Ignorando quelli che non sono come noi

Oltre

Con grande amarezza  ho constatato come la notizia di di due bambine e della loro sorella bruciate vive in un camper, di fatto non interessi a nessuno: poco rilievo su tutti i giornali, nessun commento politico se non quello, alto e condivisibile, del presidente della repubblica, molti commenti razzisti di vigliacchi che non hanno mai compreso il senso della parola dignità. Poi, un assordante silenzio.

Inutile chiedersi cosa sarebbe accaduto se a bruciare fossero state due bambine e una ragazza “nostre”: bianche, cattoliche, italiane. Prime pagine a cascata, servizi sui telegiornali, Vespa pronto a sbavare. Ma le bambine erano rom, non sono come noi, tre di meno. Contano molto di più l’età della moglie di Macron o i favoritismi della Boschi o una legge elettorale che nessuno vuole fare.

Altrettanto scalpore avrebbe dovuto suscitare l’agghiacciante documento dell’Espresso in cui le nostre autorità militari, giocando a scaricabarile, non intervengono nel salvataggio di un barcone che affonda. Tra i morti, dei bambini ma i bambini erano neri, non sono come noi, sei, dieci cento di meno. 

Già, cento come i passi che separavano Peppino Impastato dalla casa del boss Badalamenti, un po’ di meno in realtà, confessa il fratello Giovanni nel bellissimo libro “Oltre i cento passi”, uscito da poco.

Il libro è la storia di un’idea, quella comunista e di un impegno, quello contro l’ingiustizia, che non sono cessati con la morte di Peppino. Giovanni ha continuato a chiedere giustizia, a girare l’Italia e le scuole, è andato in Africa e in India, restando turbato dalle miserevoli condizioni di vita in cui si trovava la gente di quei posti e tornando provato, ma con la convinzione di dover fare qualcosa. Giovanni Impastato è uomo di una sinistra novecentesca, direbbe qualcuno. Ideale, utopica e destinata a uno splendido fallimento, dico io. Ma non per questo da svendere, o da rottamare.

E’ una lettura toccante per chi, come me, condivide sostanzialmente le idee politiche dello scrittore e ha sempre pensato che se vuoi che gli altri ti seguano, se vuoi preparare il cambiamento, devi essere un esempio. L’ha scritto in modo mirabile Havel ne Il potere dei senza potere, un libro che bisognerebbe studiare a scuola, altro che educazione di cittadinanza di facciata da portare all’esame.

Giuseppe Impastato non è un buonista, è un uomo che piange per il dolore degli altri uomini, scriverebbe Vittorini. Se non proviamo empatia, se non soffriamo per la sofferenza degli altri, che uomini siamo? Se tiriamo il sasso e poi nascondiamo la mano, come il procuratore di Catania, come assolviamo al nostro dovere?

Certamente non sanno cosa significa essere di sinistra ed essere empatici tutti quelli che hanno preferito non rispondere, a Genova, alle maestre di Cornigliano che chiedevano che fine avrebbero fatto i bambini rom che frequentavano la loro scuola ( la mia scuola) una volta che il campo rom sarebbe stato sgomberato, certamente non sanno cosa significa essere di sinistra ed essere empatici i cittadini del paese vicino a Cuneo che si sono ribellati alla notizia che sarebbero arrivati 23 profughi da ospitare,  suscitando la rabbia del loro medico, certamente non sanno cosa significa essere di sinistra ed essere empatici tutte le brave persone che hanno applaudito la retata cilena alla stazione di Milano, un altro episodio schifoso scomparso dalle pagine dei nostri giornali.

Troppa gente chiacchiera a vuoto, fa discorsi nobili, sproloquia e dimentica che il mondo non è fatto solo da quelli come noi, che chi arriva da lontano, chi vive in un camper, chi non ha avuto la fortuna di nascere in un paese ricco, piange, ride, prova dolore, lacrima e sanguina come noi, e scusate la citazione banale.

Troppa gente parla e si crogiola nelle proprie parole, belle, nobili alte, ma destinate a sciogliersi come neve al sole se non sono seguite dagli atti. Io sono vecchio e mi hanno insegnato che la teoria è il preludio della prassi, altrimenti sono solo chiacchiere.

Troppa gente è semplicemente, banalmente, desolatamente cretina e non c’è miglior alleato del potere più bieco e del malaffare di un cretino.

Troppa gente invita alla calma, alla moderazione, a un pacato esame dei fatti e non si accorge che, nel frattempo, ci stanno defraudando non solo dei diritti e dello stato sociale, ma della nostra umanità.

Sono le piccole cose, le piccole schifezze quotidiane, le piccole indifferenze, omissioni, dimenticanze, collusioni che vanno eliminate se si vogliono eliminare le grandi schifezze, collusioni, ecc. Tutto ha importanza, le parole sono sassi e sono acuminati e dolorosi anche i silenzi. E’ necessario introiettare come un vaccino il concetto di responsabilità individuale in tutti i cittadini di questo paese, se vogliamo avere ancora un futuro, e magari aggiungere anche una dose di cittadinanza attiva e consapevole, che male non fa.

Viviamo in un paese pieno di brutte persone, con cui non voglio dialogare, che non voglio comprendere e insieme alle quali non voglio trovare nessuna mediazione. Certe cose, certe persone, come quelle che stanno dietro i fatti che ho citato sopra, o si combattono o si condividono, non si possono ignorare né giustificare.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Triste sommario di giorni cupi

Avevo intenzione di parlare in modo diffuso dell’Unità e della paura che in questi giorni attanaglia l’uomo che non è stato eletto e i suoi sodali al pensiero di perdere i ballottaggi, in particolare volevo soffermarmi sul triste ricatto politico della bella addormentata nei boschi che, tolta la maschera da madonna fiorentina, si svela per quello che è: una arrogante figlia di papà che, come tutti gli arroganti mocciosi, quando ha paura perde la testa.

Ci sono purtroppo cose più importanti di cui parlare, anche più importanti della vittoria della nazionale, ottenuta con un vergognoso catenaccio contro una squadra di masturbatori solitari del pallone che non l’avrebbe messa dentro neanche se Buffon fosse andato a prendere il caffè.

Nonostante il potere ipnotico del calcio, non bastano due gol a dimenticare gli omicidi che hanno avuto come vittime alcune donne in queste ultime settimane e la strage di Orlando.

