La scuola è salva ma non può restare immobile

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Diamo a Cesare quel che è di Cesare e, dunque, rendiamo onore ai Cinque stelle per aver impedito quell’oscenità che era la regionalizazzione della scuola pubblica.

Per ora dunque, il pericolo di avere per legge scuole più ricche e scuole più povere e, addirittura, stipendi diversi per i docenti a seconda delle regioni in cui lavorano, è scampato.

Diamo merito anche ai tanti vituperati sindacati nazionali, con buona pace dei tupamaros che urlarono alla svendita della scuola quando, dopo un incontro col presidente del Consiglio e il ministro dell’Istruzione, Cgil, Cisl e Uil ottennero l’impegno, oggi mantenuto, di lasciare integra la scuola della costituzione.

La scuola si è salvata a un passo dalla fine ma non si può dire che sia in buona salute. Aumentano i precari, la Buona scuola continua a far danni anche se mitigati grazie al lavoro quotidiano dei sopra citati sindacati confederali, i programmi sono vecchi, le differenze tra nord e sud, anzi, tra quartieri ricchi e di periferia nella stessa città esistono e sono un problema enorme perché, di fatto, limitano il diritto allo studio.

Se dovessi citare un esempio del fallimento della nostra scuola, citerei paradossalmente un esempio virtuoso: quello dei maestri di strada di Napoli, segno, a un tempo, della professionalità e dello spirito di servizio di molti insegnanti e dell’assenza della scuola come istituzione.

La politica, negli ultimi vent’anni, ha svalorizzato la scuola, proponendo un modello di affermazione personale basato sul mettersi in vetrina e in vendita al miglior offerente, ha delegittimato gli insegnanti dipingendoli come fannulloni o, addirittura, nell’era Salvini, come pericolosi plagiatori delle giovani menti. Ha fatto anche ottimi affari, spingendo sull’uso delle nuove tecnologie e facendo la felicità delle case produttrici di computer.

Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi di tutti: la scuola viene vissuta da molte famiglie come una piacevole incombenza senza un reale valore o una effettività utilità per il futuro dei propri figli. La retorica del merito ha portato a sopravvalutare il voto, un numero che molte volte poco dice su chi è davvero un ragazzo o una ragazza, a scapito del valore formativo della scuola, che invece ci dice moltissimo, il nozionismo fine a sé stesso a scapito del pensiero critico.

Altri problemi sono la messa in sicurezza degli edifici, la decisione di assegnare in reggenza le scuole sotto una soglia di alunni stabilita per legge, le troppe reggenze, spesso su istituti comprensivi enormi, l’enorme carico di lavoro dei dirigenti  ( quelli che lavorano seriamente) e l’aumento del carico di lavoro per le segreterie spesso sotto dimensionate, come sotto dimensionato in molte scuole è il personale ata.

Last but not least, la burocrazia che occupa almeno un terzo della giornata di ogni insegnantie la litigiosità delle famiglie, sempre più aggressive e, a volte violente, il terrore costante dei ricorsi che finisce per condizionare comunque, anche inconsciamente, il lavoro quotidiano.

Sono solo una parte dei tanti problemi che il passaggio alle regioni avrebbe solo amplificato, provocando inevitabilmente, l’implosione della scuola.

Ma se la Lega ha ceduto su questo punto, purtroppo, significa che della scuola non gli importa poi molto e ai Cinque stelle, dato quanto hanno fatto finora, nulla, importa solo in questo momento, per segnare una tacca sul cinturone caso mai si andasse a elezioni.

Una politica che si disinteressa della scuola, se non quando si deve votare o, come in questo caso, si deve giocare una partita politica, è una politica a cui non interessa il futuro del paese.

E’ evidente che i valori fondanti della scuola, come la cooperazione, la tolleranza, la cultura della pace, il rispetto della diversità, la valorizzazione delle competenze di ognuno al di là della razza e della religione, lo sviluppo della spirito critico e l’accrescimento culturale, stonano con una politica che disprezza i libri polverosi e quotidianamente, usa il termine “professore” in senso dispregiativo, che utilizza l’odio come strumento di consolidamento del consenso e il disprezzo delle opinioni fuori dal coro come metodo.

