Una nota a margine della nostra anima

Non molto tempo fa la notizia ci avrebbe riempito d’orrore ma oggi abbiamo problemi più importanti di cui occuparci: superare la pandemia, tornare a una normalità che ci ha condotti sull’orlo del baratro, gioire per le partite di campionato, il Pil, l’economia, ecc.

Peccato che il ritorno alla normalità comporti anche la notizia di un corpicino dentro il suo pigiama, su una spiaggia libica. Un corpicino senza nome e, se non c’è un nome, non esiste, una foto sfocata, una nota a margine delle nostre anime.

Non è solo questione di abolire gli osceni decreti sicurezza, un insulto alla Costituzione, il problema è che, passata la grande paura, almeno per il momento, abbiamo ripreso a comportarci come se nulla fosse successo, come se il tempo sospeso del Covid non ci avesse dato modo di riflettere sulle priorità reali della vita, priorità che abbiamo immediatamente accantonato per tornare a una rassicurante, nevrotica, agghiacciante routine.

Dopo essere passati più o meno indenni dall’orrore temporaneo, non c’è più spazio per l’orrore quotidiano, quello dei bambini annegati in mare, quello di un fascista stupratore di minorenni difeso a spada tratta dai suoi colleghi, quello del razzismo dilagante nelle sue varie forme: in questo periodo tocca all’omofobia ma, se verranno abrogati i decreti sicurezza, firmati, ricordo, dall’attuale Presidente del Consiglio, un maestro del trasformismo, si tornerà allegramente a dare addosso ai negher.

Torneremo anche alle fiaccolate, alle adunanze delle sardine, a manifestazioni di piazza che servono solo a far tacere, per lo spazio di qualche ora, la nostra coscienza di bravi borghesi. Fino al prossimo corpicino, sulla prossima spiaggia.

Lo ignoreremo, come abbiamo ignorato questo, perché è molto più semplice imbrattare la statua di un fascista, gesto che non mi sento di biasimare ma sulla cui utilità nutro forti dubbi, che pensare ai morti in mare, morti per garantire la nostra tranquillità, morti per scelta di politici che la maggioranza di noi ha votato, morti per indifferenza.

Siamo, più o meno tutti, come quel personaggio di Brancati, che ogni sera, prima di andare a dormire diceva: Adesso basta, domani cambio tutto.

Il mattino seguente si alzava e tornava alla sua rassicurante, nevrotica, agghiacciante routine.

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1984 e Il racconto dell’ancella: anticipo di un futuro presente

Oggi parlerò di due libri che mi sono molto cari e che mi hanno accompagnato, più o meno consapevolmente, nella stesura del mio Il granello di sabbia che, si parva licet componere magnis, appartiene alla stessa famiglia letteraria: quella dei libri distopici.

Il capolavoro di Orwell, 1984, uno dei libri che chiunque dovrebbe leggere, viene pubblicato nel 1948 e, due anni dopo, il suo sfortunatissimo autore morirà a 46 anni.

Orwell parte da una grande intuizione: Stalin e Hitler sono due retaggi del passato, il potere in futuro sarà sovranazionale e le figure di guida saranno solo simulacri, rassicuranti fantocci necessari perché il popolo vi si affezioni. Il segreto del potere starà nella manipolazione mediatica e nell’orientamento dell’odio su questo o quel nemico, non importa che cambi ogni giorno, perché il potere si fonda sulla presenza minacciosa dell’altro.

Il mondo descritto in 1984 è cupo, tetro, dominato in ogni suo aspetto da un potere oppressivo che controlla la vita in ogni aspetto, anche nei più intimi, che trasforma il popolo in una indistinta e subalterna massa di esseri privi di spirito critico e fedeli all’immagine di un leader inesistente. Non c’è posto per l’amore, nel mondo di 1984, perfino l’odio è limitato ed eterodiretto, concentrato in momenti determinati della giornata.

Le pagine più geniali, a mio avviso, riguardano quelle sulla neolingua, che ad ogni istante altera la realtà dei fatti e la verità che viene offerta al popolo: il nemico di ieri diventa l’alleato di oggi, in un perenne gioco di ruolo finalizzato solo a ingannare e controllare. Orwell aveva ben presente, quando scrisse quelle pagine, la propaganda nazista, la semplificazione del linguaggio e lo stravolgimento del significato delle parole. 

