La scuola che non c’è più e la barbarie prossima ventura

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Se questo governo non fosse per metà miope, per metà sconcertante nella sua carenza di capacità di fare politica, ( ditemi voi se un ministro può dire di un’azienda che ha vinto un regolare bando pubblico che “non li convince”), se questo governo, dicevo, non fosse una eterogenea accozzaglia raccogliticcia di mediocri, quando va bene, interpreti della politica, data la situazione sociale, vista la rabbia che serpeggia tra le fasce più basse della popolazione, avrebbe provveduto a quel rilancio della Scuola che appare ormai ineludibile.

È evidente che quelli che passano il loro tempo a insultare via internet presidenti della repubblica e reduci dell’Olocausto salvo poi chiedere scusa quando colti con le mani nel sacco, esclusi i sessantenni per cui servirebbe il geriatra, non hanno evidentemente frequentato con profitto le scuole e imparato ad esercitare quella funzione essenziale per vivere attivamente in società che si chiama spirito critico. Probabilmente considerano i libri strumenti del demonio e si abbeverano alle verità confezionate ad arte per loro da chi usa la rete come strumento di manipolazione di massa.

Banalizzo, certo, sociologi e psicologi troveranno altre motivazioni mentre, i geni dell’ultima ora, ritengono che le masse operaie abbiano trovato il loro punto di riferimento nell’estrema destra perché dice loro quello che vogliono sentire. Io vengo da una famiglia operaia e,onestamente, credo che le masse operaie sappiano sgamare un bugiardo disonesto tanto che non mi risulta di aver visto cortei operai inneggiare a quello che si manda i proiettili da solo per fare notizia. L’odierna ondata di violenza che si concretizza a vari livelli ha l’odore forte e chiaro dell’ignoranza.

Il declino della scuola coincide, guarda un po’, con il progressivo imbarbarimento della nostra società, con la caduta di valori che, fino a poco tempo fa, credevamo inattaccabili. Il sonno della ragione genera mostri, diceva Unamuno, da noi genera mostricciattoli, almeno per ora, e il sonno della ragione si accompagna sempre all’ignoranza. Il disprezzo della cultura e dei professori è un distintivo della destra italiana che non è mai riuscita a diventare, come altrove, democratica, liberale,  europea, antifascista.

La svalutazione dell’istruzione, e della competenza, comincia con l’era Berlusconi, una grossa mano l’hanno data Monti e personaggi come Burioni, non proprio simpatici, incapaci di capire che la comunicazione, oggi, va gestita in modo intelligente e puoi essere un genio ma, se non sai come portare avanti le tue tesi in modo da arrivare a più gente possibile, specie a quella fascia di popolazione che non ha gli strumenti per capire, resterai un genio odiato.

Per quanto riguarda la Scuola, si è solo provveduto a tagli indiscriminati riuscendo a creare una situazione costante di emergenza oltre che per la didattica anche per la sicurezza a interna degli istituti. La Buona scuola di Renzi, con il suo arruolamento cervellotico e la finta meritocrazia, ha creato una gerarchia interna di cui non si sentiva davvero il bisogno e speso tanti soldi, più di altri, malissimo.

Questo governo, che per la scuola non ha stanziato una lira, si mantiene sulla falsariga di chi l’ha preceduto: promesse, parole al vento, niente fatti, parecchie stupidaggini.

È proprio in momenti come questo, invece, che si dovrebbe intervenire con coraggio per fare sì che la scuola torni a formare persone consapevoli, informate, competenti, che possa aprirsi al mondo per cercare di decifrarne la chiave d’interpretazione utile a preparare i ragazzi ad affrontarlo, senza il rischio di diventare adepti del Masaniello di turno, di destra o di sinistra che sia.

Invece siamo al vanto dell’ignoranza, al disprezzo di quelli libri polverosi che sono, o sono stati, la bussola per i giovani di questo paese, al disprezzo quotidiano del sapere.

