un passato lontano, un presente vicino

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Anche se non ero ancora nato, questa foto la conosco. Anzi, conosco l’altra, quella in cui i Marshalls scortano la piccola Ruby Bridges a scuola, il 14 Novembre 1960, per proteggerla dagli inferociti genitori bianchi che protestavano contro la legge sull’integrazione.

Basterebbe questa foto per rispondere alle polemiche di questi giorni a Genova suscitate dalla mozione che ribadisce che la scuola si  schiera contro  ogni razzismo e discriminazione, approvata da due Istituti Comprensivi e  appoggiata con coraggio pubblicamente da Iris Alemano, dirigente dell’I.C. Pegli.

Spiace, ma non stupisce,  che  un prudentissimo provveditore agli studi abbia   preferito glissare su una domanda fatta al riguardo, domanda certamente tendenziosa  ma legittima, da un giornalista.

Non voglio entrare nella polemica con un gruppo di abitanti di Multedo, strenui difensori di un asilo privato, e del giornalista loro portavoce, che ha accusato i colleghi di Pegli di non saper scrivere ma che dimostra capacità argomentative davvero povere, per uno che fa il suo mestiere, dal momento che si potrebbero confutare le sue affermazioni offensive in trenta secondi.

Voglio invece riflettere sul ruolo della scuola al tempo della 107.

L’eccesso di burocrazia seguito alla riforma, la marea di acronimi con cui siamo costretti a combattere ogni giorno, l’apparente ampliamento di poteri dei Dirigenti (inesistente) e il reale ampliamento delle loro responsabilità, la riduzione della rappresentanza sindacale a mero organo consultivo per la divisione di risorse sempre più esigue, la competitività tra docenti, favorita e incoraggiata anche pubblicamente da esponenti del ministero, l’ossessione per le nuove tecnologie come panacea di tutti i mali e il pensiero perverso e aberrante che compito della scuola sia esclusivamente quello di formare manodopera a richiesta delle aziende,  l’incapacità congenita dello Stato di comprendere che la scuola è un investimento necessario per il futuro del paese e non si può continuare a tagliare risorse e , quando ci sono, a spenderle male, ci stanno allontanando sempre di più dalla scuola disegnata dalla Costituzione.

Il dettato costituzionale, in contrasto con la scuola fascista di Giovanni Gentile, che somiglia molto all’idea di scuola renziana, prevedeva una scuola delle pari opportunità, una scuola che fosse portavoce di valori civili e sociali fondamentali, una scuola in cui la libertà d’insegnamento fosse una garanzia contro le ideologie  totalitarie, una scuola che funzionasse come ascensore sociale, che è ben diverso dal renderla subalterna alle logiche economiche e alle imprese.

La scuola italiana non è, prima di tutto, egualitaria: c’è un divario di risorse e dotazioni di base tra scuole del nord e scuole del sud, tra scuole di diverse regioni  e scuole all’interno della stessa città. I miei colleghi di sindacato sanno da quanto tempo, ossessivamente, insista su questo tema: diamo a tutte le scuole d’Italia gli gli stessi strumenti, poi parliamo di riforme. Invece la 107 ha ignorato questo divario e, di fatto, lo ha aumentato. Il problema non è da poco perché mette in discussione il diritto all’istruzione. E’ doveroso ricordare, che in certe scuole, in certi quartieri, la scuola rappresenta l’unica presenza dello Stato, l’unico punto di riferimento per le famiglie e i ragazzi.  Il lavoro degli insegnanti, certamente più gravoso che in altre scuole, se non altro per le difficoltà ambientali, penso allo Zen, a Scampia, ecc. , non è in alcun modo riconosciuto e l’inserimento del merito, con le modalità cervellotiche che l’hanno caratterizzato,  suona più come una beffa che come un modo per valorizzare questi colleghi.

La scuola italiana è sede di sperimentazioni didattiche straordinarie, svolte per necessità: se hai poco o nulla, ti inventi qualcosa. Sperimentazioni svolte nonostante e non, come dovrebbe essere, grazie al Ministero, alle direzioni didattiche regionali, spesso anche nonostante i dirigenti.  La scuola la fa andare avanti chi ci mette la faccia ogni giorno e chi ci mette la faccia andrebbe tutelato dalla dirigenza, cosa che si verifica sempre più di rado.

I docenti italiani discutono, litigano, propongono e deliberano, in perfetto italiano, non me ne voglia il giornalista di Multedo, evidente avvezzo a privilegiare la forma alla sostanza, perché la scuola italiana è ancora, nonostante tutto, democratica, collegiale, cooperativa.