La straziante, essenziale, minimale storia d’amore di Winston e Giulia è destinata, lo si capisce fin dall’inizio, a finire male ma il finale del libro è davvero atroce nella sua cruda verità e ha procurato a chi scrive la fobia per i topi. Ma Orwell lascia la porta aperta alla speranza: il futuro è nei prolet, massa bruta e indistinta, carne da lavoro che forse un giorno prenderà coscienza e rovescerà il Sistema. Forse.

Margaret Atwood all’uscita di 1984 aveva dieci anni e il suo capolavoro, Il racconto dell’Ancella, esce nel 1988. Femminista militante, il libro immagina un mondo in cui le donne sono ridotte a fattrici, mogli di comodo e prostitute, completamente sottomesse al dominio assoluto dell’uomo. Anche in questo caso, non è chiaro chi e come ha preso il potere, anche se si intuisce che la Atwood ha in mente i movimenti reazionari allora ancora marginali che oggi hanno portato al potere Donald Trump.

La protagonista è descritta con grande acume psicologico così come con grande acume è descritta la sua silenziosa rivolta. Il finale è aperto e, a mio parere, rappresenta un anti climax in un romanzo che conquista pagina dopo pagina, dopo un inizio lento. È l’incubo di una femminista, un inferno femminile che, almeno nel nostro paese, non appare poi così distante è inverosimile. L’incubo di una femminista che parla agli uomini, alla loro coscienza, alla loro ipocrisia.

Cosa ho rubato a questi due autori per il mio romanzo? Il Granello di sabbia parla di oggi, quando molte delle dinamiche di controllo descritte da Orwell sono ormai palesi e la svalutazione delle donne, specie nel nostro paese, è evidente, insieme a una certa nostalgia di sottomissione. Alcuni dei personaggi che siedono in Parlamento sono sicuramente orwelliani o simili a quelli che tormentano l’ancella. Mi piace pensare di essere riuscito a creare quella tensione, quell’atmosfera di inquietudine, quella sensazione che si parli di noi che si prova leggendo questi due classici. Alcuni lettori mi hanno confermato di aver avuto esattamente questa impressione.

Ricordo, per concludere,  Orwell 1984, l’ultimo film di Richard Burton, con un grande John Hurt nei panni di Winston e la serie televisiva de Il racconto dell’ancella, con una protagonista azzeccata, ma uno sviluppo non del tutto convincente.

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Un paese d’argilla con uomini d’argilla

Mi chiedo sempre più spesso, ogni volta che entro in classe, quale sia il senso del mio lavoro oggi, per quale paese io e i miei colleghi stiamo preparando i nostri ragazzi, quali valori trasmettiamo, ammesso che riusciamo ancora a trasmettere qualcosa.

Il nostro è un paese d’argilla, pronto a crollare a ogni soffio di vento, edificato sul nulla in nome dell’avidità e del profitto e non mi riferisco solo alle infrastrutture devastate.

Un paese di furbi, dove chi ruba alla comunità ha sempre una giustificazione, dove, come ai tempo di Manzoni, i don Abbondio abbondano, scusate il gioco di parole, ma di eroi non se ne vedono.

Un paese d’argilla governato da uomini d’argilla, che non diventano Golem, gli implacabili giustizieri della tradizione ebraica, ma si frantumano al primo alito di vento per rimodellarsi a seconda dell’umore della gente. La nostra è una politica ridotta a rissa di cortile, priva di idee, priva di una visione che non sia il mantenimento del potere fine a sè stesso, la tutela di uno status quo che favorisca l’interesse di pochi a scapito di quello di molti.

D’argilla sono anche i giornalisti, asserviti a logiche di potere, creatori di mostri, distruttori di miti, falsi gli uni e gli altri,  cassa di risonanza delle paure della gente. L’originaria mission di mordere alle calcagna il potere si è trasformata nel suo opposto, da cani da guardia a barboncini da diporto.

