La scuola che non conta nulla

Il peso politico della scuola, alla luce della finanziaria che verrà varata tra breve da quello che potremmo definire un governo ombra fatto di ombre, è pari a zero.

Ancora una volta, chi guida questo paese, evita accuratamente di programmare il futuro, limitandosi alle solite promesse sulla fine del precariato, che fa buona compagnia alla fine della povertà e dei debiti.

L’ultimo intervento strutturale sulla scuola è stata la Buona scuola di Renzi, un progetto coraggioso in teoria, che non si è tradotto in buone pratiche ma nell’esatto contrario, anche perché scritto malissimo. L’errore di quella legge è stato quello di essere stata imposta dall’alto, senza consultare chi la scuola la fa e la vive ogni giorno, chi ne conosce i problemi e i meriti. Senza contare l’introduzione del finto merito, mai regolamentato, fonte di divisioni e contrasti all’interno dei collegi docenti. Senza contare norme di arruolamento del tutto prive di qualunque raziocinio e, per fortuna rientrate, o altre norme, come quella della chiamata diretta, mirate ad attribuire un potere d’arbitrio enorme ai dirigenti, per fortuna eliminate.

Ma, almeno, ci ha provato, ha smosso le acque.

Oggi invece, la scuola sembra non interessare nessuno dei due partiti principali di governo, bene attenti a non erodere i propri margini di consenso consapevoli che la Scuola ha in parte segnato il destino di Renzi, che è materia da trattare con i guanti, visto il numero ingente di voti che può portare o togliere.

Quindi la scelta è di cambiare poco o nulla, con provvedimenti che assicurino il massimo consenso possibile e il minimo attrito.

Ma la politica non può ridursi a esercizio del potere e ricerca del consenso perseguita seguendo la pancia degli elettori, questo è il metodo della destra, non di un governo quantomeno liberale, se non vogliamo definirlo ( non voglio) di sinistra. La politica deve fornire valori, indicare strade, proporre modelli diversi da quelli del senso comune. Non può ridursi ad affermazioni che si possono ascoltare in qualunque bar.

Il giorno in cui ci si renderà conto che la Scuola è una istituzione strategica nel nostro paese, quella che prepara il futuro, che forma la classe dirigente e i quadri che verranno, che deve contribuire alla crescita di cittadini consapevoli, sarà sempre troppo tardi.

Fino adesso, come spesso accade, il ministro nominato non sembra avere ben chiaro la natura del proprio lavoro e alcune notevoli idiozie, come sostituire l’educazione civica con l’educazione ambientale, preoccupano non poco riguardo la sua conoscenza del settore che è deputato a dirigere.

Come qualunque insegnante di Lettere fa, quasi quotidianamente, educazione civica, che glielo dica il ministero o no, così qualunque insegnante di Scienze fa educazione ambientale, che glielo dica o no il ministero. Non è di nuove materie e di cervellotici calcoli per inserirle nell’orario e capire come valutarle quello di cui la Scuola ha bisogno, ma di soldi, e Renzi ne ha messi tanti, male ma li ha messi, e di una visione, un progetto, un rinnovamento generale che guardi non alle tanto decantate nuove tecnologie, che rischiano di diventare un fine piuttosto che uno strumento da dosare con parsimonia, ma alla didattica, ad esperienze consolidate da decenni in altre realtà che, chissà come mai, in questo paese sono sistematicamente osteggiate.

La scuola oggi ci pone nuove sfide: quella di famiglie allargate o disgregate o diverse dal consueto, di un nuovo modo di rapportarsi con ragazzi perennemente connessi e, paradossalmente, più soli, problematici, spesso stressati dalle aspettative di genitori che proiettano su di loro sogni superiori alle loro forze. La Scuola deve confrontarsi col problema delle droghe, di una società violenta e amorale, del razzismo dilagante. La Scuola deve essere il primo agente di integrazione e di condivisione tra ragazzi italiani e ragazzi stranieri. La Scuola, soprattutto, è un presidio di democrazia fondamentale e deve operare nella massima libertà all’interno dei limiti imposti dalla professionalità di ognuno. La sospensione della collega di Palermo è stato un atto di inaudita gravità passato troppo presto nel dimenticatoio.

Non c’è traccia di tutto questo nella prossima finanziaria o nelle dichiarazioni del ministro. Come accade quasi sempre.

O la scuola torna ad essere ascensore sociale, e su questo, su una meritocrazia di fatto che non sia una estensione del clientelismo ma qualcosa di assolutamente e inedito nel patrimonio nazionale, deve dibattere la politica, e i ragazzi devono tornare ad essere motivati a frequentarla, oppure tanto vale sostituirci con Wikipedia.

Lo dico a bassa voce, non vorrei regalare un’idea al ministro.

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Se a scuola non si fa politica cosa si deve fare?

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L’episodio è uscito su tutti i giornali.  Salvatore Borsellino, invitato in una scuola, risponde alla domanda di uno studente sulle connessioni tra mafia e politica citando Andreotti e Dell’Utri. Il preside lo redarguisce dicendo che a scuola non si fa politica e Borsellino non può fare altro che salutare e andarsene.

E’ lo specchio dei tempi, la Buona scuola, i nuovi dirigenti. Nella mia città a dei docenti viene impedito di presentare una mozione sull’eventuale spostamento di un impianto petrolchimico a pochi passi dalla scuola perché la scuola deve occuparsi d’altro, qualche tempo fa la presentazione di mozioni che stigmatizzavano la discesa in piazza di un quartiere contro l’accoglienza di una ventina di immigrati in un ex asilo, è stata, se non osteggiata, certo non favorita con le stesse motivazioni, per non parlare delle proteste degli insegnanti contro lo sgombero di un campo rom e la richiesta di chiarimenti mai ottenuti riguardo la sorte dei bambini e ragazzi che frequentavano l’Istituto Comprensivo.

Quando è veramente è il momento di diventare punto di riferimento, di tornare a proporre valori forti, come la lotta alla mafia, la tutela dell’ambiente e della salute o il diritto allo studio, la lotta contro la discriminazione, ecco che la scuola nella sua componente dirigenziale si ritrae, ecco che arrivano le dichiarazioni ponziopilatesche dei vertici istituzionali e i dirigenti obbedienti che nascondono la testa sotto la sabbia. Insomma, la scuola che fa scuola non piace al potere. Questo è ormai chiaro da tempo.