Il quotidiano livello di volgarità verbale e intellettuale. cui ci stiamo assuefacendo, può essere abbassato solo da una scuola che funzioni ma la scuola può funzionare solo se lo Stato e il governo del momento, comprende che una scuola che funziona va a vantaggio di tutta la società. In questo momento, non mi pare che sussistano queste condizioni.

Aver scampato un provvedimento assurdo non può essere motivo di soddisfazione, tutt’al più può provocare un sospiro di sollievo ma la scuola italiana, se questo paese vuole avere una chance, ha bisogno di ben altro.

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Camilleri: molto più di Montalbano ma è meglio non dirlo.

Unknown

Una cattiva notizia attesa non si trasforma in una buona notizia, così è per la morte di Camilleri scrittore che, a mio avviso, si colloca su quella scia di geniali lettori della realtà che parte da Vittorini e, passando per Sciascia, Bufalino e Consolo, arriva, appunto, allo scrittore di Porto Empedocle.

Tutti siciliani, tutti di sinistra, anche se di fronda, come  Vittorini, che era un comunista di fronda come era stato un fascista di fronda, tutti animati da una passione civile autentica e da un pessimismo profondo e tipicamente siciliano. Tutti figli ribelli di Tomasi di Lampedusa.

Ho assistito ieri sera a un vomitevole servizio del Tg2 in memoria di Camilleri dove si è ricordato lo scrittore nel peggiore dei modi: con un profluvio di retorica vana e vuota, stando bene attenti a non toccare argomenti fondamentali per la sua comprensione ma irritanti per il potere.

Fa comodo a molti, oggi, associare Camilleri a Montalbano, il più “facile” dei suoi eroi, il più popolare. e universalmente noto, il personaggio che ha reinventato il poliziesco italiano. Fa comodo dimenticare che Camilleri è stato un intellettuale di sinistra alla vecchia maniera, costantemente impegnato a leggere la realtà  e a mordere le caviglie al potere, qualunque colore avesse in quel momento, un antifascista sincero che non ha mai smesso di beffeggiare il fascismo nei suoi libri, mettendolo in ridicolo o mettendone a nudo le contraddizioni e l’ipocrisia, facendo con la letteratura quello che Luigi Zampa, con la sua trilogia cinematografica sul ventennio, fece col cinema.

Ma la grandezza di Camilleri scrittore va cercata, ovviamente, nei suoi libri, non in Montalbano ma in quel capolavoro che è La Concessione del telefono, o ne Il nipote del negus, in La mossa del cavallo o decine di altri titoli che sono stati scritti grazie al successo di Montalbano e che costituiscono il vero tesoro lasciatoci dallo scrittore, senza voler nulla togliere all’amatissimo, anche da chi scrive, commissario di Vigata.

Sono libri che raccontano la storia della Sicilia, una Sicilia simile a quella di Brancati, sempre al limite del grottesco, un mondo a parte diventato, con gli anni, il nostro mondo, sospeso tra tragedia a commedia, come un’eterna commedia di Jonesco.

Non va dimenticata l’importanza di Camilleri dal punto di vista linguistico, la capacità di rendere duttili e malleabile sia il siciliano che l’italiano e farli lavorare al suo servizio con maestria impareggiabile, sulla scia del grande Vincenzo Consolo. Le invenzioni linguistiche, i neologismi, la sicilianizzazione dell’italiano e l’italianizzazione del siciliano, lampi di genio che illuminano a giorno le sue pagine.

Camilleri è, dunque, molto più di quanto i giornali ci raccontano in questi giorni e quello che è stato è inscindibile dalla sua appartenenza politica, che spiega la sua etica, la sua passione e i suoi libri, la sua fiducia nel futuro e il pessimismo siciliano.

Ci mancherà e ci accorgeremo solo tra qualche anno quanto la sua scomparsa abbia lasciato un vuoto profondo in questo paese ,dove abbondano i cialtroni che si atteggiano a dotti e non ci sono più buoni maestri.