Cosa hanno in comune queste tragedie? La spersonalizzazione dell’altro, la riduzione della persona a “cosa”: nel primo caso, una cosa che si ribella al proprietario e deve essere punita, nel secondo caso, una cosa che disturba, che non rientra nell’ideale di purezza inculcato nella mente dei terroristi e che perciò va cancellata,

Questa spersonalizzazione dell’individuo è il frutto più avvelenato del nostro sistema di vita, il lato più oscuro del capitalismo. Non c’è differenza sostanziale tra l’assassino che brucia viva l’ex fidanzata e il pedofilo che compra un bambino per abusarne: entrambi trattano l’altro come oggetto, lo privano di anima, di sentimenti, di respiro vitale, lo considerano come un giocattolo da usare e gettare via quando non diverte più. Entrambi questi “mostri”, a noi fa comodo considerarli così, sono frutto di una società dove tutto è in vendita, a partire dalla dignità e dal corpo, dove tutto è dovuto e nulla è richiesto, tanto meno il rispetto per l’altro. Possiamo parlare, a mio modesto avviso, di una vera proprie epidemia di narcisismo sociale che colpisce prevalentemente gli uomini, che progressivamente hanno perso status e ruolo sociale e sentono il dovere, come se vivessero in una giungla, di dimostrare di essere ancora loro a tenere le redini, di dimostrare che sono i più forti.

Quanto alla strage dei cinquanta ragazzi e ragazze gay di Orlando, va, molto sinceramente, fatta una riflessione: non c’è stata, in rete, la mobilitazione, la commozione che si è vista in altre occasioni, segno che il pregiudizio che ha armato la mano dell’assassino, alberga in forma embrionale in molti di noi.

I terrorismi islamici non sono pazzi, sono fanatici, ma non folli. Molti tra noi “normali” a volte provano la sensazione di non sentire il mondo come il proprio posto: ci si rifugia allora nella religione, nella politica, nell’impegno sociale, per ritagliarsi spazi di libertà, per respirare un’aria diversa. Il meccanismo che porta un ragazzo islamico a radicalizzarsi non è diverso da quello che spinge un hooligan a trovare la propria dimensione nella ricerca costante di violenza. raramente, per fortuna, ma capita, la strada che si sceglie è quella dell’annullamento dell’altro, vissuto come l’avversario che impedisce la propria realizzazione.

Alessandro Orsini, uno dei massimi esperti di terrorismo al mondo, nel suo libro sull’Isis, spiega molto chiaramente le tappe che conducono un ragazzo che si sente nel mondo ma non parte del mondo a estraniarsi totalmente dalla realtà, a ritrovare una propria dimensione nel radicalismo islamico e a ricostruire la propria personalità e la propria identità sulla base di quella ricerca di purezza che comprende l’eliminazione di ciò che puro non è, anche a prezzo della propria vita.

In entrambi i casi parliamo di uomini  e donne vulnerabili, psicologicamente disagiati, non necessariamente, anche se spesso, socialmente disagiati, le cui terribili azioni seguono un percorso che porta a una soluzione estrema.

Questo straniamento dal mondo, in fasi diverse della vita, appartiene a ognuno di noi, ma fortunatamente di solito troviamo soluzioni meno nocive a noi e agli altri per vincerlo.

Questo significa che sia la violenza sulle donne, sia il radicalismo islamico, sia la violenza in genere, sono fenomeni prima di tutto culturali, che andrebbero combattuti culturalmente e politicamente, la società dovrebbe proporre percorsi e valori alternativi e la nostra società, la politica in generale, questo non è più in grado di farlo.

Un sistema che produce Trump e Salvini e li fa diventare leader, è un sistema culturalmente difettoso, che non riesce più a funzionare in modo adeguato, i cui gas di scarico producono il narcisismo sociale di cui sopra.

Non vedo soluzioni a breve termine, in questo momento, data anche l’abdicazione degli intellettuali al proprio ruolo.

Per proporre valori condivisi è necessario senso etico, volontà di dialogo, capacità di cooperazione, tutti fattori in contrasto con un sistema spregiudicato, amorale, individualista e competitivo come quello in cui viviamo. Sarebbe necessario un cambio di paradigma, una nuova epistemologia della società che nessuno, in questo momento, ha il coraggio non dico di proporre, ma di sognare.

Molto più comodo e tranquillizzante gioire davanti alla tv per una partita di pallone.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La bella addormentata nei boschi

C’è un equivoco di fondo che traspare dalle esternazioni continue di questi giorni che ci vengono generosamente elargite da colui che non è stato eletto da nessuno e dalla bella addormentata nei boschi.

A parte la marea di idiozie e bugie più o meno consapevoli che fanno da corollario ai loro interventi, l’ultimo dei leit motiv è che la mancata vittoria dei sì al referendum costituzionale getterebbe il paese nell’instabilità.

A parte che trasformare un referendum su materie così delicate in un plebiscito è contrario alla spirito della legge sui referendum e disonesto, il problema dell’instabilità dei governi,nel nostro paese,è dovuto al trasformismo, all’assoluta mancanza di piani industriali e sociali a lungo termine e a una inettitudine al governo che negli ultimi anni è diventata sempre più diffusa e preoccupante. Peccati di cui si è macchiato ampiamente anche l’attuale governo.

Se la bella addormentata e il non eletto sapessero svolgere egregiamente il proprio mestiere, mestiere per cui, sia detto per inciso, sono da tutti noi lautamente retribuiti, nessuno si sognerebbe di cercare altre strade o proverebbe a dare una spallata all’esecutivo tramite il referendum, operazione altrettanto scorretta quanto quella opposta.

Io non credo che la nostra Costituzione vada cambiata, penso invece che si debbano porre le basi perché venga pienamente attuata in tutti i suoi articoli fondamentali.

Sono altresì convinto che le modifiche proposta dalla bella addormentata e dal non eletto tradiscano lo spirito dei padri costituenti e portino il paese verso una deriva autoritaria dalle conseguenze poco prevedibili ma non certo positive.

Non capisco sinceramente come, chi crede nella democrazia, nel pluralismo, nella discussione come occasione di crescita e d’incontro, possa tollerare l’eliminazione di un organo di garanzia e riequilibrio dei poteri come il Senato senza un adeguato sostituto, l’asservimento del Presidente della repubblica al governo, una legge elettorale che, con un meccanismo, assurdo, premia in modo spropositato chi vince le elezioni anche se eletto da un risibile minoranza.  Questo solo per citare alcuni dei punti dolenti su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi.