Un paese d’argilla non può che desiderare l’uomo forte, qualcuno a cui delegare le proprie responsabilità perché ci sollevi dall’ingrato compito di rimboccarci le maniche dopo esserci guardati allo specchio. Meglio non vedere l’immagine riflessa, meglio sfogare le proprie frustrazioni e la propria incapacità di relazionarsi col mondo dietro una tastiera, gloriandosi di un potere da miserabili, quello di lanciare il sasso e ritirare la mano, abitudine di molti Masanielli di questi tempi. Meglio dare la colpa agli altri, anzi, all’Altro, nero, ebreo, lesbica, tossico o barbone che sia, non importa, basta che faccia da parafulmine alla rabbia, che permetta quelle esplosioni di violenza tollerata necessarie per ritrovare la calma.

L’odio che si respira per le strade, sugli autobus, in treno, è diventato tangibile e non basta, ormai, riempire le piazze, seppure animati da nobili propositi, per contrastarlo. Bisogna partire da lontano, tornare a tessere quel filo sempre troppo esile che univa un tempo il paese che, non va dimenticato, era il paese dei terroni, dei non si affitta ai meridionali, il razzismo stolido e aggressivo da queste parti è sempre stato di casa.

Ma è stato, questo, anche il paese dei don Camillo e dei Peppone, quello dove ci si riconosceva nella diversità e due strade parallele finivano per incrociarsi di fronte a valori che sembravano incrollabili e comuni: la famiglia, la solidarietà, l’unione nel momento del bisogno, la cooperazione. Ma a pensarci bene, unito, lo è stato solo nei libri di Guareschi.

Ma qualcosa è rimasto, in questo paese, qualcosa che neanche il politico più squallido può portarci via: la bellezza. Non la bellezza decadente e mortuaria di Visconti e Sorrentino, ma quella viva, pulsante e luminosa di Michelangelo, Raffaello, Piero della Francesca, delle città d’arte con i loro palazzi e le loro strade intrise di storia, di Dante, Petrarca, Boccaccio, Manzoni, Leopardi, del monologo di Ruzante recitato da Dario Fo e degli apologhi sulla mafia di Sciascia, della lirica denuncia di ogni guerra di Vittorini e della constatazione del male di vivere di Montale.

Dicono che i ragazzi sono vuoti, forse è vero ma accadeperché hanno il vuoto attorno e non sanno riconoscere la bellezza però adeguatamente guidati, possono imparare ad apprezzarla e a ricercarla. Nelle famiglie operaie, quando ero giovane, c’erano sempre i soldi per un libro, oggi ci sono sempre i soldi per un nuovo cellulare, è una differenza che spiega molte cose per chi sa andare oltre l’apparenza.

Forse il compito che ancora resta alla Scuola è un compito fondamentale se si vuole ricostruire le fondamenta etiche di questo paese: educare alla bellezza, a riconoscere quelle schegge luminose di genio e poesia, insegnare a coltivare i propri talenti, cercando la propria strada quale che essa sia, senza mai scendere a compromessi sui propri principi, senza vendersi al miglior offerente, ragionando con la propria testa, inseguendo la propria visione, senza mai seguire la massa. magari, ma è utopia, rinunciare al nuovo cellulare per comprarsi libri di poesia.

Mi rendo conto che tutto questo, da anni, è ciò che le politiche scolastiche hanno cercato ostinatamente di combattere, nel folle tentativo di aziendalizzare la scuola e mettere a tacere l’unica palestra di libero pensiero ancora esistente in Italia. Non si vuole un popolo pensante ma un popolo pagante, non persone consapevoli e informate ma consumatori controllabili ed eterodiretti. Per questo la scuola dà ancora fastidio.

Mi rendo conto che, come sempre, bisogna navigare controvento, con fatica, senza aspettarsi per questo una qualche forma di gratificazione che non sia la gratitudine di un ragazzo/a per quello che hai cercato di fare per lui, che arriva magari inaspettata e dopo anni.

In questo paese d’argilla la scuola è ancora una fortezza: assediata, denigrata, bombardata,  ma che ancora resiste.

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Perché la destra non ha bisogno delle piazze

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Ieri ho fatto dei rilievi, non delle critiche, al movimento delle sardine, esprimendo delle perplessità, perplessità che, alla luce del manifesto pubblicato oggi sui giornali, sono diventate quasi certezze.