D’altronde, chi ha la verità in tasca, specie se facile ed elementare, chi semplifica grottescamente concetti che meriterebbero tutt’altra attenzione, ha il successo assicurato.

E’ èproprio oggi che la Scuola dovrebbe tornare a quella sua importante funzione politica a cui sembra aver abiurato.

Buona parte del merito della situazione attuale, va ascritto ai mezzi d’informazione e alla televisione. Abbiamo il giornalismo peggiore d’Europa, asservito, privo di nomi di spicco, con qualche eccezione, incapace di approfondire e teso solo a manipolare. Abbiamo una televisione di rara disonestà intellettuale, volgare, improponibile, spesso oltre il limite dell’osceno. Questo spiega gli hater ottuagenari ma non i giovani.

I ragazzi hanno bisogno di punti di riferimento che, un tempo, erano forniti, appunto, dalla Scuola. L’insegnante era una figura rispettata anche nelle scuole più disagiate perché dava l’esempio svolgendo il proprio lavoro nonostante tutto. Era un modello, qualcuno di cui ci si poteva fidare. Oggi continua a svolgere il proprio lavoro, nonostante tutto, ma a che fare con famiglie che, molto spesso, avrebbero bisogno di essere istruite più dei figli. E rischia anche di essere menato se si permette di  segnalare un problema a chi di dovere o a dare un brutto voto al genio di famiglia.

Eppure, questo paese nel dopoguerra è riuscito a produrre un’alfabetizzazione di massa, a creare una classe dirigente dignitosa, a crescere e progredire con fatica ma con buona rgadualità. Abbiamo avuto intellettuali di fama mondiale, come Eco e Sanguineti, e adesso ci siamo ridotti a Fusaro, che rimastica Marcuse senza averlo capito e crede di fare filosofia quando fa solo cabaret.

Questo paese ha una speranza se riparte da una scuola che deve tornare a insegnare, possibilmente sui libri polverosi, senza derive tecnologiche che non portano a niente se diventano un fine e non un mezzo, una scuola che deve essere ristrutturata dal punto di vista logistico e rivista dal punto di vista della didattica. Una scuola che diventi un laboratorio critico della società, che formi cittadini attivi e consapevoli, che al sapere nozionistico, necessario, accidenti se oggi è necessario!, accompagni la consapevolezza del mondo che ci circonda, che sottoponga alla lente dello spirito critico le verità che ci vengono amanite quotidianamente.

Diventa per me ormai essenziale che nelle scuole entri lo studio del linguaggio dei media, la decodificazione di una parte dei messaggi con cui ci bombardano quotidianamente e delle tecniche di manipolazione, altrettanto essenziale diventa insegnare a usare la rete, evitare che i ragazzi trovino solo ciò che conferma le proprie tesi e rifiutino il resto, istruirli su come distinguere le informazioni utili da quelle false..

Sono solo due proposte ma sono sicuro che da un confronto aperto con chi la scuola la vive e la fa quotidianamente ne uscirebbero molte altre, se solo qualcuno fosse disposto ad ascoltare.

Oigni volta che ho avuto il privilegio di confrontarmi con colleghi provenienti da altre scuole e da altre regioni, sono sempre venute fuori idee, spunti, riflessioni che ho poi usato per il mio lavoro quotidiano.

Se i politiuci ascoltassero direttamente chi la scuola al vive e la fa ogni giorno, prima di emanare leggi inutili e confuse, se avessero la bontà di consultare chi è competente, forse avrebbero qualcosa da imparare anche loro.

Molti episodi ripetuti formano un clima e il clima che si respiura in Italia non è dei più salutari. La Scuola è un microcosmo a imamgine e somiglianza del macrocosmo che la circonda, la speranza è che possa essere utile a correeggerne i difetti e non ad acquisirli. Ma è una risposta che deve dare la politica.

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Sono tra noi e bisogna dire basta

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Salvini che si paragona a Liliana Segre è blasfemo. Uno squallido razzista agitatore d’odio che si mette sullo stesso piano di una donna che rappresenta la memoria vivente dell’orrore.

Ancora più squallidi e miserabili sono i suoi elettori. Tanti, troppi perché la già non sempre stabile tenuta democratica del nostro paese possa sopportarli.

Sono tra noi, sugli autobus, per le strade, nelle file alla posta o alla Asl, sui luoghi di lavoro. Si portano dietro il loro bagaglio di falliti, frustrati e rancorosi, la loro invidia da inetti e, come novelli untori, disseminano i germi del loro odio, l’unico sentimento che sono capaci di esprimere.

Piantiamola di dire che la destra è l’unica a recepire le istanze dei lavoratori, a lavorare nelle periferie. Chi segue dei miserabili è miserabile, punto. Essere di destra è lecito e rispettabile, essere razzisti e seminare odio non è né l’una né l’altra cosa.

Liliana Segre non ha bisogno di retorica ma di rispetto e il miglior modo che abbiamo di manifestare questo rispetto è dire basta.

Io per primo troppe volte taccio di fronte a certe affermazioni che sento in giro, l’ho raccontato in un post qualche giorno fa. Tanta altra gente, come me,  tace, vuoi per paura, vuoi per apatia, vuoi per rassegnazione. Grazie anche al nostro silenzio ci rubano ogni giorno un po’ di libertà.

Non è più il momento di chiedersi come sia stato possibile o di pensare che si possano seppellire con una risata, è arrivato il momento di agire, di testimoniare ovunque il nostro pensiero divergente, di dire basta a ad alta voce e pubblicamente a ogni commento razzista, a ogni atteggiamento discriminatorio,  a ogni insulto nei confronti di chi ha la sola colpa di essere nato con un colore diverso.

È il momento di fare pressioni perché quelle leggi sui diritti civili che il Pd sembra avere accantonato vengano approvate, di chiedere a voce alta l’abolizione dei due decreti   discriminatori che garantiscono sicurezza e impunità solo ai razzisti e vanno sotto il nome mai meno azzeccato di decreti sicurezza. È arrivato il momento di porre freno all’infamia.

È tardi per invertire la rotta del paese o per pensare di convincere la maggioranza silenziosa, quella che non si schiera mai, che non vota, quella delega sempre per non assumersi responsabilità ma non è tardi per mostrare che esiste comunque una parte consistente del paese che non tollera questa deriva nauseabonda.

Liliana Segre non è un monumento ma una donna che ha patito sofferenze indicibili e ha scelto di testimoniarle, il modo migliore in cui possiamo portarle rispetto è provare ad essere d’esempio, svolgere nel modo migliore il compito che ci è stato assegnato, essere uomini e donne onesti materialmente e intellettualmente.

La deriva razzista del nostro paese è una cosa seria e chi scrive l’ha denunciato in tempi non sospetti, affermando anche, e ricevendo per questo molte critiche, che il fascismo poco aveva a che fare con questa nuova barbarie che non era ideologica ma sociale, una devastazione valoriate inedita, portata avanti da persone prive di etica e morale che andava combattuta con strumenti nuovi, che non potevano essere le rispettabilissime manifestazioni dell’Anpi né l’antifascismo una tantum dei raduni di piazza.

Adesso che siamo arrivati a un punto di non ritorno, perché questo rappresenta la scorta a Liliana Segre, inutile chiedersi perché o come è successo, bisogna agire, bisogna spingere chi ha il potere di farlo, la politica, a porre fine con ogni mezzo a questo scempio.

La società civile non ha la forza di cambiare nulla, la società civile  è divisa, frastagliata, sparsa, smarrita. Sentivo l’altro giorno, durante un’assemblea, dei colleghi e delle colleghe insegnanti lamentare la propria solitudine in quel luogo che dovrebbe essere il tempio della collegialità, la scuola. La solitudine è il sentimento dominante sui luoghi di lavoro, ogni giorno viviamo una sensazione angosciante di diversità, di scollamento dal presente, di mancata sintonia con chi ci sta vicino.

Sono in molti a sentirsi così: scoraggiati, delusi, amareggiati da un presente difficile e da un cielo sempre più gravido di nuvole scure. È in questi momenti che bisogna trovare la forza di rialzare la testa. È il momento di fare di quella diversità, di quella mancata sintonia col pensiero dominante un valore aggiunto. Di coltivarla per farla crescere, di contagiare chi ci sta vicino con i semi della solidarietà, della cooperazione, del diritto.

Unica consolazione è il fatto che Liliana Segre sarà ricordata sempre, quell’altro invece, presto o tardi scomparirà, destinato al meritato oblio dei falliti.

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Una democrazia malata

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Più del voto in Umbria, ampiamente previsto e amplificato ad arte dalla grancassa fascista e da un Di Maio che non vede l’ora di trovare il pretesto per staccarsi dal Pd, trovo allucinante l’immagine di quegli esponenti politici del centro destra che restano seduti in aula mentre i colleghi applaudono Liliana Segre e non votano la risoluzione riguardante l’antisemitismo.

Qui non è questione di libertà d’opinione, ci sono argomenti che non rientrano in questo ambito e l’antisemitismo è sicuramente uno di questi argomenti, non è neanche questione di incoerenza, come quella di Salvini che dice di non aver votato il provvedimento perché non vuole uno stato di polizia, lui, l’uomo che faceva eliminare gli striscioni sgraditi alla Digos, è quesitone di rispetto delle più elementari regole di convivenza civili e dei principi fondamentali della Costituzione.

Le ipocrite dichiarazioni dei fascisti, chiamiamoli così per favore, did democratico questi non hanno nulla, per giustificare un atto ignobile, mostrano solo l’infima statura man di questa gente.

Liliana Segre è una superstite della più grande tragedia del secolo scorso ed è persona di altissima statura etica e morale che non può e non deve essere oggetto di attacchi squallidi e ignobili da parte di una massa di dementi, manovrati ad arte da una macchina propagandistica per cui la definizione di “macchina del fango” non è più adeguata.

È inammissibile che in questo paese ci siano individui rappresentanti del popolo che si astengono su una questione fondamentale per la tenuta democratica di questo paese blandendo e cercando il consenso di movimenti anticostituzionali e criminali.

Tenuta democratica che, bisogna dirlo forte e chiaro, tra rievocazioni nostalgiche della marcia su Roma, razzismo dilagante, e flirt della destra con le frange più violente del neonazismo nostrano, è in pericolo.

Per anni, durante il ventennio di Berlusconi, ci siamo sentiti dire che non c’era nessun pericolo, che la democrazia era solida, ecc. ecc. Intanto, la democrazia veniva erosa giorno dopo giorno, il welfare ridotto, diritti fondamentali cancellati, presidi di democrazia come la Scuola ridimensionati e modificati in modo da mettere a tacere il pensiero critico e libero.

I segnali di un attacco frontale alle libertà costituzionali sono stati forti e chiari ma sono stati ignorati sia dalle forze politiche sia dalla società civile, nel timore di perdere consensi o apparire impopolari. 

Se la sinistra e la società civile fosse stata presente e compatta a ogni sgombero di campi rom, per stigmatizzare la disumanità, a ogni manifestazione neofascista per ricordarne l’illegalità, ai primi accenni di xenofobia che si sono manifestati in varie città, per contrastarli senza se e senza ma, se avesse, senza ambiguità, fatto una scelta di campo netta, chiara, decisa, le cose sarebbero andate diversamente. La sinistra tutta, la società civile quasi tutta e la stampa di sinistra, disonesta intellettualmente quanto quella di destra, solo un po’ più elegante.

Prendiamo come esempio gli accordi con la Libia: invece di rendere umani gli hot spot  e i centri di accoglienza, dove i diritti vengono violati quotidianamente,e invece di riorganizzare l’accoglienza in base a nuove regole,   ripulendo il campo dalle associazioni che non svolgono il proprio lavoro in modo adeguato e facendo entrare invece chi, da sempre lo fa, invece di rendere norma il modello Piace, Minniti e co. hanno avvalorato la falsa idea dell’invasione  giocando in difesa sulla pelle dei migranti e facendo il gioco dei fascisti.

Oggi che quell’accordo ignobile, un vero e proprio patto Stato-mafia, deve essere rinnovato, ancora una volta la sinistra non riesce a compattarsi e distaccarsi da quest’idea che per battere la destra bisogna comportarsi come la destra. E continua a fare il gioco dei fascisti.

Matteo Renzi, addirittura, dichiara di essere fiero della propria identità italiana, peccato che non esista storicamente e antropologicamente.

L’atto di non alzarsi di fronte a una vittima dell’Olocausto è uno sdoganamento della peggiore forma di razzismo possibile ed è un comportamento che non dovrebbe suscitare pallide proteste ma rasenta il crimine. È l’esempio più eclatante che l’identità nazionale, quel sentimento che si coagula attorno a valori condivisi da tutti, non esiste. Siamo un paese diviso da sempre, l’entità geografica di Metternich e, tempo, anche un paese fascista.

O si torna a difendere i valori che hanno unito questo paese contro la follia nazi fascista, tornando a cercare di costruirla, un’identità italiana, o a quella stessa follia, e deve essere chiaro a tutti, finiremo per arrenderci.

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Memoria dell'Infamia

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Sono emozioni contrastanti quelle che mi spingono a scrivere questo articolo. Da un lato, la visione limitata, di pochi minuti, del programma di Santoro di ieri sera, riguardante il razzismo, dall’altro la visione odierna di un film a mio parere bellissimo, Un sacchetto di biglie, un film che più che dell’Olocausto parla di solidarietà, del bene che si può incontrare anche nell’oscurità, dell’istinto di sopravvivenza che permette di trovare risorse insperate dentro di noi.

Tanto il film è delicato, curato come un quadro di Renoir, con una capacità di coinvolgimento empatico nei riguardi del protagonista che ha coinvolto sia i colleghi che i ragazzi che abbiamo accompagnato al cinema in occasione della memoria dell’Olocausto, tanto ho trovato la trasmissione di ieri sera, per quel che ho visto, di pessimo gusto, retorica, un’occasione sprecata per parlare di un problema serio e attuale.

Personalmente, su un problema come quello del razzismo e dell’intolleranza, non tollero contraddittori: avrei gradito invece ascoltare a lungo Sergio Quirico e Fabrizio Gatti, giornalisti veri, di una razza in via d’estinzione, e prima che giornalisti uomini veri, disposti a rischiare di loro per capire e guardare negli occhi vittime e colpevoli.

Invece, dopo il momento kitsch di Stefania Rocca che interpretava una  insopportabile Oriana Fallaci rediviva che vomitava assurde litanie razziste, mi è toccato sentire l’altrettanto intollerabile Zecchi confondere la passione politica con l’ottusità e la chiusura mentale dell’ultima Fallaci e perfino la fiaccolante di Multedo, capopolo in sedicesimo, dallo sguardo truce e i toni accesi, ieri sera assolutamente moderati, di una disgustosa crociata razzista in un quartiere della mia città.

Sarò impopolare e anti democratico, lo ammetto, probabilmente anche un po’ stalinista, vista la mia tendenza politica, ma ritengo che certi temi, il razzismo, l’antisemitismo, l’antifascismo, quando trattati, debbano essere affrontati da persone che sanno quel che dicono e non possano essere oggetto di dibattito. Cardini sì, Zecchi no, tanto per intenderci.

Dobbiamo dibattere se è lecito o no salvare esseri umani? Se è morale rimandarli indietro a farsi torturare nelle prigione libiche in nome della massima che recita “occhio non vede cuore non duole”? Dobbiamo discutere sul fatto che Mussolini e Hitler fossero due schifosi criminali, due esseri umani miserabili e spregevoli che la Storia ha condannato? Dobbiamo davvero aprire un dibattito sull’assenza del diritto dei fascisti a dichiararsi tali perché proibito dalla Costituzione?

Io non voglio ascoltare tutte le campane su questi temi, perché chi è razzista e fascista  non ha, per la nostra Costituzione, diritto di parola.  Il candidato alla presidenza della regione Lombardia che ha parlato di purezza della razza bianca andrebbe perseguito per istigazione al razzismo, così come i decerebrati che ieri hanno bruciato l’effige della Boldrini in piazza. Berlusconi che dà cifre assurde sugli extracomunitari che delinquono andrebbe perseguito per procurato allarme e per incitamento al razzismo, per non parlare di Salvini.

La libertà di parola non è la libertà  di dire quel che si vuole ma la facoltà di controbattere a una argomentazione usando lo spirito critico non le esalazioni escrementizie di una mente malata. La libertà è tale fino al momento in cui non lede i diritti dell’altro. Se parlare di Locke e Rousseau con Salvini è come discettare della scommessa di Pascal con Di Maio, perché questa gente deve continuamente apparire nei vari talk show e vomitare il proprio odio da frustrati oscurando chi cerca di dibattere in modo serio e articolato? Perché bisogna applicare la par condicio anche agli idioti? Trovo immorale che l’informazione gli conceda uno spazio così ampio.

In nome di un garantismo che tutela solo gli intolleranti, i fascisti, i razzisti, i corrotti, in questo paese non è solo il pensiero a essere diventato liquido, anzi, gassoso, ma anche i principi e i valori che rappresentano le basi della convivenza civile. Un paese nato sull’antifascismo si è trasformato in un paese fascista, e le leggi di Minniti acclamate da persone per bene, sensate, per nulla di parte, ne sono la prova, senza colpo ferire, per ignavia, perché la memoria dell’infamia si è dissolta in tante piccole infamie quotidiane, in una degenerazione lenta e irreversibile del tessuto morale del paese. la massima di Machiavelli sul fine che giustifica i mezzi, parole che non ha mai pronunciato nè scritto, è diventata l’unica regola della politica, peccato che si ometta sempre che Machiavelli considerava lecito anche l’illecito ma in nome del bene comune.

Nel film i due ragazzi protagonisti incontrano l’orrore del nazismo ma anche la solidarietà di tanti, spesso insperata, spesso inattesa. Io credo che sia proprio da questa parola che si debba ripartire: la solidarietà implica il riconoscimento dell’altro come mio simile, con gli stessi bisogni e gli stessi diritti, gli stessi desideri, gli stessi sogni, le stesse sconfitte.

Oggi la politica è diventata un ciarlare vuoto che promette solo modesti aumenti pecuniari. Più soldi, più consumi, è questa l’etica di queste elezioni, votateci e avrete l’iphone, votateci e vi daremo quel tanto che basta per illudersi di essere sicuri, inattaccabili, inamovibili, per maturare la falsa certezza che nessuno di noi diventerà mai un profugo, un rifugiato, un disperato in cerca d’aiuto.

Io vorrei che la politica  promettesse più scuola per tutti, sanità migliore per tutti, periferie a misura d’uomo, aree verdi, lotta alla criminalità organizzata, lotta  senza quartiere alla corruzione, ecc.

Io vorrei che la politica tornasse ad avere una visione e non fosse una mera lotta per il potere di pochi sulle spalle di molti.

Viviamo in una società orwelliana e la soluzione non può che essere orwelliana: “Il potere è nei prolet”, certo, come sempre, se e quando si sveglieranno, se e quando troveranno la forza di tornare a sognare.

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