Perchè il comizio di Casapound è un’offesa a Genova

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Forse non esisteranno, come dice il sindaco Bucci, problemi legati alla sicurezza, riguardo al comizio di Casapound autorizzato dal Comune, ma stupisce che chi ha nominato spesso (invano) Genova e la sua storia non tenga conto proprio della sua storia oggi.

Va detto che in molte occasioni questa giunta ha preso posizioni certamente vicine a quelle di Casapound, in particolare con qualche assessore, ma da qui ad autorizzare il comizio di un gruppo neofascista con posizioni decisamente anticostituzionali nella città che per prima si è liberata dai nazisti, ce ne passa. Anazi, direi che questo comizio è uno schiaffo a chi ha vissuto in una Genova diversa, quella di Guido Rossa e delle grandi lotte operaie, per esempio. Quella capace di mobilitarsi in ogni sua componente per grandi gesti di solidarietà.

Casapound non è fuori legge per una di quelle strane anomalie del nostro sistema giudiziario, per cui è lecito inneggiare alla superiorità della razza bianca e invitare a stuprare una donna rom o occupare abusivamente da anni un palazzo in pieno centro Roma, mentre non lo è manifestare il proprio dissenso citando De Andrè o invitando a restare umani. Siamo certi che la Digos provvederà ad assicurare che il comizio si svolga in piena tranquillità.

Tuttavia esistono valori etici e morali che fanno parte del dna di  Genova, mi riferisco ad esempio alla solidarietà, all’internazionalismo, che sono del tutto incompatibili con quelli promulgati da Casapound. Io non sono orgoglioso di essere genovese, non mi commuovo davanti alla lanterna, se avessi la possibilità di vivere altrove lo farei, ho visto questa città degradarsi progressivamente e trasformarsi in un modo che non mi piace per nulla e, anzi, mi provoca un profondo disagio. Ma il troppo è troppo.

Evidentemente, nè il sindaco Bucci nè la giunta comunale conoscono la storia recente di questa città, le sue battaglie, la sua orgogliosa e secolare lotta contro ogni oppressione. Evidentemente il sindaco Bucci e questa giunta ritengono eticamente concepibile che da un palco si inciti all’odio razziale, evidentemente il sindaco Buccci e questa giunta non sono in sintonia con la città che dovrebbero amministrare e  che dicono, a parole, di voler far tornare grande. Evidentemente, il sindaco Bucci e questa giunta hanno fatto una chiara scelta di campo e ne dobbiamo prendere atto, anche se il comizio di Casapound sarà seguito dai soliti quattro gatti pelati e privi di neuroni.

Se la grandezza passa attraverso inutili tappeti rossi, false feste della bandiera e comizi fascisti, personalmente, ne farei volentieri a meno. Da genovese, anche se di radici siciliane, forse ancora di più per questo, mi sento profondamente offeso da tutto questo.

 

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M, di Antonio Scurati: un libro necessario per capire chi siamo