Oggi vorrei soffermarmi su un altro punto. Io spero che le piazze riempite dalle sardine non illudano la gente che la destra populista sia in crisi. La sinistra, storicamente, è sempre riuscita a riempire le piazze perché i principi di solidarietà e cooperazione a cui si rifaceva un tempo avevano come inevitabile appendice quella di manifestare tutti insieme.

La destra estrema  lo ha fatto fino agli anni settanta, quando ancora era ideologicamente formata sui principi, chiamiamoli così, fascisti e senza grandi esiti. Più che altro, distruggeva il lavoro degli altri, invece di costruire qualcosa. Provocava, aggrediva, minacciava, sempre dieci contro uno secondo la curiosa interpretazione del coraggio che li contraddistingue.

Oggi, che la destra estrema ha al suo interno una componente neofascista irrisoria numericamente e che, nel frattempo, si è trasformata in qualcos’altro, non ha alcun bisogno delle piazze. Gli bastano fame e troll in rete o l’enorme esposizione mediatica, del tutto ingiustificata, dei suoi leader.

Non ha alcun bisogno neanche di un vero leader, bastano caricature viventi come Salvini o la Meloni che ci mettano la faccia a portare avanti il discorso politico della destra radicale.

Un discorso fondato sull’egoismo, la prevaricazione, la sottomissione del più debole, alimentato dall’odio e dalla frustrazione, centrato sull’individualismo autoreferenziale e quindi complemetamente alieno da qualsivoglia manifestazione pubblica che non sia espressione di rabbia violenta.

Salvini è ormai la caricatura di sé stesso e l’originale non era già un granché, un personaggio talmente improponibile da risultare quasi patetico, non fosse per le conseguenze che i suoi discorsi privi della minima sostanza politica hanno sul tessuto sociale del nostro paese.

Ma ai suoi seguaci non importa. Gli basta ascoltare quello che vogliono sentire, gli basta sentirsi dare ragione e scuotersi di dosso il complesso d’inferiorità che hanno sempre nutrito nei confronti delle persone normali, quelle che provano ad essere equilibrate, che leggono libri, che cercano di migliorarsi e non danno al prossimo le colpe dei loro fallimenti. Gli basta non sentirsi diversi e trovare altri piccoli mostri uguali a loro, per considerare la mostruosità una categoria del reale socialmente accettabile.

Per questo il consenso sale nonostante sembri assurdo a chi, normodotato mentalmente, si rende conto del vuoto di certe affermazioni, delle menzogne palesi, dell’ipocrisia che scorre a fiumi, dell’assurdità di certe tesi. Non è a loro che parlano le due caricature viventi.

Non saranno le piazze piene a sconfiggerli: nel 2001 a Genova eravamo una marea e si è visto come è andata a finire. Se le sardine, non credo ma tutto può essere, dovessero trasformarsi in un movimento concreto, basteranno pochi provocatori a farle arenare sulla spiaggia, perdonate la metafora greve.

Salvini si sconfigge conquistando il voto di quel 50% di italiani che non vota, con una proposta politica forte, chiara, concreta e coerente, alternativa alla deriva populista e ai giochetti da vecchia politica dei cinque stelle, che da nuovi, sono diventati vecchissimi.

Bisogna smetterla di semplificare e considerare il popolo dell’estrema destra come una massa informe di dementi: c’è anche quello, e in misura rilevante, ma Salvini, Meloni ecc. sono espressione di una rabbia sociale, unità a una povertà culturale profonda.che sta montando nel paese e che rischia di portarci a una nuova stagione di violenza.

Quella rabbia sociale va individuata, studiata e curata, come un virus resistente agli antibiotici, con modelli e strumenti nuovi, che non siano quelli del secolo corso, un antifascismo di facciata unito a gioiose ed estemporanee manifestazioni di piazza che lasciano il tempo che trovano.

Trent’anni fa moriva Leonardo Sciascia, uno dei più lucidi e preveggenti intellettuali che il nostro paese abbia avuto. Sono uomini della sua statura che mancano a questo paese, che hanno lasciato un vuoto ancora lontano da colmare. Solo quando quel vuoto si ridurrà, potremo cominciare a tirare un sospiro di sollievo.