Se vincessero i sì a ottobre, il deficit di democrazia che ha contraddistinto gli ultimi sette anni della storia del nostro paese, si allargherebbe a dismisura. Se vincessero i no, personalmente non vorrei che l’attuale esecutivo desse le dimissioni, non è previsto dalla legge, non è necessario: necessario sarebbe, invece, che si mettesse a lavorare seriamente per il bene del paese e per assicurare quella democrazia che latita da troppo tempo. D’altronde, nella remota ipotesi che il non eletto mantenesse la promessa di togliersi dai piedi, l’assoluta mancanza di una alternativa politica credibile farebbe sì che lui, la bella addormentata o qualche altro clone, tornerebbero presto in auge.

Se  la bella addormentata vuole stabilità e governabilità, si assicuri che suo cavalier servente cominci ad occuparsi dei problemi reali che affliggono il paese; vari dei provvedimenti seri   contro la criminalità organizzata e la corruzione, cominci a occuparsi di droga ed emarginazione giovanile, proponga un piano serio per l’immigrazione e per l’integrazione, vari leggi restrittive in materia di tutela dei lavoratori per chi vuole investire nel nostro paese, riveda una riforma della scuola fallimentare, aziendalistica, contraria  al dettato costituzionale , risolva il problema degli esodati, vari una politica industriale ponendo l’accento sulle energie   rinnovabili e sulla ricerca, inserisca criteri di proporzionalità seri e degni di un paese civile sul diritto alla sanità gratuita e sul prelievo fiscale, si occupi della tutela dell’ambiente, ecc. e vedrà che  non ci sarà bisogno di toccare la Costituzione, e lanciare plebisciti perché questo paese sia governabile.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Il governo e i chierici obbedienti

Da molto tempo ormai, in Italia, gli intellettuali hanno rinunciato ad esercitare il pensiero critico, scegliendo di schierarsi aprioristicamente con l’una o l’altra parte politica, non importa quanto ideologicamente vuote e prive di valori siano entrambe, per nessun altro motivo valido, a mio parere, se non il puro interesse personale.

L’attuale dibattito su referendum costituzionale, di livello talmente basso da rasentare il pecoreccio, non si spiega se non tenendo conto di questa rinuncia.

Il problema di questo paese non è l’immobilismo, come molti continuano con ostinazione ammirevole,a ritenere e in ogni caso la soluzione non è certo il finto dinamismo dell’uomo che non è stato eletto e della sua allegra banda. Il problema di questo paese è la corruzione, la mancanza di cultura e di etica, l’illegalità diffusa e accettata senza alcun discredito sociale a tutti i livelli. Le mafie, in questo contesto, sono il prodotto di questo clima, non la causa, il frutto peggiore di un orto ampiamente infestato da parassiti e veleni.

Il problema di questo paese è che è dominato, dalla sua fondazione, da un capitalismo familiare, chiuso e gretto, tendenzialmente di destra ma, in realtà, disposto a cambiare bandiera a seconda della convenienza, capitalismo familiare che, basta guardare l’organigramma del governo, si è trionfalmente insediato nei luoghi del potere.

Non serve modificare la Costituzione e dare il potere a un uomo solo per cambiare le cose, servirebbero politici di ben altro spessore e valore che quelli che infestano il Parlamento. Sarebbe molto più semplice applicarla, la Costituzione e renderla carne viva invece che carta morta.

L’uomo che non è stato eletto da nessuno, non solo non ha rinnovato nulla, ma sta attuando una politica stantia, vecchia, condannata dalla storia.

Il consociativismo risale ai primi anni della Repubblica, la riforma scolastica è una modernizzazione della riforma Gentile, non nei modi, ovviamente, ma negli intenti, il jobs act è un modo originale per eliminare i sindacati e sfruttare liberamente i lavoratori: non potendo usare le maniere forti di Mussolini, l’uomo che non è stato eletto utilizza la sua intelligenza da borghese appartenente alla razza padrona, per regolare quel conto aperto con il proletariato dal 25 Aprile 1946, quando anche i padroni, che sotto il fascismo avevano vissuto benissimo, dovettero chinare la testa di fronte all’orgoglio di un popolo stanco di essere schiavo.

Sto dicendo che l’uomo che non è stato eletto è fascista?  Una moderna incarnazione di Mussolini? Non scherziamo. Mussolini era un anarchico poi passato nelle fila del partito socialista. Diventato burattino dei padroni si è rifiutato di farsi manovrare e ha avviato l’unica rivoluzione che questo paese abbia mai vissuto. Una rivoluzione pessima come tutte le rivoluzioni, con un di più di nefasto e criminoso. Ma Mussolini, quando dovette riformare la scuola, che sapeva essere uno dei centri nevralgici del potere, chiamò il più importante filosofo italiano di quel periodo, uno dei più importanti filosofi italiani di sempre. Comincia forse lì, col signorsì di Giovanni Gentile, il rapporto servile tra i chierici e il potere nel nostro paese. L’uomo che non è stato eletto non è fascista né comunista, non è di destra nè di sinistra, è affascinato dal potere in sé, è un narcisista patologico ma dotato di una furbizia vernacolare che, fino adesso, gli ha permesso di tirare avanti nonostante lo sfacelo della sua azione politica. E a riformare la scuola ha chiamato una pletora di incompetenti.

L’uomo non ha avversari: il Movimento cinque stelle non esiste, è un partito aziendale destinato a esaurirsi  in tempi brevi, anche e soprattutto se vincesse le elezioni a Roma, la destra non ha bisogno di esistere perché già governa, la sinistra radicale è anche più povera di contenuti, grottesca e ridicola del Movimento di Grillo, il che è tutto dire, la Lega, per fortuna, ha una base troppo ignorante e un leader improponibile per arrivare a diventare una forza neonazista come quella che ha rischiato di vincere le elezioni in Austria, l’opposizione interna al Pd è ai limiti del grottesco,per non parlare di gente come Civati e Fassina, che bene farebbero a cambiare mestiere.

Chi dovrebbe infastidire il governo? I giornalisti, i professori, gli scrittori, gli intellettuali, che invece stanno bene attenti a non sbilanciarsi, a vivere chiusi nelle loro comode torri d’avorio dove non importa neanche da che parte tira il vento, perché il vento non ,lo percepiscono.

