La fatica di vivere è trasparente

Depressione-lavoro-suicidio

La notizia della madre che ha ritirato la figlia da scuola perché non c’era l’insegnante di sostegno, è terribile. Non è ammissibile una simile carenza di servizi.

Da anni, anche in sindacato, porto avanti la necessità che la presenza di insegnanti di sostegno, vista la crescente difficoltà di insegnare, le classi numerose, ecc., debba essere fissa in ogni classe. la scuola deve essere un’isola felice per tutti, non aggravare il disagio chi parte già da una situazione difficile. In Italia la legge sull’integrazione è tra le più avanzate del mondo e ha funzionato, fino a quando non hanno cominciato a fare macelleria sociale sulla scuola, senza più fermarsi.

Qualche giorno fa ho assistito a due episodi che mi hanno fatto riflettere. Un disabile sulla sedia a rotelle non è riuscito a salire sull’autobus ( nuovo) perché la passerella non funzionava. Quando sono sceso alla mia fermata, c’era un ragazzo che poteva avere al massimo sedici anni, deambulava male e aveva una paralisi al braccio ma ostinatamente, un passo dopo l’altro, andava avanti.  L’immagine della fatica di vivere.

I disabili sono invisibili, non ci si fa caso, li si evita, sono cattivi pensieri da scacciare dopo un momento di commiserazione, a volte danno fastidio, specie nei luoghi di villeggiatura, o in tutti quelli dove la gente va per divertirsi. Se ti rilassi, non vuoi pensare a chi non si rilassa mai.

Sono invisibili anche i poveri, specie quelli dignitosi, che non chiedono l’elemosina e devono contare gli spiccioli quando comprano da mangiare, visi che fanno tenerezza a vederli, stelle cadute che nessuno raccoglierà.

Sono invisibili gli abitanti delle periferie, isolati in ghetti, rinchiusi dentro palazzi enormi simili a caserme, fissati nell’immobilità di una vita che non prevede cambiamenti se non in peggio, senza prospettive, smarriti fuori dal loro ambiente, come gli uccellini vissuti in gabbia che non riescono a volare.

Sono invisibili gli anziani, perennemente in coda, lenti, quindi fastidiosi, per chi va sempre di fretta, desiderosi di parlare, scambiare quattro chiacchiere sull’autobus o dal salumiere con chi non ha più tempo neanche per essere cortese e li ignora sgarbatamente.

Quelle che ho elencato sono espressioni di una fatica di vivere che non è contemplata dai programmi di governo, a cui non guarda né la sinistra né la destra, sono marginali ed emarginati, fuori dal mercato, tanto per usare un’espressione attuale.

Spesso nel mio lavoro mi capita di parlare con nonne disabili, povere, che vivono in periferia e si occupano dei loro nipoti, di vedere sintetizzata in una persona la fatica di vivere. Sono momenti poco piacevoli non perché ne sia infastidito, ma perché, spesso, non ho risposte, non posso neanche regalargli un sorriso dicendo che il ragazzo o la ragazza va bene a scuola perché non è così, non può essere così. Se poi la fatica di vivere la vedi nei ragazzi, diventa straziante e la frustrazione insopportabile.

Prendersi cura degli altri per lavoro, non lo rende più facile, anzi, proprio per il fatto di essere retribuito da quello Stato che, sempre più spesso, è la causa dei problemi di chi devi aiutare, rende il lavoro più difficile, con un surplus di senso di responsabilità, di quella maledetta etica del lavoro che ti hanno inculcato i tuoi genitori, che ti fa arrivare stremato a fine settimana.

Immagino chi lavora sulle navi delle Ong, quelli che si occupano di tossicodipendenti, chi lavora nei servizi sociali, chi quotidianamente, ogni santo giorno, incontra la fatica di vivere nei suoi aspetti più estremi. Provo rispetto e ammirazione per queste persone, spesso denigrate, diffamate, insultate, basta fare un salto sui social e leggere i commenti sul coraggioso intervento di Carola Rackete, che ha accusato le nazioni europee di avere lasciato lei e i suoi compagni soli, quando avevano bisogno del loro aiuto.

Ecco, ci si sente soli, spesso, gli insulti, le calunnie, le critiche, scivolano, ma la solitudine no, ed è sempre più forte, negli ultimi tempi, la sensazione, in  chi si prende cura degli altri, di sentirsi diverso in mezzo ai diversi, di soffrire, in modo più lieve, della fatica di vivere che si cerca di alleviare.

Ma si va avanti, nonostante una politica di uno squallore inedito anche per il nostro paese,  dove lo squallore è di casa, nonostante il fuoco amico, nonostante un senso d’inutilità che a volte diventa quasi concreto, lo puoi toccare, sentire, odorare, si va avanti perché bisogna pur trovare un senso alla vita, qualcosa che vada oltre il possesso, bisogna pur essere qualcosa oltre ad averlo.

Alleviare per un momento la fatica di vivere al prossimo, quando ci si riesce, dà un senso, regala perfino momenti di gioia, a volte.  Se si riuscisse a farlo capire non a chi ci governa, è inutile, ma a chi ci vive attorno, forse il nostro sarebbe un paese migliore.

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