E’ evidente che il preside che ha accettato la presenza di Salvatore Borsellino nel suo istituto non lo conosceva e, soprattutto, non conosceva gli ultimi quarant’anni di storia di questo paese. Forse si aspettava una di quelle tante, tediose e opprimenti esibizioni di antimafia di comodo che fanno contenti tutti e non disturbano nessuno, tanto comuni da quando si è istituzionalizzata l’antimafia a scuola, cominciando a ucciderla. Ma la cosa peggiore, è che quel dirigente non sa cosa significhi fare scuola,caratteristica che lo accomuna a molti suoi colleghi e colleghe sparsi per la penisola.

Non si può infatti educare e formare senza dare valori, e dare valori significa fare politica.  Non si può spiegare  Manzoni o Verga o Dante, Vittorini o Sciascia senza parlare di politica, di vita vera, attiva, di impegno civile. Il nostro sommo poeta ha scritto un’opera monumentale dove ha fatto nomi e cognomi di corrotti e corruttori e Salvatore Borsellino può citare in un incontro sulla mafia due uomini universalmente riconosciuti come collusi in base a sentenze definitive!

Se fare scuola significa fornire nozioni, basta wikipedia e la rete, non è necessario il fattore umano fornito dall’insegnante. Se fare scuola significa creare una generazione di consumatori sottomessi e obbedienti, bastano la televisione e i giornali, non c’è bisogno di alzarsi ogni mattina e scaldare il banco.

A mio parere, così da sempre interpreto il mio lavoro, fare scuola significa fare politica nel senso più alto del termine, quello di trasmettere valori e dubbi, di sviluppare lo spirito critico, di combattere l’omologazione del pensiero e verificare sempre quello che si ascolta, si legge, si vede.

Fare scuola è educare alla bellezza, imparare ad apprezzare Leopardi, Ingres, Dante o Picasso, Piero della Francesca e Proust, invitare i ragazzi a scoprire  e a stupirsi del fatto che hanno scritto, dipinto,scolpito per noi, in qualunque tempo lo abbiano fatto, atto politico sublime e necessario in una società che della bellezza ha perso il culto e se si dimentica la bellezza si perde l’anima.

Fare scuola è leggere la storia e capire che non è una cronaca sterile di cose passate ma la causa del male e del bene presente, che certe dinamiche si ripetono sempre uguali a sé stesse, e per questo bisogna sempre stare all’erta, con gli occhi e la mente bene aperta.

Fare scuola significa salire in piedi sul banco e invitare chi hai di fronte a guardare il mondo da una prospettiva diversa, mettendosi nei panni dell’altro.

Fare scuola significa insegnare a pensare con la propria testa, e ditemi se non è fare politica.

Se la scuola deve essere un punto di riferimento per il quartiere in cui opera, un segno, spesso l’unico, della presenza dello Stato, non può ritrarsi indietro di fronte ai problemi di quel quartiere, non può dire non mi riguarda, per timore di urtare una parte politica, perché tutto riguarda la scuola.

Fare antimafia senza fare politica, senza disturbare, senza fare rumore, non è fare antimafia, è una ipocrita parata di frasi fatte e retorica stantia, un cattivo servizio reso ai ragazzi. Questo, quel dirigente, avrebbe dovuto saperlo, era suo dovere istituzionale saperlo.

Fare scuola chiudendosi in una torre d’avorio, dietro il paravento del non ci compete, tradisce lo spirito stesso dell’istituzione, viene meno al dovere sancito dalla costituzione di sviluppare le competenze e lo spirito critico dei ragazzi per contribuire a formare i cittadini futuri, cittadini attivi, responsabili e, si spera, migliori di noi.

Basta leggere la legge 107 per comprendere che di questo non c’è traccia, per capire che la strada tracciata è quella del dirigente che mette a tacere Borsellino , è la strada sognata dalla Fondazione Agnelli, quella di una scuola anticamera del lavoro, fucina di utili idioti da distribuire nelle varie fasce di produzione. Utili idioti ma con smartphone ultimo modello, perché non si può tenere il consumismo sfrenato e ottuso lontano dalle classi, bisogna fare i conti con la realtà, come afferma l’attuale ministro dell’istruzione.

Salvo poi, quando si fanno davvero  i conti con la realtà, non quella edulcorata da Mulino Bianco della Buona scuola, ma quella avvelenata dei nostri quartieri, quella squallida delle collusioni tra mafia e politica, quella ignobile del razzismo dilagante, dire che non si può, non ci compete, dobbiamo occuparci d’altro, questo dice la legge.

Lex mala lex nulla , si diceva un tempo. Ma, evidentemente, i nuovi dirigenti della buona scuola non lo sanno.

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bes e Dsa: dietro le sigle ci sono ragazzi in difficoltà

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Ogni qualvolta si è in procinto di firmare un nuovo contratto, cosa che non accade ormai da ben otto anni, sui giornali e sui siti specializzati parte una sottile, ineffabile campagna di denigrazione verso gli insegnanti.

L’ultima riguarda la discussione su Bes e Dsa., acronimi dietro cui si nascondono i ragazzi con bisogni educativi speciali, cioè tutti quelli che avrebbero bisogno di un aiuto che non gli è concesso dallo Stato ma che viene delegato agli insegnanti e i ragazzi con dislessia, idem come sopra.

La più esilarante delle tante idiozie lette in rete viene, naturalmente, da uno psicologo che ha affermato che per scaricarsi la responsabilità del loro fallimento scolastico gli insegnanti utilizzano questi acronimi con quanti più studenti possibile.

Ovviamente lo psicologo non sa, ma molti psicologi, compreso il tanto lodato Recalcati, in realtà di scuola nulla sanno, che  il carico di lavoro per un insegnante, quando si occupa di bes e Dsa in realtà aumenta.  programmare interrogazioni mirate, compilare mappe concettuali, compiti scritti differenziati, etc. non è esattamente un modo piacevole e rilassante di passare il tempo.