Anzi, si respira nell’aria un certo disprezzo per la cultura, specie se qualcuno ha ancora il coraggio di esprimere un’opinione fuori dal coro. Leggo così un’intervista di Ezio Mauro a Zagrebelsky ficcante, veemente, all’americana e mi chiedo come mai il suo giornale non è altrettanto efficace a stigmatizzare le innumerevoli idiozie della dama di corte del piccolo principe, tanto per dirne una; vedo un rettore togliere la parola a un ragazzo che con una discreta dialettica  incalza la dama di cui sopra che non sa usare altra replica se non il suo soave sorriso. Leggo anche le esternazioni del senatore D’Anna su Saviano, che come sa chi mi legge io non amo, esternazioni che arrivano puntuali quando esce la notizia di personaggi vicini ai clan  inseriti nelle liste, guarda un po’, della compagine del senatore D’Anna; lo stesso Fatto quotidiano è solito usare due pesi e due misure a seconda che a dire spropositi siano i grillini o i fedeli al governo.  Questo uso strumentale e settoriale dello spirito critico, questo servilismo mascherato da rigore o moralismo da quattro soldi, sono lo specchio dello stato miserevole in cui versa la cultura nel nostro paese. Il manicheismo è la soluzione degli ignoranti e dei fanatici e nel manicheismo, a tutti i livelli, non viviamo immersi.

Il problema è molto serio se si pensa che in passato intellettuali come Sciascia, Pasolini, Sanguineti, Eco,  hanno non solo lasciato il segno ma indicato la strada da prendere, oltre che anticipare con impressionante lucidità il futuro prossimo venturo, Commettendo errori e prendendo abbagli, certo, ma  senza mai rinunciare a sferzare l’ipocrisia dilagante e a gridare che il re era nudo.

Questa acquiescenza dell’intellettualità nostrana alla volgarità dilagante, questa abdicazione dei chierici allo spirito del tempo, non lasciano spazio a previsioni ottimistiche. Non c’è bisogno del sonno della ragione per generare mostri, i mostri sono tra noi, anche se facciamo finta di non vederli.

.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Figli di uno Stato che non esiste

download

Stavo svolgendo il servizio militare quando venne ci fu la strage di Capaci. Ricordo la notizia che passò veloce tra i soldati anche se in caserma le notizie dal mondo esterno arrivano ovattate, quasi deprivate del loro senso. Oltretutto c’era la guerra in Bosnia e il mio reparto rischiava di partire da un momento all’altro. Questo per dire che solo dopo la morte di Borsellino, avvenuta poco prima del congedo, una volta tornato alla vita “civile”, potei afferrare pienamente l’orrore e la portata di quei due attentati.

Attentati che rinforzarono la tempesta scatenata nel paese dall’inchiesta di Mani pulite. Furono momenti terribili, in cui  tutto sembrava possibile e lo Stato sembrava vacillare ed essere sul punto di crollare. sappiamo com’è andata a finire: Riina perse la sua partita, Cosa nostra venne ridimensionata ma lo Stato non ebbe il coraggio o la volontà di assestare il colpo finale.

Falcone e Borsellino, insieme a tutti gli altri, sono due simboli, due esempi di dedizione estrema a uno Stato che in Italia non è mai esistito. Erano infiammati da un’utopia irrealizzabile, la sconfitta della mafia, eppure sono andati avanti verso quella fine che avevano predetto, senza tentennamenti, senza dubbi, nonostante fossero consapevoli che la mafia e lo Stato italiano, da sempre, sono due poteri che vivono in simbiosi, due maledetti gemelli siamesi che nemmeno un titano può dividere.

Oggi la Camorra e la ‘ndrangheta, Cosa nostra ha un ruolo subordinato e ridimensionato rispetto al passato, ma non è stata sconfitta ed è viva e vegeta, nonostante quanto affermato con grande incoscienza dal ministro Alfano, hanno a disposizione, grazie al solo traffico di droga, una tale quantità di denaro liquido da poter comprare diversi paesi europei. Il potere corruttivo delle organizzazioni mafiose è inimmaginabile e pensare che possa essere sconfitto, oggi, è da folli.

La società civile sta facendo quanto può, soprattutto al sud, al nord non è ancora cosciente della presenza invasiva della mafie, quando si scuoterà dal sonno reagirà sicuramente con forza. Ma la società civile, senza la volontà politica dello Stato di combattere seriamente il fenomeno mafioso, è destinata a perdere. Quel 23 maggio 1992 non abbiamo perso solo due magistrati e gli uomini della scorta, abbiamo dilapidato il coraggio e la voglia di rivalsa dei ragazzi scesi in piazza, lo Stato italiano ha lasciato che la rabbia svaporasse e che tutto tornasse alla normalità. invece di sfruttare il consenso sociale per estirpare i rami secchi, invece di appoggiare il pool di Milano per dare un colpo mortale alla corruzione, il potere ha finto ti arrendersi per rigenerarsi sotto altre spoglie, lasciando che nulla cambiasse.

Abbiamo avuto un ministro che ha affermato placidamente che con la mafia bisogna convivere e un presidente del consiglio che con un mafioso conviveva, abbiamo visto delegittimare magistrati e assestare colpi di grazia a processi di capitale importanza, abbiamo visto un presidente della repubblica reticente su fatti di estrema gravità. Cos’altro ci serve per capire che no, lo Stato di Falcone e Borsellino, la repubblica della Costituzione, quella che nasceva dalle macerie della seconda guerra mondiale e dall’oppressione fascista, la repubblica dei partigiani, oggi usati come strumento di propaganda politica da chi, probabilmente, non li ha mai sentiti parlare e raccontare, non è cresciuto con                                           i loro canti nelle orecchie , non è stato educato all’antifascismo, non c’è, non c’era nel 92 e non c’è mai stata.

Questo è il paese della P2 e del piano Gladio, dei colpi di stato falliti e dei presidenti picconatori, questo è il paese di Portella della ginestra e del bandito Giuliano al soldo della Cia, è il paese di Abu Omar e della morte misteriosa di Mattei. Abbiamo visto le bombe di Brescia, Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, abbiamo visto assassinare magistrati,carabinieri poliziotti, rapire e uccidere un presidente del consiglio, massacrare un operaio. Abbiamo avuto un pregiudicato presidente del Consiglio per vent’anni, abbiamo accolto dittatori con tutti gli onori, consentendogli di bivaccare in Parlamento, abbiamo visto attraversare le porte del potere da legioni di bagasce e a Genova, sotto le manganellate di chi la libertà doveva assicurarla abbiamo visto spegnersi il sogno di un mondo migliore.

No, questo paese non si merita Falcone e tutti gli altri, questo paese non si merita eroi. In questa giornata l’unica cosa che i politici dovrebbero fare è quella di stare in silenzio, perché oggi è morto, ogni giorno è morto anche per loro,  qualcuno che sapeva cos’è la dignità.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Se l’Unità dà del mafioso a Saviano

Ci si chiede che bisogno abbia Renzi  di Fabrizioi Rondolino, giornalista dell’Unità, il fu giornale fondato da Antonio Gramsci, con una pietosa tendenza alla  proskýnesis, la genuflessione del cortigiano davanti al padrone.