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Il corpo invisibile dei migranti.

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Eh sì, perché di questo si parla, su questo si discute e ci si indigna, riguardo questo ci si vergogna oggi, di essere italiani: i corpi magri , provati, debilitati di quarantadue esseri umani costretti da un rappresentante dello Stato senza coraggio e senza umanità a restare a galla, come oggetti, anzi, come rifiuti che nessuno vuole smaltire.

Non ce li fanno vedere i volti, i corpi, le espressioni: troppo umane, meglio inquadrare il viso sarcastico e sprezzante della capitana, meglio dare quello in pasto lei alla marea dei sepolcri imbiancati, ai cattolici senza Dio, agli ipocriti, agli analfebati funzionali, alla canea che gongola sbavando a ogni menzogna di un uomo che ha fatto dello squallore e dell’assenza totale di scrupoli il metodo del proprio sporco lavoro, favorito dall’ignavia di chi tace e acconsente.

I migranti vanno immaginati, mitizzati, stilizzati, così da poterci fantasticare sopra, demonizzandoli, umiliandoli, uccidendoli in vita e privandoli della loro dignità. Moderni capri espiatori, vanno immolati sull’altare del potere.

Il procuratore di Agrigento ha parlato di atto di insopportabile violenza da parte della capitana, riguardo il qausi speronamento della motovedetta della guardia di finanza,  mentre, è evidente, giudica umano e sopportabile che per quattordici giorni una quarantina di persone allo stremo vengano lasciate in alto mare per il capriccio di un giullare che non fa ridere nessuno. Questione di opinioni, siamo in democrazia, giusto?

Ieri sono stato giustamente redarguito, per aver messo alla berlina due poveri cristi di finanzieri mandati sulla nave a chiedere alla capitana di temporeggiare, rimediando una pessima figura. Giusto. Stanotte i poveri cristi hanno messo le manette ai polsi di una donna che ha fatto quello che era giusto ma, forse, non legale. Glielo hanno ordinato, esattamente come, tanti anno fa, ordinarono…avrei un paio di libri da consigliare in proposito, ma quelli a cui sarebbero utili non leggono.

Personalmente, trovo che rifugiarsi dietro la legalità su questioni di principio, che riguardano l’etica e la morale, e su leggi che sono palesemente sbagliate, sia la scappatoia facile di chi non ha il coraggio di rialzare la testa e rispondere alla voce del padrone. Credo anche la giustizia nel nostro paese sia diventata una questione di caste,  che gioca la propria partita sulla pelle della gente e che vada profondamente riformata, non certo da questo esecutivo di buffoni.

Se si fosse rispettata la legalità e non la giustizia, non ci sarebbe più un ebreo, negli Stati Uniti e in Sud Africa ci sarebbe ancora l’apartheid, ecc.ecc. Anche allora c’erano giudici che rispettavano la legge e poliziotti che eseguivano gli ordini. In piena legalità.

Questo gioco al massacro sul corpo dei migranti finirà male: preso o tardi, la tragedia, ineluttabile, prevista e forse attesa, accadrà, e finalmente, forse, vedremo i loro corpi per quello che sono: esseri umani umiliati e offesi. E chi di noi non ha partecipato al gioco, pretenderà giustizia, lasciandovi la vostra legalità.

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La stucchevole beatificazione di Roberto Fico, il (finto) duro e puro

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Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, scriveva Brecht, che mi capita di citare sempre più spesso in questi giorni, ma è davvero sventurato il nostro paese se ha bisogno di eroi come Roberto Fico.

Bastano due parole di circostanza ogni tanto, buttate lì a caso per far dimenticare che l’uomo ha votato tutte le porcherie escogitate da Salvini, si è adeguato perfettamente alla non politica del Movimento, che, tra parentesi,  non ha fatto nessuna cosa bellissima, come si ostinano a scrivere i giornalisti del Fatto, comprensibilmente restii a prendere atto di un fallimento. Forse lo faranno se verrà approvato quell’altro splendido regalo alle mafie che sarebbe la sospensione per due anni del codice degli appalti.