Se le dichiarazioni sono aumentate è perché lo Stato concede l’insegnante di sostegno con il contagocce, sottoponendo i genitori del ragazzo in difficoltà a un iter piuttosto umiliante che molti non sono in condizione o, semplicemente, si rifiutano di fare.

Quanto alla proposta di eliminare gli acronimi e dare libertà agli insegnanti di usare gli strumenti didattici che vogliono, altra proposta delirante proveniente da un altro psicologo insipiente, questa libertà esiste da sempre e si chiama libertà d’insegnamento.

La verità è che la favola raccontata agli italiani negli ultimi due decenni riguardo alla scuola, non contempla ragazzi in difficoltà ma solo insegnanti incapaci di motivarli e sviluppare le loro competenze. La ricaduta sociale di questa narrazione del tutto fuori luogo la vedremo tra qualche anno e non sarà piacevole.

Il problema della scuola, in Italia, è un problema politico e culturale. Politico perché da troppi anni le riforme sono strumento di macelleria sociale e l’interesse reale dello Stato italiano nei riguardi di una scuola moderna che funzioni e che garantisca a tutti un livello di istruzione adeguato è pari a zero.

Culturale perché l’italiano medio concepisce la scuola dell’obbligo come una spiacevole incombenza a cui ottemperare in attesa che il figlio si riveli un talento sportivo o la figlia una starlette televisiva. Sto generalizzando, ovviamente, ma meno di quanto si creda e gli insegnanti sono considerati una casta privilegiata di semi nullafacenti a cui chiunque, soprattutto gli psicologi, può insegnare il mestiere.

Nessuno considera la scuola come una istituzione strategica e fondamentale per il futuro del paese, come accade nel resto del mondo.

Così chiunque si ritiene in grado di pontificare su ciò che non conosce, sulla base di reminiscenze scolastiche personali e di chiacchiere da autobus. Perché anche la psicologia, all’estero, è cosa seria e chi pontifica sulla scuola tra i banchi c’è stato.

La polemica su Bes e Dsa è particolarmente sgradevole perché sulla pelle di quei ragazzi cui basterebbe davvero poco, a volte, per arrivare a buoni livelli di rendimento ma che si portano dietro problemi spesso irrisolvibili che un insegnante che deve occuparsi anche degli altri, senza alcun supporto, non può risolvere.

Avere cinque, sei ragazzi  Bes o Dsa in una classe, tenuto conto che spesso i Bes sono quei ragazzi definiti “caratteriali”, eufemismo per problematici, che una volta godevano del sostegno e a cui oggi non possono accedere, senza alcun insegnante di supporto, rende il lavoro quotidiano molto più pesante, e talvolta ai limiti della sostenibilità.  Oltre all’organico potenziato, che è stato il benvenuto anche se non viene sempre usato come dovrebbe, sarebbe stato opportuno definire un organico rafforzato di sostegno, ipotesi di pura fantascienza nella scuola italiana di oggi. Ma i ragazzi non sono sigle e dietro quegli acronimi c’è un mondo che è meglio nascondere, perchè rovina la favola.

Siamo noi insegnanti a sentir pesare sulle spalle la frustrazione di un fallimento didattico, a chiederci se avremmo potuto fare di più, se c’erano strategie diverse, a maledire quel po’ di aiuto che non è arrivato e che sarebbe stato sufficiente a cambiare una situazione, a dare una possibilità e una prospettiva diversa a quel ragazzo.

Personalmente, i miei fallimenti li ricordo tutti, hanno nome e cognome, e l’unica cosa che mi solleva da quel peso è sentirmi chiamare per strada e scoprire che, in qualche modo, quei ragazzi hanno trovato una strada e non ce l’hanno con me, anzi, mi salutano con piacere, consapevoli di quello hai provato a fare per loro. Credo che molti miei colleghi condividano queste mie parole.

Sarebbe opportuno che a parlare di scuola fosse chi la scuola la vive dall’interno, ogni giorno e ne conosce la realtà e le difficoltà

Agli psicologi ed esperti vari, non posso che ricordare le parole di Brecht che tutti i ragazzi delle mie classi conoscono: “Ciò che non sai di tua scienza, in realtà non sai”.

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Scuole aperte d'estate? Come la corazzata Potiomkin.

La scuola assolve, o dovrebbe assolvere, o tenta di assolvere una funzione formativa ed educativa, il suo compito istituzionale , in ottemperanza a quanto recita la Costituzione, è quello di formare cittadini consapevoli, assicurare a tutti pari opportunità, sviluppare le competenze e i talenti di ogni studente.

Lavorare a scuola significa svolgere un lavoro pesante, sempre più complesso quanto più sono complesse le dinamiche e i problemi della società, per lo più ignorato o dileggiato dai più. Un lavoro che gli ultimi governi stanno tentando di svalutare ulteriormente, nel nome di un giovanilismo insensato e di una distorsione ideologica: non è il sistema scuola che non funziona ma gli insegnanti. La geniale idea è quella di dividere i docenti con l’elemosina del merito e orientare la scuola verso una struttura gerarchica che nulla ha a che fare con la collegialità e il fare scuola in senso proprio.

Si arriva ogni anno a Giugno stremati psicologicamente, sull’orlo del burnout e si svolgono gli esami, nel mio caso di licenza media, in uno stato di coscienza alterata, a metà tra il sogno e la veglia. Questo per gli insegnanti, ma lo stesso discorso vale per i ragazzi che hanno bisogno di passare del tempo completo con la propria famiglia, di rilassarsi e ricaricare le pile prima che la scuola ricominci.

Tenere aperte le scuole d’estate, come ha ventilato la ministra Fedeli, è l’ennesima idea stupida, insensata e controproducente dell’ennesimo incompetente ministro della pubblica istruzione.

Per quale motivo si dovrebbero costringere i ragazzi a venire a scuola d’estate? per fargli recuperare le lacune, dopo aver cancellato le rimandature a Settembre, che tanto bene farebbe ripristinare? Per supplire all’assenza delle famiglie in modo da protrarla per tutto l’anno? Perché i ragazzi odino ancora di più la scuola, una scuola che, ricordo, mantiene ancora indicazioni curricolari vecchie e stantie, una scuola che non si rinnova da quarant’anni, così da abbandonarla il prima possibile e arricchire l’esercito dei lavoratori in nero, senza diritti ma tanto graditi alle aziende?

