La Camorra va estirpata alle radici

Agguato a Napoli, ucciso colpo in testa, ferito fratello

Una bambina di quattro anni gravemente ferita, una sparatoria in mezzo a una strada affollata: “scene da medioevo” ha dichiarato il procuratore antimafia Cafiero de Raho, ma la soluzione non può essere solo delegata alle forze dell’ordine.

La Camorra è un male antico, la prima delle mafie, quella con la struttura più anarchica, legata a quella città a volte splendidamente anarchica che è Napoli. E’ anche la mafia più legata al territorio, che trova maggiore consenso sociale in una fascia di popolazione tagliata fuori dal luccicante mondo della globalizzazione e senza più alcun ascensore sociale che la porti fuori dalla propria condizione.

Esiste una cultura della Camorra, anche se l’associazione di queste due parole fa venire i brividi, veicolata da storie, canzoni, racconti; la Camorra ha i suoi cantastorie, i suoi eroi (ad. es.  Cutolo, personaggio assurto a dimensione mitica nell’immaginario camorrista), è una creatura antica e feroce, capace di rinnovarsi, anche perché tra le sue fila molti sono i giovani e i giovanissimi.

Basta leggere un recente studio del Prof. Ravveduto, docente di Public History presso l’Università di Salerno, riguardo il modo in cui i giovani camorristi utilizzano i social per veicolare la propria cultura, utilizzando il nuovo per trasmettere l’antico. (La google generation criminale: i giovani della camorra su faceboo. Di  Marcello Ravveduto)

La storia della Camorra è anche la storia di Napoli: di una promiscuità tra popolo e piccola e media borghesia che limitava l’espandersi della criminalità e la manteneva sotto una soglia di tolleranza accettabile e del successivo trasferimento dei boirghesi nella città lecita, con la trasformazione dei quartieri periferici e dei quartieri dormitorio in città illecita, dove la gente per bene non vive più ma con cui ha rapporti costanti, di affari, dove la gente per bene trasgredisce per poi tornare nella città legale e lasciare al proprio destino l’altra città.

Banalizzo e sintetizzo per dire che la storia dell’ascesa della Camorra va di pari passo con la marginalizzazione delle periferie e con il boom del traffico di droga, traffico che ha offerto un modo facile anche se rischioso per diventare qualcuno, una prospettiva di vita a generazioni di ragazzi delle periferie che non ne avevano altre. Il discorso vale per Napoli ma anche , con le dovute differenze, per Palermo, Catania, Bari, ecc.

Vale anche per le grandi città del nord: Milano, Torino, Genova, dove non a caso, la criminalità organizzata si è saldamente stabilita in periferia, mostrando nei centri la propria faccia pulita, evitando eccessi di violenza che al nord risulterebbero, per molti motivi, insopportabiie e provocherebbero reazioni sgradite da parte del tessuto sociale nel suo insieme.

Pensare di combattere la Camorra militarmente significa aver già perso la battaglia. Le mafie si combattono combattendo la corruzione, con politiche del lavoro sensate, risanando le periferie e offrendo a quei ragazzi una possibilità di vita diversa, con una presenza costante e capillare della scuola e dello Stato, uno Stato che non sia nè repressivo nè assistenziale ma efficace e presente.

La guerra contro le mafie è anche una guerra culturale, estirpare i frutti della cattiva pianta delle mafie non serve se non si tagliano le radici ma la politica, da decenni, sembra sorda e cieca di fronte al problema o, come in questi giorni, indifferente.

Un ministro degli interni che continua a fare campagna elettorale sproloquiando di grembiuli e castrazione chimica, che difende a spada tratta un sottosegretario che ha avuto rapporti, magari inconsapevolemente, con qualcuno vicino ad un capomafia latitante da quarant’anni, un ministro degli interni che non corre al capezzale di una bambina innocente che rischia di morire per l’ennesimo, brutale agguato di Camorra, è indegno di ricoprire quel ruolo e chi sta all’opposizione, invece di gridare più sicurezza, scimmiottando la destra con uno slogan che non significa nulla, dovrebbe chiederne le dimissioni immediate.