La scuola italiana è, è sempre stata e sempre sarà, includente. L’inclusione dei disabili è stata presa a modello in tutta Europa, anche nelle tanto lodate scuole del nord, il lavoro che quotidianamente viene svolto con gli alunni stranieri credo sia di gran lunga superiore ad altre esperienze. In certi quartieri si può parlare di condivisione pacifica degli spazi comuni ( io non parlo di integrazione, che trovo un termine fascista) come di una realtà, grazie al lavoro svolto dalle scuole in quei quartieri.

Il problema è che dopo anni in cui entrando a scuola ci si sentiva liberi di sperimentare, di esprimere le proprie opinioni, anche di litigare, da quando la riforma è stata approvata ci si sente un po’ meno liberi, un po’ meno collegiali, un po’ più prudenti.  La reticenza del direttore didattico regionale e dei colleghi della dott.ssa Alemano è frutto di questo eccesso di prudenza. Cosa significa non prendere posizione e restare equidistanti sull’affermazione che la scuola deve rigettare qualunque posizione razzista e discriminatoria?  Equidistanti da chi?  Parlando di equidistanza si ammette che esista un contrasto e se il contrasto è sulle affermazioni che stigmatizzano comportamenti razzisti e discriminatori logica vuole che sia con chi quei comportamenti li approva. E’ tra queste due posizioni che il responsabile delle scuole della città ritiene di dover mantenere la propria equidistanza?

La scuola non può permettersi timidezze di sorta sui principi perché è un presidio di democrazia, perché ogni giorno applica la Costituzione, perché è stata e deve tornare ad essere promotrice di valori e la condivisone di percorsi comuni con chi viene da lontano, la condanna di ogni discriminazione, sono valori irrinunciabili per tutte le scuole, di ogni ordine e grado, valori che andrebbero ribaditi ad alta voce in prima battuta da chi delle scuole è il portavoce.

Altrimenti il futuro sarà un ritorno al passato, a quella foto che ho inserito all’inizio dell’articolo. Sessant’anni sono meno di un battito di ciglia, storicamente parlando, e di strada da fare, purtroppo quella bambina ne ha ancora tanta.

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Lavorare insieme per una scuola diversa

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Ritrovarsi ogni anno a Roma per partecipare ad Abitare i margini, il corso di formazione per docenti organizzato da Libera, è sempre piacevole, specie per chi ai margini ci lavora, come chi scrive, e trova conforto nel confronto con voci diverse.

Durante i tre giorni di lavoro, si incontrano vecchi amici e si stringono nuovi rapporti, ci si confronta, si producono insieme nuove idee. Quest’anno però, è arrivato un sentimento assente nelle passate edizioni: la rabbia.

Si percepiva, almeno in una parte degli insegnanti presenti, una insoddisfazione forte e frustrante per quello che sta diventando la scuola, la consapevolezza che la direzione in cui la politica ha portato la scuola negli ultimi vent’anni sia in direzione ostinata e contraria al comune sentire di chi spende, ad esempio, tre giorni della propria vita per trovare nuovi stimoli e nuove strade che gli permettano di entrare in relazione con chi ha di fronte ogni giorno, a chi vive questo mestiere non come un semplice lavoro né come una missione ma come un servizio alla collettività.

Personalmente, sono diventato insofferente alla retorica della contaminazione dal basso, l’idea che dare il buon esempio, sperimentare, produca un contagio positivo negli ambienti di lavoro. Nella scuola non funziona, non più, anzi, chi prova il nuovo, specie se non è in linea con i nuovi indirizzi ministeriali, viene, nel migliore dei casi, più o meno indirettamente, boicottato. La scuola di oggi vede accentramenti di potere e cerchi magici, servi e padroni, chierici obbedienti e apocalittici autoreferenziali.

Non accetto quindi il discorso, ma rispetto chi lo fa, che il cambiamento debba partire dal singolo insegnante. Rispetto chi lo fa perché un lavoro sociale deve comunque cominciare dall’assunzione di responsabilità del singolo, dall’obbligo etico di dare di più, di non potersi limitare al dovuto. Ma un conto è la scelta personale, un conto è l’illusione che questa venga condivisa per empatia da chi ti lavora vicino e ha una concezione spesso opposta del mestiere.

La scuola è l’attività più politica che esista in un paese, politica nel senso letterale di attività che va a vantaggio della polis, della città e dei cittadini, la scuola ha nelle mani le chiavi del futuro del paese ed è giusto che chi governa si assuma la responsabilità di indirizzarla verso la strada prevista dalla carta costituzionale, non può passare da un pugno di insegnanti di buona volontà.

