tutto pur di non parlare seriamente di scuola

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il problema è l’incompetenza, l’incompentenza di un ministro che confonde la meritocrazia con il saper tracciare una crocetta su un foglio e non sa, nonostante dica di aver lavorato a scuola, che l’esperienza di un precario che lavora nella scuola da anni è un patrimonio prezioso da curare, specie in tempi di crisi come quello che stiamo vivendo.

L’incompetenza del sottosegretario Anna Ascani, che non ha caso ha scritto un libro sulla scuola con una prefazione di chi alla scuola ha dato il colpo di grazia, Matteo Renzi, e di gente come Nardella, che la segue a ruota e che ipotizzano un ultimo giorno di scuola che faccia da ponte simbolico, con la ripresa delle attività a Settembre, dimostrando lo stesso quoziente intellettivo degli imbecilli che si accalcano nei luoghi della movida in questi giorni.,

La follia e le offese di Agamben, che stimo e di cui condivido, in parte, le ossessioni, che equipara i docenti che utilizzano la didattica a distanza e che, eventualmente, la utilizzeranno a Settembre, ai docenti che accettarono l’iscrizione al partito fascista.

Cominciamo da lui: a parte l’insistenza su una comunità scolastica umana che non esiste e che dimostra una disconnessione con i giovani che affollano oggi le aule scolastiche e universitarie, su cui tanto ci sarebbe da dire ma,di fronte a tanto lume, mi taccio, i docenti in questi mesi, vorrei che lo capisse, inventando, improvvisando, faticando oltre il dovuto e lavorando più del dovuto, hanno applicato la Costituzione che garantisce il diritto all’ìstruzione per tutti, hanno fatto del dettato costituzionale realtà concreta come facevano ogni mattina sedendosi in cattedra, con gli strumenti a loro disposizione, non messi a disposizione dallo Stato o dall’amministrazione, attenzione, ma che si sono procurati da soli. Quindi Agamben non si permetta mai più di tacciarli di fascismo o servilismo nei confronti del potere, accusa vergognosa di cui si dovrebbe vergognare.

Veniamo ad Anna Ascani e Nardella: vi invito nella mia scuola, cinquento ragazzi e rotti in un quartiere soffocato dal cemento e dai gas di scarico delle auto costantemente in coda davanti alla scuola. Mi dite dove li mettiamo, socialmente distanziati in sicurezza, per l’ultimo giorno di scuola? Per fare cosa, poi? Guardarci in faccia e vedere chi ride o chi piange per primo, urlare i saluti con un megafono, giocare ai mimi?

Ma cosa avete nel cervello quando pensate queste cose? Rompete la minchia a chi si va a mangiare una pizza la sera e poi insistete per far spostare cinquecento alunni e una cinquantina di insegnanti per la città mettendoli a rischio per che cosa? Ripeto: cosa avete nel cervello?

Ministro Azzolina, il ministero non è un feudo dove quello che lei decide è giusto perché l’ha deciso lei, io credo che sia mal consigliata: si scelga altri consiglieri, ascolti i sindacati, ma soprattutto, faccia il lavoro per cui è pagata.

Usi questo tempo non solo per organizzare un rientro a scuola a Settembre che non ricada sulle spalle dei dirigenti, la smetta di fare scaricabarile e avvii quel dibattito sul mondo della scuola necessario per riformarla. Pensate ai ragazzi ma pensate anche anche al lavoro fatto dai docenti in questi mesi, lavoro che l’ha salvata da una debacle clamorosa. Si renda conto che quello che non ha funzionato è colpa sua, perché in democrazia funziona così e cerchi di porvi rimedio.

La verità è che della scuola, tra un po’, quando, speriamo, le acque si saranno calmate, tornerà a non importare nulla nessuno. Torneranno a blaterare di meritocrazia, di scuole aperte, ecc.ecc. senza capire cosa significa fare scuola ogni giorno e rendersi conto che tutti, ma proprio tutti, fanno il possibile per non metterti in condizione di svolgere il tuo lavoro come andrebbe svolto. L’attuale ministro verrà scaricato al momento opportuno e sostituito con un altro o un’altra di pari capacità, perché della scuola non importa nulla a nessuno.

