Riflessioni di un uomo senza qualità

Non è difficile da capire ma sembra difficilissimo da dire: quella di Multedo è una protesta di quartiere che è stata gonfiata e strumentalizzata ad arte da elementi del nuovo gruppo di potere che governa la città in regione e in comune che hanno trovato terreno fertile per portare avanti le posizioni xenofobe e razziste che caratterizzano i loro partiti d’appartenenza.

Il problema è che tali posizioni hanno attecchito con estrema facilità e, temo, attecchiranno ancora, in una periferia che non è particolarmente sofferente rispetto ad altre zone della città ma che ha patito, per anni,  l’indifferenza delle istituzioni.

Perché la politica a Genova, di destra o di sinistra, è sempre stata attenta al centro cittadino, abbandonando a sé stesse le periferie che sono, inevitabilmente, diventate crogioli di emarginazione  e malessere sociale.

Ovviamente una strumentalizzazione comporta due attori: chi strumentalizza e chi si lascia strumentalizzare, quindi nessuno può sentirsi assolto per quello che è successo, continua a succedere e succederà ancora, perché io sono certo che Multedo sarà solo l’inizio.

La risposta fatta di presidi, manifestazioni più o meno provocatorie, comunicazioni ben attente a non scontentare in particolare una sinistra che ha tenuto un atteggiamento imperdonabilmente ambiguo sulla questione, mostra che non si è ben compresa la questione che è principalmente culturale e necessita di ben altre risposte .

Genova è una città vecchia, con tassi di disoccupazione giovanile altissimi, che è come dire che la paura e la rabbia sono le leve da spingere per ottenere il consenso. Genova è anche una città straordinariamente povera dal punto di vista culturale, dove si dibatte se bisogna vendere alcool o no il sabato sera invece di discutere di centri di aggregazione, biblioteche, nuove scuole in periferia, alternative alla logica massificante dei centri commerciali.

Ho un ex alunno neofascista. Non l’ho eliminato dai contatti, nonostante porti avanti tesi con cui sono in totale disaccordo, perché ho sempre insegnato ai ragazzi che non ci sono strade giuste o sbagliate, quello che conta è scegliere con la propria testa da che parte stare e potersi guardare la mattina allo specchio serenamente.

Per quel che ne so, lui lo fa: ha un lavoro onesto, era un bravo ragazzo e presumo lo sia rimasto, sta con una bella ragazza. Ma è stato indottrinato, ed è stato indottrinato bene, con un miscuglio di stupidaggini, mezze verità e distorsioni storiche che hanno

attecchito e attecchiscono facilmente su chi, non me ne voglia, non ha una grande frequentazione con le pagine dei libri.

E’ come se chi gli ha messo in testa tante corbellerie, avesse studiato a memoria La fabbrica del consenso di Chomsky e, in particolare, i capitoli riguardanti la costruzione del nemico, la sua diminuzione di umanità.  Affermare ad esempio che dei premi Nobel hanno affermato che i neri sono inferiori dal punto di vista razziale è certamente un’idiozia ( le razze non esistono), ma è anche una mezza verità. John Watson, che insieme a Crick scoprì il Dna e vinse il premio Nobel, è un noto razzista, teorico della supremazia della razza bianca, come era un cultore dell’eugenetica un altro premio Nobel, Konrad Lorenz. Quindi al ragazzo è stata raccontata una parte di verità, quello che hanno omesso di dirgli è che Watson è stato confutato scientificamente da centinaia di studi ed è personaggio messo alla berlina dagli accademici di tutto il mondo, così come Lorentz ha scelto dopo il nazismo di dedicarsi all’etologia di cui è diventato il padre.

Questi ragazzi noi li abbiamo persi. La mia generazione, quella dei cinquantenni  più o meno liberal, è stata peggio che una generazione di cattivi maestri: è stata una generazione di indifferenti, tesa al successo personale, all’affermazione, alla scalata, sempre più disinteressata agli altri.

