L’assassinio del commendatore: un capolavoro.

LAssassinio-Del-Commendatore-e1535726434304Immagine tratta da zon.it

Murakami Haruki in questo libro, che una perversa scelta editoriale mi ha costretto a leggere in due tempi, ma che recensisco per intero. riesce  a mantenere il proprio stile, a giocare, come di consueto, con timori ancestrali, meditazioni sull’altrove e porte aperte su altre dimensioni, aggiungendo riflessisoni profonde sul senso di colpa. sul motore della creazione artistica e sull’amore.

L’impressione, una volta chiuso il libro, è che mai come in questa occasione lo scrittore si sia messo a nudo, raccontando di sé molto più di quanto è solito fare, mostrandosi tra le righe a tratti, per poi scomparire dietro un sorriso ironico.

Libro di formazione, come di consueto, caratterizzato da un prosa  lenta e riflessiva  , che ricorda a tratti quella di Saramago, una scrittura in cui conta ogni parola, densa e grondante di significato, L’assassinio del commendatore si dipana avvincendo fin dalle prime pagine, partendo come la storia di un uomo che ha deciso, suo malgrado, di gettarsi dietro le spalle tutte le sue sicurezze per intraprendere un viaggio che lo condurrà ad affrontare le proprie paure nascoste, a fare i conti con un passato rimosso e a trovare una nuova strada su un vecchio sentiero. Passando attraverso vicende enigmatiche e metaforiche.

Il protagonista è un pittore, un ritrattista stanco di ritrarre pedissequamente volti di uomini anonimi, in un estenuante esercizio tecnico privo di significato e desideroso di ritrovare una ispirazione reale, come quella che sentiva all’inizio della propria carriera. Cerca insomma l’autenticità perduta, un senso che si è smarrito negli anni.

Da un certo punto in poi, ecco comparire via via tutti i topoi della narrativa di Murakami: la casa isolata in montagna, un luogo di passaggio verso un’altra realtà, la presenza incombente di una natura a tratti minacciosa, un enigmatico personaggio con cui il protagonista entra in relazione e che risulterà determinante nel prosieguo della storia. una giovane e innocente ragazzina in grado di vedere un’altra realtà oltre quella di tutti i giorni.

Non si può riasssumere un libro che è una riflessione sull’arte, sulla storia, sul peso delle scelte, sull’assenza e sull’amore. L’invito è quello di leggerlo e rileggerlo dopo qualche tempo, per attingere ai diversi strati di significato, o semplicemente per godere della capacità d’invenzione di quello che è uno dei narratori più importanti del nostro tempo.

Sorprende, come sempre la straordinaria capacità di introspezione psicologica, capace di descrivere alla perfezione sia i pensieri del protagonista mel loro divenire sia di illumionarci sui processi mentali di una giovane adolescente. Sorprende anche la capacità di far svoltare all’improvviso il racconto verso il surreale e il fiabesco,in una sarabanda di invenzioni che attingono a piene mani dalla cultura giapponese.

Ma a dominare il racconto è un costante senso di mistero, il vero protagonista, mistero che non viene pienamente svelato perché, come afferma a un certo punto la ragazzina, essere incompiuti è una cosa bellissima.

Ogni personaggio, ogni oggetto, anche il più banale, come un coltello per pulire il pesce, assume un significata, rimanda a qualcos’altro in un vertiginoso gioco di analogie.

A parlare sono anche i quadri che compaiono nel libro e qui si dispiega tutta la maestria dell’autore, in grado di farci vedere le tele che descrive, di mostrarci come un pittore arriva a creare e rielaborare la realtà.

Ecco, il libro di Murakami è come uno dei ritratti del protagonista:  quasi perfetto ma volutamente incompiuto, per lasciare al lettore il piacere della scoperta e del dubbio.

Una lettura consigliata a chi ama perdersi nei libri  e non ha timore di specchiarvisi.

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Danilo Dolci, Chissà se i pesci piangono. Appunti per una scuola nuova.

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Danilo Dolci, Maria Montessori, Gianni Rodari, Mario Lodi, sono solo alcuni dei nomi di una straordinaria stagione della pedagogia italiana, educatori che idearono e misero in pratica un nuovo modo di fare scuola, diverso, innovativo, straordinario, diretto agli ultimi, secondo la logica che nessuno doveva restare indietro, fedeli al detta to costituzionale che recita che la scuola deve fornire a ognuno la possibilità di sviluppare le proprie capacità.