Peccato che la scuola rappresenti il futuro di un paese.

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L’ennesima occasione persa per cambiare la scuola

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Questo lungo periodo di sospensione delle attività scolastiche in presenza avrebbe potuto rappresentare l’occasione di avviare quel dibattito sulla scuola pubblica che attendiamo da anni, per poter cominciare un percorso di cambiamento ormai non rimandabile e non necessariamente legato all’uso delle tecnologie.

Parlo di scuola pubblica e ho trovato particolarmente irritante e squallido sia l’ennesima richiesta di emolumenti da parte di Renzi alle scuole private, che non stupisce da uno abituato ad ascoltare la voce del padrone, sia la pronta risposta dell’esecutivo che ha stanziato, in violazione della costituzione, quaranta milioni di euro sottratti alla scuola pubblica.

Parlo di scuola pubblica, parte fondamentale del welfare in ogni paese d’Europa tranne che in Italia, dove la guida del ministero è stata affidata a un ministro abbastanza ingenuo da dire stupidaggini e abbastanza arrogante da tentare di giustificarle con improbabili citazioni colte ( mi riferisco all’imbuto).

La scuola pubblica va avanti, nonostante nessuno stia dalla sua parte, nonostante i contratti bloccati e le risorse scarse continua a tentare di fare la sua parte e ci riesce. Perché la Dad tanto odiata funziona, non benissimo, sarà da regolare e da controllare, ma funziona. Strumento d’emergenza sì, ma che usando un po’ di intelligenza, qualità da tempo assente nelle sale del ministero, potrebbe rappresentare un valido complemento alla didattica tradizionale, a patto che la didattica tradizionale cambi e cambi con essa anche la valutazione.

Perché, cari colleghe e colleghe, al netto di interventi retorici e tediosi sui social, la scuola da anni non funziona più nel nostro paese, ha perso la connessione con un mondo che cambia velocemente, non riesce più a trovare i giusti interruttori per accendere i ragazzi. La scuola italiana è vecchia, classista, meritocratica, a pagarne le deficienze sono da sempre i più deboli e chi fa questo mestiere se ha un minimo di onestà intellettuale non può che convenirne.

Non funziona più uno strumento obsoleto e morto come la lezione frontale, non funziona più tenere sei ore i ragazzi seduti nei loro banchi, pretendendo anche silenzio e attenzione di fronte a programmi scollati dalla realtà, distanti dal loro mondo, sovrabbondanti di nozioni inutili.

Non sto dicendo che, per esempio nel mio campo, non si debba studiare i classici, mai come oggi Boccaccio o Manzoni sono attuali, come è attuale anche Dickens, con le sue storie di bambini sfruttati o Dostojevsky, con i suoi dilemmi etici, sto dicendo che bisogna trovare nuove chiavi di lettura, un nuovo modo di proporre quello che i grandi del passato hanno detto attualizzandolo ai nostri tempi. La tecnologia, l’utilizzo intelligente del cinema e dei media, possono fornire un contributo preziosissimo se diventano strumenti sistemici e non risorse da utilizzare una tantum, quando non si sa cosa fare in classe.

Invece cosa facciamo sui social? I luddisti.

Sarebbe necessario cominciare a parlare di classi formate per fasce di livello, di didattica capovolta, di scrum, la metodologia usata nei gruppi di lavoro informatici per raggiungere gli obiettivi prefissati. Sarebbe necessario tornare a parlare di orario scolastico e di tetti di alunni per classi, inserire nel nuovo contratto, da firmare al più presto protocolli chiari su tempi e modi della didattica a distanza, valorizzare al meglio quel privilegio fantastico che è la libertà d’insegnamento.

Va rinnovata e potenziata l’integrazione dei ragazzi con disabilità, il fiore all’occhiello della nostra scuola.

I ragazzi vanno messi al centro del dibattito, devono trovare nella scuola un tempo attivo invece del non tempo con cui la vivono di solito. Soprattutto, la scuola deve tornare a sviluppare lo spirito critico, a osservare la società, coglierne i punti deboli e discuterne con i ragazzi, perchè il tempo è dalla loro parte, perché sta a loro cambiare le cose.