Il piccolo principe ha a sua disposizione La Repubblica, addirittura oggi uno Scalfari ormai avviato verso una senilità nebbiosa, lo paragona a Giolitti, tutte le reti televisive, una miriade di altri quotidiani, che bisogno c’è di un fogliaccio indecente talmente impregnato di bava da far rimpiangere gente come Sallusti e Feltri?

L’ultima prodezza di Rondolino è un attacco meschino e ignobile a Saviano, accusato di essere un “mafiosetto di quartiere” per aver osato chiedere al Ministro Boschi chiarimenti sul caso Guidi. Non scendo nei particolari dell’articolo, primo perché, come ho già detto, ignobile, secondo perché lo ha fatto benissimo Travaglio sul Fatto.

Mi interessa invece soffermarmi su un certo clima che, come una nebbia sottile ma invadente, aleggia nel nostro paese e che trovo francamente assai incompatibile col concetto di democrazia.

Quando Alessandro dal Lago scrisse nel 2010 “Eroi di carta”, un saggio in cui attaccava, da critico, non Roberto Saviano ma quello che Saviano aveva scritto in Gomorra, con argomentazioni puntuali, documentate e mai volutamente polemiche, Saviano venne difeso a spada tratta e acriticamente proprio da quella sinistra che oggi lo attacca e che gratificò il professor Dal Lago, uno degli intellettuali più lucidi del nostro paese, con insulti non troppo dissimili da quelli lanciati ieri da Rondolino a Saviano.

Dunque Saviano veniva bene sei anni fa, non viene più bene oggi. Sei anni fa era un eroe calunniato e vilipeso ( non è vero, ma così passò la narrazione dei fatti sui giornali), oggi è un bullo di quartiere che osa attaccare uno dei punti focali del cerchio magico del piccolo principe.

E’ un segno non del cambiamento della sinistra ma di come la sinistra non sia più tale da tempo. L’acritica difesa di Saviano e il livore contro un intellettuale di sinistra che lo aveva attaccato, in pieno berlusconismo, rispondevano a una strumentalizzazione politica che è la medesima che oggi spinge Rondolino al suo volgare attacco. Non era sinistra allora, non lo è oggi.

Bisognerebbe forse spiegare a Rondolino che la sacralità del sovrano è concetto decaduto con la rivoluzione francese e che nelle democrazie moderne, quindi non in Italia, chi viene eletto è tenuto a dare conto a chi lo ha eletto di ogni suo atto.

Si potrebbe obiettare che questo esecutivo non è stato eletto, certo, ma questo non lo esime dall’obbligo di dare conto ai cittadini di quello che sta succedendo nel nostro paese. Di cose ne stanno succedendo molte, quasi tutte spiacevoli.

Consiglierei a Rondolino e ai giornalisti dell’Unità,  la lettura di Graham Greene, scrittore inglese  che diceva che l’intellettuale “ deve stare a destra con un governo di sinistra e stare a sinistra con un governo di destra” frase da non intendersi letteralmente,ovviamente, che ribadisce il ruolo dell’intellettuale come provocatore, suscitatore di problemi, stimolatore di dubbi.

La verità è che questo governo, questo “sistema” che il piccolo principe sta creando, un sistema di amici degli amici che richiama alla memoria, sinistramente “cupole” ben note, non contempla l’intellettuale che dissente dalla narrazione del capo, non contempla il dissenso e la discussione,considerata una perdita di tempo che che contrasta con l’epica del “fare” riproposta dai continui mantra dei cortigiani del piccolo principe.

La verità è che la democrazia in questo paese è a rischio, un rischio serio e incombente e Saviano, verso cui nutro un atteggiamento non privo di riserve come scrittore ma che rispetto incondizionatamente  per il suo coraggio, è uno dei pochi a sottolineare con tenacia i buchi e le falle sempre più grandi nel tessuto della democrazia del nostro paese. Per questo va denigrato, ma senza esagerare, perché è ancora troppo popolare, nella più genuina logica mafiosa.

Nei paesi anglosassoni i giornalisti sono i cani da guardia del potere, pronti ad azzannarlo quando supera i limiti. Da noi, troppi giornalisti, sono i cani da riporto del potere, pronti a tornare dal capo portando in bocca il lavoro svolto e con la lingua bene a penzoloni per ottemperare al prossimo compitino.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Italia, bidonville morale d'Europa

C’è un particolare che è sfuggito alla maggior parte degli osservatori nel caso dello scandalo che ha coinvolto il ministro Guidi e che, probabilmente, a breve, coinvolgerà anche il ministro Boschi.

Mi riferisco al fatto che la Total ha agito nei confronti del nostro paese come le multinazionali sono solite fare con i paesi del terzo mondo: corrompendo le persone giuste, in questo caso ministri e un ammiraglio, sfruttando quella zona grigia di cui tanto poco si parla. Leggete un buon libro che si intitola “Confessioni di un sicario dell’economia”, è istruttivo e deprimente a un tempo ma dice molto anche su quanto sta accadendo nel nostro paese.

Nessuno parla seriamente della corruzione, la palla al piede che frena lo sviluppo economico di questo paese, il combustibile che alimenta le mafie e danneggia il bene comune, la madre di tutti i mali italiani. Il problema sembra secondario, incidentale, un sassolino sulla strada delle magnifiche sorti e progressive.

Questo non è un esecutivo di corrotti, è controproducente definirlo così, anche se poi la sostanza è quella. Questo è un esecutivo che, a partire dal premier, ha una concezione strumentale e familistica del potere politico, completamente svincolata dalla morale e dall’etica. Presi uno per uno, i componenti del governo appartengono a famiglie potenti, potenti in quell’ottica di capitalismo familiare propria dell’Italia, naturalmente, e ricordiamo che la concezione familistica ha prodotto la mafia, improponibili invece a livello europeo. Sono giovani uomini e donne cresciuti con l’idea che tutto gli è permesso e tutto è lecito pur di ottenere ciò che si vuole, che la politica è un veicolo per concludere ottimi affari, che nella vita a vincere è il più ricco e chi soccombe è un perdente.

E’ una visione asfittica e meschina, certo, la stessa visione che ha portato un personaggio, inconcepibile in qualunque altro grande paese europeo, come Berlusconi a governare per vent’anni il paese. Il renzismo non è la prosecuzione del berlusconismo, è peggio. A Berlusconi bastava essere amato dai suoi, per Renzi non è sufficiente: qualunque accenno di dissenso, da qualunque parte provenga va schiacciato,deriso, cancellato. A Berlusconi interessava creare un impero, Renzi vuole creare un sistema, una struttura elastica e indistruttibile da manovrare e spostare a proprio piacimento.