Viene tristezza, pensando a come la scuola pubblica italiana negli ultimi anni sia stata delegittimata,soffocata,umiliata,destrutturata,devastata, anche solo a pronunciare questi nomi. Sono la testimonianza che un altro mondo è possibile e sappiamo come questo slogan sia finito in cenere nel 2001, come finisca in cenere ogni giorno, basta leggere le pagine dei giornali.

Danilo Dolci in Sicilia fece quello che ha tentato di fare il sindaco di Riace: dare voce a chi non ce l’ha, partire dal basso per cambiare le cose. Combattendo per il riscatto sociale e l’autodeterminazione dei poverissimi contadini siciliani, si schierò in modo naturale, ovvio, contro la mafia e il suo fu il primo, e probabilmente, l’unico vero movimento di antimafia civile che non si manifestò in conferenze, belle parole e frequentazioni di salotti borghesi ma in fatti, come la costruzione della diga dello Iato, arrivata dopo le famose marce guidate da Dolci, che venne arrestato e processato. A sua difesa, intervennero i nomi più importanti della cultura europea e venne candidato al premio Nobel per la pace. Un eroe civile oggi quasi dimenticato, non fosse per la fondazione che porta il suo nome e per il figlio Amico, che continua il suo lavoro.

Aveva capito, Dolci, che la mafia si combatte a fianco di chi ne subisce i soprusi, partendo dal basso, da quelli senza voce, sdradicandone le radici dove attecchiscono più profondamente. Una lezione che appare oggi dimenticata da chi pretende di contrastare la mafia a parole, partendo dall’alto e non ha capito che si deve estirparne le radici, sporcandosi le mani, andando a parlare con gente delle periferie, nei non luoghi delle nostre città.

Aveva compreso la necessità di un nuovo impegno educativo, di una scuola diversa da quella borghese per i borghesi, istituzionale. Anticipando le idee dei sociolinguisti americani, aveva intuito che era necessario trovare modalità espressive differenti, farsi comprendere da chi non aveva adeguati strumenti per farlo, far emergere dall’interno di ognuno la motivazione a educarsi, emanciparsi. Dolci parlava di competenze prima che questo termine diventasse di moda e venisse privato del suo significato, diventando una vuota formula burocratica.

Questo libro è la cronaca commossa e straordinaria della nascita del Centro educativo di Partinico, un miracolo pedagogico che, purtroppo, non ha avuto seguito. Perché dell’insegnamento di tutti quei nomi citati in apertura, ben poco rimane nella nostra scuola sempre più elitaria, classista, borghese, con docenti stanchi, oppressi dalla burocrazia e da un’ostilità diffusa da parte di chi, per primo, dovrebbe stare al loro fianco, mi riferisco a dirigenti trasformati in amministratori, meri esecutori di circolari, e famiglie sempre più ostili e litigiose.

Importava a tutti di quella scuola e tutti contribuirono a crearla, perchè Dolci li aveva convinti che era la battaglia più importante, che dalla scuola si parte per costruire un paese civile ed equo. Oggi quella lezione, quelle parole, suonano quasi ironiche a contemplare lo sfacelo in cui versa l’istruzione pubblica.
La colpa è anche nostra: siamo diventati insegnanti, gente che mette una firma e ci siamo dimenticati di essere professori, gente che fa il bene del prossimo, per citare una delle ricerche di significato tanto care a Dolci.

La colpa è anche nostra, siamo una categoria di ossessivi compulsivi, poco inclini a sperimentare, anche perché non incoraggiati da nessuno a farlo, rassicurati da una ritualità didattica che ha perso di senso. Ma non è sempre stato così.

La scuola di Dolci è una scuola condivisa da tutti i suoi attori, una scuola che diventa un fertile terreno di crescita, colorata, gioiosa, partecipata, una scuola dove non ci sono ultimi e ognuno può scoprire e seguire le proprie inclinazioni, una scuola che attraverso la maieutica, il metodo di Dolci, si fa pensiero critico, riflette sul mondo non per assuefarsi alle sue dinamiche ma per modificarlo, una scuola basata sul reciproco adattamento creativo dove insegnanti e alunni si reinventano quotidianamente, in un continuo mettersi in gioco.

Questo libro ricorda a ogni insegnante che non è sempre stata routine, che si può tentare di trovare nuove strade, che abbiamo il dovere morale di trovarle soprattutto oggi, mentre attorno a noi avanza a passi veloci il deserto etico. Perché quello che accade attorno a noi ci riguarda e abbiamo il dovere di provare a cambiare le cose.

Questo libro racconta una storia di impegno civile autentico, sul campo, del faticoso tentativo di cambiare lo status quo, andando contro tutto e contro tutti, anzi, a favore di tutti, che poi è quello che dovrebbe fare la scuola, ogni giorno.Una storia di coraggio e di amore. di ricerca e fatica. Una storia che merita di essere ricordata, studiata, rinnovata.