Bastano due parole di circostanza e subito in alcuni si accende la speranza di un possibile accordo tra i grillini e il Pd. Se c’è una cosa giusta che ha fatto Renzi, è stata quella di chiudere a qualsiasi dialogo con un movimento politico inaffidabile, ondivago e, da un anno a questa parte, disponibile a qualunque compromesso, a qualunque tradimento dei suoi principi fondanti pur di mantenere saldamente il sedere sulla sedia.  Un movimento che quando si trova con le spalle al muro organizza finte consultazioni in rete e risolve il problema con la parodia grottesca della democrazia diretta.

Questo paese sta diventando sempre più retorico e vuoto, a tutti i livelli: frasi fatte, spot, aforismie battute di infimo livello, la politica italiana è ormai ridotta a un enorme spot pubblicitario dove latitano le idee e abbondano le banalità. L’umanità è altra cosa da una dedica fuori luogo, in un giorno che gli italiani non hanno mai sentito come una festa.

C’è stato un libro che ha formato la mia generazione, si chiamava  Essere o avere, di Erich Fromm e, senza un briciolo di retorica, tracciava la strada per un mondo migliore, strada ormai smarrita da tempo. Non lo legge più nessuno e invece bisognerebbe inserirlo come lettura obbligatoria nelle scuole. Altro che educazione civica obbligatoria.

Fico è un arrivista come tutti i componenti del direttorio Cinque stelle, uno che ha trovato la gallina dalle uova d’oro e non vuole lasciarla andare. Se davvero fosse quello che mostra ogni tanto di essere, avrebbe lasciato il Movimento da tempo. Almeno, i due DiDi provenienti da famiglie di estrema destra, sono più coerenti.

E’ inutile ostinarsi a cercare del buono dove il buono non c’è. Chi è alleato di Salvini, che almeno buono non è chiaramente, non può continuare a tenere il piede in due scarpe e se si andrà, come possibile, a elezioni anticipate, sarà il meritato de profundis per quelli che hanno confuso gli anticasta con i sostituti della casta e l’antipolitica con la non politica.

Ma vedrete che nel nostro paese senza memoria riusciranno a riciclarsi alla grande, anche Roberto Fico, l’eroe di due parole ogni tanto.

 

 

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La scuola che verrà.

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Da anni la scuola italiana sembra essere impegnata in una guerra contro l’intelligenza, la creatività e il buon senso che sembra, negli ultimi tempi, in procinto di vincere.

Basta pensare alle deliranti e inutili novità dell’esame di maturità, trasformato in un telequiz, alla scomparsa ingioustificata del tema di storia, alla sospensione della professoressa di Palermo, del tutto insensata, ai girotondi sulla mobilità e al numero esorbitante di insegnanti  che andranno in pensione grazie a quota cento, lasciando molte cattedre scoperte.

Dalla Buona scuola in poi, nelle scuole si vive male o bene a seconda che si capiti col dirigente e il o la vicaria “giusta”, un’alea che non dovrebbe esistere in una sitituzione che, a parole, dovrebbe garantire la stessa qualità d’insegnamento in tutte le sue diramazioni sul territorio nazionale.

Invece siamo soffocati da una burocrazia imbecille e del tutto inutile, la sinergia, scusate la parola, con agenzie del territorio fondamentali, come i servizi sociali o il tribunale dei minori, risente di rallentamenti biblici, sempre più spesso un insegnante si trova solo, con ragazzi che hanno problemi sempre più grandi, che chiedono risposte sempre più difficili da dare.

