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Dalla parte dei servizi sociali

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Questo è un post impopolare, che sarà sgradito a molti ma che, per onestà non posso evitare di scrivere.

Insegno da vent’anni in una scuola media di un quartiere non esattamente residenziale, che ho lasciato per un anno per insegnare in un quartiere del Ponente ancora più degradato e difficile.

Mi occupo di disagio scolastico e di abuso, fin dall’inizio della mia carriera. e mi sento, quindi, in questi anni ho potuto constatare come sia cambiato il rapporto con i servizi sociali a causa, soprattutto, dei tagli che, progressivamente, li hanno ridotti all’osso. MI sento quindi in grado di esprimere un’opinione equilibrata, ovviamente influenzata dalla mia esperienza personale e dal contesto in cui lavoro, riguardo l’attacco indiscriminato verso questo settore dell’assistenza pubblica.

Lungi dal deplorare “lo strapotere degli psicologi” frase che va di moda, credo che per l’aumentare dei problemi dei ragazzi e della loro complessità e, soprattutto, per la scarsa capacità delle famiglie di farvi fronte da sole, per motivi seri, s’intende, come licenziamenti, difficoltà economiche, ecc., senza dimenticare la scarsa preparazione di base in materia di pedagogia e psicologia di molti insegnanti, sarebbe opportuno inserire uno psicologo in ogni scuola, ovviamente preparato ed esperto dei problemi relativi alla fascia d’età.

Lavoro, anche se non vorrei, con i servizi sociali da anni. All’inizio della mia carriera il rapporto era puntuale, stretto, e la loro azione efficace, spesso risolutiva, man mano che siamo andati avanti con gli anni i rapporti sono diventati più sporadici e, purtroppo, a volte, meno efficaci, non certo per l’impreparazione o la superficialità degli operatori, mai riscontrata in vent’anni, ma per i tagli al personale su cui quelli che oggi si lanciano in attacchi sconsiderati e irresponsabili e le folle indignate, non hanno avuto nulla da dire.

Insieme con le assistenti sociali , io e i miei colleghi, abbiamo risolto molti problemi gravi di ragazzi e ragazze e, incontrandoli di tanto in tanto, anche adesso che sono usciti/e dalla mia scuola da anni, ho potuto constatare come alcuni di quegli interventi siano stati risolutivi, abbiano cambiato la strada e il destino di quei ragazzi. Scusate se è poco.

Ho sempre trovato nei servizi ascolto, comprensione e professionalità e mi trovo quindi in forte disagio di fronte agli attacchi di questi giorni, estesi anche ai servizi liguri.

La Liguria detiene il record degli affidi educativi. Invece di chiedersi il perché di un così alto numeri di affidi in Liguria, invece di fare un’analisi della situazione di forte degrado della periferia genovese, invece di cercare soluzioni, si cercano, da parte dell’amministrazione, capri espiatori da sacrificare alla pancia della gente, senza muovere un dito per risolvere i problemi reali. A me, che i problemi reali dei minori li affronto ogni giorno entrando in classe, questo atteggiamento fa schifo.

Nessuno si chiede come mai l’età media di uso della sostanze stupefacenti è diminuita, come mai nella periferia genovese ci sia un ritorno alla droga che ricorda, per chi li ha vissuti, gli anni settanta, nessuno si domanda come mai i Sert sono pieni, nessuno guarda le statistiche sulla microcriminalità minorile né sugli abbandoni scolastici o sul consumo di alcool tra i minori. Forse, se lo facessero, potrebbero cominciare a capire.

Per altro, ho avuto a che fare con pochi ragazzi in affido nel corso degli anni ma ho sempre trovato famiglie affidatarie presenti, preoccupate del benessere dei ragazzi, responsabili e disposte a trovare soluzioni condivise ai problemi, lo stesso non posso dire, a volte, delle famiglie “normali”. Fermo restando che non ho mai trovato sei servizi il desiderio di togliere i minori alle famiglie, soluzione a cui sono arrivati solo in casi limite.

Quanto agli psicologi, quando abbiamo avuto occasione di poter aprire uno sportello di ascolto, come è accaduto quest’anno nella mia scuola, i risultati sono stati sempre positivi, e più che la reticenza dei ragazzi a parlare inesistente, (i ragazzi parlano fin troppo se qualcuno li sa ascoltare), va combattuta, semmai, la diffidenza delle famiglie, che considerano comunque gli psicologi o medici dei pazzi o gente che per lavoro porta via i ragazzi alle famiglie.