L’ho letto con gioia ed amarezza, con la consapevolezza di dover fare di più, di non riuscire a fare mai abbastanza. Questo libro insegna che la scuola è liberazione, il regalo più grande che possiamo fare ai nostri ragazzi.

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Carnaio, di Giulio Cavalli: distopia o presente?

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Faccio fatica a inserire questo splendido romanzo di Giulio Cavalli, duro come sono dure le verità nascoste, sgradevole come la paura, necessario come un cielo azzurro, nel genere distopico. Troppo greve è la realtà di questi giorni, troppo gravida di orrori antichi e nuovi, troppo satura di violenza che aspetta solo di essere innescata per non considerarlo un libro sul nostro presente.

A DF, un paese mediterraneo, cominciano ad arrivare cadaveri stranieri, tutti uguali, come se fossero clonati. Li porta il mare, dapprima pochi alla volta, poi a ondate, a decine di migliaia. Con pagine acute, colorate dall’acre sarcasmo di cui è capace solo chi quotidianamente si batte per gli ultimi e si sente sempre più solo, l’autore descrive lo squallore, il vuoto di valori, le meschinità degli abitanti del paese e, talora, anche squarci di umanità, come raggi di sole nel cielo autunnale.

Quei cadaveri tutti uguali, stranieri, non nostri, perché a contare sono solo i quattordici corpi dei cittadini di DF, gli altri rappresentano solo un fastidioso problema da risolvere in fretta, mi hanno riportato alla memoria la frase di Gunther Anders a proposito dell’Olocausto, in cui afferma che possono morire a milioni lasciandoci indifferenti, saranno le storie di due o tre ad aprirci gli occhi. Forse oggi, non bastano più neanche quelle.

DF si difende dalla funebre marea e arriva anche, aderendo alla logica globalista e di mercato in cui siamo immersi, logica che reifica anche gli esseri umani, a monetizzare  i cadaveri, di cui non si getta via nulla. Fino all’epilogo che non rivelo per non rovinarvi la lettura.

Il libro mi ha riportato alla memoria suggestioni diverse: Occhi bianchi sul pianeta terra, film di Boris Sagal che nell’agghiacciante finale ricorda molto la situazone descritta da Cavalli e, soprattutto, Cecità di Josè Saramago, amaro apologo di un’umanità che ha perso sé stessa.

La scrittura è vivace, i personaggi tratteggiati con maestri in un racconto corale di piccoli e grandi mostri, dietro il sarcasmo che permea molte pagine si possono intravvedere gli astratti furori, sempre più concreti in questi giorni, e la pietas dell’autore.

Se riuscite a superare il malessere fisico delle prime pagine, se riuscirete ad arrivare alla fine, probabilmente concorderete con me che si tratta di un libro importante, una riflessione disincatata, chirurgica nella sua spietatezza, sulla nostra società, sulla politica, sull’informazione ridotta a sciacallaggio, sul vuoto umano di tanta brava gente.

Carnaio è l’altra faccia di Exit west di Hamid, libro che lasciava ancora un certo spazio alla speranza, che preferiva la dimensione favolistica per raccontare il dramma di un popolo in viaggio. Cavalli sceglie la dimensione di una rabbia trattenuta e scrive un libro violento e spietato che si traduce in un J’accuse implacabile verso i colpevoli di ieri e di oggi.

L’incubo descritto da Cavalli è la paura del diverso che arriva a trasformare in diverso, in straniero, chi non si omologa all’opinione comune. Concorderete con me che, alla luce di quanto accade in questi giorni, non siamo dentro una distopia ma immersi in una realtà fin troppo vicina.

L’unico limite del libro, che probabilmente leggerò ai miei ragazzi a scuola, è quello che non arriverà a chi dovrebbe arrivare, perché, è noto, che i nuovi potenti e i loro adepti non frequentano i libri, anzi, il binomio libro-migranti probabilmente per loro equivale a una maledizione. Peccato, perché forse qualcuno di loro, leggendolo, guardandosi allo specchio, si vedrebbe per quello che è, provando, si spera, vergogna.

Un libro terribile, che ci mette davanti all’oscurità per esorcizzarla.  Non lo dimenticherete.