La scuola della meritocrazia, della selezione, della valorizzazione delle eccellenze non fa l’interesse della collettività ma del singolo, crea marginalità e sceglie, discrimina e non funziona da ascensore sociale ma da trampolino di lancio per pochi. Qualcuno può anche trovarla auspicabile, ma la Costituzione non dice questo.

La buona scuola di oggi non risponde alle nuove sfide che i ragazzi ci pongono: non dà risposte all’inquietudine sociale, offre tecnicismo invece di una nuova comprensione del reale, non apre la porta al lavoro ma allo sfruttamento e, soprattutto, è una scuola che non guarda agli ultimi, che non mette in cantiere come priorità quello di risolvere le gigantesche disuguaglianze di risorse tra singoli istituti che nel nostro paese si riscontrano nella stessa città, in quartieri vicini e tra regioni e regioni, non attua serie politiche di condivisione di percorsi comuni con chi arriva da lontano, non è progettata sulla visione di un paese migliore ma sulla visione di una èlite migliore, una classe dirigente che, come ai tempi che furono, possa gestire la cultura e quindi il potere. La scuola di oggi è divisiva, selettiva, priva di etica.

A me e, credo, a buona parte dei colleghi presenti a Roma, questa scuola fa schifo.

La rabbia di alcuni docenti nasce dalla normalizzazione ormai in atto : la maggior parte dei docenti ha accettato e continua ad accettare passivamente questo stato di cose, questo nuovo indirizzo, cercando di ricavarsi spazi di quieto vivere, i sindacati restano inascoltati e da tempo hanno perso il contatto con la base, le famiglie sono diventate controparte. Gli insegnanti che remano contro sono sempre meno, sempre più soli e sempre più marginali.

Personalmente, alla scuola dei corsi di eccellenza preferisco quella dei corsi di lingua due per gli alunni stranieri e alla filosofia del merito preferisco quella di assicurare a tutti le stesse possibilità di partire per la corsa della vita più o meno dallo stesso punto senza trucchi, alla scuola dei migliori preferisco una scuola solidale e cooperativa, la scuola di tutti. Io sogno una scuola che torni ad essere punto di riferimento del quartiere, che tolga lavoro alle forze dell’ordine nei quartieri più disagiati,  che funzioni da ascensore sociale ed etico e possa portare a quel nuovo umanesimo di cui, in quest’era di piccoli orrori, abbiamo bisogno.

Sono anche fermamente convinto che la società civile non possa cambiare nulla: non sarà la società civile a sconfiggere la mafia e non saranno i docenti a cambiare la scuola.

Ma un compito importante la società civile lo ha: quello di rompere le palle al potere, di chiedere con forza un cambio di direzione, di proporre nuove strade e chiedere pil motivo per cui non vengono intraprese.

I cambiamenti, quelli veri, vanno chiesti alla politica, l’unica che possiede gli strumenti e la forza per avviarli.

Stamattina sono tornato in classe carico, come sempre quando torno da Roma, animato dalla voglia di ricominciare a lavorare in un certo modo, di tornare a fare la differenza, ma questo non cambia né l’enorme incazzatura che mi porto dentro per quello che vedo accadere ogni giorno, né lo stato delle cose. 

Mi porterò dentro di questa edizione di Abitare i margini il ricordo di un magnifico brainstorming con i colleghi per costruire un percorso didattico che valga trasversalmente, dal sud al nord, per parlare di mafie in modo condiviso, al di là delle specificità dei territori in cui si opera, terrò a mente i nuovi spunti che sono venuti dagli interventi di altissimo livello dei relatori, soprattutto quelli che mi hanno visto in disaccordo, perché è dal confronto e solo dal confronto con chi la pensa diversamente, che nasce il cambiamento.

Un grazie enorme allo staff della formazione di Libera, persone preziose che con ostinata testardaggine continuano ad andare controcorrente, persone rare, come i colleghi che hanno condiviso questa tre giorni.

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Libera: formarsi sulle mafie e ritrovare l’entusiasmo.

 

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Una quarantina di insegnanti riuniti in un quartiere complicato ad ascoltare e interagire con i qualificati formatori di Libera che spiegato le mafie e le azioni sociali che si possono individuare per contrastare il fenomeno. Tutto questo un sabato di Maggio per otto ore filate.

E’ successo sabato a Genova, ma si è ripetuto molte volte quest’anno in varie città d’Italia, senza contare l’incontro nazionale di Abitare i margini, così si chiama il corso di formazione di Libera, che vede ogni anno 100 insegnanti provenienti da tutta Italia riunirsi per tre giorni ad ascoltare. dialogare, proporre.