Perfettamente gattopardesco nel suo agire frenetico che lascia ogni cosa al proprio posto, Renzi è l’immagine dell’azzeramento totale della politica, intesa non come mera ideologia ma proprio come “poiesis” per la polis, come azione per il bene comune. Il bene comune si identifica nel suo cerchio magico e negli interessi che rappresentano e la corruzione, in questa visione, è una carta da giocare con cautela ma presente nel mazzo. Gli amici sono il perno su cui ha fondato il governo e gli amici degli amici sono le fondamenta che lo sostengono.

Invece di avviare un piano strutturale di lotta alla corruzione, l’unico strumento per rilanciare seriamente l’economia, Renzi ha abolito l’articolo diciotto, assestando un colpo psicologicamente pesantissimo ai sindacati, ha scardinato la scuola pubblica per assicurarsi che si stia tutti ordinatamente in fila per tre, ha precarizzato il lavoro, con la formula dei “voucher”, drogando le statistiche e costruendo la favola del paese in ripresa, sta per varare una deregulation sui controlli alle aziende e, di fatto, non ha preso alcun provvedimento per un più serio controllo delle banche. Renzi, sotto gli occhi e nel silenzio di tutti, invece di liberare il terreno dalla pianta della corruzione, sta facendo sì che possa crescere più prospera  e indisturbata che mai.

Per quanto tempo i nostri Soloni, i tromboni di regime pronti a intingere le penne per ogni padrone, non importa di quale colore siano le bandiere, hanno descritto le differenze tra noi e la Grecia, tranquillizzandoci sulla nostra sorte destinata a ben altri allori? Ebbene, la verità è un’altra.

La verità è che noi siamo la Grecia, abbiamo abusato alla stesso modo dei soldi pubblici, abbiamo livelli di corruzione superiori, governi ancora più compromessi. A nostro vantaggio gioca solo una posizione strategicamente importante, un credito sempre più pallido da spendersi in medio oriente e il fatto che, con la nostra incapacità di gestire i flussi migratori, siamo una comoda pattumiera per l’Europa, che non può permettersi di lasciarci andare a fondo. Senza Lampedusa, toccherebbe alla Francia e alla Spagna accollarsi sbarchi e smistamenti, paesi già dilaniati da divisioni interne difficili da gestire per aggiungerci anche l’emergenza migranti.

Dunque non stupisce se la Total e chissà quanti altri ci trattano come un paese africano o asiatico, considerano i nostri rappresentanti in vendita e li comprano senza farsi troppe remore.

Questo è un governo che sembra avere come unico scopo quello di svendere questo paese, di fare terra bruciata di quanto di buono è stato fatto negli ultimi quarant’anni per ricostruire sulle macerie, secondo la migliore logica capitalistica per cui guerra e distruzione sono un ottimo affare. Cos’è stato il recente tour americano del premier se non il viaggio di un piazzista che mette in mostra il suo catalogo?

Dopo aver preparato il terreno alle multinazionali, eccolo annunciare trionfante il prossimo arrivo dell’IBM a Milano, con le solite promesse di assunzioni di ricercatori italiani e con le solite omissioni sulle condizioni di lavoro. E’ solo l’inizio di una colonizzazione annunciata.

Tutto questo ,ovviamente, non può prescindere dalla limitazione della libertà e dal blocco della democrazia. Lo dice Friedman, il fondatore della scuola di Chicago e il padre del moderno capitalismo anti keynesiano. Per quanto riguarda il blocco della democrazia, siamo già a buon punto, riguardo la limitazione della libertà, i terroristi stanno facendo il lavoro sporco.

E noi osserviamo tutto questo silenziosi, mentre controlliamo se qualcuno ha mandato un messaggio su Whatsapp.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La sinistra che s’incazza e quella che s’accontenta

sinistra italiana

Io comprendo benissimo chi, dopo essere stato di sinistra per una vita e aver creduto che l’appartenenza fosse soprattutto una condivisione di valori comuni, sussulti ad ogni scandalo e scandaletto che coinvolge il governo Renzi e abbia bisogno di un calmante ogni volta che il piccolo principe apre bocca.

Li capisco perché sono uno di loro, perché ho sempre creduto che essere di sinistra comportasse la responsabilità di essere più onesti, più coerenti, più lucidi degli altri per dare un esempio e segnare la strada. Essere di sinistra, per me e per chi ci ha creduto davvero, ha significato, significava e continua a significare fare la differenza, in qualunque ambito si opera, qualunque lavoro si faccia.

Comprendo meno invece, i tanti che continuano ad essere fedeli alla linea, forse sognando che il rospo, prima o poi, si trasformerà in principe o in virtù di un vincolo di fedeltà assurdo e immotivato. 

Purtroppo il rospo è un rospo, brutto, schifoso, nemmeno utile per l’agricoltura e la sua corte di piccoli mostri è forse anche peggio.

Non capisco come molti si ostinino a non vedere quello che è sotto gli occhi di tutti: questo governo è un’accozzaglia di yuppies e figli di papà senza un retroterra culturale, senza altri valori condivisi che non siano quelli della peggiore borghesia reazionaria e cafona italiana. Lo stesso patetico esibizionismo del premier, che canta quando viene ricevuto dal sindaco di Chicago, che non lesina citazioni e battute d’accatto a ogni occasione, che recita una poesia di Borges durante una lezione all’università di Buenos Aires che non è di Borges ed è presa da internet, sembra tolto di peso da uno dei cinepanettoni del peggior Christian de Sica, come vecchio e ritrito suona il coinvolgimento di un ministro negli affari più o meno puliti del compagno, roba vecchia, abbiamo visto di peggio.

Ecco, io non comprendo come compagni veri, gente che ha passato la vita a credere che il mondo possa cambiare davvero, possa continuare a dare fiducia a un leader che, da quando è al governo, non ha fatto una, dico una cosa che in qualche moda possa definirsi di sinistra. Al confronto, il D’Alema beffeggiato da Moretti era una specie di Che redivivo.

Va bene essere fedeli alla linea ma è assurdo continuare a farlo quando la linea non esiste più, cancellata dalla storia e da chi quei valori li ha traditi, ripudiati, infangati.

Non basta una riforma della scuola gentiliana,le continue menzogne su assunzioni e ripresa, una politica estera da operetta, alla vorrei ma non posso, le brutte figure rimediate con i diktat all’Europa e gli obbedisco successivi per nulla garibaldini, una politica industriale inesistente, la cancellazione de facto dello Statuto dei lavoratori, la cancellazione de facto dei contratti di lavoro nazionali, gli insulti a quasi tutte le categorie di lavoratori e ai loro rappresentanti sindacali, le mille promesse non mantenute, le donazioni elettorali, la cancellazione di tasse vitali per il funzionamento dei Comuni,per far capire alla gente che abbiamo a che fare con un mediocre demagogo e una banda di incompetenti?