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Antonio Manzini- Fate il vostro gioco. Il ritorno di Schiavone

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Rocco Schiavone ritorna. Malinconico, tormentato, sempre più solo, l’anti eroe più noir della narrativa italiana è alle prese con una indagine intricata, lo strano omicidio di un ispettore di gioco del Casinò di Saint Vincent. Sulla base di indizi quasi surreali, degni di un quadro di De Chririco, un gatto che non è al suo posto, la fiche di un altro casinò, una bic bianca, Schiavone elabora, immagina, comprende, deduce, arrivando a una soluzione parziale, perché quel delitto è avvenuto “per qualcosa che deve ancora accadere”
Nel frattempo lui e Italo sfogano in modo diverso la rabbia per il tradimento di Caterina, in scene crude e livide, che fanno da sfondo al vuoto che l’ispettrice ha lasciato.
Nel frattempo, un crudele assassino legato al momento più tragico del suo passato, rivela quello che non deve essere rivelato, gettando ombre pesanti sul futuro di Schiavone.
Nel frattempo, il gruppo degli amici di una vita si allontana e sempre più Schiavone prende coscienza che lui è una guardia e loro sono loro, anche se un amico non ti lascia mai solo nel momento del bisogno.
Come sempre, il romanzo della vita personale del vicequestore, con i suoi fantasmi, le poche luci e le molte ombre, si intreccia con la trama poliziesca che, in questo romanzo, è è ben oliata, non ha mai un calo di tensione e risulta convincente, come convincenti sono le scene esilaranti che, di tanto in tanto, spezzano il tono piuttosto cupo della narrazione.
Indimenticabili il briefing della scombinata squadra di Schiavone o l’arrivo della squadra al casinò.
Manzini ha una scrittura cinematografica, ha assimilato la lezione di Chandler e dei grandi maestri americani del genere, mentre si legge si visualizza già Giallini incarnare il vicequestore. I romanzi della serie, come ha detto lo stesso autore, sono capitoli di un unico, grande romanzo, quellod ella vita di Rocco Schiavone, che matura, invecchia e accumula nostalgia, rabbia e ferite ad ogni nuovo capitolo.
Non manca l’attenzione al sociale, la focalizzazione su alcuni problemi di cui la cronaca si occupa solo quando scoppia la tragedia: la ludopatia, lo strozzinaggio, i traffici ambigui con i paesi dell’est, ecc.
Probabilmente, insieme a Pulvis et umbra, che aveva un ritmo diverso, assillante, mentre qui Manzini sembra aver voluto privilegiare l’introspezione di Schiavone e di Italo all’azione, si tratta del miglior romanzo della serie, in cui ha un ruolo importante Gabriele, il disastroso ragazzino vicino di casa di Schiavone, una sorta di geniale deus ex machina che fa venire fuori il meglio del vicequestore, limandone in parte la scorza ruvida.
E la storia di Schiavone con il ragazizno, capace di toccare i recessi più profondi della sua coscienza, rivela la capacità di approfondimento psicologico di Manzini, con un tocco delicato e unos guardo affettuoso che rendono le parti con Gabriele quasi un piccolo romanzo nel romanzo.
Se amate il noir, se il personaggio di Rocco Schiavone vi è entrato nel cuore con i suoi libri o attraverso la fiction, se volete divertirvi, rattristarvi, riflettere, questo è il libro che fa per voi. Imperdibile.
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Il ritorno di Murakami Haruki

Commendatore

Dopo un paio di prove al di sotto dell’altissimo livello a cui ci ha abituati, Murakami torna alla sua altezza con L’assassinio del Commendatore, è in libreria da poco il primo volume, il secondo uscirà a gennaio.

I libri di Murakami sono difficilmente incasellabili in un genere letterario preciso: sono quasi sempre romanzi di formazione con accenni di ghost story, fantasy, fantascienza, horror, romanzo onirico ecc., in un melting pot che nelle mani di qualunque altro autore risulterebbe indigesto ma in quelle di un grande narratore come il Nostro funziona perfettamente. Grazie anche a quegli elementi della cultura giapponese che, distribuiti in picolle dosi donano uno stuzzicante sapore esotico.

In quest’ultima prova la trama ruota attorno a un ritrattista che, dopo essere stato a sorpresa abbandonato dalla moglie e aver girovagato per il Giappone, va ad abitare nella dimora di un altro pittore molto più famoso di lui, internato in una  casa di cura. Nell’abitazione del pittore, isolata, in una località di montagna, come obbedendo a un richiamo, trova una tela nascosta, quella che dà il titolo al quadro.

Da questo punto in poi il romanzo cambia genere eMurakami inserisce quegli elementi stranianti che sono ben noti ai suoi lettori. Il pittore, che aveva scelto quell’abitazione nel tentativo di ritrovare un’ispirazione autentica persa negli anni della gioventù, sente una notte suonare una campanella e…

Non rivelo altro per non fare dello spoiler, basti sapere al lettore che ci muoviamo apparentemente in quel terreno già esplorato nella trilogia di 1Q84.