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Il fascismo, raccontato dall’interno con la voce del suo artefice, di cui si traccia un ritratto obiettivo, privo di pregiudiziali ideologiche. Questo è M, di Antonio Scurati, la storia romanzata ma autentica e basata su dati storici rigorosi, dell’ascesa di Mussolini e del fascismo al potere e, in parallelo, la storia  delle lotte fratricide della sinistra e la vita tormentata dell’unico, vero oppositore che cercò di denunciare con la costanza che è propria dei martiri, la barbarie fascista: Giacomo Matteotti.
Sul dualismo tra questi due uomini, il figlio di un fabbro salito sul gradino più alto del potere e il figlio di un proprietario terriero che sceglie di stare dalla parte degli ultimi, i contadini, i senza diritti, si snoda la narrazione, avvincente e costellata di brevi documenti d’epoca,  che fa giustizia di tanti luoghi comuni sul fascismo.
No, l’ordine non regnava al tempo del fascismo e la corruzione era diffusa anche più che ai giorni nostri, Mussolini usò l’omicidio dei suoi avversari politici come strumento abituale per mantenere il controllo, sia contro i socialisti sia contro quei fascisti che si illudevano di militare in un partito dove era lecito esprimere opinioni contrarie a quelle del capo. Mussolini sapeva di essere a capo di un gruppo di psicotici miserabili ma sapeva anche di non poterne fare a meno.
Viene descritta con dovizia di particolare la farsesca, grottesca marcia su Roma che solo l’istinto da giocatore d’azzardo di Mussolini e il tradimento di un sovrano imbelle trasformarono nella porta che aprì la strada al ventennio. Lo stato d’assedio era stato dichiarato, l’esercito fascista non esisteva, molti squadristi erano già stati arrestati, sarebbero stati sufficienti i carabinieri a fermare la sparuta armata brancaleone che si avvicinava alla capitale. Invece il re si rimangiò la sua parola e tradì il paese per motivi che restano, ancora oggi, oscuri.
Viene sfatato anche il mito del consenso popolare al fascismo, che fu oceanico al sud, dove, ancora oggi, si accolgono come oro colato le promesse di chiunque e invece minoritario al nord, dove non a caso si sviluppò la resistenza. Il duce governò con la paura e l’omicidio, il suo fu il governo criminale di un criminale.
A occupare la maggior parte delle pagine è Mussolini, traditore compulsivo della moglie e di tutte le fazioni politiche in cui ha militato, opportunista, doppiogiochista, narcisista patologico, spregiudicato affarista, corrotto,  capo crudele e spietato di una banda di psicotici, sbandati, assassini, frustrati che trovarono la propria ragione di vita nell’uso di una violenza vile e spesso gratuita. Mussolini umorale, Mussolini che vende l’Italia alle compagnie petrolifere americane e quando Matteotti sta per smascherarlo lo fa uccidere, Mussolini che commenta sprezzante l’omicidio di don Minzoni, Mussolini che inganna tutti, anche sé stesso, credendo di essere quello che non è, confondendo la volontà ferina di arrivare con la grandezza.
L’autore descrive impietosamente anche la sinistra divisa, la violenza del biennio rosso, la mancanza di coraggio della classe dirigente di portare a compimento una rivoluzione annunciata a cui mai diede il via. Sullo sfondo il popolo, gli ultimi: traditi dai socialisti, traditi dai fascisti, i soliti sconfitti dalla storia. Perfino Gobetti e Amendola spesero parole lusinghiere per il fascismo, tanto riuscì a quel grande imbonitore.
A dominare, durante la lettura del libro, è la rabbia: rabbia per un paese meschino, dilaniato da assurde lotte interne che tollerò e arrivò a consegnarsi a una banda di corrotti psicopatici guidata da un uomo che avrebbe voluto essere grande ma che in ogni suo atto mostrava la sua piccolezza, il suo squallore interiore.  Come è stato possibile? Ci si chiede a un certo punto, come si è potuti arrivare a tanto?
Libro che dovrebbero leggere i giovani, troppo spesso infarciti di false informazioni, facili a creare miti di cartapesta. Libro che dovremmo leggere tutti noi, per ricordarci chi siamo stati, per capire che il periodo in cui viviamo non ha nulla in comune con quello che vide l’ascesa del fascismo e che quello di Salvini non è fascismo, ma altro, una forma nuova di abiezione sociale che va combattuta con nuove parole e nuovi strumenti.
Libro che ci ricorda cos’è l’antifascismo e perché è un requisito indispensabile per essere uomini, semplicemente uomini. Troppo spesso questa parola viene usata a sproposito, troppo spesso si spendono fiumi di retorica  insulsa e inutile. L’antifascismo è una cosa seria e questo libro serve anche a ricordarci perché siamo antifascisti.
Le ultime pagine, scandite dalla tragica cronaca degli omicidi del mostro di Roma e dalle fasi che portarono all’omicidio di Matteotti, sono commosse, rispettose, dolenti, come si conviene a chi sta celebrando il primo grande eroe civile che questo paese abbia mai avuto. Di  fronte a tanta grandezza, lo squallore umano, etico e morale del fascismo risalta ancora di più.
Alla fine dei conti, quello tra Mussolini e Matteotti fu lo scontro tra un nano deforme e iracondo, un figlio del popolo che tradì e usò il popolo per acquisire potere e ricchezza, fuggendo alla fine come un miserabile morendo, e un gigante dallo sguardo limpido, che rinunciò ai suoi privilegi per il popolo degli ultimi, un santo laico che sacrificò tutto, anche la vita, per la libertà.
Un libro necessario, impegnativo, definitivo: per fare i conti con una storia che è anche la nostra, per ricordarci chi eravamo e decidere chi vogliamo essere.