Evidentemente nessuno ha fatto leggere a questi ragazzi La banalità del male, o gli ha spiegato le teorie di Renè Girard, nessuno gli ha fatto vedere quanto Marcuse avesse visto lontano e che il pensiero liquido di Baumann finirà per trasformarli in vittime della loro stessa sicurezza, caso mai avvenisse quel cambiamento europeo che loro auspicano. Abbiamo fatto terra bruciata dei nostri valori e altri sono stati più abili.

Cosa possiamo fare adesso che sono maggioranza?

Recuperare quello che siamo stati, ritrovare l’energie delle idee e il coraggio di pensare agli altri, lavorare onestamente e nel miglior modo possibile, perché il lavoro ben fatto è l’unica arma che abbiamo in mano. Dobbiamo tornare a non essere sicuri di niente, a chiederci perché, a non pensare di avere tutte le risposte in mano e a metterci sempre nei panni di chi la pensa diversamente.

Il razzismo e il pregiudizio si combattono confutandoli con solidi argomenti, in tutti i luoghi possibili, dai posti di lavoro agli autobus pieni.

Penso con un certo raccapriccio alla legge sullo Ius soli: dare la cittadinanza a chi è nato e ha studiato in Italia è un diritto talmente banale che sembra quasi assurdo non sia ancora legge dello Stato, eppure  la gente fa confusione e non capisce perché, quegli stessi che dovrebbero esserne promotori, non capiscono e fanno confusione, figli di una politica che ha rottamato la cultura e ha scelto la demagogia e il populismo, che ha dimenticato il ruolo educativo che deve avere la politica e ha scelto invece la via della mimesi con gli istinti peggiori dell’uomo della strada.

Ecco, è questa cultura semplicistica,. questa desolazione etica che ha prodotto l’ascesa della destra, non di una destra democratica ed europea ma di una destra cupa, xenofoba, campanilista, figlia della peggiore tradizione politica del nostro sciagurato paese. Una destra senza cultura e senza maestri e, per questo, ancora più spaventosa.

Dobbiamo tornare a parlarci, dobbiamo tornare a confrontarci con la realtà, non solo con la nostra realtà. prima che la notte arrivi e ci trovi impreparati e colti da imperdonabile stupore.

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Ricominciare dalle periferie

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Le periferie sono non luoghi, discariche umane ai margini delle città dove vive chi è tagliato fuori totalmente o quasi totalmente da una qualsiasi opportunità di riscatto sociale, gli indesiderati, gli impresentabili veri, gli emarginati. Le periferie sono brutte, spazi nati senza un dimensione sociale e destinati a restare chiusi dietro una frontiera invisibile e invalicabile. la bruttezza come dimensione estetica è già di per sé emarginante, non comunica. non apre spazi di pensiero.

Io sono nato e cresciuto in periferia, una periferia assai diversa da quelle odierne. I quartieri operai erano vivi, la gente si conosceva e si riconosceva, le parrocchie e le sezioni del PCI ( ho frequentato più le prime che le seconde, per quanto possa sembrare singolare a chi mi conosce) erano centri di aggregazione reali. I sacerdoti di strada, come quelli che ho avuto la fortuna di conoscere, svolgevano soprattutto il compito di presentare ai teppistelli del mio quartiere possibilità di un rapporto diverso con gli altri, a  riconoscere il sé anche negli altri.

Nelle sezioni si discuteva, si ascoltava Dylan, Cohen, Neil Young e i loro epigoni nazionali, si criticava, si cercavano soluzioni e si forniva una rete di salvataggio sociale a chi non la possedeva.

Parrocchie e sezioni erano centri di coscienza etica e civile, la distanza tra Marx e la dottrina sociale della Chiesa assai minore di quanto si pensi. In periferia forse non salvavi l’anima e non sviluppavi una coscienza da intellettuale organico,  ma ti veniva voglia di migliorarti e di guardare agli altri, di comprendere che il mondo non ruotava attorno a te stesso e che ogni azione implicava responsabilità. Era già molto.