Le modalità di valutazione che usiamo oggi sono prive di senso: la valutazione per competenze è solo una parola, che presupporrebbe una rivoluzione vera e prova nel modo di concepire la scuola, la valutazione sommativa è comoda per le famiglie ma avvilente per i ragazzi che si trovano a vedere i loro sforzi ridotti a un numero che, di per sé, parliamoci chiaro, non significa niente, misura la performance del momento e tutti sappiamo che non è da un calcio di rigore che si giudica un giocatore.

La valutazione formativa è probabilmente un’opportunità di cominciare a scardinare il sistema dall’interno, di leggere i ragazzi con un altro sguardo di trovare negli errori non qualcosa da sanzionare ma un percorso da cominciare. Sociolinguistica, nasce negli anni settanta negli Stati Uniti e parte dalla sociolinguistica l’integrazione dei ragazzi neri nelle scuole americane.

Il ragazzo che con un software fa finta gli cada la linea durante la lezione on line o l’interrogazione, è senza dubbio irritante ma dimostra iniziativa e una intelligenza che andrebbe valorizzata, indirizzata su un’altra strada meno nefanda e più produttiva.

Con questo ministro e questa classe politica difficile si possa avviare un discorso che avrebbe bisogno di interlocutori di ben altro livello, ma resta la rabbia per l’ennesima occasione persa, per non aver trovato in un evento tragico la possibilità di ricominciare su nuove basi.

No, per la scuola, non andrà tutto bene. Come sempre.

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Con la retorica non si risolve il problema della Scuola

Foto di ArtTower da Pixabay

Sembra che la narrazione sulla scuola, nel nostro paese, non riesca a uscire da una retorica pesante e stantia, vedi l’editoriale di Asor Rosa su Repubblica, le sparate insensate di Galli della Loggia ma anche le eloquenti sparate contro la didattica a distanza di tanti colleghi fini dicitori sulle pagine dei social.

Per non parlare del ministro, uno dei più confusi, a voler essere benevoli, degli ultimi anni.

Vorrei dire alcune cose che, probabilmente, mi attireranno l’antipatia di molti ma, tant’è: diceva Graham Greene che un intellettuale dev’essere contro l’opinione comune quindi, si parva licet, ci provo, non per amore di contraddizione ma per amore del buon senso.

Intanto mettiamo un limite tra ciò che si dovrebbe fare nei prossimi quattro mesi e ciò che si potrà, realisticamente fare: della scuola, a parte chi ci lavora, non frega niente a nessuno,compresa la grande maggioranza delle famiglie, da una ventina d’anni, ergo, la scuola è andata a ramengo. Il 40% degli edifici scolastici non è in sicurezza, gli stipendi di insegnanti e Ata sono sotto il livello di decenza, non ci sono motivazioni valide e sensate per desiderare di fare questo lavoro se non il miraggio del posto fisso. I tagli sono stati da macelleria sociale hanno toccato cattedre, personale Ata e di segreteria, materiale scolastico, carta igienica, banchi, ecc. Con qualche miglioramento delle dotazioni informatiche.

Pensare che in quattro mesi si possa riparare a questo disastro è del tutto utopistico e privo di qualunque base razionale. Semplicemente, non si può anche volendo e non vogliono..

Sulla scuola si è tagliato moltissimo e moltissimo si è tagliato sulle politiche giovanili: mancano centri di aggregazione per i giovani, biblioteche, sale multimediali, cinema a misura umana, centri civici attrezzati in ogni quartiere, ecc.

Non mancano, invece, i centri commerciali, costruiti al posto di tutte queste belle cose in nome dell’etica del consumo, l’unica conosciuta dagli amministratori locali e gradita anche alla maggioranza delle persone, visto che i suddetti centri commerciali sono sempre pieni. Anche di ragazzini, che lì possono passarci interi pomeriggi mentre a studiare a casa…

Centri di aggregazione, sale multimediali, biblioteche avrebbero potuto dare una grossa mano in questo frangente, a supplire in parte alla carenza di spazi, in minima parte: ma mancano, i giovani, per la nostra classe politica non esistono, se non per sbatterli in galera se si fanno una canna.

Quindi l’unica soluzione sensata, che piaccia o no, è quella prospettata e poi subita rinnegata timidamente dal ministro: la didattica mista, a distanza e in presenza. Inutile fare appelli ricchi di eloquenza o lanciare minacce di mobilitazioni che la scuola non è in grado di fare, perché è l’unica soluzione sensata.