Dico apparentemente perché, a mio avviso, il paragone è improprio. Nell’ Assassinio del Commendatore c’è maggiore approfondimento psicologico dei personaggi, più storie nelle storie che completano lo sfondo, meno divertimento e più profondità. E’ un romanzo polisemantico, che merita una lettura e un rilettura approfondita per i tanti temi affrontati.

Murakami usa strumenti collaudati per scrivere un apologo sulla creatività artistica come fonte di rigenerazione, sulla necessità di perdersi per ritrovarsi, sul potere dell’amore e il peso del passato sulle scelte che hanno condotto la nostra vita su certi binari invece che su altri. Lo fa col suo consueto stile chirurgico, quasi asettico, riuscendo a rendere plausibile e convincente l’incredibile.

Mentre 1Q84 era una favola, un fantasy post moderno, L’assassino del Commendatore è un apologo raffinato, una meditazione profonda sull’arte, su dolore come fonte di  ispirazione e sulla difficoltà di essere autentici.  Tutto il romanzo verte su un pirandelliano gioco degli specchi tra ciò che siamo, ciò che percepiamo di noi stessi e ciò che percepiscono gli altri, tra quello che crediamo di essere e quello che siamo veramente.  E’ una meditazione condotta sul filo di un’ironia a tratti beffarda a tratti amara, l’autore parla di sé ma, come accade nei grandi libri, de te fabula narratur, è giusto mettere in guardia il lettore.

Bisogna attendere il secondo volume per giudicare l’opera in modo adeguato ma l’impressione è quella di trovarsi tra le mani un altro capolavoro.

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M, di Antonio Scurati: un libro necessario per capire chi siamo