Questi sono alcuni degli insegnanti italiani, tanto diversi dalla narrazione ufficiale, che li vuole demotivati, stanchi, vecchi e da rottamare. Se adeguatamente stimolati, se trovano un senso e una utilità pratica in quanto viene loro proposto, se non gli si propina propaganda ministeriale,.gli insegnanti riaccendono l’interruttore dell’entusiasmo e trovano nuove motivazioni, voglia di mettersi in gioco, idee e strategie che vadano a vantaggio dei ragazzi. Non importa se devi sacrificare un pomeriggio di sole a confrontarti con gli altri e se quello che metti in campo comporterà un aggravio di lavoro per prepararlo, è il nostro lavoro e riscoprire che dentro di noi brucia ancora un po’ di sacro fuoco, che non siamo ancora “normalizzati”, che il nostro unico scopo non è accaparrarci l’elemosina del bonus ministeriale, è come aprire la finestra e respirare aria pura.

Libera ha un rapporto privilegiato con la scuola, perché ha compreso quello che né l’assurda burocrazia scolastica, né l’apparato ministeriale, nè, purtroppo, molte famiglie, riescono a capire: la relazione educativa, il rapporto tra un ragazzo/a e i suoi insegnanti, è fondamentale per la crescita dell’individuo come cittadino di domani, fornisce le coordinate per muoversi nel mondo, per comprenderne alcune dinamiche, per rendersi conto di quanto sia importante scegliere e non essere scelti, di quanto sia necessario, per essere liberi, che sia libero anche chi ti sta accanto. Solo agendo sulle nuove generazioni si riuscirà a cambiare davvero le cose.

La scuola è una comunità, gli insegnanti, che hanno la visione globale di una classe, sono istintivamente portati a ragionare non in termini individuali ma in termini di dinamiche collettive. E’ molto difficile,contrasta con lo spirito del tempo, far comprendere  a un genitore, per banalizzare il concetto, che è molto più utile e gratificante lavorare in una classe di alunni cooperativi, uniti, disposti ad aiutarsi che magari ottengono risultati medi nelle loro performances, piuttosto che gestire una classe di alunni magari eccellenti ma in perenne competizione tra loro e disposti a tutto pur di primeggiare.

Alla competizione va sostituito il concetto di responsabilità: sei più bravo? Aiuta gli altri ad esserlo, non essere autoreferenziale, sii solidale. Le classi migliori sono quelle in cui si attiva un meccanismo di sana emulazione: voglio essere come lui o come lei perché mi tende la mano, collabora,  mi fa capire dove sbaglio.

In questa ottica, l’insegnante non deve sedersi in cattedra a distribuire un sapere preconfezionato, ma mettersi in gioco, stimolare, rendere la materia scolastica attuale, viva, aprire le finestre della scuola sul mondo. Soprattutto deve saper ascoltare chi ha davanti, rispettarlo prima di pretendere di essere rispettato, guadagnarsi stima e fiducia giorno dopo giorno.

Discorsi che possono apparire quasi anarchici di fronte alla realtà di una scuola che la nuova riforma vuole sempre più competitiva e selettiva, dove sulla bocca di tutti circola una parola priva di contenuti sensati come “meritocrazia” e dove si sta erodendo quel comune sentire tra gli insegnanti senza il quale non c’è scuola.

Eppure ieri, dopo aver ascoltato gli interventi di alto livello dei relatori invitati da Libera, nonostante il quadro abbastanza sconfortante che è venuto fuori riguardo argomenti come la corruzione e il dilagare del potere delle mafie, durante il momento laboratoriale, questi discorsi nascevano spontanei, ci siamo riconosciuti tutti figli dello stesso desiderio di tornare a incidere sulla società,

Inutile negare che non tutti gli insegnanti sono così, altrimenti non sarebbero mai riusciti a devastare la scuola come hanno fatto, ma la consapevolezza che insegnanti così ci sono, che si impegnano quotidianamente nel loro lavoro credendoci, non con spirito missionario ma con onestà intellettuale, dovrebbe essere di conforto alle famiglie, alla comunità e perfino al Ministero.

Il nostro compito adesso è di non lasciar spegnere la scintilla che si è accesa ieri ma di alimentare la fiamma, progettare insieme, trovare una visione comune: e chissà che, così facendo,il prossimo anno non si riesca ad essere molti di più.

Essendo uno dei promotori della giornata di ieri, non posso che ringraziare Libera per la disponibilità dimostrata e per aver organizzato un incontro formativo di enorme spessore. Ieri, per l’ennesima volta, abbiamo dimostrato che sostituendo la narrazione dell’io con la narrazione del noi si possono ottenere risultati importanti. L’unica strada per cambiare le cose in questo paese, a parere di chi scrive, è questa.

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