E Salvini, che per altro con la scuola non c’entra niente, che fa? In campagna elettorale tira fuori la vecchia storia dei tre mesi di ferie. Chiariamola per l’ennesima volta: io lavoro nella scuola media, dove sono in servizio attivo fino al trenta Giugno, quindi, a rigori, ho due mesi di ferie, tanto per cominciare, i colleghi delle superiori, che proseguono gli esami fino a Luglio, ne hanno ancora di meno. E’ il tempo minimo necessario per ricaricare le pile, smaltire le tossine acucmulate durante l’anno in un lavoro quotidiano che, per chi lo fa con coscienza, è psicologicamente, e di rimando, fisicamente, gravoso, a volte angosciante, quasi sempre frustrante. Ma cosa volete che ne sappia Salvini.

Forse sarebbe il caso di capire quale scuola ci aspetta, ora che Salvini governa il paese da solo, nella sostanza se non nella lettera. Una scuola in cui tornano i grembiuli? In cui gli insegnanti devono indirizzare il pensiero dei ragazzi verso ciò che piace al potere e non verso la libertà? Una scuola in cui non si parla di politica  e il mondo resta chiuso fuori, una sorta di torre d’avorio instabile, data la precarietà di molti edifici? Torneremo a dire una preghierina prima di cominciare le lezioni e a salutare la bandiera?

Non sono problemi da poco: la scuola rappresenta il futuro del paese, anche se nè le famiglie nè l’opinione pubblica sembrano rendersene conto. La scuola italiana è vecchia, ha programmi vecchi, insegna in modo vecchio, è protesa a mostrare con orgoglio una organizzazione vecchia, dirigenti e affini si sforzano di far vedere che tutto funziona alla perfezione quando non funziona niente: ogni ragazzo perso, perso, non bocciato, è una sconfitta per la scuola, non un peso di cui ci si è liberati, come pensano, a volte, certi colleghi, e di ragazzi la scuola italiana ne perde troppi.

Se poi un incauto insegnante cerca di innovare, di provare nuove strade, di azzardare uno scatto di fantasia, le possibilità sono due: o fallisce, e la colpa è tutta sua, o funziona e allora scatta il gioco delle invidie di corridoio, della burocrazia, del questo non si può fare.

Situazione che, presumibilmente, andrà peggiorando se le idee di alcuni sodali di Salvini, incapaci di comprendere che la scuola non è un parcheggio ma una palestra di vita, verranno realizzate.

In Inghilterra partirà dal prossimo anno in trecento scuole l’insegnamento della mindfulness, la meditazione di consapevolezza, come strumento per la prevenzione del bullismo. Funziona, viene sperimentata negli USA da anni sia nelle scuole sia negli ospedali come terapia per il trattamento delle tossicodipendenze, gli stati depressivi, le crisi di panico, ecc. Ci sono evidenze scientifiche, sperimentali, è uno strumento efficiente e testato. Io la pratico da anni e, spesso, ho avuto la tentazione di proporla in classe, ma ho sempre desistito: non mi va di essere preso per pazzo da famiglie e colleghi, come certamente accadrebbe. In Italia esistono associazioni di insegnanti che superano le loro remore e la propongono nelle classi ma vengono viste come associazioni esoteriche.

Questo è solo un piccolo esempio, marginale se volete, di come le buone int enzioni vengano frustrate dalla realtà della scuola italiana. Per non parlare delle difficoltà che ci si trova ad affrontare quando si prova a proporre didattiche innovative: cooperative learning, classe capovolta, fasce di livello; didattiche applicate da decenni ovunque che qui da noi reestano lettera morta per chiusura mentale di chi dirige le scuole e, a volte, di chi la scuola la fa e non ha voglia di uscire da una comoda routine.

Ma tutto questo a Salvini e  Bussetti non interessa, naturalmente e, purtroppo, neanche alle famiglie. Conta solo l’apparenza, per i primi e il voto in pagella, per i secondi.

Così creiamo generazioni di ragazzi sempre più smarriti, privi di punti di riferimento, incapaci di gestire l’affettività, allo sbando nelle strade della vita.

Ma della scuola, in fondo, importa solo agli insegnanti e neanche a tutti.

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Di Maio e la voglia di essere Salvini

Roma: Di Maio, con Raggi faremo squadra, non sarà sola

Non si può che applaudire e rispettare il gesto di Virginia Raggi che ieri, sfidando una folla inferocita, si è presentata a Casal Bruciato a manifestare la propria solidiarietà alla famiglia rom assediata dai fascisti e a mostrare la presenza dello Stato.