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Piccole storie di quotidiano fascismo

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Rita Pavone attacca i Pearl Jam, e, già così, la notizia è esilarante.  Una mediocre cantante di musica leggera italiana che attacca quello che, probabilmente, è il più grande gruppo rock in attività, non può che far ridere. Quando però si scopre il motivo di quell’attacco, si mette da parte il sorriso.

I Pearl jam sono rei di aver invitato, prima di una cover di Imagine durante il concerto, (entusiasmante), tenuto Roma, gli italiani ad aprire i porti.  La Pavone, offesa, li ha invitati a farsi i fatti loro e a pensare ai problemi del loro paese.

E’ evidente che la mediocre cantante italiana non conosce la storia dei Pearl Jam e, in particolare, quella di Eddie Vedder, il frontman della band, da sempre impegnato socialmente in battaglie anche scomode, è evidente che non sa nulla dell’invito fatto ai fans durante un concerto di twittare un testo di una loro canzone che parla di migranti a Trump,, dal momento che il presidente non ascolta musica e non legge libri, è evidente che non sa cos’è stato e cos’è ancora oggi, grazie a gruppi come i Pearl jam, il rock: musica, ma anche protesta sociale. Se il rock non è contro, se non provoca, se non grida di rabbia, diventa solo musica leggera, appunto.

La seconda storia riguarda un Liceo di Faenza dove molti alunni hanno citato nel tema di maturità l’articolo 2 della Costituzione. Secondo alcuni consiglieri leghisti, lo avrebbero fatto spronati dall’insegnante comunista che li avrebbe plagiati e si sarebbe fatta fotografare con loro con il braccio teso.

A parte lo scarso rispetto dei ragazzi  che dimostrano i suddetti consiglieri, credo che a diciassette anni si sia perfettamente in grado di ragionare con la propria testa riguardo certe questioni, se la collega ha davvero plagiato i ragazzi ha sbagliato, senza se e senza ma, anche se il plagio non è più reato da decenni, ma questo è troppo complesso da spiegare ai leghisti. Voglio invece commentare una delle dichiarazioni fatte da questa gente nell’atto di consegnare l’esposto alla Procura, una dichiarazione che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia: la scuola deve  essere apolitica, un insegnante deve limitarsi a insegnare.

E’ la visione della scuola di Giovanni Gentile, quella che si proponeva di creare animali da lavoro da un lato, e una classe dirigente di indottrinati dal verbo del regime dall’altro. E’ la visione della scuola che si trova sullo sfondo della Legge 107, è una visione della scuola che la stragrande maggioranza degli insegnanti, non tutti perché l’imbecillità è trasversale, per fortuna di questo paese rifiuta.

Se c’è un’istituzione squisitamente politica, nel senso ovviamente più alto del termine, è la scuola. Compito di ogni insegnante è sviluppare in ogni alunno quella facoltà che rappresenta il nutrimento base della democrazia: lo spirito critico.

Tenuto conto della condizione in cui si trova il paese, non abbiamo lavorato al meglio negli ultimi anni.,

Usare lo spirito critico significa problematizzare la realtà, rifiutare le verità apriopristiche e porsi delle domande su ogni cosa, processo complesso che permette, se usato correttamente, di utilizzare al meglio la propria facoltà di scelta.  Scegliere significa schierarsi da una parte o dall’altra, scegliere significa usare al meglio la propria libertà, scegliere, cristianamente, significa usufruire del libero arbitrio.

Un insegnante può e deve esprimere opinioni su quello che accade nel mondo, specie se richiesto dai ragazzi perché il suo compito è anche quello di fornire le chiavi per interpretarlo, il mondo . Quello che non deve fare è indirizzare, inculcare opinioni che sono tali e non sono verità. Anzi, svolge un buon lavoro quando i ragazzi comprendono che la verità non esiste e ognuno deve costruirsi la propria, giorno dopo giorno, e magari farla a pezzi per ricostruirne una nuova.