Perché in questo paese non si guarda ai reali problemi della scuola? Perché non si risolve il problema dell’enorme diseguaglianza strutturale tra scuole del nord e scuole del sud, tra scuole dei quartieri ricchi e  e scuole dei quartieri poveri? Perché si riducono le competenze a un inutile foglio di carta straccia incomprensibile da consegnare ai genitori e non si avvia la sperimentazione di una didattica per competenze che comprenda classi formate per fasce di livello e un cambiamento radicale nella scansione dei tempi e dei modi della scuola dell’obbligo? Perché si riducono ogni anno i fondi d’Istituto o li si usano per il funzionamento e non perché vengano utilizzati per progetti sui ragazzi come prevede la legge? Perché si paga lautamente un ministro per fargli partorire cagate pazzesche come le scuole aperte d’estate?

I perchè potrebbero continuare a lungo. L’impressione è che si tratti dell’ennesima operazione di facciata, un altro finto proposito di cambiamento che se attuato, trasformerà le scuole in parcheggi , incubatori di frustrazione e carenze affettive per i ragazzi, se abortito, si risolverà nelle ennesime parole al vento dell’ennesimo ministro inutile.

Potrebbe però trattarsi di un ballon d’essai: spararla grossa per far passare un provvedimento sgradito di minore importanza, uno sporco trucco ampiamente praticato da Berlusconi.

Perché una cosa è certa: forse la mafia non uccide solo d’estate ma le fregature per il mondo della scuola d’estate arrivano regolarmente.

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Blue Whale e il disagio giovanile ( che non interessa a nessuno)

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Cominciamo col dire che non è una moda, non è una bolla mediatica ma l’ennesimo segnale di un malessere che ormai è diventato generazionale e non più marginale.

Le periferie del nostro paese, i margini delle città, come preferisco chiamarli, sono focolai di un disagio che colpisce ragazzi giovanissimi, un disagio di cui lo Stato non si prende più carico e mi piacerebbe un faccia a faccia con uno qualsiasi dei candidati che pontificano nella mia città in questo periodo di elezioni per chiedergli se conosce le dimensioni del fenomeno, le aree a rischio della città, i problemi delle scuole che vi operano, ecc.

A questo si aggiunge la crisi irreversibile della famiglia, che si amplifica nei quartieri meno agiati, il cambiamento del ruolo di genitori diventato sempre più “liquidi”, ansiosi, iperprotettivi, alla ricerca di rapporti amicali con i propri figli che nell’adolescenza, inevitabilmente, implodono. I ragazzi si ritrovano soli, senza punti di riferimento credibili, senza nessuno in grado di instillare in loro gocce di quel senso di responsabilità/colpa che i genitori di noi cinquantenni ci somministravano a litri.

I ragazzi assorbono, come spugne, tutto ciò che li circonda e lo decifrano a modo loro, spesso assumendosi colpe che non hanno, altrettanto spesso, assolvendosi da responsabilità che hanno. Problemi di lavoro, tensioni familiari, assenza di prospettive, tutto ciò che è specchio della crisi in cui siamo immersi da anni, si scarica anche sui ragazzi, per quanto le famiglie tentino di proteggerli.

Quando passiamo ai quartieri più elevati socialmente, il quadro cambia ma non di tanto: cambiato l’ordine dei fattori, il risultato è lo stesso: disagio.

Questi sono ragazzi con una strada già segnata, che non permette deviazioni: la scuola è un mero strumento per arrivare all’obiettivo, la socializzazione un optional e gli aspetti formativi una fastidiosa appendice, gli insegnanti dovrebbero limitarsi a fornire nozioni essenziali. le prestazioni devono essere eccellenti, non si ammettono deroghe e se non sono eccellenti, c’è sempre un modo per far sì che lo risultino. I ragazzi a scuola sono sempre difesi a priori contro tutto e tutti, lo spirito critico latita, il coraggio di ammettere di star sbagliando qualcosa non è previsto.

Il Blue whale gioca sul nichilismo adolescenziale, su quella pulsione di morte che, a tratti, colpisce tutti gli adolescenti e che se  non viene adeguatamente controllata, spinge a comportamenti pericolosi.

Periodicamente, da millenni, esseri ignobili e spregiudicati giocano con questo sentimento  cupo e distruttivo, per trarne profitto. Basta pensare alla strage degli innocenti causata dall’eroina, che per decenni ha rappresentato la via di fuga di molti ragazzi che trovavano nel buco un modo per sopportare i problemi, non troppo diversi da quelli odierni, che li circondavano.

Oggi la droga è un prodotto sul mercato come tanti, ha perso la sua carica trasgressiva, chiunque la può acquistare a prezzi modici sotto casa, uccide più lentamente..

Il Blue whale rimescola gli ingredienti  per ottenere lo stesso risultato: non più il buco ma le “prove”, un progressivo percorso di condizionamento psicologico autodistruttivo, non più il benessere del liquido in vena ma il dolore esterno, i tagli profondi che servono a dimenticare il dolore interno, il male di vivere, l’isolamento dalla famiglie e dagli amici, il salto finale.

Il percorso è lo stesso, mutatis mutandis, dei terroristi islamici che si fanno esplodere. le loro biografie sono quelli di ragazzi disagiati, ricchi e poveri, più poveri, senza basi familiari, spesso con un passato da tossicodipendenti. Anche loro subiscono un indottrinamento, un lavaggio del cervello che li porta ad annullare sé stessi e a uccidere uccidendosi. La religione è solo una variabile, il meccanismo è lo stesso. Cambia solo il fatto che nel caso del Blue Whale, il soggetto viene portato a considerarsi l’unico colpevole dei malessere che lo affligge, nel caso dei kamikaze, viene spinto a pensare agli occidentali come responsabili della sua condizione, cosa per altro, spesso, vera.

Il Blue Whale non è il prodotto di una società che dopo aver sdoganato qualsiasi comportamento trasgressivo, gioca con la morte per vincere la noia, è il figlio di un sistema, politico e sociale, che ha dimenticato i ragazzi, le loro esigenze, loro fragilità, di una mentalità che considera l’affermazione sociale in termini di conti in banca e di famiglie che superano la frustrazione di una condizione sempre in bilico tra paura e disperazione scaricando sui figli aspettative troppo grandi da portare sulle spalle.