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Il fascismo, raccontato dall’interno con la voce del suo artefice, di cui si traccia un ritratto obiettivo, privo di pregiudiziali ideologiche. Questo è M, di Antonio Scurati, la storia romanzata ma autentica e basata su dati storici rigorosi, dell’ascesa di Mussolini e del fascismo al potere e, in parallelo, la storia  delle lotte fratricide della sinistra e la vita tormentata dell’unico, vero oppositore che cercò di denunciare con la costanza che è propria dei martiri, la barbarie fascista: Giacomo Matteotti.
Sul dualismo tra questi due uomini, il figlio di un fabbro salito sul gradino più alto del potere e il figlio di un proprietario terriero che sceglie di stare dalla parte degli ultimi, i contadini, i senza diritti, si snoda la narrazione, avvincente e costellata di brevi documenti d’epoca,  che fa giustizia di tanti luoghi comuni sul fascismo.
No, l’ordine non regnava al tempo del fascismo e la corruzione era diffusa anche più che ai giorni nostri, Mussolini usò l’omicidio dei suoi avversari politici come strumento abituale per mantenere il controllo, sia contro i socialisti sia contro quei fascisti che si illudevano di militare in un partito dove era lecito esprimere opinioni contrarie a quelle del capo. Mussolini sapeva di essere a capo di un gruppo di psicotici miserabili ma sapeva anche di non poterne fare a meno.
Viene descritta con dovizia di particolare la farsesca, grottesca marcia su Roma che solo l’istinto da giocatore d’azzardo di Mussolini e il tradimento di un sovrano imbelle trasformarono nella porta che aprì la strada al ventennio. Lo stato d’assedio era stato dichiarato, l’esercito fascista non esisteva, molti squadristi erano già stati arrestati, sarebbero stati sufficienti i carabinieri a fermare la sparuta armata brancaleone che si avvicinava alla capitale. Invece il re si rimangiò la sua parola e tradì il paese per motivi che restano, ancora oggi, oscuri.
Viene sfatato anche il mito del consenso popolare al fascismo, che fu oceanico al sud, dove, ancora oggi, si accolgono come oro colato le promesse di chiunque e invece minoritario al nord, dove non a caso si sviluppò la resistenza. Il duce governò con la paura e l’omicidio, il suo fu il governo criminale di un criminale.
A occupare la maggior parte delle pagine è Mussolini, traditore compulsivo della moglie e di tutte le fazioni politiche in cui ha militato, opportunista, doppiogiochista, narcisista patologico, spregiudicato affarista, corrotto,  capo crudele e spietato di una banda di psicotici, sbandati, assassini, frustrati che trovarono la propria ragione di vita nell’uso di una violenza vile e spesso gratuita. Mussolini umorale, Mussolini che vende l’Italia alle compagnie petrolifere americane e quando Matteotti sta per smascherarlo lo fa uccidere, Mussolini che commenta sprezzante l’omicidio di don Minzoni, Mussolini che inganna tutti, anche sé stesso, credendo di essere quello che non è, confondendo la volontà ferina di arrivare con la grandezza.
L’autore descrive impietosamente anche la sinistra divisa, la violenza del biennio rosso, la mancanza di coraggio della classe dirigente di portare a compimento una rivoluzione annunciata a cui mai diede il via. Sullo sfondo il popolo, gli ultimi: traditi dai socialisti, traditi dai fascisti, i soliti sconfitti dalla storia. Perfino Gobetti e Amendola spesero parole lusinghiere per il fascismo, tanto riuscì a quel grande imbonitore.
A dominare, durante la lettura del libro, è la rabbia: rabbia per un paese meschino, dilaniato da assurde lotte interne che tollerò e arrivò a consegnarsi a una banda di corrotti psicopatici guidata da un uomo che avrebbe voluto essere grande ma che in ogni suo atto mostrava la sua piccolezza, il suo squallore interiore.  Come è stato possibile? Ci si chiede a un certo punto, come si è potuti arrivare a tanto?
Libro che dovrebbero leggere i giovani, troppo spesso infarciti di false informazioni, facili a creare miti di cartapesta. Libro che dovremmo leggere tutti noi, per ricordarci chi siamo stati, per capire che il periodo in cui viviamo non ha nulla in comune con quello che vide l’ascesa del fascismo e che quello di Salvini non è fascismo, ma altro, una forma nuova di abiezione sociale che va combattuta con nuove parole e nuovi strumenti.
Libro che ci ricorda cos’è l’antifascismo e perché è un requisito indispensabile per essere uomini, semplicemente uomini. Troppo spesso questa parola viene usata a sproposito, troppo spesso si spendono fiumi di retorica  insulsa e inutile. L’antifascismo è una cosa seria e questo libro serve anche a ricordarci perché siamo antifascisti.
Le ultime pagine, scandite dalla tragica cronaca degli omicidi del mostro di Roma e dalle fasi che portarono all’omicidio di Matteotti, sono commosse, rispettose, dolenti, come si conviene a chi sta celebrando il primo grande eroe civile che questo paese abbia mai avuto. Di  fronte a tanta grandezza, lo squallore umano, etico e morale del fascismo risalta ancora di più.
Alla fine dei conti, quello tra Mussolini e Matteotti fu lo scontro tra un nano deforme e iracondo, un figlio del popolo che tradì e usò il popolo per acquisire potere e ricchezza, fuggendo alla fine come un miserabile morendo, e un gigante dallo sguardo limpido, che rinunciò ai suoi privilegi per il popolo degli ultimi, un santo laico che sacrificò tutto, anche la vita, per la libertà.
Un libro necessario, impegnativo, definitivo: per fare i conti con una storia che è anche la nostra, per ricordarci chi eravamo e decidere chi vogliamo essere.

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Philip Roth, l'uomo messo a nudo

 
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Nel ricordare Philip Roth, scomparso ieri a 85 anni, insieme a Paul Auster e Don De Lillo il più grande scrittore americano contemporaneo, anche se da sei anni non scriveva più, per scomparsa dei lettori consapevoli, diceva,  richiamo alla memoria quella che chiamerò La trilogia dell’ipocrisia: Pastolare americana, il suo capolavoro, la macchia umana e Ho sposato un comunista, il più sarcastico e feroce della trilogia.

I tre libri hanno una struttura simile: la descrizione del sogno americano realizzato, il successo raggiunto partendo dal nulla e lavorando con fatica per accorgersi che esiste sempre un punto di rottura, che i valori reali sono altri, che l’ipocrisia è la matrice di cui si nutre il sogno americano e chi la rifiuta, chi non si adegua alla finzione, alla maschera, direbbe Pirandello, e molto pirandelliani sono questi tre romanzi, è destinato ineluttabilmente a soccombere.

Lo Svedese, il protagonista di Pastorale americana, è il personagigo che inevitabilmente resta indelebile nella memoria, perché è tutti noi, ingenuo, orgoglioso del proprio lavoro, tradito dal tempo, vittima di quell’inganno che svela il buco nero tra il sogno e la realtà.  Come nella memoria rimane la figlia e la sua ribellione gratuitamente violenta contro gli altri e contro sé stessa. Uno di quei romanzi che ti segnano, ti fanno fare un balzo avanti nella consapevolezza delle cose, ti restano addosso.