Le mafie e la cultura mafiosa, molto più diffusa di quanto si creda, non sono un problema italiano, sono il problema italiano insieme alla corruzione: le une senza l’altra non esisterebbero, non potrebbero stringere accordi con quella zona grigia fatta di insospettabili che è la loro vera forza, quella che oggi, gli permette di creare una rete di relazioni, fare affari, competere sul mercato con chi lavora onestamente.

Servirebbero persone capaci nei posti giusti, capacità di guardare lontano e senso dello Stato per combattere la battaglia contro le mafie e vincerla: non mi sembra che nè in questo governo nè nell’opposizione si trovino persone con queste caratteristiche. Intanto, a Napoli, si continua a morire per strada.

 

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L’insopportabile comizio di un ineleggibile

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Francamente mi piacerebbe commentare notizie assai più sinistre e importanti del comizio di Berlusconi ieri sera su Rai uno, complice un Fabio Fazio come al solito deferente e prono ai potenti.

Mi piacerebbe parlare delle infiltrazioni mafiose nel traffico di migranti dalla Tunisia scoperte da Nemo ( altro programma, altra rete, altra tempra di giornalisti) o delle testimonianza raccolte dalle Ong, o del silenzio del ministro Minniti sulle condizioni in cui vengono detenuti i profughi rispediti in Libia, ma comprendo che sono argomenti di nessun interesse: la campagna elettorale è già cominciata con frizzi e lazzi, bonus come noccioline e il pregiudicato sorridente che riguadagna gli schermi televisivi, questo appassiona gli italiani, non tediose stragi di esseri umani consumati nel black friday, non la quotidiana tragedia di quelli a cui chiudiamo la porta.

Due parole quindi su Fazio e Berlusconi. Fazio è un conduttore mediocre, un uomo buono per tutte le stagioni perché pronto a salutare qualunque bandiera e a seguire dove soffia il vento. Piace alle mamme e alle nonne, è odiato dai radical chic che per questo vengono accusati di essere radical chic, ha creato un  circolo di soliti noti che lo aiutano a dare prestigio allo stesso programma che ci propina da anni.  Gramellini, al suo confronto, fa monologhi interessanti e avvincenti, tenete conto che io considero, di solito, Gramellini interessante come un calcio nei denti.

Ovvio quindi che Berlusconi abbia scelto il nulla per parlare del nulla. Uno sfondo neutro, un conduttore inesistente e deferente, un grande pubblico assicurato.

C’è da chiedersi, casomai, quale tipo di servizio pubblico permette, a pochi giorni dalla morte del capo di Cosa Nostra, di comparire in televisione a un pregiudicato ineleggibile dopo la riapertura del fascicolo per il suo coinvolgimento nell’attentato di via d’Amelio. Non solo, ma quale servizio pubblico permette a un pregiudicato in odor di mafia di tessere le lodi di un condannato per associazione mafiosa. Non si poteva certo pretendere che un non conduttore, non giornalista, si permettesse di opinare in proposito. Ma in questo paese, nulla accade per caso e ciò che sembra banale, spesso non lo è.

Il discorso si fa complesso e pericoloso. Due giorni dopo la morte di Riina, Sottile sul Foglio e Sansonetti sul giornale per pochi intimi su cui scrive adesso, discettavano della inutilità del 416 bis e della  necessità di chiudere, anche dal punto di vista giudiziario, quella stagione che secondo loro è terminata con la morte del boss dei corleonesi. Come se Messina Denaro non fosse latitante, come se la Camorra non uccidesse quasi quotidianamente, come se la ‘Ndrangheta non si estendesse in tutta Europa, come se ogni giorno non comparissero notizie sui giornali riguardo la presenza mafiosa al nord, come se la mafia che non uccide ma fa affari, ricicla denaro, traffica droga, rifiuti e armi,  entra nel business dei migranti, ecc., fosse meno pericolosa e letale della vecchia mafia.