Sarebbe importante una seria riflessione sul ruolo della scuola e della famiglia  oggi, condotta da persone competenti e non dai vuoti parolai della politica, in questo periodo elettorale più fastidiosi del consueto.

Purtroppo non interessa a nessuno. L’oscena pseudo riforma della buona scuola è un atto d’accusa verso una classe politica che ha come obiettivo solo il proprio esclusivo interesse, elettorale e materiale, ed ha abiurato alla funzione di migliorare la società in prospettiva futura.

Non va dimenticato il ruolo dei media, in questo quadro: i tanti insegnanti che quotidianamente segnalano e combattono il disagio dei ragazzi e, qualche volta, riescono anche a vincere la partita, nonostante tutto, non fanno notizia, mentre fa notizia un aspetto marginale di questo disagio, il bullismo, fenomeni di dimensioni molto più ridotte rispetto a quanto la distorsione informativa faccia immaginare. Ma c’è un motivo “politico” dietro: il bullismo ha dei colpevoli e delle vittime, è un fenomeno in apparenza “semplice” e rassicura sapere che la scuola ha gli strumenti per combatterlo. Il disagio è un fenomeno i cui colpevoli siamo noi e la scuola, quando ha la volontà di contrastarlo, e questo non accade sempre, non ha quasi mai gli strumenti.

Sarebbe necessario un radicale cambio di prospettiva che arresti questa cieca corsa verso il baratro che conduciamo da tempo. Dobbiamo prendere coscienza che non viviamo nel migliore dei mondi possibili, che il nostro non è il miglior sistema possibile e che non possiamo aspettarci che chi ne regge le fila, lo cambi. Dobbiamo tornare ad assumerci le nostre responsabilità di cittadini, di uomini, di genitori.

I ragazzi sono il nostro futuro e che un brutto servizio televisivo improvvisamente sollevi il velo di un disagio diffuso e profondo, è solo la prova che, come nel bel libro di Saramago, ci muoviamo come ciechi per le nostre città, incapaci di ritrovare la capacità di distinguere quello che veramente conta.

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Perché si fatica a chiamarla ministro

Si fa davvero fatica a chiamare ministro la sig.ra Fedeli, persona della cui onestà non ho motivo di dubitare, lo stesso non posso dire della sua competenza nelle materie riguardanti il  vicastero che guida-

Ho ascoltato in preda a sentimenti contrastanti, dallo stupore, alla depressione, alla rabbia, una sua lunga videointervista su Repubblica riguardo le deleghe del governo sulla scuola. A parte l’eloquio non proprio fluente, a colpire è l’approssimazione e la banalizzazione di concetti che meriterebbero ben altri approfondimenti.

Parlando del bullismo, la sig.ra Fedeli parla di un fenomeno diffusissimo nelle nostre scuole e del sei in condotta come di un chiaro segnale che esiste la volontà di arginarlo.

Il bullismo è un fenomeno per lo più mediatico, non perché non esista, esiste da sempre, ma perché in tutte le scuole del regno insegnanti coscienziosi e preveggenti, non si affidano al sei in condotta per arginarlo ma ad una puntuale sorveglianza e ad altrettanto puntuali sanzioni inflitte a chi si rende colpevole di atti di bullismo. Tutto questo continuerebbe a non servire a nulla, se quotidianamente, ostinatamente, spesso da soli, ogni giorno non  insegnassimo ai ragazzi le basi della convivenza civile, del rispetto, dell’accettazione dell’altro.Il sei in condotta la conseguenza, e non la più importante. di una serie di interventi educativi di cui la signora Fedeli non è evidentemente a conoscenza.

La signora ha poi parlato di cyberbullismo, dimostrando di essere informata sui possibili aspetti devianti delle nuove tecnologie ma non sugli ambiti di competenza degli insegnanti: il cyberbullismo è fenomeno che non riguarda la scuola ma le famiglie e il controllo, spesso inesistente, quasi sempre insufficiente, che esercitano sull’uso degli strumenti di comunicazione.

Il bullismo in sé, poi, per nostra fortuna, non è un fenomeno diffusissimo,  ma limitato e sporadico, buono però per attirare l’attenzione delle mamme italiane, iper protettive, iper ansiose e pronte a sfoderare il termine per comportamenti che tra gli adolescenti si configurano come assolutamente normali dai tempi di Seneca. Incontrando l’interesse delle mamme, automaticamente in fenomeno diviene mediatico e oggetto di costante disinformazione, approssimazione e pura e semplice speculazione sul nulla. Ma tutto questo la sig.ra Fedeli, evidentemente, non lo sa.

La signora, bontà sua, ha poi affermato che la scuola media è l’unica a non essere stata toccata dalla riforma. Sticazzi!, viene spontaneo dire. Negli ultimi anni la scuola media ha visto la riduzione delle cattedre a diciotto ore, con la scomparsa dei quindicisti e una ricaduta devastante sull’ordinaria attività scolastica, con classi divise, una demenziale e arbitraria divisione delle cattedre, ecc.ecc. ha perso il tempo prolungato, e viene abbastanza da ridere quando si parla di scuole aperte al pomeriggio, dal momento che le scuole erano aperte al pomeriggio e le hanno chiuse, ha subito il passaggio dai giudizi estesi, ai giudizi sintetici, al voto con incluso il pagliaccesco foglio delle competenze su cui ritornerò, ha visto riformare l’ammissione all’esame con il grottesco obbligo della sufficienza in tutte le materie, ha subito una riforma del sostegno umiliante per insegnanti e famiglie. Non c’era modo di demolirla ulteriormente anche impegnandosi.

Potrei parlare poi della confusione che la signora Fedeli ha più volte fatto parlando di valutazione e intendendo valutazione delle competenze in alternativa al voto numerico. Ecco, su questo argomento ci sarebbe molto da dire perché la valutazione delle competenze implicherebbe veramente una rivoluzione copernicana della scuola pubblica, una riforma vera e strutturale:  ma questo non è argomento che possano affrontare la sig.ra Fedeli, il sig. Faraone e gli altri tristissimi protagonisti della devastazione di un caposaldo cruciale del welfare.