Mai autore a stelle e strisce è stato così caustico, feroce, implacabile nel mettere a nudo quella che è la natura reale della way of life  americana,  Roth scriverà di sesso e morte, dell’eterno connubio tra Eros e Thanatos, arriverà al successo scandalizzando i suoi lettori col turpiloquio di Lamento di Portnoy, opera incompresa che avrebbe potuto schiacciarlo come i suoi monologhi sboccati e oltraggiosi avevano schiacciato pochi anni prima il grande Lenny Bruce, ma mai sarà così lucido e velenoso, così chiaro, così netto nel denunciare il mare d’ipocrisia che inonda gli Stati Uniti, le radici della violenza che si abbeverano alla fonte del razzismo, l’intolleranza e la paura che portarono all’oscena farsa del maccartismo.

In particolare con la Macchia umana mette a nudo il mondo inbtellettuale, i sacrari delle università e la grottesca assurdità del politically correct. Libro non compreso, quando uscì, perché sfuggi, in un mondo sempre meno capace di ragionare per simboli,  il simbolo potente e assurdo del peccato del protagonista.

Roth parlava chiaro, senza peli sulla lingua, sia quando descriveva i tormenti erotici di un adolescente o il rimpianto dell’erotismo, leggi vitalità, perduto di un anziano, sia quando impietosamente, il suo occhio acuto, da chirurgo, si posava sulla miseria della malattia e della morte. Ma era la vita che Roth celebrava in ogni suo libro, e solo lui poteva scrivere di Shabbat che si masturba sulla tomba della moglie morte e non risuonare nè osceno nè blasfemo ma solo profondamente triste e umano.

Sapeva raccontare storie come pochi, partendo dalla realtà e incendiandola con il suo umorismo sapido e amaro, con vicende pirandelliane arricchite da un ebraismo moderno e svincolato dalla religione, con la sua enorme cultura, creando una lunga serie di personaggi indimenticabili che rappresentano le inquietudini, il vuoto morale, le paure e i tormenti dell’uomo del nostro tempo, quindi di tutti noi.

Ogni volta che un grande scrittore muore si perde la possibilità di uno sguardo diverso e illuminante sul mondo e su noi stessi e, di questi tempi, non è perdita da poco.

Addio, Philip Roth, e grazie di tutto.

 

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Le consapevolezze ultime di Aldo Busi

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Solo un grande scrittore è in grado di cogliere perfettamente lo zeitgeist di un’epoca e solo Aldo Busi può spiattellarcelo davanti agli occhi in modo così impudico, oscenamente sincero, disturbante. Come in un lugubre carosello interpretato da fantasmi.

L’ultimo libro dello scrittore di Montichiari non è solo un ferocissimo e perfido j’accuse, ma una fotografia dolente e dolorosa di un paese ridotto a una terra desolata, la constatazione di una povertà culturale assoluta in un paese dove l’innocenza non esiste più e tutti sono colpevoli, senza nessuna difesa possibile. Non ci sono più valori nell’Italia di Busi e nella nostra, ideali politici, principi: solo cannibali.

Busi racconta e si racconta con la sua prosa spumeggiante, leggera, eccessiva, a tratti sgradevole e disturbante, a tratti profonda come sempre più raramente accade nella narrativa italiana contemporanea. Unico scrittore contemporaneo in grado di fulminarti con una frase, di aprire spazi di rivelazione nel bel mezzo di un intermezzo escatologico.

Vero testamento letterario, il libro ci restituisce il miglior Busi, funambolo della parola, sincero fino al masochismo e, proprio per questo, moralista nel senso più positivo del termine, come solo un grande scrittore può esserlo. Non credo me ne vorrà se, mutatis mutandis, il paragone che mi viene per primo alla mente, è Manzoni.

E’, tra quelli che ho letto, il suo libro più dolente, attraversato com’è in limine da una delle tante tragedie del Mediterraneo che appare all’improvviso, di tanto in tanto, nella narrazione come un memento, come a dire che sì, stiamo leggendo di cose serie, serissime, non lasciamoci distrarre dal riso amaro dell’autore.

Il pretesto narrativo è una improbabile cena felliniana a cui partecipa una corte dei miracoli alto borghese a cui Busi viene invitato non in quanto scrittore ma in quanto provocatore televisivo, personaggio fittizio, icona del trash contemporaneo. Esilarante il brano in cui una convitata gli chiede se conosce Sgarbi.

Busi fa i conti con sé stesso e con l’Italia, il saldo è positivo nel primo caso, fortemente negativo nel secondo, tuttavia, come afferma orgogliosamente in un passo indimenticabile del libro, contrapponendosi a quella teoria di morti joyciani che sono i convitati alla cena, vuole morire da vivo.