Lungi da me pensare che Sansonetti e Sottile siano anche lontanamente collusi con la mafia: sono certo che hanno scritto in buona fede, convinti della bontà delle loro asserzioni. E il problema è esattamente quella buona fede, quella convinzione.

Se la mafia non spara, la mafia non arriva sulle prime pagine e, se non arriva sulle prime pagine, non esiste. La normalizzazione, il silenzio, l’anonimato, sono esattamente quello di cui hanno bisogno le organizzazioni mafiose, quello che auspicano ed il motivo per cui tutti odiavano, pur temendolo, Totò Riina. Con un’ antimafia civile ormai istituzionalizzata,  che celebra, giustamente, la memoria delle vittime ma forse, ha perso di vista la necessità di tenere alta la guardia, di avvertire, informare, denunciare, con un’antimafia politica delegittimata dalla stessa magistratura, la guardia alta la tengono poche persone che non arrivano al grande pubblico: studiosi seri  come Nando Dalla Chiesa, scrittori e intellettuali come Saviano, Giacomo di Girolamo, che spesso eccedono e diventano oggetto di facili accuse da parte di chi ha interesse a marginalizzarli.

Il primo messaggio è arrivato con quel post su Facebook della figlia di Riina: una foto elegante, moderna, quasi glamour, che riprendeva una parte del viso della figlia e un dito che indicava il silenzio.La mafia comunica per simboli, sono uomini medievali con una mentalità medievale e un’ intelligenza moderna.  Cosa significava quel post? Dovete tacere davanti a un grande uomo o continuate a tacere, non è cambiato niente? A colpire era l’eleganza del messaggio, evidentemente studiato a tavolino, non lo sfogo improvviso e comprensibile di una figlia che ha perso il padre, ma un messaggio, appunto.

Non vorrei che anche l’ignobile comizio di ieri sera sia un altro segnale, questa volta non state zitti, ma state tranquilli. Non vorrei, ma a pensar male   spesso…

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Le periferie della nostra (cattiva) coscienza

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Socialmente pericolosi è un film che narra la vicenda, vera, di un giornalista che stringe un rapporto d’amicizia con un camorrista. Sullo sfondo di questa storia, c’è quella parallela di un’associazione fondata da Fabio Valente, il giornalista che è anche regista del film, il cui scopo è quello di offrire una possibilità di riscatto a un gruppo dei ragazzi dei quartieri spagnoli di Napoli.

Un film dunque che, come altri, esamina la periferia, quella di Napoli e quella delle città del nord, dove i ragazzi di Valente vanno a girare i loro cortometraggi.

Le periferie, come la cattiva coscienza, nascondono le colpe e i colpevoli, le passioni innominabili e i peccati, sono la valvola di sfogo della civiltà dei consumi.

Le periferie a Napoli, come a Genova, come a Milano e in ogni altra parte d’Italia, sono diventate negli ultimi anni pericolosi focolai d’infezione sociale, spazi dove la criminalità e la devianza trovano un terreno fertile per crescere e prosperare, veri e propri incubatori, per usare una parola di moda, di delinquenza.

Le periferie sono il frutto più evidente della disuguaglianza provocata dal nostro sistema, luoghi dove il malessere si presenta con un largo anticipo e in cui, se esistesse una preveggenza politica e sociale, si potrebbero bloccare sul nascere fenomeni che rischiano, nel corso del tempo, di dilagare su tutto il territorio.