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Scuola? No, grazie.

La dichiarazione del ministro del’Istruzione è quasi tenera nella sua ingenuità: dice, il ministro, che non ci sono soldi per la scuola nella finanziaria e che nessuno l’ha consultato.

Viene da chiedersi perchè gli viene pagato un lauto stipendio ogni mese, dal momento che non è neanche in grado di far sentire la propria voce quando si stila il documento più importante del governo.

Soldi alla scuola, lo premetto onde evitare ridicole polemiche, non significa solo soldi agli insegnanti, su quelli, ormai, non ci speriamo più. Significa soprattutto una marcia indietro sulle politiche degli ultimi vent’anni che hanno visto il settore istruzione sottoposto a operazioni di macelleria come nessun altro, ( e qui mi perdonino gli operai Arcelor Mittal a cui va tutta la mia solidarietà), soprattutto per quanto riguarda il taglio degli organici di personale ATA, segreteria e docenti.

E’ cominciata con la frontalizzazione, diciotto ore da lavorare in cattedra per tutti, compresi i docenti di Lettere che un anno sì e uno no, facevano quindici ore, restando a disposizione e tappando quei buchi che oggi si tappano smistando le classi con enormi problemi di sicurezza e gestione del lavoro. Poi sono arrivati i tagli della riforma Gelmini: un insegnante ogni dieci e e un’unità ogni sette di personale ATA. Quindi, gli aumenti dei carichi di lavoro delle segreterie, l’aggravio di responsabilità dei dirigenti scolastici, ecc.

Dopo la Gelmini, da cui non si è mai tornati indietro, la 107, con la distruzione della collegialità nelle scuole, un merito ridicolo che ha causato divisioni e malumori, un arruolamento che sembrava ideato da un pool in trip di allucinogeni. Tanti soldi spesi, male.

Tutto questo si traduce in un sistema perennemente sul punto di collassare, che va avanti grazie all’impegno e allo spirito di servizio di chi la scuola la fa ogni giorno, docenti, ATA e personale di segreteria, con gravi lacune in settori chiave come quello della sicurezza.

Il quaranta per cento degli edifici scolastici in Italia non è a norma, molti non sono nati come scuole e da decenni vi si lavora in condizioni di sicurezza critiche. Classi sovraffollate a causa di continue deroghe da parte dei dirigenti, personale ATA sempre sotto organico con piani scoperti ogni mattina nelle scuole di ogni ordine e grado.

Ma di aumento degli organici a Roma neanche si parla.

Io non so quali responsabilità dei singoli ci siano nella tragedia del bambino morto a scuola a Milano, né se ci sono responsabilità dei singoli, c’è un’indagine della magistratura e sarà il giudice ad accertare i fatti, ma ci sono sicuramente dei responsabili politici che non verranno neanche sfiorati dall’inchiesta giudiziaria.

A ogni tornata di rinnovo contrattuale, i sindacati firmatari di contratto chiedono l’apertura di tavoli tecnici per mettere sul piatto questi problemi che chiedono una soluzione politica, perché sugli organici il sindacato non ha possibilità alcuna di intervento, essendo materia di competenza delle amministrazioni. Sindacati che restano quasi sistematicamente inascoltati.

Andrebbero anche chiariti i nuovi ambiti di responsabilità giuridica e penale di dirigenti scolastici ed enti locali, responsabili della manutenzione degli edifici scolastici, che il nuovo testo unico sulla sicurezza non definisce in modo preciso.

La questione salariale è ovviamente sempre presente: anche qui promesse di tutti i ministri che si sono avvicendati negli ultimi vent’anni, con risultati offensivi per la categoria.

Il fatto che al scuola rappresenti il futuro e la speranza di questo paese non sembra sfiorare né i nuovi né i vecchi politici, incapaci di andare oltre la chiacchiera elettorale.

In un momento in cui l’ignoranza sta diventando una patente di vicinanza al popolo e i valori che la scuola deve proporre e portare avanti appaiono sempre più sbiaditi e lontani dal sentire comune, le prospettive di un cambiamento strutturale appaiono sempre più labili.