Tutto questo però non significa che non esiste il bene e male, che non ci siano scelte oggettivamente sbagliate come quella del razzismo e della discriminazione: ce lo insegna la Storia.  La Storia non è la narrazione fittizia e quotidiana del potere, destinata a scomparire nell’oblio, la Storia resta e, per chi sa ascoltarla, per chi riesce a decifrarla, insegna. E l’articolo due della Costituzione nasce dal fumo della Storia.

Dire che la scuola è apolitica è altrettanto cretino che invitare i Pearl Jam a farsi i fatti loro, è segno di un’ignoranza e una mancanza di rispetto intollerabili sia in una mediocre cantante di musica leggera sia in persone che hanno responsabilità politiche.

Sono piccoli sintomi del clima mefitico e liberticida che si respira nel nostro paese da una ventina d’anni e che ha trovato nell’attuale governo una rappresentazione particolarmente, rozza, grossolana, volgare e violenta, fino adesso solo verbalmente.

Disprezzare chi la pensa diversamente da noi o, peggio, pretendere di metterlo a tacere, è, senza dubbio, un atteggiamento fascista e contro il fascismo sia il rock che la scuola, non solo hanno il diritto di parlare ma hanno il dovere di farlo.

Due piccole storie ignobili di ignoranza e arroganza che sono purtroppo lo specchio di questo nostro tempo.

Godetevi i Pearl jam e meditate.

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Rispondere alla violenza con la violenza è fascismo

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Sbagliano i colleghi che sui social difendono l’insegnante esagitata che augura la morte ai poliziotti, come testimoniato dal video che in questi giorni è circolato sui media e in rete.

Sbagliano perché,  se c’è un messaggio che dobbiamo passare ai nostri ragazzi, è che la violenza, non importa se verbale o fisica, non è una soluzione, o meglio, è la soluzione di chi non possiede altri argomenti ed è quindi inesorabilmente destinato a soccombere.

Quando parlo di mafia, in classe, comincio dalle parole che i ragazzi usano tra loro. Ad esempio infame, parola che contiene al suo interno una violenza tremenda, tanto da ridurre l’altro a qualcuno che non può essere detto, nominato, una vergogna per sé e per gli altri. Lo faccio per spiegargli quanto il pensiero mafioso sia radicato  anche nel nostro lessico quotidiano e quanto le parole possano essere distruttive, feroci, crudeli.

Le parole contano, un’insegnante dovrebbe saperlo, le parole definiscono alterità o comunione, differenza o uguaglianza.  Prendersela con dei poliziotti che svolgevano il proprio servizio, in quanto poliziotti, è stupido e ingiusto, tanto più stupido e ingiusto in quanto proveniente da chi ha il compito di tramandare la memoria, di educare riguardo i poteri dello Stato e la necessità di rispettare le regole.

Perché, per quanto io sia in disaccordo, per quanto la cosa possa darmi fastidio e offendermi, se una manifestazione di estrema destra è stata autorizzata, chi la promuove ha il diritto di parlare.  Altrimenti, se impediamo a chi può farlo legalmente di parlare, cadiamo nel paradosso di contrastare il fascismo col fascismo, che è quello che ha fatto la professoressa.

La democrazia si conquista giorno per giorno, non è scontata e non può essere tirata in ballo solo quando fa comodo a noi. A Genova, nel 2001, molti di noi hanno toccato con mano cosa significa la sospensione della democrazia. Io non auguro alla destra, per quanto sia distante ideologicamente da loro e per quanto combatta le loro posizioni, di subire lo stesso trattamento: sarebbe una sconfitta di tutti noi come quella di Genova, anche se non ci arrivano, è stata una sconfitta anche per loro.

Le forze dell’ordine svolgono una funzione  di controllo e , a volte, repressiva, necessaria e non possono essere attaccate o denigrate per quello che è il loro compito istituzionale.  Soprattutto, la provocazione, l’incitare alla reazione violenta, è stupida ed è fascista.

L’antifascismo si pratica ogni giorno dando l’esempio, noi insegnanti lo facciamo proponendo valori e tramandando una memoria che dovrebbe essere condivisa: se non lo è è perché la scuola non è riuscita, in questi anni, svolgere bene il proprio lavoro anche perché, questo va detto chiaramente, il potere, la politica, hanno avuto interesse e continuano ad averlo, a che non lo faccia.