Genova, come Napoli, vive la contraddizione di avere una grande periferia, il centro storico, in pieno centro città. Guardando le immagini dei quartieri spagnoli nel film, il genovese pensa immediatamente ai suoi carruggi. Questa situazione particolare marginalizza ancora di più le periferie “vere”, quelle dove la marginalità diventa meno evidente e quindi meno controllabile,

Ogni grande città ha i suoi ghetti, in genere le zone a edilizia popolare, luoghi non luoghi, privi di servizi, dove gli interventi pubblici si limitano o alla libera iniziativa dei cittadini o a quella di associazioni di volontariato spesso malviste dagli abitanti, perché i volontari, di solito ma non sempre, non fanno alcuna differenza tra italiani, stranieri e rom e offrono la loro solidarietà a tutti indistintamente. Purtroppo, dove c’è povertà, si annida il razzismo, alimentato da una politica sempre più squallida e priva di qualsiasi valore etico.

Non a caso, nel film, a offrire un’opportunità ai ragazzi dei quartieri spagnoli, non è lo Stato,che in quei luoghi mostra solo la sua faccia repressiva, ma l’iniziativa di un uomo che vuole dare un senso al proprio lavoro.

Tornando alla mia città, indubbiamente questa giunta ha avviato lavori di ristrutturazione urbana importanti e necessari in alcune zone della città ma, a parte che in altre zone, non è stato fatto nulla, e questo può essere comprensibile con la scarsità dei fondi del comune, pensare che riqualificare una periferia consista nel rifare una strada o un viadotto, è esattamente il tipo di visione che ha portato alla creazione dei ghetti.

Le periferie si riqualificano creando centri di aggregazione giovanile che non siano centri commerciali, chiudendo le scuole che vanno chiuse e ristrutturando quelle che vanno ristrutturate, aprendo biblioteche multimediali e centri civici che possano offrire servizi a tutta la cittadinanza, potenziando e non tagliando, come si sta facendo da tempo, i servizi sociali.

Di tutto questo, si parla poco, non si apre quell’ampio dibattito pubblico che sarebbe necessario per avviare un processo di ristrutturazione sociale ormai non più rimandabile. E questa giunta ha fatto più di quelle che l’hanno preceduta, mi si gela il sangue nelle vene al pensiero che possa salire al potere in città gente che ritiene provvedimenti urgenti quello sulla legittima difesa o la limitazione dell’uso del Burqa per le donne islamiche.

Eppure, la fenomenologia dei terroristi che hanno colpito in Europa, tutti residenti nelle banlieue dei grandi certi urbani, avrebbe dovuto insegnare qualcosa alla politica su dove e come intervenire per prevenire.

Tornando al film, che sarà proiettato ancora domenica al teatro Verdi alle 21, e che vi consiglio di andare a vedere perché è bello e fa pensare, ha il grande merito di mostrare che una via d’uscita da destini che sembrano segnati, come quello dei ragazzi nati in quartieri controllati dalle mafie, è possibile ma non può sempre essere lasciata alla buona volontà del santo di turno: questo paese, tutto, ha bisogno di un ritorno a un’etica della politica che sembra assai distante dal balbettio insensato che riempie quotidianamente le pagine dei giornali.

Le periferie sono il cuore delle città, un cuore che può pompare veleno o linfa vitale, a seconda di come si interviene. Quando la politica lo capirà, sarà sempre troppo tardi.

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La mafia esiste ed è un problema

Il presunto coinvolgimento del presidente del Pd campano con il clan dei casalesi non fa altro che confermare l’allarme lanciato qualche giorno fa dalla commissione antimafia e ignorato dai più.

Rosy Bindi e i suoi colleghi hanno dichiarato che i legami delle mafie con la politica sono sempre più stretti e passano, spesso, per gli enti locali,attraverso la corruzione. la mafia esiste ancora, non è morta ed è un problema sempre più presente.

Se la gente avesse la memoria non dico lunga, ma normale, le recenti dichiarazioni di colui che non è mai stato eletto a proposito di magistratura e giustizialismo, alla luce di quanto sta accadendo oggi, suonerebbero non solo fuori luogo, ma sinistre.

Davigo e Di Matteo hanno dichiarato, con parole che non voglio definire forti ma semplicemente chiare, che la politica non ha gli anticorpi necessari per arginare la corruzione e ne abbiamo la prova evidente sotto gli occhi quasi ogni giorno.