Con tutti i loro difetti, che sono tanti, con tutte le loro contraddizioni, la stragrande maggioranza degli insegnanti italiani non merita un ministro così, anzi, la stragrande maggioranza degli insegnanti italiani meriterebbe che a rappresentarli ci fosse un ministro vero, competente e lungimirante. Con i tempi che corrono, un miracolo.

Certo che affermare come ha fatto la sig.ra Fedeli, che gli unici problemi causati dalla Buona scuola riguardano il reclutamento, è un po’ come dire che il peggior danno di Attila è quello causato all’agricoltura.

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La scuola italiana: punto di vista dall’interno

Sulle pagine dei quotidiani italiani, in questi giorni, si è tornati a parlare di scuola con una certa schizofrenia: da un lato, Il Corriere della sera pubblica un brutto e inutile editoriale di Paola Mastrocola, sulle competenze grammaticali degli alunni italiani, ne parlo tra poco, Repubblica pubblica una statistica Ocse secondo la quale la scuola italiana è la migliore in Europa perché le differenze tra alunni che provengono da famiglie agiate e quelli che provengono da famiglie meno agiate si annullano, almeno fino all’ultimo anno di scuola superiore.

Dunque buoni o cattivi, promossi o bocciati?

Mi permetto di esprimere la mia modestissima opinione di insegnante di scuola media, quindi di uno che  a scuola lavora ogni giorno.

Paola Mastrocola ammette candidamente di non aver mai letto un programma di scuola dell’obbligo. Bisognerebbe informarla che i programmi non esistono più da anni  e che, prima di scrivere su un argomento che non si conosce, sarebbe cosa utile documentarsi. Il grande Umberto Eco sosteneva che  l’erudizione non sta nel conoscere le nozioni ma nel saperle cercare quando è necessario. Ecco, forse la prof.ssa Mastrocola avrebbe trovato giovamento da una rapida ricerca sul web.

Confesso di detestare questo personaggio mediatico che ha una visione della scuola gentiliana, fatta di rigore e selezione, che pontifica sulla demotivazione di studenti che, evidentemente, non si preoccupa di motivare, che non comprende come lo studio sistematico della grammatica da lei proposto è morto e sepolto, che è espressione di una scuola vecchia, immobile, pretenziosa, stantia che andava bene cinquant’anni fa, forse, ma che era già vecchia ai miei tempi di studente del classico.

Consiglierei al direttore del Corriere di far parlare di scuola chi di scuola ne sa e la vive, non chi vive chiuso nella sua torre d’avorio e pontifica a vuoto.

I ragazzi oggi sono tutt’altro che vuoti, come li dipinge la Mastrocola nei suoi libri: sono privi di punti di riferimento, disorientati, delusi da una generazione di adulti che non riesce più a dare indicazioni di percorso. Provare a capirli dovrebbe far parte del lavoro quotidiano di un insegnante, certo, costa fatica, ma dà un senso al fatto di entrare in classe ogni mattina. Questo almeno, per il sottoscritto. I ragazzi sono curiosi, se li sai incuriosire, istintivamente solidali e generosi, senza filtri e senza meschini pregiudizi, capaci di riservare amarissime delusioni e sorprese inaspettate a seconda che un insegnante sappia o meno spingere sui pulsanti giusti.

Veniamo al sondaggio dell’Unesco. La realtà che io, come sindacalista e come insegnante, vivo quotidianamente, è diversa. Alle scuole superiori la disuguaglianza è fisiologica: i licei sono appannaggio per lo più di alunni appartenenti al ceto medio e alto perché comportano inevitabilmente l’accesso all’università e oggi, una famiglia proletaria, spesso non è in grado di sostenere finanziariamente altri dieci anni di scuola per il proprio figlia/a. Una volta si sarebbe indebitata per questo, oggi ci si indebita per le vacanze o per l’iphone.  La delegittimazione della scuola da parte dei media e della politica, come ascensore sociale, ha fatto il resto. Un ministro che afferma che è più importante una partita di calcetto che un curriculum, esprime senza alcun pudore e senza alcun rispetto della propria carica,  una dura verità.

A livello di scuola dell’obbligo, la disuguaglianza non è solo macroscopicamente evidente tra scuole del nord e scuole del sud, ma anche tra scuole della stessa regione e della stessa città. Per carità, l’uniformità di trattamento esiste, perché nei quartieri agiati i ragazzi che frequentano quelle scuole saranno figli di famiglie agiate e nei quartieri degradati di famiglie meno abbienti. Se uno è un po’ più abbiente e capita in una scuola disagiata, cambierà rapidamente scuola al figlio.

Ma questa è una disuguaglianza naturale, sta nell’ordine delle cose del sistema in cui viviamo.

Quello che non è normale, ma che costituisce uno stravolgimento della normalità, è che le scuole che operano in quartieri agiati siano più dotate di mezzi tecnologici e didattici e possano permettersi di fare cose che, a chi lavora e frequenta una scuola di un quartiere di periferia, non sono permesse. E questa io la chiamo una palese violazione del diritto allo studio. e della libertà d’insegnamento.

Va detto che poi la necessità aguzza l’ingegno: conosco insegnanti del sud Italia, di piccoli centri, dove non c’è nulla, che fanno cose straordinarie con una inventiva e una voglia di mettersi in gioco che raramente si possono rintracciare nelle seriose e grigie scuole delle grandi città del nord. Tuttavia, questo non giustifica l’ingiustizia palese di scuole di serie a, b, c, ecc.

Non solo la scuola italiana è fondata sulla disuguaglianza ma la Buona scuola che, naturalmente, non fa cenno di questa situazione, ha fatto di questa carenza sistema, ha ulteriormente diminuito i fondi per le attività sui ragazzi, ecc.ecc. La Buona scuola, nel suo spirito, contiene esattamente la distinzione tra scuole di serie a, b, c, ecc, ignorando del tutto il dettato costituzionale.