A farne le spese, i ragazzi, naturalmente, e chi nella scuola si spende ogni giorno chiedendosi ogni giorno perché.Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La scuola è salva ma non può restare immobile

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Diamo a Cesare quel che è di Cesare e, dunque, rendiamo onore ai Cinque stelle per aver impedito quell’oscenità che era la regionalizazzione della scuola pubblica.

Per ora dunque, il pericolo di avere per legge scuole più ricche e scuole più povere e, addirittura, stipendi diversi per i docenti a seconda delle regioni in cui lavorano, è scampato.

Diamo merito anche ai tanti vituperati sindacati nazionali, con buona pace dei tupamaros che urlarono alla svendita della scuola quando, dopo un incontro col presidente del Consiglio e il ministro dell’Istruzione, Cgil, Cisl e Uil ottennero l’impegno, oggi mantenuto, di lasciare integra la scuola della costituzione.

La scuola si è salvata a un passo dalla fine ma non si può dire che sia in buona salute. Aumentano i precari, la Buona scuola continua a far danni anche se mitigati grazie al lavoro quotidiano dei sopra citati sindacati confederali, i programmi sono vecchi, le differenze tra nord e sud, anzi, tra quartieri ricchi e di periferia nella stessa città esistono e sono un problema enorme perché, di fatto, limitano il diritto allo studio.

Se dovessi citare un esempio del fallimento della nostra scuola, citerei paradossalmente un esempio virtuoso: quello dei maestri di strada di Napoli, segno, a un tempo, della professionalità e dello spirito di servizio di molti insegnanti e dell’assenza della scuola come istituzione.

La politica, negli ultimi vent’anni, ha svalorizzato la scuola, proponendo un modello di affermazione personale basato sul mettersi in vetrina e in vendita al miglior offerente, ha delegittimato gli insegnanti dipingendoli come fannulloni o, addirittura, nell’era Salvini, come pericolosi plagiatori delle giovani menti. Ha fatto anche ottimi affari, spingendo sull’uso delle nuove tecnologie e facendo la felicità delle case produttrici di computer.

Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi di tutti: la scuola viene vissuta da molte famiglie come una piacevole incombenza senza un reale valore o una effettività utilità per il futuro dei propri figli. La retorica del merito ha portato a sopravvalutare il voto, un numero che molte volte poco dice su chi è davvero un ragazzo o una ragazza, a scapito del valore formativo della scuola, che invece ci dice moltissimo, il nozionismo fine a sé stesso a scapito del pensiero critico.

Altri problemi sono la messa in sicurezza degli edifici, la decisione di assegnare in reggenza le scuole sotto una soglia di alunni stabilita per legge, le troppe reggenze, spesso su istituti comprensivi enormi, l’enorme carico di lavoro dei dirigenti  ( quelli che lavorano seriamente) e l’aumento del carico di lavoro per le segreterie spesso sotto dimensionate, come sotto dimensionato in molte scuole è il personale ata.

Last but not least, la burocrazia che occupa almeno un terzo della giornata di ogni insegnantie la litigiosità delle famiglie, sempre più aggressive e, a volte violente, il terrore costante dei ricorsi che finisce per condizionare comunque, anche inconsciamente, il lavoro quotidiano.

Sono solo una parte dei tanti problemi che il passaggio alle regioni avrebbe solo amplificato, provocando inevitabilmente, l’implosione della scuola.

Ma se la Lega ha ceduto su questo punto, purtroppo, significa che della scuola non gli importa poi molto e ai Cinque stelle, dato quanto hanno fatto finora, nulla, importa solo in questo momento, per segnare una tacca sul cinturone caso mai si andasse a elezioni.

Una politica che si disinteressa della scuola, se non quando si deve votare o, come in questo caso, si deve giocare una partita politica, è una politica a cui non interessa il futuro del paese.

E’ evidente che i valori fondanti della scuola, come la cooperazione, la tolleranza, la cultura della pace, il rispetto della diversità, la valorizzazione delle competenze di ognuno al di là della razza e della religione, lo sviluppo della spirito critico e l’accrescimento culturale, stonano con una politica che disprezza i libri polverosi e quotidianamente, usa il termine “professore” in senso dispregiativo, che utilizza l’odio come strumento di consolidamento del consenso e il disprezzo delle opinioni fuori dal coro come metodo.