Non passa  settimana senza che una notizia riguardante le mafie non appaia sui giornali: un comune sciolto al nord qui, arresti per associazione mafiosa là, un politico che si scopre referente di un clan o di una cosca qui e là.

Certo è che l’avviso di garanzia del presidente del Pd campano getta una nuova luce anche sull’elezione di De Luca e sulle voci che circolavano riguardo un presunto appoggio delle cosche, voci smentite con sdegno da quello stesso Pd campano che vede il suo presidente costretto a dimettersi.

Il problema è che la fantasiosa narrazione dell’Italia costruita dal colui che non è mai stato eletto e dai suoi servi sciocchi, non contempla le mafie come presenza stabile sulla scena politica del nostro paese, vero e proprio convitato di pietra di ogni sfida elettorale. Non contemplando le mafie, le si nega, le si ignora e poco si fa per contrastarle, questo nella migliore delle ipotesi.

L’intervista di Saviano di qualche giorno fa, in cui lo scrittore campano afferma di aver perso fiducia nella giustizia e nello Stato, è tristemente condivisibile ma parte da un errore di fondo: lo Stato non è la corte dei miracoli che ci governa, per fortuna lo Stato è ancora fatto da servitori fedeli, persone che quotidianamente cercano di svolgere nel migliore dei modi il loro servizio, spesso rischiando la vita o, più semplicemente, applicando quel principio di Havel secondo cui il lavoro ben fatto è l’unica forma di ribellione alla sopraffazione, all’arroganza del potere, alla corruzione. Quelle persone, caro Saviano, meritano rispetto e fiducia.

Quanto alla giustizia, se a rappresentarla sono i poliziotti che ironizzano con un tweet sul dramma dei profughi, gli stessi che applaudono l’assoluzione dei loro colleghi assassini, allora non è che la mia fiducia sia esattamente ai massimi livelli, ma per fortuna si tratta di una minoranza di miserabili che occupa le prime pagine dei giornali solo perché indossa una divisa. Per fortuna, magistrati e poliziotti sono altro da loro.

Le mafie dilagano dove il tessuto sociale è favorevole alla loro penetrazione, dove possono creare una rete di rapporti a tutti i livelli, dove ci sono persone disponibili a entrare in rapporto con loro. E’ per questo che lentamente ma inesorabilmente, stanno prosperando al nord e continuano a farlo al sud.

Tempo fa, colui che non è mai stato eletto, rispondendo a una affermazione di Saviano, disse in televisione che non esistono parti del territorio in mano alle mafie perché il tessuto sociale dell’Italia è sano. Mentiva sapendo di mentire o lui è proprio così? In un caso e nell’altro, c’è poco da stare allegri.

Non credo che questa informazione, asservita,prona al potere, sia in grado di assolvere a quell’opera di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica necessaria a contrastare fenomeni di questo tipo. O in questo paese si arriva a capire che la corruzione non è un male necessario, un peccato veniale che si può perdonare ma un delitto ai danni della collettività, il tradimento di un mandato popolare e dei principi a fondamento della democrazia, oppure ne usciremo mai, fino a quando nel baratro non ci saremo finiti, dopo aver tante volte camminato sull’orlo.

Io non credo che la società civile, il mondo associativo, il volontariato, possano da soli assolvere al compito di creare una nuova coscienza civile e non può farlo (anche se dovrebbe) questa scuola, dilaniata da un riforma insensata,deprivata della sua fondamentale funzione, ma bisogna comunque provarci, per non guardarsi allo specchio domani e sentirsi complici.

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Quei cento passi ancora tutti da fare

 

peppino impastato

La squallida partecipazione del figlio di Riina allo squallido programma di Vespa, avrebbe potuto, suo malgrado, avere un senso, qualora avesse dato luogo a una serie di riflessioni sul fenomeno mafie, sull’ allarmante penetrazione al nord della ‘ndrangheta, su come la Camorra occupa il territorio in Campania, sui rapporti tra le mafie nostrane e i cartelli sudamericani, ecc.ecc.