A fare sì che a scuola si pratichi ancora quella democrazia di cui parla la Costituzione, sono quegli insegnanti, tanti, che, con buona pace di Paola Mastrocola, forse non sapranno insegnare la grammatica come un tempo (e vorrei vedere lei, a fare grammatica con una classe di quindici extracomunitari che non parlano una parola di italiano, come è capitato a me qualche anno fa), ma nonostante famiglie sempre più conflittuali, dirigenti sempre più burocrati, una competizione interna sempre più insensata, continuano ostinatamente a navigare in direzione contraria e a fare  scuola, a fornire ai ragazzi le coordinate del mondo in cui vivono, ad ascoltarli e, quando possono e riescono, a guidarli, a dare quella plusvalenza che solo il fattore umano, il grande assente da statistiche ed editoriali, può dare.

Non è dunque la scuola italiana ad essere più democratica delle altre, sono gli insegnanti italiani a “fare” quotidianamente democrazia, nonostante tutto. Perché rifiutano di diventare “impiegati” , perché ritengono che il loro compito non si riduca a fare grammatica come vorrebbe la Mastrocola o a selezionare i migliori come vorrebbe Renzi, ma comprenda l’ascoltare tutti e non lasciare nessuno indietro.

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Yvan Sagnet: la speranza è nei prolet.

 

Yvan

Yvan Sagnet è un giovane ingegnere camerunense che parla un italiano fluente e garbato e ha lo sguardo di chi vede lontano.

Nel 2011 si trovava a Nardò, nel salentino, per lavorare come bracciante. Gli bastano cinque giorni per comprendere la terribile situazione in cui i braccianti provenienti da vari paesi erano costretti a lavorare. Organizza il primo sciopero di lavoratori stranieri nel nostro paese, dura un mese e riesce ad ottenere la legge sul caporalato, un primo passo importante ma non sufficiente a eliminare questa piaga, come dimostra il recente incendio a Rignano.

Chi volesse approfondire la vicenda, può cercqa in rete la puntata di La tredicesima ora di Lucarelli, che racconta la vicenda, o leggere il bel libro di Yvan, Ama il tuo sogno.

Yvan gira l’Italia per raccogliere testimonianze, denunciare e proporre la sua visione di un mondo diverso. Ascoltandolo, mentre parla, si percepisce una grande convinzione in quello che dice. Abituati ad avere a che fare con politici e affini che mentono con naturalezza, non essendo più adusi alla sincerità, Sagnet dà un’impressione di ingenuità, di pulizia,  non scevra da una sincera ammirazione per un uomo che non ha chinato la testa di fronte  allo sfruttamento e alla violenza.

Eppure non sogna la luna. La più convincente delle sue proposte è quella di un certificato etico degli alimenti, unito alla certificazione di qualità, la garanzia che quelle verdure, quella frutta, non è stata raccolta da schiavi.

Ci sono organizzazioni che già lo fanno, come Altromercato, ma Yvan vuole che venga esteso anche alla grande distribuzione. Sì, perché quei pomodori, quelle arance, raccolte dagli schiavi sotto l’occhio vigile e crudele dei caporali, vanno a finire sui banchi della Coop, di Auchan, di Carrefour, ecc., prima di arrivare sulle nostre tavole. Sagnet vuole spezzare questo circolo vizioso e il certificato etico rappresenta il primo passo.

Già l’idea di mettere i bastoni tra le ruote alle multinazionali può apparire ingenua, utopistica, quasi quanto quella di organizzare uno sciopero di braccianti stranieri e ottenere una legge che condanni il caporalato…

Durante l’incontro a cui ho presenziato, lo scetticismo arriva, a sorpresa e con un po’ di tristezza, dai giovani, che chiedono cosa possono fare per opporsi a un sistema che reputano inattaccabile. Yvan, pacatamente, risponde parlando di responsabilità individuale, di unione e cooperazione, addirittura di lotta di classe. Praticamente sta bestemmiando, ma come?, lotta di classe nel mondo del politically correct, della democrazia, dei diritti civili, ma cosa dice?

Noi europei siamo troppo ricchi, troppo comodi, prigionieri delle nostre fatte sicurezze, convinti di essere liberi in una società mirata a farci risparmiare tempo per farci sprecare risorse, non vediamo più oltre il nostro naso, non ci prendiamo più tempo per pensare perché ci rubano il tempo per comprare.

Nel nostro paese, in particolare, stiamo subendo una politica di elemosine e scippi di diritti acquisiti senza fiatare. Il jobs act, la Buona scuola, sono andati a intaccare il lavoro, su cui è fondata la nostra repubblica, e la scuola, su cui si fonda il futuro, senza grandi proteste di massa, senza troppo clamore,  senza che qualcuno alzasse la testa e dicesse un no forte e chiaro al potere, trascinandosi dietro gli altri. ormai nella nostra società non si lotta più per i diritti, si lotta per l’iphone. I nuovi riti sono l’apericena, il black friday, i saldi di fine stagione, celebrano tutti sua maestà il Consumo, l’unica divinità riconosciuta dalle politiche occidentali.

Esco dalla sala, dopo aver stretto la mano a Yvan e averlo ringraziato per le sue parole così pesanti, importanti, e per quello che ha fatto, con la convinzione che Orwell avesse un che di profetico. “La speranza è nei prolet”, scrive ripetutamente nel suo capolavoro, la speranza è negli ultimi, nei diseredati, negli emarginati, nei nuovi schiavi di questa società. In una società coem quella descritta in 1984, di gente drogata dalla televisione, incapace di discernere il falso dal vero, guidata da un leader invisibile che modifica quotidianamente il linguaggio cambiando il senso alle parole, in una società che gestisce ogni aspetto della vita dei suoi cittadini, ovviamente parliamo di fantascienza, gli unici in grado di accendere la fiamma della rivolta possono essere i sottoproletari, gli schiavi necessari a far andare la macchina.

Yvan è un giovane immigrato, colto, consapevole, determinato: il cambiamento, per questo paese, può partire solo da persone come lui, persone che non sono disposte a chinare la testa e adattarsi a un sistema perverso perché le cose sono sempre andate così.  Persone che sognano un mondo diverso e cercano strade per cambiare quello in cui viviamo.

Il futuro è nei prolet, appunto.

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Lavorare insieme per una scuola diversa

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Ritrovarsi ogni anno a Roma per partecipare ad Abitare i margini, il corso di formazione per docenti organizzato da Libera, è sempre piacevole, specie per chi ai margini ci lavora, come chi scrive, e trova conforto nel confronto con voci diverse.