Un gesto che ha stranamente irritato Luigi Di Maio, sì, lo stesso che insieme all’altro Di pentastellato ha inveito contro i giornalisti il giorno che la Raggi venne assolta dalle accuse, lo stesso che ha difeso la sindaca anche quando era indifendibile, insomma il  vicepresidente del consiglio ombra, la stampella di Salvini, proprio lui.

Quella frase ” prima i romani” se davvero pronunciata, segnerebbe il de profundis per il Movimento Cinque stelle, o meglio, sarebbe la conferma, l’enensima,  del totale tradimento di tutte le premsse e le promesse con cui il Movimento è venuto alla luce. Molti se ne sono già accorti e hanno tolto il disturbo, altri continuano a credere ciecamente per disperazione, altri ancora restano per convenienza. Nulla di nuovo sotto il sole.

Abbandonato l’ambientalismo, dimenticati gli scontrini, utilizzata quando serve la parodia della democrazia diretta, sposato il razzismo leghista prima con le infelici battute sui “taxi del mare” rivelatesi tragicamente false, poi con la non autorizzazione a procedere sul caso Diciotti, quindi con il silenzio assenso sulle peggiori iniziative leghiste, il vice presidente del consiglio, con quel pensiero indegno, svela il suo vero volto e si adegua a una campagna elettorale di infimo livello, giocata sulla pelle degli ultimi.

Mi chiedo cosa ne pensi la base del Movimento, le tante brave e valide persone che hanno creduto davvero, magari un po’ ingenuamente, alla possibilità di cambiare il paese, di fronte a questa ennesima presa di posizione chiaramente di destra. Mi chiedo se davvero credono di essere ancora una forza anticasta, dalla parte del popolo. Mi chiedo se non si aspettassero come tutti unba condanna e non un appoggio ai decerebrati di Casapound.

E’ ovvio che Di Maio sente mancare il terreno sotto i piedi e sente l’odore della sconfitta vicino, ormai vicinissimo, vista l’imminente scadenza delle elezioni europee, e sta commettendolo stesso errore che fece Renzi a suo tempo: inseguire l’avversario sul suo stesso terreno, svoltare a destra nel tentativo di guadagnare il consenso dei moderati, di quelli che non vanno a fare capannelli di protesta ( e su questo tanto, ma tanto ci sarebbe da dire sulla reazione della polizia alle sacrosante parole di Saviano, ma proprio tanto) ma che se mandano via i rom dai quartieri non sono poi così dispiaciuti. Sono i peggiori di tutti, i razzisti consenzienti e silenti, roba che ti viene voglia di tornare immediatamente a leggere Marcuse per depurare i pensieri.

Nulla da dire, è la politica ed è così dai tempi di Machiavelli, non fosse per le pose da moralizzatore e da censore che Di Maio ha assunto negli ultimi anni, non fosse per la valanga di insulti con cui ha sommerso gli avversari politici, non fosse per l’ineffabile inconsistenza della politica del suo governo riguardo i problemi strutturali dell’Italia, non ci sarebbe nulla da dire.

Anzi, qualcosa da dire c’è: in questa gara a chi è più disumano tra i due leader di governo, prima o poi qualcuno ci rimetterà la pelle e allora scopriranno che gli italiani possono anche giocare i fascisti, finché si scherza, ma quando si arriva alla tragedia rinsaviscono, magari ci vuole tempo, ma rinsaviscono. E allora saranno guai grossi. Finalmente.

 

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(Seconda) lettera aperta al ministro Bussetti

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Egr.gio Ministro Bussetti,
le avevo scritto in data 25/10/2018 usando questo spazio per esternare il mio sconcerto di fronte all’affermazione che a scuola non bisogna fare politica, affermazione che commentai diffusamente in quell’articolo e su cui non mi soffermo.
In quell’occasione ho commentato: “Io credo sia importante, oggi più che mai,usare le parole nel modo giusto,restituirgli la dignità che meritano, perché noi siamo le parole che diciamo e la forma è sostanza” (da Pietro Bertino, Un paese sospeso, ed. Amazon, pag. 194).