Trovo che questo episodio, alla viglia di elezioni contraddistinte da una violenza verbale e di contenuti senza precedenti, dalla tendenza a distinguere il bene e il male a seconda del colore della pelle, da fesserie prive di fondamento come la presunta difesa di una delle etnie più meticce del mondo ( la nostra), sia l’immagine evidente di un clima tossico, che ben poco ha a che fare con la democrazia, che molto ha a che fare col fascismo quotidiano da cui siamo, spesso, inconsapevolmente, circondati.

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La violenza in mezzo a noi

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I femminicidi, gli  innumerevoli abusi  subiti quotidianamente da molte donne e non denunciati, gli atti estremi di bullismo, il cyberbullismo, i flames nelle chat, i commenti dei lettori sui forum dei quotidiani, sono segnali non colti di una violenza che sta salendo lentamente, giorno dopo giorno, attorno a noi e di cui nessuno sembra curarsi. Violenza verbale, fisica,mentale, quasi solida nella sua consistenza. Mille facce della stessa medaglia, espressioni diverse della stessa rabbia, frutti velenosa della stessa   mancanza di cultura.

Non c’è bisogno di ammantare di ideologia il pestaggio dell’esponente di Forza Nuova e l’accoltellamento del militante di potere al popolo, la politica non c’entra nulla o meglio, c’entra la politica di questi giorni, portata avanti da miserabili, buffoni e giullari, nella migliore delle ipotesi da uomini senza storia e senza idee, c’entra come specchio del vuoto che ci circonda,dell’assenza di un’idea di Stato che brilla come un fantasma o un ricordo sul punto di svanire.

I giovani sono vittime e artefici di questa violenza. Vittime perché la politica li ha depredati del futuro e ha reso il loro presente difficile, artefici perchè piuttosto che rimboccarsele, hanno scelto di menarle, le mani. Non sono le colpe dei padri a ricadere sui figli, ma le debolezze e le sconfitte dei padri che hanno basato il loro riscatto caricando i figli di aspettative  che non gli appartengono.

Piantiamola di agitare lo spettro di una contrapposizione fascisti e antifascisti che non ha alcun senso. magari fosse così, la nostra polizia è più che attrezzata, fin troppo direi, per perseguire eventuali rigurgiti di terrorismo, sarebbe questione di pochi giorni azzerare i vertici di eventuali frange radicali e risolvere il problema.  A meno che, ovviamente, un certo livello di tensione sociale non giovi al potere, chiunque lo detenga. Ma   questa è storia vecchia e, nel secondo millennio, non c’è più bisogno della Strategia della tensione, quella sì era roba per giovani politicizzati e ubriacati di ideologia. Oggi è sufficiente la televisione e la pessima musica per ottundere le giovani menti.

Dirò qualcosa che i genovesi non mi perdoneranno, ma la storia insegna a documentarsi e a sfatare i miti. La famosa rivolta di Genova del ’60, passata come un’onda di reazione antifascista alla notizia del congresso dell’MSI, fu solo in minima parte  rivolta la politica.  A Genova , in quei giorni, si sfogò la rabbia dei giovani proletari e sottoproletari delusi dalle promesse del dopoguerra che colsero al volo l’occasione per fare casino,  casino immediatamente sposato da una sinistra che solo molti anni dopo, troppo tardi, avrebbe preso le distanze dalla violenza terrorista che in quei giorni ha cominciato a germinare, illudendosi di controllare e canalizzare quella rabbia contro il sistema.

Nel 2001, sempre  a Genova, città che ha nel destino il segnare il passo nel nostro paese, il Sistema si prende la sua rivincita e quelle manganellate colpiscono tutti quelli che hanno creduto che un altro mondo fosse davvero possibile, che il liberismo, la deregulation, la globalizzazione perversa potessero essere ridiscussi e ridotti a misura d’uomo. 