Alla fine del libro, resta l’amaro in bocca. Il piacere della lettura ripaga solo in parte la consapevolezza di essere invischiati in una enorme distesa melmosa e di non riuscire a vedere via d’uscita. Lo scrittore è umano, troppo umano e troppo sincero in questo mondo di sepolcri imbiancati.

Una piccola nota di costume. Ho letto molte recensioni del libro, compresa come quella esilarante dello stesso Busi e ne ho dedotto che:

a) La maggior parte dei recensori non ha letto il libro.

b) Un altro gruppo di recensori si ferma alla superficie, ai passi volutamente sgradevoli e disturbanti, all’esibizionismo semantico di Busi che è una sua cifra stilistica irrinunciabile, per commiserarne la decadenza, testimoniata dall’uso della volgarità. Imbecilli.

c) Lo scrittore bresciano disturba ancora. Dire la verità in questo paese, quella verità che tutti conoscono ma, cattolicamente, tacciono, è ancora oltraggioso.

E questo, credo che ad Aldo Busi, ormai davvero un classico come lui stesso ama definirsi dal suo primo romanzo, piaccia moltissimo.

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Santuario, di William Faulkner

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Inauguro, con  un classico di Faulkner, la sezione del blog dedicata alle recensioni.  Parlare del presente  incita a usare toni e argomenti che non gradisco, preferisco che a farlo siano le opere di chi ha saputo guardare lontano, purtroppo senza sbagliarsi.

Il noir, per definizione, necessita di una redenzione,all’annientamento del male deve far da contraltare un riscatto morale che ristabilisce l’ordine naturale delle cose. Non c’è nulla di tutto questo in Santuario, un libro dove “la tragedia greca irrompe nel noir”, come ebbe a dire Malraux.

Non c’è redenzione nè speranza in questo libro che è un cupo canto di morte dove anche gli intermezzi lirici vengono spezzati dall’azione e la natura è più simile alla cupa matrigna leopardiana, quasi che l’ambiente della cotton belt, la zona del sud degli Stati Uniti dove è ambientato il libro e dove Faulkner ha vissuto per quasi tutta la sua vita, fosse malato, avvelenato dall’odio e dalla meschinità che  designano i suoi abitanti.

Non ci sono personaggi positivi in questo libro: nè l’ingenua lolita Temple Drake, non più bambina e non ancora donna, vittima di un osceno oltraggio che avvia la catena di morte e complice dell’omicidio rituale di un innocente,  nè  l’avvocato Horace Bembow , succube dell’odiosissima sorella Narcissa, simbolo della borghesia razzista e ipocrita del borgo dal nome impronunciabile in cui si svolgono i fatti, non sono innocenti i politici, corrotti e immersi in torbidi affari, nè quelli che sono delegati ad amministrare una giustizia che non prevede la ricerca della verità ma solo la resa alla pancia della folla. Non è innocente di sicuro Popeye, emblema del male assoluto, gratuito, insensato e senza spiegazione.

Lo stile è nervoso, teso, il libro è ricco di azione, di salti temporali in avanti e indietro, una sfida continua per il lettore che si trova immerso in un labirinto di cui non riesce a intravvedere la fine e che lascia presto senza fiato.  C’è dentro la disperata e morbosa indolenza di Tennessee Williams, il pulp di Tarantino, la disperazione di Cèline, la condanna di una società sempre più violenta, perbenista, ipocrita.  Santuario  è un canto funebre per la scomparsa della pietà.

Su tutto e su tutti, come in ogni tragedia che si rispetti, domina il Fato, un destino crudele attivato dalla malvagità propria degli uomini e della natura che si abbatte spietato e cieco come un maglio che tutto schiaccia senza distinzione. La descrizione potentissima dell’incendio equivale al lancio di una maledizione dove a bruciare non sono gli innocenti ma  chi appicca il rogo e applaude all’olocausto.  La religione è faccenda per wasp e non contempla pietà, comprensione, apertura verso chi soffre ma solo ipocrisia e tutela di un decoro vuoto e di facciata.

C’è molto dell’America ipocrita, razzista e primitiva che ha portato al potere un uomo ipocrita, razzista e primitivo come Donald Trump ma c’è molto anche di noi, di questo nostro tempo dove basta un soffio ad accendere un rogo e  in cui colpevoli e innocenti sono solo due facce della stessa, consunta medaglia e la giustizia un lancio nel vuoto.

Il grottesco epilogo finale non ristabilisce nessun equilibrio, non punisce alcune hybris, è solo il risultato della geometria spietata e imperscrutabile che fa sì che il postino suoni sempre due volte.

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