Credo che quest’attacco generalizzato ai servizi sociali sia vergognoso, danneggi persone che svolgono un lavoro abbastanza ingrato ma necessario, con stipendi poco sopra il livello di povertà ( come gli insegnanti, d’altronde) e che si spendono quotidianamente nel tentativo di risolvere problemi di adulti e ragazzi in nome di uno Stato che li denigra e li delegittima invece di supportarli.

E’ un altro capitolo della guerra contro gli ultimi che questo governo, e certe amministrazioni comunali e regionali come quella di Genova, sembrano perseguire con un impegno che, se fosse rivolto ai reali problemi del paese, sarebbe encomiabile, mentre in questo contesto, è spregevole.

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L’indignazione 2.0 o dell’incapacità di capire il senso delle cose

L’ondata di indignazione che si è scatenata in rete a seguito delle parole di Corrado Augias, a proposito della tristissima vicenda della piccola assassinata da un pedofilo, è l’ennesima dimostrazione della incapacità della gente di capire, di quanto il fraintendimento, in un paese culturalmente sempre più povero, sia all’ordine del giorno, di come la cultura televisiva della rissa sia ormai diventata patrimonio comune.

Augias, esattamente come anni fa fece Aldo Busi, non ha istigato né giustificato la pedofilia ma ha espresso un concetto scomodo su un argomento scabroso: affermando che la bambina si atteggiava nelle foto come se fosse più grande della sua età, voleva dire, credo, che evidentemente non c’era il controllo dovuto da parte della famiglia, mancavano quei punti di riferimento che fanno sì che un bambino debba essere un bambino e crescere con i tempi giusti, senza essere esibito, agghindato, esposto. Credo che volesse semplicemente porre l’accento sulla situazione di degrado, anche culturale,  in cui la povera vittima viveva.

Quello della sessualizzazione eccessiva dei bambini è un problema che abbiamo davanti agli occhi quotidianamente: basta guardare certe pubblicità, certe foto sui giornali, ma se appena qualcuno accenna a parlarne, si scatena il pandemonio. Sia perché l’argomento è indubbiamente scabroso e sgradevole, sia perché scatta quella dismissione collettiva di responsabilità che è comune quando accadono tragedie strazianti come quella della piccola.

E’ molto più tranquillizzante attribuire tutte le colpe al mostro piuttosto che indagare sul contesto in cui il mostro ha potuto agire, è molto più salutare, per il nostro equilibrio mentale, pensare che certe cose accadono solo agli altri, negli oscuri quartieri delle periferie.

Purtroppo non è così: gli abusi sessuali interessano tutte le fasce sociali e uno degli indicatori che permettono ai genitori più accorti dire rendersi conto che qualcosa non va, è proprio l’atteggiamento delle bambine abusate che, di colpo, in modo innaturale, si fa più adulto, in qualche modo si erotizza. Che poi Augias possa essersi espresso in modo incompleto o poco chiaro, che sarebbe stato più opportuno che questo discorso lo facesse uno psicologo o un esperto di abusi sessuali, questo è un altro discorso e una critica condivisibile.

Non ho letto purtroppo lo stesso sdegno alla notizia che il comune di Genova ha ridotto di un milione e trecentomila euro lo stanziamento dei fondi per i minori a rischio. Chi scrive si occupa, purtroppo, perché il suo lavoro dovrebbe essere solo quello di insegnare, sia di minori a rischio che di abuso, argomenti  spesso collegati e conosce benissimo le ristrettezze in cui si muovono i servizi sociali e il carico di lavoro assurdo a cui sono sottoposte le assistenti sociali. Tagliare ulteriormente i fondi significa creare sacche pericolose di disagio sociale, rendere più complicato il lavoro degli insegnanti che lavorano nelle scuole a rischio, porre solide basi per creare nuovi emarginati.

E’ il frutto di una politica sbagliata, che agisce per slogan demagogici, in questo caso tagliamo l’Imu, senza occuparsi delle conseguenze. ma è anche il frutto di un sentire comune ipocrita e silenzioso, che permette di tagliare senza colpo ferire sui più poveri, gli altri, quelli delle periferie dove nascono i mostri di cui parlavamo sopra.

Se si vuole una dimostrazione che il sistema in cui viviamo è basato sulla diseguaglianza, che non c’è nessun progresso nel paese, che la crisi non è lontana e che ormai da anni, vecchi e nuovi imbonitori, ci stanno raccontando solo bugie, basta guardare i bilanci dei comuni alla voce disagio sociale.

La verità è che i mostri sono generati dal sonno della ragione che ci fa indignare per le parole sbagliate e ci fa ignorare i fatti sbagliati.

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