Oggi le periferie sono terre desolate prive di identità, abbandonate a sé stesse in una logica autoreferenziale che non è nemmeno più distruttiva ma ripetitiva, un loop infinito che non ha mai fine. Il tempo, lo spazio, gli spostamenti in periferia assumono una dimensione completamente diversa, diventano non tempo, non spazio, immobilità, spesso scandita dai programmi televisivi, di solito i peggiori.

La sinistra tradizionale, marxista leninista è morta e non risorgerà. Punto. ma una sinistra diversa, con una visione, con ideali forti da trasmettere alla gente può ancora esistere, ha ancora una sua ragione d’ essere e deve ripartire dalle periferie.

La sinistra deve tornare a offrire valori, a dare speranza, a rimettere in movimento quello che è fermo.

Bisogna tornare a parlare con la gente, ad ascoltarla a motivarla e, quando possibile, a istruirla. perché non c’è riscatto sociale senza istruzione, istruzione, non formazione, sapere, non mere nozioni pratiche.

Partire dal piccolo: i problemi di un quartiere. Spingere la gente fuori dalle case, farla riunire, discutere, litigare, proporre. Restituire alle persone la speranza che unendosi si possono ottenere risultati. Risultati che non coincidano, ovviamente, nel mandare via questa o quella etnia, ma nel trovare insieme, soluzioni per una convivenza serena, nel riconoscersi come persone che hanno gli stessi problemi, gli stessi sogni, le stesse paure.

Costa tempo e fatica, tornare a fare questo lavoro che un tempo preti e comunisti sapevano svolgere benissimo. Ma se si vuole cambiare, bisogna scendere dalle poltrone e dalle sedi comode, quasi sempre situate nel centro città, e andare in periferia, dove la sinistra è stata giustamente punita, perché ha tradito le speranze della gente, perché parla ormai un linguaggio incomprensibile.

Tutto il resto è fuffa. La globalizzazione è una realtà irreversibile, è inutile combatterla, ma si può migliorare, trasformarla in una reale risorsa per tutti. legalità è una parola svuotata di significato che quasi mai coincide con  giustizia sociale, un contenitore in cui far confluire tutto e il contrario di tutto, la legalità senza etica non significa nulla ed è il tessuto etico di questo paese che va ricostruito. Imprigionare i corrotti, va bene, ma è necessario inaridire le radici della corruzione. Con le chiacchiere roboanti ascoltate in questi giorni, anche dal teatro Brancaccio, e va tutta la mia simpatia a quelle persone, animate da buone intenzioni ma con poche idee confuse, non si ricostruisce un accidente.

Tornare ad occuparsi delle piccole cose, tornare  a prendersi cura delle persone, questo deve fare la sinistra. Offrire squarci di luce nel buio di una crisi che durerà ancora a lungo. questo bisogna fare.  Le parate, le dichiarazioni, i discorsi sui massimi sistemi hanno fatto il loro tempo.

E’ arrivato il tempo di tornare a sognare un mondo migliore, più equo, più solidale, più giusto, senza stravolgimenti di sistema ma trasformando un moto perverso in un moto virtuoso. Questo è quello che associazioni, politici, persone di buona volontà che si riconoscono in quell’ideologia dai contorni vaghi ma dai principi solidi che si chiama sinistra, dovrebbero fare. Tornare a essere centri di azione sociale e cominciare a farlo dove la società non c’è, dove lo Stato è assente, dove le persone sono sole.

Ovviamente, Renzi e il suo partito , perfettamente omologati alla società globale e alle logiche di mercato, non c’entrano nulla con questo discorso, non lo comprenderebbero, e la stessa natura del renzismo lo rende incompatibile con un’azione sociale capillare.

Io lavoro a scuola, per me guardare al singolo come a una parte del tutto e capire che i problemi del singolo sono i problemi di tutti, è naturale, spontaneo. E’ vero che la classe è un microcosmo ma è anche vero che, gente antica molto più intelligente di me, diceva che il microcosmo è lo specchio del macrocosmo.

Per quanto mi riguarda, tornare a curarsi della gente è l’unica strada possibile per la sinistra, se vuole avere ancora una speranza non di governare, ma di rendere il mondo migliore. Che sarebbe già un gran risultato.

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