Ieri è ricaduto nell’errore di allora usando le parole incautamente e, mi permetta, a sproposito, affermando che la scuola deve occuparsi,prima di tutto, dei giovani italiani.
Mi permetta: alla luce della sua partecipazione a un convegno razzista organizzato da razzisti, alla luce delle parole pronunciate ogni giorno dal capo del suo partito di riferimento, alla luce della richiesta di autonomia in materia di scuola da lei appoggiata da parte di alcune regioni, tra cui il Veneto, dove si danno tonno e grissini ai bambini che non pagano la mensa, questa sua affermazione appare, oltre che incomprensibile e fuori luogo, sinistra.

Faccio un esempio:io lavoro in una scuola felicemente multietnica, dove i ragazzi, spesso, scoprono che il compagno, o la compagna è musulmano/a, casualmente, magari in terza media perchè si parla di religioni monoteiste. Come secondo lei dovrei “favorire i giovani italiani” senza violare la Costituzione? Perché non mi è chiaro. Per altro, B. che è nero come il carbone, D. che è marroncina, S. che è bianco latte, ecc., tutti ragazzi con genitori provenienti da ogni angolo del mondo, sono “giovani italiani” come P., F. e A., nati nel quartiere, hanno frequentato le elementari, parlano italiano, si sentono italiani, ed è altrettanto italiana D., che però non ha la cittadinanza perché la sua gente considera un oltraggio lo ius soli, dovrei forse infierire su di lei e favorire gli altri?
La pregherei di emanare al più presto una circolare in proposito, così che possa rifiutarmi di firmarla e di seguire le indicazioni in essa contenute, magari convincendo i colleghi a fare una denuncia per oltraggio alla Costituzione.

Vede, nonostante lei sia il ministro dell’istruzione, la scuola è una cosa seria, vi lavorano persone serie, consapevoli, al contrario di lei, dell’importanza del proprio lavoro che ha lo scopo di contribuire a formare persone migliori di noi e molto, ma molto migliori dei suoi amici di partito.
Noi abbiamo a che fare con i ragazzi, ragazzi sempre più confusi, persi, disorientati,disarmati di fronte a un mondo dove a comandare è l’arroganza, il razzismo, l’esatto contrario di quella condivisione del dolore degli altri di cui parlava Vittorini, lo conosce, sì? Anche se insegnava educazione fisica dovrebbe rileggerlo, Conversazione in Sicilia, è un libro attualissimo, di quelli che restano dentro.

Perdoni il mio sarcasmo che nasce dall’autunno di uno scontento che dura da tempo, lo scontento di una categoria di lavoratori che si ritrova a dover colloquiare con rappresentanti politici improvvisati o solo apparentemente consapevoli di cosa è la scuola, come lei. Siamo stanchi di queste esternazioni, dei suoi consigli sui compiti, del criptorazzismo che utilizza per dare un contentino a quei bifolchi analfabeti di ritorno che l’hanno messa dove sta.

Non dubito che lei sia persona intelligente e preparata, l’ha dimostrato, a tratti, allora per favore non scenda tanto in basso, non faccia campagna elettorale sul corpo della scuola, non ci usi per far vedere che anche lei ce l’ha duro. La scuola è accoglienza, condivisione, cooperazione, una mano tesa a chiunque, qualunque colore abbia, da qualunque posto del mondo venga.

La scuola è una palestra di vita,  i ragazzi sono materia fragile, i ragazzi come Rami, come Simone, sono frutti della sucola pubblica, dei valori che ogni santo giorno ogni insegnante propone dalla cattedra. Se proprio non sa cosa dire, se non ha un’idea che sia una per una riforma che ripari i danni fatti dal precedente governo, con una riforma che lei ha approvato a suo tempo, applicandola con zelo, faccia un favore a tutti: taccia.

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