovato il loro punto di riferimento nell’estrema destra perché dice loro quello che vogliono sentire. Io vengo da una famiglia operaia e,onestamente, credo che le masse operaie sappiano sgamare un bugiardo disonesto tanto che non mi risulta di aver visto cortei operai inneggiare a quello che si manda i proiettili da solo per fare notizia. L’odierna ondata di violenza che si concretizza a vari livelli ha l’odore forte e chiaro dell’ignoranza.

Il declino della scuola coincide, guarda un po’, con il progressivo imbarbarimento della nostra società, con la caduta di valori che, fino a poco tempo fa, credevamo inattaccabili. Il sonno della ragione genera mostri, diceva Unamuno, da noi genera mostricciattoli, almeno per ora, e il sonno della ragione si accompagna sempre all’ignoranza. Il disprezzo della cultura e dei professori è un distintivo della destra italiana che non è mai riuscita a diventare, come altrove, democratica, liberale,  europea, antifascista.

La svalutazione dell’istruzione, e della competenza, comincia con l’era Berlusconi, una grossa mano l’hanno data Monti e personaggi come Burioni, non proprio simpatici, incapaci di capire che la comunicazione, oggi, va gestita in modo intelligente e puoi essere un genio ma, se non sai come portare avanti le tue tesi in modo da arrivare a più gente possibile, specie a quella fascia di popolazione che non ha gli strumenti per capire, resterai un genio odiato.

Per quanto riguarda la Scuola, si è solo provveduto a tagli indiscriminati riuscendo a creare una situazione costante di emergenza oltre che per la didattica anche per la sicurezza a interna degli istituti. La Buona scuola di Renzi, con il suo arruolamento cervellotico e la finta meritocrazia, ha creato una gerarchia interna di cui non si sentiva davvero il bisogno e speso tanti soldi, più di altri, malissimo.

Questo governo, che per la scuola non ha stanziato una lira, si mantiene sulla falsariga di chi l’ha preceduto: promesse, parole al vento, niente fatti, parecchie stupidaggini.

È proprio in momenti come questo, invece, che si dovrebbe intervenire con coraggio per fare sì che la scuola torni a formare persone consapevoli, informate, competenti, che possa aprirsi al mondo per cercare di decifrarne la chiave d’interpretazione utile a preparare i ragazzi ad affrontarlo, senza il rischio di diventare adepti del Masaniello di turno, di destra o di sinistra che sia.

Invece siamo al vanto dell’ignoranza, al disprezzo di quelli libri polverosi che sono, o sono stati, la bussola per i giovani di questo paese, al disprezzo quotidiano del sapere.

D’altronde, chi ha la verità in tasca, specie se facile ed elementare, chi semplifica grottescamente concetti che meriterebbero tutt’altra attenzione, ha il successo assicurato.

E’ èproprio oggi che la Scuola dovrebbe tornare a quella sua importante funzione politica a cui sembra aver abiurato.

Buona parte del merito della situazione attuale, va ascritto ai mezzi d’informazione e alla televisione. Abbiamo il giornalismo peggiore d’Europa, asservito, privo di nomi di spicco, con qualche eccezione, incapace di approfondire e teso solo a manipolare. Abbiamo una televisione di rara disonestà intellettuale, volgare, improponibile, spesso oltre il limite dell’osceno. Questo spiega gli hater ottuagenari ma non i giovani.

I ragazzi hanno bisogno di punti di riferimento che, un tempo, erano forniti, appunto, dalla Scuola. L’insegnante era una figura rispettata anche nelle scuole più disagiate perché dava l’esempio svolgendo il proprio lavoro nonostante tutto. Era un modello, qualcuno di cui ci si poteva fidare. Oggi continua a svolgere il proprio lavoro, nonostante tutto, ma a che fare con famiglie che, molto spesso, avrebbero bisogno di essere istruite più dei figli. E rischia anche di essere menato se si permette di  segnalare un problema a chi di dovere o a dare un brutto voto al genio di famiglia.

Eppure, questo paese nel dopoguerra è riuscito a produrre un’alfabetizzazione di massa, a creare una classe dirigente dignitosa, a crescere e progredire con fatica ma con buona rgadualità. Abbiamo avuto intellettuali di fama mondiale, come Eco e Sanguineti, e adesso ci siamo ridotti a Fusaro, che rimastica Marcuse senza averlo capito e crede di fare filosofia quando fa solo cabaret.

Questo paese ha una speranza se riparte da una scuola che deve tornare a insegnare, possibilmente sui libri polverosi, senza derive tecnologiche che non portano a niente se diventano un fine e non un mezzo, una scuola che deve essere ristrutturata dal punto di vista logistico e rivista dal punto di vista della didattica. Una scuola che diventi un laboratorio critico della società, che formi cittadini attivi e consapevoli, che al sapere nozionistico, necessario, accidenti se oggi è necessario!, accompagni la consapevolezza del mondo che ci circonda, che sottoponga alla lente dello spirito critico le verità che ci vengono amanite quotidianamente.

Diventa per me ormai essenziale che nelle scuole entri lo studio del linguaggio dei media, la decodificazione di una parte dei messaggi con cui ci bombardano quotidianamente e delle tecniche di manipolazione, altrettanto essenziale diventa insegnare a usare la rete, evitare che i ragazzi trovino solo ciò che conferma le proprie tesi e rifiutino il resto, istruirli su come distinguere le informazioni utili da quelle false..

Sono solo due proposte ma sono sicuro che da un confronto aperto con chi la scuola la vive e la fa quotidianamente ne uscirebbero molte altre, se solo qualcuno fosse disposto ad ascoltare.

Oigni volta che ho avuto il privilegio di confrontarmi con colleghi provenienti da altre scuole e da altre regioni, sono sempre venute fuori idee, spunti, riflessioni che ho poi usato per il mio lavoro quotidiano.

Se i politiuci ascoltassero direttamente chi la scuola al vive e la fa ogni giorno, prima di emanare leggi inutili e confuse, se avessero la bontà di consultare chi è competente, forse avrebbero qualcosa da imparare anche loro.

Molti episodi ripetuti formano un clima e il clima che si respiura in Italia non è dei più salutari. La Scuola è un microcosmo a imamgine e somiglianza del macrocosmo che la circonda, la speranza è che possa essere utile a correeggerne i difetti e non ad acquisirli. Ma è una risposta che deve dare la politica.

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