Capisco che per chi vive in terra di Lega, perfino questa banda di quaqquaraqqua sia meglio di Salvini e compagnia bella, ma il paese è attanagliato da problemi enormi che questo governo continua sistematicamente a ignorare costruendo una narrazione assurda e incongruente. Scusate, perché il ministro Guidi ha dovuto dimettersi e il ministro Boschi no? La situazione della seconda era e resta,se possibile peggiore rispetto alla prima eppure, l’eterea e sorridente madonna fiorentina resta ancora al suo posto a sciorinare le sue banalità.

Incontro spesso miei ex alunni,. ovviamente spesso non li riconosco, ma loro sì e, come un tempo, si fermano a parlare, a raccontarmi di loro. In quasi tutti c’è un pensiero fisso: andare via, meglio lavorare onestamente lontano da questo paese che lavorare in nero in Italia. Incontro anche sempre più genitori con problemi di lavoro, brava gente che si trova ad aver a che fare con una incertezza che non era nelle previsioni, che non sarebbe dovuta rientrare nel novero delle possibilità.

Tocco con mano anche cose belle: le classi multietniche mie e dei miei colleghi, che mi illudo possano essere un modello, l’unico antidoto contro gli integralismi: insegnare ai ragazzi a riconoscere valori comuni e fargli condividere insieme un pezzo importante della loro strada. Purtroppo, grazie a questo governo, sta diventando sempre più difficile fare anche questo. 

Il modello che questa sinistra sta contribuendo a costruire per i nostri giovani è questo: se sei ricco è tutto ok, batti il cinque, altrimenti, o ti adatti o puoi sempre emigrare, come cantava il grande Edoardo Bennato in  “Tutti in fila per tre”, canzone che trent’anni fa descriveva il mondo di oggi con impressione lucidità.

Ma si sa, gli artisti sono i non riconosciuti legislatori del mondo, mentre i legislatori ufficiali, purtroppo, tutto sono tranne che artisti.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Se l’attacco a Libera non fosse casuale?

libera-corrotti_58331

L’ennesimo attacco a Libera arriva da un magistrato stimato e rispettato che lancia per l’ennesima volta, in un contraddittorio articolo che uscirà su Panorama, accuse generiche che partono da un falso presupposto, per poi definire Libera “un’associazione seria” a cui consiglia di vigilare contro i pericoli di infiltrazione mafiosa. (Ma dai?).

L’attacco parte da un presupposto sbagliato, quello su cui si basano quasi tutti gli attacchi ricevuti negli ultimi mesi: che Libera gestisca i beni confiscati alle mafie e porta come esempi alcuni recenti e gravi fatti in cui l’associazione di don Ciotti, di cui mi onoro di far parte, non c’entra nulla.

Sfatiamo innanzitutto il campo dagli equivoci: Libera non gestisce nulla, Libera è una rete di associazioni che promuove l’affido e la gestione di beni confiscati ad altre associazioni e cooperative che fanno parte della sua rete ma  tale gestione resta nella totale responsabilità di detti enti e associazioni che hanno il dovere di garantire trasparenza e correttezza.

Si potrebbe chiudere qui l’articolo, dal momento che il punto di partenza delle dichiarazioni del magistrato si basa su una affermazione errata. Non è necessario parlare oltre a difesa di Libera, l’ha fatto benissimo e tempestivamente don Ciotti.

Mi interessa invece riflettere sui motivi che hanno portato Libera a essere sotto il mirino di più o meno improvvisati cercatori di scandali negli ultimi mesi.

A parte l’avversione tradizionale della destra per il mondo cooperativo e per quei valori di solidarietà e accoglienza che non fanno parte della sua cultura, temo che i motivi vadano cercati altrove..

Io insegno storia e, studiandola, ho imparato che in questo paese mai nulla accade per caso e che le teorie del complotto, in particolar modo quando sono coinvolte la mafia e la massoneria, quasi sempre si rivelano meno deliranti di quel che sembra. Molti fatti passare per pazzi e visionari, giornalisti come Giuseppe Fava, Mario Francese e Beppe Alfano, con storie di vita e militanza politica agli opposti ma con lo stesso vizio di voler squarciare il velo di maia che separa la realtà con l’apparenza, hanno pagato con la vita la loro capacità di affondare il dito nella piaga purulenta del malaffare nostrano.

E’ innegabile che questo governo stia facendo dei piccoli, grandi favori alle mafie: mi riferisco all’innalzamento a tremila euro della quota di denaro spendibile in contanti, un’ottima scorciatoia per il riciclaggio, a una legge sull’auto riciclaggio per lo  meno discutibile, a una legge sugli ecoreati benvenuta ma incompleta che sembra scritta apposta per salvare le aziende in casi drammatici come quello dell’Ilva e last but not least, allo scioglimento del corpo forestale dello Stato che confluirà nei carabinieri.

Quest’ultimo è forse il provvedimento più incomprensibile. Non si capisce in base a quali necessità di spending review resti al suo posto lo spropositato numero di lavoratori della forestale presente, ad esempio, in Sicilia (circa ventottomila) e vadano invece militarizzati circa ottomila guardie forestali la maggior parte delle quali, si può facilmente presumere, chiederà il passaggio ad altro ente. Il calcolo elettorale si capisce, l’opportunità no.

La Forestale, per chi non lo sapesse, è il corpo specializzato nei reati ambientali. Non avremmo scoperto nulla della terra dei fuochi né del traffico dei rifiuti senza il lavoro attento e rischioso di questi uomini. Sciogliere la forestale, dice il capo della Dia Roberti, significa “fare un favore alle mafie”.

Non è la prima volta che accade, anche se queste notizie sui giornali non compaiono: tra gli anni e 80 e gli anni 90 a Brescia, il corpo forestale locale avviò la prima grande indagine sul traffico di rifiuti tossici, indagine che scoperchiò un verminaio ed ebbe, come risultato più eclatante, il trasferimento degli uomini che l’avevano portata avanti.

Il sospetto, a mio parere fondato, è che si attacchi Libera nel tentativo di delegittimare chi ha la forza mediatica e morale di alzare la voce per denunciare queste operazioni.

Si cerca insomma di mettere a tacere preventivamente chi può avanzare critiche fondate e insinuare nell’orecchio degli italiani la pulce del sospetto.