Ovviamente va organizzata in modo che nessuno resti indietro: banda larga per le scuole e gli studenti, garantita e, possibilmente, gratuita, strumenti digitali per chi non se li può permettere, possibilità di trasmettere la lezione in tempo reale a scuola e a casa, ecc. Alternanza tra chi resta a scuola e chi a casa, con particolare attenzione agli alunni con disabilità.

In Germania aprono le quinte elementari la prossima settimana, in Francia l’apertura è limitatissima, in Spagna, Inghilterra, ecc. le scuole sono chiuse come da noi, in Svezia è tutto aperto ed è un’ecatombe, perché l’immunità di gregge è solo l’applicazione darwiniana dell’eugenetica di Hitler. Quindi la questione non è così semplicistica come molti, raccontando balle vogliono far credere e gli altri, riguardo la scuola, fanno quello che facciamo noi.

In Germania, in una quinta elementare, sono previste quarantadue regole di comportamento, alcune delle quali inattuabili da noi per carenza di personale, da seguire rigidamente. Immaginate quale messe di appelli e piagnistei se imponessimo quarantadue regole ai nostri poveri bambini che vanno a scuola.

Eppure, per chi va a a scuola, non più di dieci, dodici alunni per classe, perchè questa è la tolleranza media nella scuola dell’obbligo per rispettare il distanziamento, le norme devono essere dettagliate, severe, stringenti e non possono essere delegate ai Dirigenti. Forse non quarantadue, ma una trentina sì.

Veniamo al problema delle famiglie che lavorano e si trovano senza il possibile supporto dei nonni. Non sta alla Scuola risolvere questo tipo di problematiche, la scuola deve fornire un servizio nel modo più efficiente possibile, punto. Ed è tempo che la si pianti di considerare la scuola un’azienda a disposizione dei clienti invece che un’agenzia sociale che fornisce un servizio agli utenti.

Casomai, le famiglie dovrebbero richiedere un intervento allo Stato che potrebbe e dovrebbe, a mio parere, mobilitare il terzo settore e assegnare di default educatori che seguano i bambini nelle ore di assenza dei genitori. Potrebbe essere anche un ottimo tirocinio per gli studenti universitari di Scienze della formazione, ecc.

Molto ci sarebbe da dire sull’infantilismo dei ragazzi che arriva alla terza media, sulle madri crociate pronte a sguainar la spada, sull’influenza della cattiva televisione sulle famiglie italiane. Molto, quindi non lo dico.

Questo che ho prospettato è il quadro più realistico possibile ma non è quello che succederà. Perché in questo paese siamo tutti capaci di dire agli altri come svolgere il proprio compito, molto meno a prendere atto della realtà per rimboccarsi le maniche e cambiarla. Tantomeno i politici, che faranno un pericoloso pasticcio nel tentativo di ottenere più consenso possibile.

Finita l’emergenza, i problemi della scuola resteranno, noi torneremo ad essere considerati nulla facenti, ad essere oggetto di insulti, minacce, percosse, ecc. e ad ottenere risposte retoriche rispondendo con la stessa retorica. E continueranno a non esserci politiche giovanili, centri di aggregazione, biblioteche, ecc.

Ho tralasciato di parlare di piste ciclabili, ingressi frazionati, necessità di assunzioni immediate e congrue, raddoppiamento del personale Ata e di segreteria, nuovo contratto dei lavoratori della scuola che comprenda anche la Dad e l’impegno che comporta,ecc. perché me la cavo con la distopia ma sulla fantascienza devo ancora lavorarci.

P.s: la didattica a distanza è didattica, non bella didattica, non quella che sognamo ma è didattica. Se continuiamo a dire che questa non è scuola, sottintendiamo che non stiamo lavorando con le conseguenze che potete prevedere. Quindi, per piacere, piantiamola di ripetere questo mantra. Anche perché ditemi se è scuola far lezione frontale davanti a dieci ragazzini che non possono parlare, disturbare, lanciarsi palline di carta, distrarsi un momento. So che è il sogno di molti colleghi, per me è un incubo.

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