La violenza di oggi nasce anche da quella delusione cocente che ha colpito quelli che oggi sono i padri sconfitti di una gioventù nata sconfitta, condizionata dalla ricerca del successo a tutti i costi, da media e pubblicità che continuano a sbandierare l’immagine della donna come un oggetto da usare e da comprare, dalla frustrazione che deriva dallo spendere anni sui libri di scuola e trovarsi regolarmente superati non per merito ma per censo  o per casta.  I nuovi miti sono il sesso, il denaro e il potere e in nome di queste divinità tutto è lecito.

Ovvio che una simile cultura genera frustrazione, frustrazione che si sfoga sull’altro, non importa che sia il nero, il gay, il pensionato, o la fidanzata, quello che conta è cancellare, per un momento, quel senso insopportabile d’inutilità. Sono ragazzi soli, vuoti, incapaci di gestire le sconfitte della vita in un mondo che non contempla sconfitte.

Non li sto giustificando, sto cercando, per quanto possibile, di capire, che è il primo passo per trovare soluzioni adeguate. Da insegnante, mi sento in prima linea nella prevenzione di questo malessere sociale. Da insegnante, sento sulla mia pelle il fallimento della scuola, di un sapere che non parla più a loro, che loro non possono capire se non per vie traverse, che costa fatica cercare.

La violenza sugli altri, una violenza incontrollabile, incontrollata, imprevedibile e pericolosa, la violenza che per anni abbiamo sopportato negli stadi nella speranza che non tracimasse fuori, si manifesta anche come violenza contro sé stessi: l’ago nel braccio, il rito della pipa di crack, lo sballo del sabato sera, l’alcool. Fenomeni mediaticamente inesistenti ma dilaganti, in forme nuove e  inquietanti, rispetto alla moria degli anni settanta e ottanta. Fenomeni che meriterebbero una riflessione politica ampia, sulla legalizzazione, sul consumo responsabile e limitato, ad esempio, possibilità che equivalgono a bestemmie nel nostro paese.

Questa politica urlata, fatta di insulti, accuse reciproche, violenza verbale e culturale, non è strutturata per poter affrontare problemi sociali di questa levatura.  la soluzione non può essere nè una maggiore severità delle pene, le carceri sono già strapiene di disgraziati, nè fare finta di nulla e sperare che passi. C’è bisogno di una nuova visione del welfare, di controlli fiscali severi, di tassazione progressiva reale e di un recupero delle periferie, veri e propri focolai di rabbia tossica. C’è bisogno di una visione sociale che contempli tutti, non solo chi può produrre o chi può essere sfruttato, non solo i meritevoli o i privilegiati. Quando si sente dire che si punta al voto moderato, significa che bisogna blandire la borghesia, ovvero la palla al piede, insieme a una parete del mondo cattolico, di questo paese.

Il fatto che nessuna delle compagini   in lizza, si fa per dire, per le elezioni più inutili degli ultimi vent’anni,presenti un solo accenno a questi problemi, la dice lunga sulla competenza di questa gente.  La dice lunga su una politica che è mero esercizio di potere, rappresentanza di pochi a spese dei molti. Tanto varrebbe reintrodurre limiti di censo al diritto di voto, sarebbe molto più onesto.

Gli stucchevoli richiami a un’italianità che non esiste, da un lato, e a un diffuso sentimento antifascista altrettanto illusorio ( tornate a leggervi Pavese, per favore, e magari anche quel nazista di Cèline, che male non fa), sono solo la colonna sonora stonata di un paese che ha smesso da da tempo di cercare la strada per il cambiamento.

Non vedo vie d’uscita e temo che stiamo assistendo solo all’inizio di un’escalation progressiva di violenza che, per la sua natura, sarà molto difficile fermare.

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Figli di uno Stato che non esiste

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Stavo svolgendo il servizio militare quando venne ci fu la strage di Capaci. Ricordo la notizia che passò veloce tra i soldati anche se in caserma le notizie dal mondo esterno arrivano ovattate, quasi deprivate del loro senso. Oltretutto c’era la guerra in Bosnia e il mio reparto rischiava di partire da un momento all’altro. Questo per dire che solo dopo la morte di Borsellino, avvenuta poco prima del congedo, una volta tornato alla vita “civile”, potei afferrare pienamente l’orrore e la portata di quei due attentati.