Durante i tre giorni di lavoro, si incontrano vecchi amici e si stringono nuovi rapporti, ci si confronta, si producono insieme nuove idee. Quest’anno però, è arrivato un sentimento assente nelle passate edizioni: la rabbia.

Si percepiva, almeno in una parte degli insegnanti presenti, una insoddisfazione forte e frustrante per quello che sta diventando la scuola, la consapevolezza che la direzione in cui la politica ha portato la scuola negli ultimi vent’anni sia in direzione ostinata e contraria al comune sentire di chi spende, ad esempio, tre giorni della propria vita per trovare nuovi stimoli e nuove strade che gli permettano di entrare in relazione con chi ha di fronte ogni giorno, a chi vive questo mestiere non come un semplice lavoro né come una missione ma come un servizio alla collettività.

Personalmente, sono diventato insofferente alla retorica della contaminazione dal basso, l’idea che dare il buon esempio, sperimentare, produca un contagio positivo negli ambienti di lavoro. Nella scuola non funziona, non più, anzi, chi prova il nuovo, specie se non è in linea con i nuovi indirizzi ministeriali, viene, nel migliore dei casi, più o meno indirettamente, boicottato. La scuola di oggi vede accentramenti di potere e cerchi magici, servi e padroni, chierici obbedienti e apocalittici autoreferenziali.

Non accetto quindi il discorso, ma rispetto chi lo fa, che il cambiamento debba partire dal singolo insegnante. Rispetto chi lo fa perché un lavoro sociale deve comunque cominciare dall’assunzione di responsabilità del singolo, dall’obbligo etico di dare di più, di non potersi limitare al dovuto. Ma un conto è la scelta personale, un conto è l’illusione che questa venga condivisa per empatia da chi ti lavora vicino e ha una concezione spesso opposta del mestiere.

La scuola è l’attività più politica che esista in un paese, politica nel senso letterale di attività che va a vantaggio della polis, della città e dei cittadini, la scuola ha nelle mani le chiavi del futuro del paese ed è giusto che chi governa si assuma la responsabilità di indirizzarla verso la strada prevista dalla carta costituzionale, non può passare da un pugno di insegnanti di buona volontà.

La scuola della meritocrazia, della selezione, della valorizzazione delle eccellenze non fa l’interesse della collettività ma del singolo, crea marginalità e sceglie, discrimina e non funziona da ascensore sociale ma da trampolino di lancio per pochi. Qualcuno può anche trovarla auspicabile, ma la Costituzione non dice questo.

La buona scuola di oggi non risponde alle nuove sfide che i ragazzi ci pongono: non dà risposte all’inquietudine sociale, offre tecnicismo invece di una nuova comprensione del reale, non apre la porta al lavoro ma allo sfruttamento e, soprattutto, è una scuola che non guarda agli ultimi, che non mette in cantiere come priorità quello di risolvere le gigantesche disuguaglianze di risorse tra singoli istituti che nel nostro paese si riscontrano nella stessa città, in quartieri vicini e tra regioni e regioni, non attua serie politiche di condivisione di percorsi comuni con chi arriva da lontano, non è progettata sulla visione di un paese migliore ma sulla visione di una èlite migliore, una classe dirigente che, come ai tempi che furono, possa gestire la cultura e quindi il potere. La scuola di oggi è divisiva, selettiva, priva di etica.

A me e, credo, a buona parte dei colleghi presenti a Roma, questa scuola fa schifo.

La rabbia di alcuni docenti nasce dalla normalizzazione ormai in atto : la maggior parte dei docenti ha accettato e continua ad accettare passivamente questo stato di cose, questo nuovo indirizzo, cercando di ricavarsi spazi di quieto vivere, i sindacati restano inascoltati e da tempo hanno perso il contatto con la base, le famiglie sono diventate controparte. Gli insegnanti che remano contro sono sempre meno, sempre più soli e sempre più marginali.

Personalmente, alla scuola dei corsi di eccellenza preferisco quella dei corsi di lingua due per gli alunni stranieri e alla filosofia del merito preferisco quella di assicurare a tutti le stesse possibilità di partire per la corsa della vita più o meno dallo stesso punto senza trucchi, alla scuola dei migliori preferisco una scuola solidale e cooperativa, la scuola di tutti. Io sogno una scuola che torni ad essere punto di riferimento del quartiere, che tolga lavoro alle forze dell’ordine nei quartieri più disagiati,  che funzioni da ascensore sociale ed etico e possa portare a quel nuovo umanesimo di cui, in quest’era di piccoli orrori, abbiamo bisogno.

Sono anche fermamente convinto che la società civile non possa cambiare nulla: non sarà la società civile a sconfiggere la mafia e non saranno i docenti a cambiare la scuola.

Ma un compito importante la società civile lo ha: quello di rompere le palle al potere, di chiedere con forza un cambio di direzione, di proporre nuove strade e chiedere pil motivo per cui non vengono intraprese.

I cambiamenti, quelli veri, vanno chiesti alla politica, l’unica che possiede gli strumenti e la forza per avviarli.

Stamattina sono tornato in classe carico, come sempre quando torno da Roma, animato dalla voglia di ricominciare a lavorare in un certo modo, di tornare a fare la differenza, ma questo non cambia né l’enorme incazzatura che mi porto dentro per quello che vedo accadere ogni giorno, né lo stato delle cose. 

Mi porterò dentro di questa edizione di Abitare i margini il ricordo di un magnifico brainstorming con i colleghi per costruire un percorso didattico che valga trasversalmente, dal sud al nord, per parlare di mafie in modo condiviso, al di là delle specificità dei territori in cui si opera, terrò a mente i nuovi spunti che sono venuti dagli interventi di altissimo livello dei relatori, soprattutto quelli che mi hanno visto in disaccordo, perché è dal confronto e solo dal confronto con chi la pensa diversamente, che nasce il cambiamento.

Un grazie enorme allo staff della formazione di Libera, persone preziose che con ostinata testardaggine continuano ad andare controcorrente, persone rare, come i colleghi che hanno condiviso questa tre giorni.

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