Nulla di tutto questo invece è apparso sui giornali: solo polemiche giustificate dalla gravità del fatto ma portate avanti, dai non addetti ai lavori, come se la comparsa di Riina jr. in tv fosse un fastidioso retaggio di un passato da dimenticare.

Questo paese non vuole o non riesce ad afferrare quanto le mafie riescano a incidere sul normale tessuto democratico, già indebolito da una politica trasformata sempre più in una partita tra affaristi e quanto la loro penetrazione influenzi e possa toccare la vita di ognuno di noi.

Due giorni fa Raffaele Cantone, che le mafie le conosce bene, ha fatto un’affermazione terribile: la sanità è un crocevia di delinquenti di ogni risma.

Tradotto significa che uno dei diritti fondamentali di ognuno di noi, quello alla salute, può essere messo a rischio da una fornitura medica scadente, da un primario assunto non per merito ma grazie alle sue conoscenze, da una partita di medicinali taroccati. E’ noto l’aneddoto di quel boss mafioso che, chiamato dalla moglie perché il figlio aveva avuto un incidente, prima di portarlo al pronto soccorso le ha chiesto di informarsi su chi fosse il medico di turno, nel timore che potesse trattarsi dell’incapace che lui aveva fatto assumere.

Questo è il paese in cui viviamo e l’indifferenza con cui le parole di Cantone sono state accolte, la mancanza di approfondimenti adeguati dopo la trasmissione di Vespa, dimostrano che siamo ancora ben lontani dal compiere i cento passi di Peppino Impastato, bussare a quella porta e chiedere di levare il disturbo. Se le tante librerie  che espongono il cartello in cui annunciano di non voler vendere il libro di Riina sono un segnale incoraggiante, non lo è il fatto che non l’abbia fatto il novanta per cento.

Finché la mafia non diventerà un problema di coscienza per tutti, finché il discredito sociale verso la corruzione, di cui la mafia si nutre, non sarà alto e duro, finché non ci sarà la consapevolezza che nessuno è escluso dal fenomeno, che se si muore per un colpo di pistola in Campania si può morire per un’operazione in Lombardia o per un’esalazione di rifiuti tossici in Liguria o per il crollo di una casa costruita male in Piemonte, finché non troveremo il coraggio, tutti quanti, non di protestare contro Vespa ma di spingere fino a far cacciare quelli come Vespa che con la mafia giocano, i politici che ricevono i voti, gli imprenditori che con la mafia si accordano, le possibilità di questo paese di ricominciare saranno sempre vicine allo zero.

Ci sono segnali inquietanti e la trasmissione dell’altra sera è solo uno dei tanti: certi articoli di giornale, approssimativi e inesatti, attaccano con titoli che vogliono destare scalpore l’antimafia, sono in uscita due libri, su cui non esprimo giudizi perché non li ho letti, ma di cui posso immaginare il tenore, sullo stesso argomento, last but not least le infami parole del fidanzato della Guidi su Rita Borsellino e gli altri figli di vittime della mafia, che tradiscono un sentimento di fastidio diffuso in certi ambienti., . Senza tirare fuori il famoso articolo di Sciascia, che probabilmente si rivolterà nella tomba nel vedere come vengono usate ed abusate le sue parole, le offensive contro chi quotidianamente studia e combatte contro le mafie, non hanno mai portato a nulla di buono in questo paese. Fermo restando, s’intende, il dovere di fare chiarezza dove ci sono zone d’ombra e facendo salvo il diritto di critica (non di calunnia o di menzogna).

E’ per tutto questo che, a mio parere, nelle scuole bisogna fare antimafia, bisogna istituzionalizzare l’antimafia e spingere affinché i ragazzi riescano a maturare una repulsione tale da unirli attorno al valore comune della lotta per la legalità.

Perché loro, i ragazzi, la la forza di fare quei cento passi e andare oltre per fortuna ce l’hanno, tocca a noi dare l’esempio.

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