Attentati che rinforzarono la tempesta scatenata nel paese dall’inchiesta di Mani pulite. Furono momenti terribili, in cui  tutto sembrava possibile e lo Stato sembrava vacillare ed essere sul punto di crollare. sappiamo com’è andata a finire: Riina perse la sua partita, Cosa nostra venne ridimensionata ma lo Stato non ebbe il coraggio o la volontà di assestare il colpo finale.

Falcone e Borsellino, insieme a tutti gli altri, sono due simboli, due esempi di dedizione estrema a uno Stato che in Italia non è mai esistito. Erano infiammati da un’utopia irrealizzabile, la sconfitta della mafia, eppure sono andati avanti verso quella fine che avevano predetto, senza tentennamenti, senza dubbi, nonostante fossero consapevoli che la mafia e lo Stato italiano, da sempre, sono due poteri che vivono in simbiosi, due maledetti gemelli siamesi che nemmeno un titano può dividere.

Oggi la Camorra e la ‘ndrangheta, Cosa nostra ha un ruolo subordinato e ridimensionato rispetto al passato, ma non è stata sconfitta ed è viva e vegeta, nonostante quanto affermato con grande incoscienza dal ministro Alfano, hanno a disposizione, grazie al solo traffico di droga, una tale quantità di denaro liquido da poter comprare diversi paesi europei. Il potere corruttivo delle organizzazioni mafiose è inimmaginabile e pensare che possa essere sconfitto, oggi, è da folli.

La società civile sta facendo quanto può, soprattutto al sud, al nord non è ancora cosciente della presenza invasiva della mafie, quando si scuoterà dal sonno reagirà sicuramente con forza. Ma la società civile, senza la volontà politica dello Stato di combattere seriamente il fenomeno mafioso, è destinata a perdere. Quel 23 maggio 1992 non abbiamo perso solo due magistrati e gli uomini della scorta, abbiamo dilapidato il coraggio e la voglia di rivalsa dei ragazzi scesi in piazza, lo Stato italiano ha lasciato che la rabbia svaporasse e che tutto tornasse alla normalità. invece di sfruttare il consenso sociale per estirpare i rami secchi, invece di appoggiare il pool di Milano per dare un colpo mortale alla corruzione, il potere ha finto ti arrendersi per rigenerarsi sotto altre spoglie, lasciando che nulla cambiasse.

Abbiamo avuto un ministro che ha affermato placidamente che con la mafia bisogna convivere e un presidente del consiglio che con un mafioso conviveva, abbiamo visto delegittimare magistrati e assestare colpi di grazia a processi di capitale importanza, abbiamo visto un presidente della repubblica reticente su fatti di estrema gravità. Cos’altro ci serve per capire che no, lo Stato di Falcone e Borsellino, la repubblica della Costituzione, quella che nasceva dalle macerie della seconda guerra mondiale e dall’oppressione fascista, la repubblica dei partigiani, oggi usati come strumento di propaganda politica da chi, probabilmente, non li ha mai sentiti parlare e raccontare, non è cresciuto con                                           i loro canti nelle orecchie , non è stato educato all’antifascismo, non c’è, non c’era nel 92 e non c’è mai stata.

Questo è il paese della P2 e del piano Gladio, dei colpi di stato falliti e dei presidenti picconatori, questo è il paese di Portella della ginestra e del bandito Giuliano al soldo della Cia, è il paese di Abu Omar e della morte misteriosa di Mattei. Abbiamo visto le bombe di Brescia, Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, abbiamo visto assassinare magistrati,carabinieri poliziotti, rapire e uccidere un presidente del consiglio, massacrare un operaio. Abbiamo avuto un pregiudicato presidente del Consiglio per vent’anni, abbiamo accolto dittatori con tutti gli onori, consentendogli di bivaccare in Parlamento, abbiamo visto attraversare le porte del potere da legioni di bagasce e a Genova, sotto le manganellate di chi la libertà doveva assicurarla abbiamo visto spegnersi il sogno di un mondo migliore.

No, questo paese non si merita Falcone e tutti gli altri, questo paese non si merita eroi. In questa giornata l’unica cosa che i politici dovrebbero fare è quella di stare in silenzio, perché oggi è morto, ogni giorno è morto anche per loro,  qualcuno che sapeva cos’è la dignità.

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