Il quotidiano livello di volgarità verbale e intellettuale. cui ci stiamo assuefacendo, può essere abbassato solo da una scuola che funzioni ma la scuola può funzionare solo se lo Stato e il governo del momento, comprende che una scuola che funziona va a vantaggio di tutta la società. In questo momento, non mi pare che sussistano queste condizioni.

Aver scampato un provvedimento assurdo non può essere motivo di soddisfazione, tutt’al più può provocare un sospiro di sollievo ma la scuola italiana, se questo paese vuole avere una chance, ha bisogno di ben altro.

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Camilleri: molto più di Montalbano ma è meglio non dirlo.

Unknown

Una cattiva notizia attesa non si trasforma in una buona notizia, così è per la morte di Camilleri scrittore che, a mio avviso, si colloca su quella scia di geniali lettori della realtà che parte da Vittorini e, passando per Sciascia, Bufalino e Consolo, arriva, appunto, allo scrittore di Porto Empedocle.

Tutti siciliani, tutti di sinistra, anche se di fronda, come  Vittorini, che era un comunista di fronda come era stato un fascista di fronda, tutti animati da una passione civile autentica e da un pessimismo profondo e tipicamente siciliano. Tutti figli ribelli di Tomasi di Lampedusa.

Ho assistito ieri sera a un vomitevole servizio del Tg2 in memoria di Camilleri dove si è ricordato lo scrittore nel peggiore dei modi: con un profluvio di retorica vana e vuota, stando bene attenti a non toccare argomenti fondamentali per la sua comprensione ma irritanti per il potere.

Fa comodo a molti, oggi, associare Camilleri a Montalbano, il più “facile” dei suoi eroi, il più popolare. e universalmente noto, il personaggio che ha reinventato il poliziesco italiano. Fa comodo dimenticare che Camilleri è stato un intellettuale di sinistra alla vecchia maniera, costantemente impegnato a leggere la realtà  e a mordere le caviglie al potere, qualunque colore avesse in quel momento, un antifascista sincero che non ha mai smesso di beffeggiare il fascismo nei suoi libri, mettendolo in ridicolo o mettendone a nudo le contraddizioni e l’ipocrisia, facendo con la letteratura quello che Luigi Zampa, con la sua trilogia cinematografica sul ventennio, fece col cinema.

Ma la grandezza di Camilleri scrittore va cercata, ovviamente, nei suoi libri, non in Montalbano ma in quel capolavoro che è La Concessione del telefono, o ne Il nipote del negus, in La mossa del cavallo o decine di altri titoli che sono stati scritti grazie al successo di Montalbano e che costituiscono il vero tesoro lasciatoci dallo scrittore, senza voler nulla togliere all’amatissimo, anche da chi scrive, commissario di Vigata.

Sono libri che raccontano la storia della Sicilia, una Sicilia simile a quella di Brancati, sempre al limite del grottesco, un mondo a parte diventato, con gli anni, il nostro mondo, sospeso tra tragedia a commedia, come un’eterna commedia di Jonesco.

Non va dimenticata l’importanza di Camilleri dal punto di vista linguistico, la capacità di rendere duttili e malleabile sia il siciliano che l’italiano e farli lavorare al suo servizio con maestria impareggiabile, sulla scia del grande Vincenzo Consolo. Le invenzioni linguistiche, i neologismi, la sicilianizzazione dell’italiano e l’italianizzazione del siciliano, lampi di genio che illuminano a giorno le sue pagine.

Camilleri è, dunque, molto più di quanto i giornali ci raccontano in questi giorni e quello che è stato è inscindibile dalla sua appartenenza politica, che spiega la sua etica, la sua passione e i suoi libri, la sua fiducia nel futuro e il pessimismo siciliano.

Ci mancherà e ci accorgeremo solo tra qualche anno quanto la sua scomparsa abbia lasciato un vuoto profondo in questo paese ,dove abbondano i cialtroni che si atteggiano a dotti e non ci sono più buoni maestri.

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