Il presidente del consiglio non ama che si parli di mafie, è cosa nota. L’ho sentito insieme a milioni di italiani affermare in televisione che è una menzogna dire che intere zone del paese sono in mano alla criminalità organizzata ed è di oggi la sconcertante affermazione che Caserta non è solo la terra dei fuochi ma anche la terra dei cuochi e che per questo il governo sta lavorando. Affermazione, come spesso gli accade, di straordinario cattivo gusto.

Le mafie disturbano, sporcano l’immagine del paese destinato a magnifiche sorti e progressive che il premier dipinge ogni qual volta apre bocca, sono un fenomeno da minimizzare, qualcosa di cui meno si parla meglio è. E se se ne parla, lo si faccia attaccando gli avversari su fatti risibili, vedi la vicenda di Quarto, ed evitando di parlare dell’enorme trave nei propri occhi.

Anche questo, purtroppo, non è un atteggiamento nuovo.

A corroborare la teoria di questa “strategia della distrazione” operata dal governo, del tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai fatti realmente gravi per orientarla verso fatti inesistenti, va annoverata la grottesca prova di machismo nei confronti dell’Europa, una falsa notizia, alla vigilia della notizia che il padre del ministro Boschi intratteneva rapporti ha incontrato più volte Flavio Carboni, capo della P3 e faccendiere invischiato in molti misteri della nostra storia recente. notizia messa in quarto piano dai notiziari.

Mafie, massoneria, affari sporchi, spettri vecchi che si agitano dietro le spalle di quello che si è auto eletto “homo novus” della politica italiana. Ma anche questa, purtroppo, non è una novità.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Il discorso del presidente non è stato un discorso da presidente

download (1)

Ho riletto con attenzione la versione integrale del discorso del presidente Mattarella ed è con rincrescimento sincero che mi trovo a scrivere un articolo critico. L’uomo, per la sua storia politica e umana, merita rispetto e in mezzo al cialtroni che affollano le panche del Parlamento spicca per serietà, compostezza e senso del decoro.

Tuttavia il suo discorso, semplice fino all’eccesso, scritto con uno stile colloquiale, è un poutpourri di luoghi comuni, una grigia rassegna di banalità con alcune affermazioni preoccupanti e qualche omissione allarmante. Insomma, quella di Mattarella è stata una relazione cerchiobottistica sulla stato del paese, tesa a non scontentare nessuno, a non criticare nulla che non sia ovvio, a sostenere tra le righe lo smantellamento dello stato sociale trionfalmente portato avanti dall’attuale esecutivo.

Non si spiega altrimenti, in un uomo di cultura come è il presidente, l’accenno all’aziendalizzazione della scuola che, secondo la logica renziana, deve essere subalterna alle imprese e avere come unico fine quello di preparare chi la frequenta a entrare nel mondo del lavoro. E la scuola maestra di vita? Lo sviluppo e il consolidamento del pensiero critico?  La scuola come palestra di tolleranza, rispetto dell’altro, la scuola che educa alla convivenza civile e al rispetto di chi la pensa diversamente? Non pervenuta.

Ancor meno ho apprezzato la parte in cui parlando delle mafie, il presidente ha sottolineato (giustamente) i successi ottenuti dalle forze dell’ordine senza un cenno alle connivenze politiche, alla irresistibile avanzata di quella che il grande Leonardo Sciascia ha definito “la linea della palma, del caffè ristretto”, al ruolo fondamentale delle mafie nel ritardo del sud del paese.

Ho trovato poi particolarmente irritante che il presidente della Repubblica, garante della costituzione, riproponga l’odiosa divisione tra migranti economici e rifugiati, ipocrite categorie semantiche utili a lavare la coscienza di chi, dopo aver avuto la pretesa di portare la democrazia con le bombe, si rifiuta di accettare le conseguenze. Non mi riferisco solo al nostro paese ma all’Europa tutta. Avrei voluto che il presidente del mio paese ribadisse i diritti civili garantiti dalla Costituzione (libertà di culto, divieto di discriminare per sesso, razza, religione, ecc.) e non che dicesse ovvietà come che chi commette crimini va punito. 

Nel complesso il discorso mi è sembrato un manifesto propagandistico per il governo in carica, probabilmente scritto in modo così elementare perché quello è il livello medio di cultura dell’attuale esecutivo. Insomma un discorso del presidente ma non da presidente, privo di spunti critici, di coraggio, di richiami forti alla Costituzione.

Anche l’accenno alla corruzione e all’evasione fiscale è stato blando, all’acqua di rose, un ammonimento paterno a non fare i cattivi, troppo poco per comportamenti criminosi che incidono quotidianamente sulla vita di ognuno di noi.

Naturalmente è piaciuto a tutti: a Renzi e ai suoi sodali, lieti che Mattarella non abbia indicato al paese che il re è nudo, a Salvini, che, evidentemente, dopo aver brindato in anticipo, ha visto nel discorso di Mattarella un comune sentire con la squallida xenofobia portata avanti dal suo partito. Il fatto che abbia accontentato anche finiti critici del regime come Gad Lerner, è la conferma di come lo stile democristiano funzioni sempre nel nostro paese.

E’ evidente che in questo momento nessuno ha il coraggio di toccare il piccolo principe, che continua a   svolgere il suo compito di re travicello semplicemente perché non ha avversari credibili. L’abilità con cui ha risolto il caso Boschi, la spregiudicatezza della ministra nel difendersi appellandosi all’eterno cardine del pensiero nazional popolare, la famiglia, i genitori, è inquietante. Sembra di essere tornati indietro al tempo del peggior berlusconismo, con un di più di cinismo, di superficialità e con una assenza di cultura politica, per quanto sembri impossibile, ancora maggiore.

Il presidente dovrebbe essere un garante, non l’amplificatore della propaganda di governo. Spiace che Mattarella abbia perso l’occasione per ricordare a Renzi che la Costituzione non è un giocattolo che si può smontare rimontare modellandolo a proprio gusto, che cancellare i diritti dei lavoratori non crea posti di lavoro, che delegittimare i sindacati e affidare un potere enorme alle aziende è controproducente anche per il governo, che trasformare gli insegnanti in sudditi, i dirigenti scolastici in padroni e i ragazzi in manodopera da sfruttare non è degno di un paese democratico, che se non si avvia una nuova stagione di lotta alle mafie che parta dalle collusioni con la politica è inutile pensare a progetti di sviluppo per il sud, che la corruzione è la madre di tutti i problemi del nostro paese e la corruzione politica è sua figlia. Spiace davvero, speriamo che sia per la prossima volta.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail