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Il peso della realtà

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La notizia odierna del recupero di sette corpi a Lampedusa riporta drammaticamente lla mia attenzione su un fatto inconfutabile: esseri umani continuano a morire nel mediterraneo e nessuno fa niente perché la strage si fermi.

Quando parlo di concretezza e prassi della protesta, come ho fatto ieri,  mi riferisco anche a questo: chiedere poche cose e insistere finché non si ottiene un segnale. Credo che la fine delle stragi nel mediterraneo sia una di queste poche cose e sarebbe opportuno che il Pd, invece di continuare ad insultare Renzi, aprisse un tavolo comune con tutta la sinistra per affrontare il problema immigrazione in modo pragmatico e non con slogan che lasciano il tempo che trovano.

C’era un modello, il modello Riace, che prevedeva il ripopolamento di quei borghi che i nostri giovani abbandonano, trasformandoli in deserti, quando potrebbero, se utilizzati in modo sensato e ripopolati, costituire un primo passo verso la soluzione del dissesto idrogeologico in molte zone del nostro paese. Perché, come scriveva giustamente ieri MIchele Serra, il èprimo passo per risolvere il problema è prendere in mano la pala e imparare ad usarla.

Guardate che la sostenibilità chiamata ieri a gran voce da molti ragazzi in tutta Europa, ignorati dai media italiani, significa anche questo: recuperare il territorio, coimprese le aree coltivabili, dare l’opportunità a chi arriva in cerca di una qualità di vita migliore di averla, con agevolazioni statali che verranno ripagate da un lavoro che in Italia nessuno vuole più fare e che ripagheranno la comunità in un futuro neanche troppo lontano.

Nel quartiere di Genova in cui lavoro sono stati i rifugiati africani a rivitalizzare le vigne che sulle colline erano ormai morte, soffocate dal cemento, dalle esalazioni dell’Italsider e poi abbandonate. Non lo sa nessuno, non si dice, perché quello che va bene, gli esperimenti di integrazione che funzionano, non fanno notizia. ma esistono e non sono pochi, indicano una strada.

Il modello Riace è esportabile in tutto il nord Italia, dove i borghi abbandonati e le terre incolte abbondano. Ovviamente va strutturato e organizzato con la collaborazione delle associazioni serie che si occupano di accoglienza, e sottolineo serie, e offrirebbe la possibilità di razionalizzare i flussi migratori, almeno in parte, e di offrire opportunità di lavoro.  Ma la sinistra sembra averlo dimenticato, forse per non favorire Salvini.

La sinistra sembra aver dimenticato tutti i suoi valori fondanti e dare la colpa a Renzi è solo un comodo scaricabarile. Sono almeno vent’anni che la sinistra non è più tale e  sbaglio per difetto.

Ripeto: le persone continuano a morire nell’indifferenza di tutti e noi stiamo a discutere delle ville di Renzi.

Non vorrei che l’enfasi sull’antifascismo, che non condivido non perché non sia antifascista ma perché, a mio parere, non c’è un pericolo fascista in Italia, c’è ben di peggio, facesse dimenticare le altre emergenze.

Manifestare e cantare canzoni partigiane va benissimo, con qualche distinguo, ma vedo più difficoltà a manifestare per i diritti degli ultimi, se non intermini qualunquistici: sì all’accoglienza, che non significa un cazzo. Vedo poca solidarietà concreta in giro, poca voglia di spendersi per gli altri.

Continuo a non vedere la sinistra nelle periferie e le piazze piene sono sempre quelle centrali, che assicurani visibilità mediatica, mentre lasciamo gestire l’emarginazione a chi soffia sul fuoco dell’odio sociale e della rabbia. Continuo a non sentire dichiarazioni forti e chiare di un cambio di rotta sull’immigrazione da parte di leader di sinistra a ogni conta di morti, continuo a veder ignorati dal governo molti dei problemi strutturali che ricadono sulla pelle di quei giovani che riempiono le piazze: il lavoro, la lotta contro le droghe, con una revisione e una inversione delle leggi, ormai vecchie e stantie, sull’argomento, la dimunzione dell’abbandono scolastico sopra i livelli di guardia anche al nord, il potenziamento dei servizi sociali, bloccati in molte città dopo la cagnare di Bibbiano, ecc.

Il peso della realtà, sempre più gravoso, sempre più difficile da alleggerire, non si risolve, a mio avviso,  con una gioiosa macchina da guerra ma col coraggio e con la buona politica, con la competenza e una visione a lungo termine, tutte qualità che latitano da tempo dalle nostre parti.

Quando ero giovane pensavamo che li avremmo sconfitti con la fantasia: ci sbagliavamo, la fantasia può poco contro l’interesse, l’avidità e l’egoismo. Serve concretezza e coraggio, serve una sinistra che torni a guardare avanti e la smetta di vagare alla cieca pensando solo al consenso.

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Perché non condivido l’entusiasmo per le sardine

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Chi mi conosce sa che ho sempre difeso i giovani che scendono in piazza e continuerò a farlo, ma sa anche che ho sempre affermato che la politica devono farla i politici e non può partire dal basso. La parabola dei Cinque stelle è un triste esempio che conferma il mio pensiero in proposito. Il popolo ragiona di pancia, la politica dovrebbe usare la testa.

Vedo molto entusiasmo in giro per il movimento delle sardine e già il nome, una felice invenzione mediatica, mi induce a fare alcune riflessioni prudenti.

Se ne parla come di uno spontaneo movimento antifascista, Bella ciao torna a risuonare nelle piazze, ecc.ecc.

Ho più volte manifestato la mia perplessità nel definire la deriva populista “fascismo” e le stesse perplessità le ho a definire le sardine come “antifascismo”. Il motivo è, per entrambe i fenomeni, l’assenza di un pensiero politico alle spalle. Per essere più chiare, l’assenza di un corpus di conoscenze acquisite necessarie a formare un’opinione che si possa definire politica.

Io sono stato un contestatore all’università, ho manifestato con gli operai dell’Italsider, sono sceso in piazza contro la guerra del golfo, ero a Genova nel 2001: parliamo di piazza di centinaia di migliaia di persone, di un pensiero forte, di proposte concrete: tutto si è rivelato inutile. L’università arranca ed è un centro di clientelismo e nepotismo, le due guerre del Golfo si sono combattute, il mondo migliore che chiedevamo nel 2001 non c’è.

Mi chiedo quindi, come si possa anche solo pensare che un movimento che raccoglie nelle piazze migliaia di persone appartenenti per lo più a una sinistra frastagliata e divisa, uniti solo dall’avversione e dalla paura nei confronti di Salvini, possa in qualche modo incidere sul presente.

La dichiarazione dei leader delle sardine, di non volere i partiti, la dice lunga sull’insipienza politica degli stessi e su quel tocco di arroganza giovanile che ci sta, e che purtroppo i Cinque stelle non hanno mai perso.

Temo che Bella Ciao sia noti ai più per via della Casa di carta e che la suggestione di quella fiction, geniale ed anarchica, giochi un ruolo importante in questo movimento.

A me sembra una riedizione del vaffa politically correct, simpatica, sicuramente rigenerante, ma priva, come spesso accade, di un reale contenuto.

Non ci sono proposte concrete, non c’è una via politica, solo una protesta dai toni contenuti, una rabbia radical chic, mi verrebbe da dire.

Io penso, so di essere in minoranza, che il Pd abbia fatto bene a sfruttare l’onda, che temo breve, di questo movimento per mettere sul tavolo la carta dei diritti civili e spero che abbia la costanza e la forza di mantenerla.

Il Pd, che ci piaccia o no e a me non piace per niente, tanto per essere chiari, è l’unica forza in grado di fare massa critica a sinistra alla deriva populista, a patto che ritrovi un’anima e inverta la direzione che aveva preso Renzi, sapendo che con Renzi dovrà comunque trovare un accordo.

Temo che molte persone del secolo scorso, come chi scrive, stiano confondendo una iniziativa mediatica con il ritorno di una stagione di lotte che ha avuto ben altri interpreti e ben altre interpretazioni.

Nel tempo della nostra gioventù, leggevamo Marcuse e Popper e, anche chi non è mai stato marxista, come me, aveva ben presento il concetto di redistribuzione della ricchezza e di disuguaglianza come aveva ben presente quello che la Resistenza ha rappresentato per il nostro paese.

La gioventù oggi, e non me ne vogliano, lavoro con loro e per loro, è di una ignoranza sconcertante, ha una vaga idea del fascismo ed è autoreferenziale. Forse i leader delle sardine fanno eccezione, li ho sentiti parlare e non mi pare, ma sono certo che la stragrande maggioranza di quelli che erano in piazza non sanno chi era Bombacci o Bordiga, per dirne una, e sarebbe già un peccato veniale, ma temo non sappiano neanche cosa siano stati gli anni di piombo, la speculazione industriale, il compromesso storico, ecc. Ed è un peccato un po’ meno veniale per chi pretende di guidare un movimento di rinascita del nostro paese.

Non sono stato tante cose in questi anni, non sono stato democristiano, renziano, piddino, più recentemente non sono stato Charlie Hebdo e oggi no, non me la sento proprio di essere una sardina.

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Una democrazia malata

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Più del voto in Umbria, ampiamente previsto e amplificato ad arte dalla grancassa fascista e da un Di Maio che non vede l’ora di trovare il pretesto per staccarsi dal Pd, trovo allucinante l’immagine di quegli esponenti politici del centro destra che restano seduti in aula mentre i colleghi applaudono Liliana Segre e non votano la risoluzione riguardante l’antisemitismo.

Qui non è questione di libertà d’opinione, ci sono argomenti che non rientrano in questo ambito e l’antisemitismo è sicuramente uno di questi argomenti, non è neanche questione di incoerenza, come quella di Salvini che dice di non aver votato il provvedimento perché non vuole uno stato di polizia, lui, l’uomo che faceva eliminare gli striscioni sgraditi alla Digos, è quesitone di rispetto delle più elementari regole di convivenza civili e dei principi fondamentali della Costituzione.

Le ipocrite dichiarazioni dei fascisti, chiamiamoli così per favore, did democratico questi non hanno nulla, per giustificare un atto ignobile, mostrano solo l’infima statura man di questa gente.

Liliana Segre è una superstite della più grande tragedia del secolo scorso ed è persona di altissima statura etica e morale che non può e non deve essere oggetto di attacchi squallidi e ignobili da parte di una massa di dementi, manovrati ad arte da una macchina propagandistica per cui la definizione di “macchina del fango” non è più adeguata.

È inammissibile che in questo paese ci siano individui rappresentanti del popolo che si astengono su una questione fondamentale per la tenuta democratica di questo paese blandendo e cercando il consenso di movimenti anticostituzionali e criminali.

Tenuta democratica che, bisogna dirlo forte e chiaro, tra rievocazioni nostalgiche della marcia su Roma, razzismo dilagante, e flirt della destra con le frange più violente del neonazismo nostrano, è in pericolo.

Per anni, durante il ventennio di Berlusconi, ci siamo sentiti dire che non c’era nessun pericolo, che la democrazia era solida, ecc. ecc. Intanto, la democrazia veniva erosa giorno dopo giorno, il welfare ridotto, diritti fondamentali cancellati, presidi di democrazia come la Scuola ridimensionati e modificati in modo da mettere a tacere il pensiero critico e libero.

I segnali di un attacco frontale alle libertà costituzionali sono stati forti e chiari ma sono stati ignorati sia dalle forze politiche sia dalla società civile, nel timore di perdere consensi o apparire impopolari. 

Se la sinistra e la società civile fosse stata presente e compatta a ogni sgombero di campi rom, per stigmatizzare la disumanità, a ogni manifestazione neofascista per ricordarne l’illegalità, ai primi accenni di xenofobia che si sono manifestati in varie città, per contrastarli senza se e senza ma, se avesse, senza ambiguità, fatto una scelta di campo netta, chiara, decisa, le cose sarebbero andate diversamente. La sinistra tutta, la società civile quasi tutta e la stampa di sinistra, disonesta intellettualmente quanto quella di destra, solo un po’ più elegante.

Prendiamo come esempio gli accordi con la Libia: invece di rendere umani gli hot spot  e i centri di accoglienza, dove i diritti vengono violati quotidianamente,e invece di riorganizzare l’accoglienza in base a nuove regole,   ripulendo il campo dalle associazioni che non svolgono il proprio lavoro in modo adeguato e facendo entrare invece chi, da sempre lo fa, invece di rendere norma il modello Piace, Minniti e co. hanno avvalorato la falsa idea dell’invasione  giocando in difesa sulla pelle dei migranti e facendo il gioco dei fascisti.

Oggi che quell’accordo ignobile, un vero e proprio patto Stato-mafia, deve essere rinnovato, ancora una volta la sinistra non riesce a compattarsi e distaccarsi da quest’idea che per battere la destra bisogna comportarsi come la destra. E continua a fare il gioco dei fascisti.

Matteo Renzi, addirittura, dichiara di essere fiero della propria identità italiana, peccato che non esista storicamente e antropologicamente.

L’atto di non alzarsi di fronte a una vittima dell’Olocausto è uno sdoganamento della peggiore forma di razzismo possibile ed è un comportamento che non dovrebbe suscitare pallide proteste ma rasenta il crimine. È l’esempio più eclatante che l’identità nazionale, quel sentimento che si coagula attorno a valori condivisi da tutti, non esiste. Siamo un paese diviso da sempre, l’entità geografica di Metternich e, tempo, anche un paese fascista.

O si torna a difendere i valori che hanno unito questo paese contro la follia nazi fascista, tornando a cercare di costruirla, un’identità italiana, o a quella stessa follia, e deve essere chiaro a tutti, finiremo per arrenderci.

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Perchè il comizio di Casapound è un’offesa a Genova

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Forse non esisteranno, come dice il sindaco Bucci, problemi legati alla sicurezza, riguardo al comizio di Casapound autorizzato dal Comune, ma stupisce che chi ha nominato spesso (invano) Genova e la sua storia non tenga conto proprio della sua storia oggi.

Va detto che in molte occasioni questa giunta ha preso posizioni certamente vicine a quelle di Casapound, in particolare con qualche assessore, ma da qui ad autorizzare il comizio di un gruppo neofascista con posizioni decisamente anticostituzionali nella città che per prima si è liberata dai nazisti, ce ne passa. Anazi, direi che questo comizio è uno schiaffo a chi ha vissuto in una Genova diversa, quella di Guido Rossa e delle grandi lotte operaie, per esempio. Quella capace di mobilitarsi in ogni sua componente per grandi gesti di solidarietà.

Casapound non è fuori legge per una di quelle strane anomalie del nostro sistema giudiziario, per cui è lecito inneggiare alla superiorità della razza bianca e invitare a stuprare una donna rom o occupare abusivamente da anni un palazzo in pieno centro Roma, mentre non lo è manifestare il proprio dissenso citando De Andrè o invitando a restare umani. Siamo certi che la Digos provvederà ad assicurare che il comizio si svolga in piena tranquillità.

Tuttavia esistono valori etici e morali che fanno parte del dna di  Genova, mi riferisco ad esempio alla solidarietà, all’internazionalismo, che sono del tutto incompatibili con quelli promulgati da Casapound. Io non sono orgoglioso di essere genovese, non mi commuovo davanti alla lanterna, se avessi la possibilità di vivere altrove lo farei, ho visto questa città degradarsi progressivamente e trasformarsi in un modo che non mi piace per nulla e, anzi, mi provoca un profondo disagio. Ma il troppo è troppo.

Evidentemente, nè il sindaco Bucci nè la giunta comunale conoscono la storia recente di questa città, le sue battaglie, la sua orgogliosa e secolare lotta contro ogni oppressione. Evidentemente il sindaco Bucci e questa giunta ritengono eticamente concepibile che da un palco si inciti all’odio razziale, evidentemente il sindaco Buccci e questa giunta non sono in sintonia con la città che dovrebbero amministrare e  che dicono, a parole, di voler far tornare grande. Evidentemente, il sindaco Bucci e questa giunta hanno fatto una chiara scelta di campo e ne dobbiamo prendere atto, anche se il comizio di Casapound sarà seguito dai soliti quattro gatti pelati e privi di neuroni.

Se la grandezza passa attraverso inutili tappeti rossi, false feste della bandiera e comizi fascisti, personalmente, ne farei volentieri a meno. Da genovese, anche se di radici siciliane, forse ancora di più per questo, mi sento profondamente offeso da tutto questo.

 

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M, di Antonio Scurati: un libro necessario per capire chi siamo

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Il fascismo, raccontato dall’interno con la voce del suo artefice, di cui si traccia un ritratto obiettivo, privo di pregiudiziali ideologiche. Questo è M, di Antonio Scurati, la storia romanzata ma autentica e basata su dati storici rigorosi, dell’ascesa di Mussolini e del fascismo al potere e, in parallelo, la storia  delle lotte fratricide della sinistra e la vita tormentata dell’unico, vero oppositore che cercò di denunciare con la costanza che è propria dei martiri, la barbarie fascista: Giacomo Matteotti.
Sul dualismo tra questi due uomini, il figlio di un fabbro salito sul gradino più alto del potere e il figlio di un proprietario terriero che sceglie di stare dalla parte degli ultimi, i contadini, i senza diritti, si snoda la narrazione, avvincente e costellata di brevi documenti d’epoca,  che fa giustizia di tanti luoghi comuni sul fascismo.
No, l’ordine non regnava al tempo del fascismo e la corruzione era diffusa anche più che ai giorni nostri, Mussolini usò l’omicidio dei suoi avversari politici come strumento abituale per mantenere il controllo, sia contro i socialisti sia contro quei fascisti che si illudevano di militare in un partito dove era lecito esprimere opinioni contrarie a quelle del capo. Mussolini sapeva di essere a capo di un gruppo di psicotici miserabili ma sapeva anche di non poterne fare a meno.
Viene descritta con dovizia di particolare la farsesca, grottesca marcia su Roma che solo l’istinto da giocatore d’azzardo di Mussolini e il tradimento di un sovrano imbelle trasformarono nella porta che aprì la strada al ventennio. Lo stato d’assedio era stato dichiarato, l’esercito fascista non esisteva, molti squadristi erano già stati arrestati, sarebbero stati sufficienti i carabinieri a fermare la sparuta armata brancaleone che si avvicinava alla capitale. Invece il re si rimangiò la sua parola e tradì il paese per motivi che restano, ancora oggi, oscuri.
Viene sfatato anche il mito del consenso popolare al fascismo, che fu oceanico al sud, dove, ancora oggi, si accolgono come oro colato le promesse di chiunque e invece minoritario al nord, dove non a caso si sviluppò la resistenza. Il duce governò con la paura e l’omicidio, il suo fu il governo criminale di un criminale.
A occupare la maggior parte delle pagine è Mussolini, traditore compulsivo della moglie e di tutte le fazioni politiche in cui ha militato, opportunista, doppiogiochista, narcisista patologico, spregiudicato affarista, corrotto,  capo crudele e spietato di una banda di psicotici, sbandati, assassini, frustrati che trovarono la propria ragione di vita nell’uso di una violenza vile e spesso gratuita. Mussolini umorale, Mussolini che vende l’Italia alle compagnie petrolifere americane e quando Matteotti sta per smascherarlo lo fa uccidere, Mussolini che commenta sprezzante l’omicidio di don Minzoni, Mussolini che inganna tutti, anche sé stesso, credendo di essere quello che non è, confondendo la volontà ferina di arrivare con la grandezza.
L’autore descrive impietosamente anche la sinistra divisa, la violenza del biennio rosso, la mancanza di coraggio della classe dirigente di portare a compimento una rivoluzione annunciata a cui mai diede il via. Sullo sfondo il popolo, gli ultimi: traditi dai socialisti, traditi dai fascisti, i soliti sconfitti dalla storia. Perfino Gobetti e Amendola spesero parole lusinghiere per il fascismo, tanto riuscì a quel grande imbonitore.
A dominare, durante la lettura del libro, è la rabbia: rabbia per un paese meschino, dilaniato da assurde lotte interne che tollerò e arrivò a consegnarsi a una banda di corrotti psicopatici guidata da un uomo che avrebbe voluto essere grande ma che in ogni suo atto mostrava la sua piccolezza, il suo squallore interiore.  Come è stato possibile? Ci si chiede a un certo punto, come si è potuti arrivare a tanto?
Libro che dovrebbero leggere i giovani, troppo spesso infarciti di false informazioni, facili a creare miti di cartapesta. Libro che dovremmo leggere tutti noi, per ricordarci chi siamo stati, per capire che il periodo in cui viviamo non ha nulla in comune con quello che vide l’ascesa del fascismo e che quello di Salvini non è fascismo, ma altro, una forma nuova di abiezione sociale che va combattuta con nuove parole e nuovi strumenti.
Libro che ci ricorda cos’è l’antifascismo e perché è un requisito indispensabile per essere uomini, semplicemente uomini. Troppo spesso questa parola viene usata a sproposito, troppo spesso si spendono fiumi di retorica  insulsa e inutile. L’antifascismo è una cosa seria e questo libro serve anche a ricordarci perché siamo antifascisti.
Le ultime pagine, scandite dalla tragica cronaca degli omicidi del mostro di Roma e dalle fasi che portarono all’omicidio di Matteotti, sono commosse, rispettose, dolenti, come si conviene a chi sta celebrando il primo grande eroe civile che questo paese abbia mai avuto. Di  fronte a tanta grandezza, lo squallore umano, etico e morale del fascismo risalta ancora di più.
Alla fine dei conti, quello tra Mussolini e Matteotti fu lo scontro tra un nano deforme e iracondo, un figlio del popolo che tradì e usò il popolo per acquisire potere e ricchezza, fuggendo alla fine come un miserabile morendo, e un gigante dallo sguardo limpido, che rinunciò ai suoi privilegi per il popolo degli ultimi, un santo laico che sacrificò tutto, anche la vita, per la libertà.
Un libro necessario, impegnativo, definitivo: per fare i conti con una storia che è anche la nostra, per ricordarci chi eravamo e decidere chi vogliamo essere.

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Piccole storie di quotidiano fascismo

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Rita Pavone attacca i Pearl Jam, e, già così, la notizia è esilarante.  Una mediocre cantante di musica leggera italiana che attacca quello che, probabilmente, è il più grande gruppo rock in attività, non può che far ridere. Quando però si scopre il motivo di quell’attacco, si mette da parte il sorriso.

I Pearl jam sono rei di aver invitato, prima di una cover di Imagine durante il concerto, (entusiasmante), tenuto Roma, gli italiani ad aprire i porti.  La Pavone, offesa, li ha invitati a farsi i fatti loro e a pensare ai problemi del loro paese.

E’ evidente che la mediocre cantante italiana non conosce la storia dei Pearl Jam e, in particolare, quella di Eddie Vedder, il frontman della band, da sempre impegnato socialmente in battaglie anche scomode, è evidente che non sa nulla dell’invito fatto ai fans durante un concerto di twittare un testo di una loro canzone che parla di migranti a Trump,, dal momento che il presidente non ascolta musica e non legge libri, è evidente che non sa cos’è stato e cos’è ancora oggi, grazie a gruppi come i Pearl jam, il rock: musica, ma anche protesta sociale. Se il rock non è contro, se non provoca, se non grida di rabbia, diventa solo musica leggera, appunto.

La seconda storia riguarda un Liceo di Faenza dove molti alunni hanno citato nel tema di maturità l’articolo 2 della Costituzione. Secondo alcuni consiglieri leghisti, lo avrebbero fatto spronati dall’insegnante comunista che li avrebbe plagiati e si sarebbe fatta fotografare con loro con il braccio teso.

A parte lo scarso rispetto dei ragazzi  che dimostrano i suddetti consiglieri, credo che a diciassette anni si sia perfettamente in grado di ragionare con la propria testa riguardo certe questioni, se la collega ha davvero plagiato i ragazzi ha sbagliato, senza se e senza ma, anche se il plagio non è più reato da decenni, ma questo è troppo complesso da spiegare ai leghisti. Voglio invece commentare una delle dichiarazioni fatte da questa gente nell’atto di consegnare l’esposto alla Procura, una dichiarazione che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia: la scuola deve  essere apolitica, un insegnante deve limitarsi a insegnare.

E’ la visione della scuola di Giovanni Gentile, quella che si proponeva di creare animali da lavoro da un lato, e una classe dirigente di indottrinati dal verbo del regime dall’altro. E’ la visione della scuola che si trova sullo sfondo della Legge 107, è una visione della scuola che la stragrande maggioranza degli insegnanti, non tutti perché l’imbecillità è trasversale, per fortuna di questo paese rifiuta.

Se c’è un’istituzione squisitamente politica, nel senso ovviamente più alto del termine, è la scuola. Compito di ogni insegnante è sviluppare in ogni alunno quella facoltà che rappresenta il nutrimento base della democrazia: lo spirito critico.

Tenuto conto della condizione in cui si trova il paese, non abbiamo lavorato al meglio negli ultimi anni.,

Usare lo spirito critico significa problematizzare la realtà, rifiutare le verità apriopristiche e porsi delle domande su ogni cosa, processo complesso che permette, se usato correttamente, di utilizzare al meglio la propria facoltà di scelta.  Scegliere significa schierarsi da una parte o dall’altra, scegliere significa usare al meglio la propria libertà, scegliere, cristianamente, significa usufruire del libero arbitrio.

Un insegnante può e deve esprimere opinioni su quello che accade nel mondo, specie se richiesto dai ragazzi perché il suo compito è anche quello di fornire le chiavi per interpretarlo, il mondo . Quello che non deve fare è indirizzare, inculcare opinioni che sono tali e non sono verità. Anzi, svolge un buon lavoro quando i ragazzi comprendono che la verità non esiste e ognuno deve costruirsi la propria, giorno dopo giorno, e magari farla a pezzi per ricostruirne una nuova.

Tutto questo però non significa che non esiste il bene e male, che non ci siano scelte oggettivamente sbagliate come quella del razzismo e della discriminazione: ce lo insegna la Storia.  La Storia non è la narrazione fittizia e quotidiana del potere, destinata a scomparire nell’oblio, la Storia resta e, per chi sa ascoltarla, per chi riesce a decifrarla, insegna. E l’articolo due della Costituzione nasce dal fumo della Storia.

Dire che la scuola è apolitica è altrettanto cretino che invitare i Pearl Jam a farsi i fatti loro, è segno di un’ignoranza e una mancanza di rispetto intollerabili sia in una mediocre cantante di musica leggera sia in persone che hanno responsabilità politiche.

Sono piccoli sintomi del clima mefitico e liberticida che si respira nel nostro paese da una ventina d’anni e che ha trovato nell’attuale governo una rappresentazione particolarmente, rozza, grossolana, volgare e violenta, fino adesso solo verbalmente.

Disprezzare chi la pensa diversamente da noi o, peggio, pretendere di metterlo a tacere, è, senza dubbio, un atteggiamento fascista e contro il fascismo sia il rock che la scuola, non solo hanno il diritto di parlare ma hanno il dovere di farlo.

Due piccole storie ignobili di ignoranza e arroganza che sono purtroppo lo specchio di questo nostro tempo.

Godetevi i Pearl jam e meditate.

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Rispondere alla violenza con la violenza è fascismo

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Sbagliano i colleghi che sui social difendono l’insegnante esagitata che augura la morte ai poliziotti, come testimoniato dal video che in questi giorni è circolato sui media e in rete.

Sbagliano perché,  se c’è un messaggio che dobbiamo passare ai nostri ragazzi, è che la violenza, non importa se verbale o fisica, non è una soluzione, o meglio, è la soluzione di chi non possiede altri argomenti ed è quindi inesorabilmente destinato a soccombere.

Quando parlo di mafia, in classe, comincio dalle parole che i ragazzi usano tra loro. Ad esempio infame, parola che contiene al suo interno una violenza tremenda, tanto da ridurre l’altro a qualcuno che non può essere detto, nominato, una vergogna per sé e per gli altri. Lo faccio per spiegargli quanto il pensiero mafioso sia radicato  anche nel nostro lessico quotidiano e quanto le parole possano essere distruttive, feroci, crudeli.

Le parole contano, un’insegnante dovrebbe saperlo, le parole definiscono alterità o comunione, differenza o uguaglianza.  Prendersela con dei poliziotti che svolgevano il proprio servizio, in quanto poliziotti, è stupido e ingiusto, tanto più stupido e ingiusto in quanto proveniente da chi ha il compito di tramandare la memoria, di educare riguardo i poteri dello Stato e la necessità di rispettare le regole.

Perché, per quanto io sia in disaccordo, per quanto la cosa possa darmi fastidio e offendermi, se una manifestazione di estrema destra è stata autorizzata, chi la promuove ha il diritto di parlare.  Altrimenti, se impediamo a chi può farlo legalmente di parlare, cadiamo nel paradosso di contrastare il fascismo col fascismo, che è quello che ha fatto la professoressa.

La democrazia si conquista giorno per giorno, non è scontata e non può essere tirata in ballo solo quando fa comodo a noi. A Genova, nel 2001, molti di noi hanno toccato con mano cosa significa la sospensione della democrazia. Io non auguro alla destra, per quanto sia distante ideologicamente da loro e per quanto combatta le loro posizioni, di subire lo stesso trattamento: sarebbe una sconfitta di tutti noi come quella di Genova, anche se non ci arrivano, è stata una sconfitta anche per loro.

Le forze dell’ordine svolgono una funzione  di controllo e , a volte, repressiva, necessaria e non possono essere attaccate o denigrate per quello che è il loro compito istituzionale.  Soprattutto, la provocazione, l’incitare alla reazione violenta, è stupida ed è fascista.

L’antifascismo si pratica ogni giorno dando l’esempio, noi insegnanti lo facciamo proponendo valori e tramandando una memoria che dovrebbe essere condivisa: se non lo è è perché la scuola non è riuscita, in questi anni, svolgere bene il proprio lavoro anche perché, questo va detto chiaramente, il potere, la politica, hanno avuto interesse e continuano ad averlo, a che non lo faccia.

Trovo che questo episodio, alla viglia di elezioni contraddistinte da una violenza verbale e di contenuti senza precedenti, dalla tendenza a distinguere il bene e il male a seconda del colore della pelle, da fesserie prive di fondamento come la presunta difesa di una delle etnie più meticce del mondo ( la nostra), sia l’immagine evidente di un clima tossico, che ben poco ha a che fare con la democrazia, che molto ha a che fare col fascismo quotidiano da cui siamo, spesso, inconsapevolmente, circondati.

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La violenza in mezzo a noi

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I femminicidi, gli  innumerevoli abusi  subiti quotidianamente da molte donne e non denunciati, gli atti estremi di bullismo, il cyberbullismo, i flames nelle chat, i commenti dei lettori sui forum dei quotidiani, sono segnali non colti di una violenza che sta salendo lentamente, giorno dopo giorno, attorno a noi e di cui nessuno sembra curarsi. Violenza verbale, fisica,mentale, quasi solida nella sua consistenza. Mille facce della stessa medaglia, espressioni diverse della stessa rabbia, frutti velenosa della stessa   mancanza di cultura.

Non c’è bisogno di ammantare di ideologia il pestaggio dell’esponente di Forza Nuova e l’accoltellamento del militante di potere al popolo, la politica non c’entra nulla o meglio, c’entra la politica di questi giorni, portata avanti da miserabili, buffoni e giullari, nella migliore delle ipotesi da uomini senza storia e senza idee, c’entra come specchio del vuoto che ci circonda,dell’assenza di un’idea di Stato che brilla come un fantasma o un ricordo sul punto di svanire.

I giovani sono vittime e artefici di questa violenza. Vittime perché la politica li ha depredati del futuro e ha reso il loro presente difficile, artefici perchè piuttosto che rimboccarsele, hanno scelto di menarle, le mani. Non sono le colpe dei padri a ricadere sui figli, ma le debolezze e le sconfitte dei padri che hanno basato il loro riscatto caricando i figli di aspettative  che non gli appartengono.

Piantiamola di agitare lo spettro di una contrapposizione fascisti e antifascisti che non ha alcun senso. magari fosse così, la nostra polizia è più che attrezzata, fin troppo direi, per perseguire eventuali rigurgiti di terrorismo, sarebbe questione di pochi giorni azzerare i vertici di eventuali frange radicali e risolvere il problema.  A meno che, ovviamente, un certo livello di tensione sociale non giovi al potere, chiunque lo detenga. Ma   questa è storia vecchia e, nel secondo millennio, non c’è più bisogno della Strategia della tensione, quella sì era roba per giovani politicizzati e ubriacati di ideologia. Oggi è sufficiente la televisione e la pessima musica per ottundere le giovani menti.

Dirò qualcosa che i genovesi non mi perdoneranno, ma la storia insegna a documentarsi e a sfatare i miti. La famosa rivolta di Genova del ’60, passata come un’onda di reazione antifascista alla notizia del congresso dell’MSI, fu solo in minima parte  rivolta la politica.  A Genova , in quei giorni, si sfogò la rabbia dei giovani proletari e sottoproletari delusi dalle promesse del dopoguerra che colsero al volo l’occasione per fare casino,  casino immediatamente sposato da una sinistra che solo molti anni dopo, troppo tardi, avrebbe preso le distanze dalla violenza terrorista che in quei giorni ha cominciato a germinare, illudendosi di controllare e canalizzare quella rabbia contro il sistema.

Nel 2001, sempre  a Genova, città che ha nel destino il segnare il passo nel nostro paese, il Sistema si prende la sua rivincita e quelle manganellate colpiscono tutti quelli che hanno creduto che un altro mondo fosse davvero possibile, che il liberismo, la deregulation, la globalizzazione perversa potessero essere ridiscussi e ridotti a misura d’uomo. 

La violenza di oggi nasce anche da quella delusione cocente che ha colpito quelli che oggi sono i padri sconfitti di una gioventù nata sconfitta, condizionata dalla ricerca del successo a tutti i costi, da media e pubblicità che continuano a sbandierare l’immagine della donna come un oggetto da usare e da comprare, dalla frustrazione che deriva dallo spendere anni sui libri di scuola e trovarsi regolarmente superati non per merito ma per censo  o per casta.  I nuovi miti sono il sesso, il denaro e il potere e in nome di queste divinità tutto è lecito.

Ovvio che una simile cultura genera frustrazione, frustrazione che si sfoga sull’altro, non importa che sia il nero, il gay, il pensionato, o la fidanzata, quello che conta è cancellare, per un momento, quel senso insopportabile d’inutilità. Sono ragazzi soli, vuoti, incapaci di gestire le sconfitte della vita in un mondo che non contempla sconfitte.

Non li sto giustificando, sto cercando, per quanto possibile, di capire, che è il primo passo per trovare soluzioni adeguate. Da insegnante, mi sento in prima linea nella prevenzione di questo malessere sociale. Da insegnante, sento sulla mia pelle il fallimento della scuola, di un sapere che non parla più a loro, che loro non possono capire se non per vie traverse, che costa fatica cercare.

La violenza sugli altri, una violenza incontrollabile, incontrollata, imprevedibile e pericolosa, la violenza che per anni abbiamo sopportato negli stadi nella speranza che non tracimasse fuori, si manifesta anche come violenza contro sé stessi: l’ago nel braccio, il rito della pipa di crack, lo sballo del sabato sera, l’alcool. Fenomeni mediaticamente inesistenti ma dilaganti, in forme nuove e  inquietanti, rispetto alla moria degli anni settanta e ottanta. Fenomeni che meriterebbero una riflessione politica ampia, sulla legalizzazione, sul consumo responsabile e limitato, ad esempio, possibilità che equivalgono a bestemmie nel nostro paese.

Questa politica urlata, fatta di insulti, accuse reciproche, violenza verbale e culturale, non è strutturata per poter affrontare problemi sociali di questa levatura.  la soluzione non può essere nè una maggiore severità delle pene, le carceri sono già strapiene di disgraziati, nè fare finta di nulla e sperare che passi. C’è bisogno di una nuova visione del welfare, di controlli fiscali severi, di tassazione progressiva reale e di un recupero delle periferie, veri e propri focolai di rabbia tossica. C’è bisogno di una visione sociale che contempli tutti, non solo chi può produrre o chi può essere sfruttato, non solo i meritevoli o i privilegiati. Quando si sente dire che si punta al voto moderato, significa che bisogna blandire la borghesia, ovvero la palla al piede, insieme a una parete del mondo cattolico, di questo paese.

Il fatto che nessuna delle compagini   in lizza, si fa per dire, per le elezioni più inutili degli ultimi vent’anni,presenti un solo accenno a questi problemi, la dice lunga sulla competenza di questa gente.  La dice lunga su una politica che è mero esercizio di potere, rappresentanza di pochi a spese dei molti. Tanto varrebbe reintrodurre limiti di censo al diritto di voto, sarebbe molto più onesto.

Gli stucchevoli richiami a un’italianità che non esiste, da un lato, e a un diffuso sentimento antifascista altrettanto illusorio ( tornate a leggervi Pavese, per favore, e magari anche quel nazista di Cèline, che male non fa), sono solo la colonna sonora stonata di un paese che ha smesso da da tempo di cercare la strada per il cambiamento.

Non vedo vie d’uscita e temo che stiamo assistendo solo all’inizio di un’escalation progressiva di violenza che, per la sua natura, sarà molto difficile fermare.

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Figli di uno Stato che non esiste

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Stavo svolgendo il servizio militare quando venne ci fu la strage di Capaci. Ricordo la notizia che passò veloce tra i soldati anche se in caserma le notizie dal mondo esterno arrivano ovattate, quasi deprivate del loro senso. Oltretutto c’era la guerra in Bosnia e il mio reparto rischiava di partire da un momento all’altro. Questo per dire che solo dopo la morte di Borsellino, avvenuta poco prima del congedo, una volta tornato alla vita “civile”, potei afferrare pienamente l’orrore e la portata di quei due attentati.

Attentati che rinforzarono la tempesta scatenata nel paese dall’inchiesta di Mani pulite. Furono momenti terribili, in cui  tutto sembrava possibile e lo Stato sembrava vacillare ed essere sul punto di crollare. sappiamo com’è andata a finire: Riina perse la sua partita, Cosa nostra venne ridimensionata ma lo Stato non ebbe il coraggio o la volontà di assestare il colpo finale.

Falcone e Borsellino, insieme a tutti gli altri, sono due simboli, due esempi di dedizione estrema a uno Stato che in Italia non è mai esistito. Erano infiammati da un’utopia irrealizzabile, la sconfitta della mafia, eppure sono andati avanti verso quella fine che avevano predetto, senza tentennamenti, senza dubbi, nonostante fossero consapevoli che la mafia e lo Stato italiano, da sempre, sono due poteri che vivono in simbiosi, due maledetti gemelli siamesi che nemmeno un titano può dividere.

Oggi la Camorra e la ‘ndrangheta, Cosa nostra ha un ruolo subordinato e ridimensionato rispetto al passato, ma non è stata sconfitta ed è viva e vegeta, nonostante quanto affermato con grande incoscienza dal ministro Alfano, hanno a disposizione, grazie al solo traffico di droga, una tale quantità di denaro liquido da poter comprare diversi paesi europei. Il potere corruttivo delle organizzazioni mafiose è inimmaginabile e pensare che possa essere sconfitto, oggi, è da folli.

La società civile sta facendo quanto può, soprattutto al sud, al nord non è ancora cosciente della presenza invasiva della mafie, quando si scuoterà dal sonno reagirà sicuramente con forza. Ma la società civile, senza la volontà politica dello Stato di combattere seriamente il fenomeno mafioso, è destinata a perdere. Quel 23 maggio 1992 non abbiamo perso solo due magistrati e gli uomini della scorta, abbiamo dilapidato il coraggio e la voglia di rivalsa dei ragazzi scesi in piazza, lo Stato italiano ha lasciato che la rabbia svaporasse e che tutto tornasse alla normalità. invece di sfruttare il consenso sociale per estirpare i rami secchi, invece di appoggiare il pool di Milano per dare un colpo mortale alla corruzione, il potere ha finto ti arrendersi per rigenerarsi sotto altre spoglie, lasciando che nulla cambiasse.

Abbiamo avuto un ministro che ha affermato placidamente che con la mafia bisogna convivere e un presidente del consiglio che con un mafioso conviveva, abbiamo visto delegittimare magistrati e assestare colpi di grazia a processi di capitale importanza, abbiamo visto un presidente della repubblica reticente su fatti di estrema gravità. Cos’altro ci serve per capire che no, lo Stato di Falcone e Borsellino, la repubblica della Costituzione, quella che nasceva dalle macerie della seconda guerra mondiale e dall’oppressione fascista, la repubblica dei partigiani, oggi usati come strumento di propaganda politica da chi, probabilmente, non li ha mai sentiti parlare e raccontare, non è cresciuto con                                           i loro canti nelle orecchie , non è stato educato all’antifascismo, non c’è, non c’era nel 92 e non c’è mai stata.

Questo è il paese della P2 e del piano Gladio, dei colpi di stato falliti e dei presidenti picconatori, questo è il paese di Portella della ginestra e del bandito Giuliano al soldo della Cia, è il paese di Abu Omar e della morte misteriosa di Mattei. Abbiamo visto le bombe di Brescia, Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, abbiamo visto assassinare magistrati,carabinieri poliziotti, rapire e uccidere un presidente del consiglio, massacrare un operaio. Abbiamo avuto un pregiudicato presidente del Consiglio per vent’anni, abbiamo accolto dittatori con tutti gli onori, consentendogli di bivaccare in Parlamento, abbiamo visto attraversare le porte del potere da legioni di bagasce e a Genova, sotto le manganellate di chi la libertà doveva assicurarla abbiamo visto spegnersi il sogno di un mondo migliore.

No, questo paese non si merita Falcone e tutti gli altri, questo paese non si merita eroi. In questa giornata l’unica cosa che i politici dovrebbero fare è quella di stare in silenzio, perché oggi è morto, ogni giorno è morto anche per loro,  qualcuno che sapeva cos’è la dignità.

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