Storia della colonna infame: l’eterna ricerca dell’untore

da: Wikipedia

Viviamo giorni complicati, caratterizzati da un’angoscia senza nome, amplificata, forse ad arte, forse no, da media che forniscono informazioni approssimative, più preoccupati di catturare l’attenzione dei lettori con titoli a effetto che di svolgere il proprio compito con la correttezza e l’equilibrio che sarebbero necessari.

A questo si aggiunge la dimensione social, allucinata e allucinante, un vero a proprio teatro dell’assurdo, un calderone di opinioni, pensieri in libertà, deliri, che restituiscono l’immagine di un paese sospeso, incapace di smuoversi da una situazione di stallo mentale che lo blocca, incapace di ritrovare quei valori che sono alla base della sua democrazia.

La caccia all’untore è aperta, oggi come nel seicento, spinta dalla necessità di trovare un colpevole ad ogni costo, dall’incapacità di accettare che, in questa società ipertecnologic,a dove l’idea della morte viene bandita, possa esistere la fatalità, non tutto possa essere controllabile e messo in grado di non nuocere.

L’ignoranza becera e abissale che si respira ormai da tempo ha un suo ruolo inquietante in questa tragicommedia, ma, come dice giustamente Manzoni nel prezioso libretto di cui mi appresto a parlare, non può spiegare tutto e, soprattutto, non è una giustificazione.

Storia della colonna infame è un saggio che Manzoni aveva in mente già mentre scriveva i Promessi sposi, al cui interno si trova una sorta di prequel, di annuncio di un approfondimento sugli untori.

È la storia dettagliata di un’infamia, di un assurdo processo contro tre poveracci che non solo furono torturati barbaramente e giustiziati ma anche condannati al perenne biasimo con l’erezione di una colonna che ne perpetuasse i misfatti.

È soprattutto una storia di ignoranza, di arbitrio del potere, della necessità di trovare un colpevole a qualunque costo per tacitare la folla, di uso strumentale del potere mediatico.

Ascoltate cosa scrive Manzoni in proposito: …cosa curiosa il vedere un seguito di scrittori andar l’uno dietro l’altro….senza pensare d’informarsi d’un fatto del quale credevano di dover parlare. (op.cit. ed. Thesis, Zanichelli)

Basta andare con la memoria ai titoli dei giornali di queste giorni, a certi opinionisti ed esperti che, una volta smentiti, ribadiscono lo stesso errore, per capire quanto Manzoni parli a noi.

E i social? Leggete queste righe: …quell’usanza antica e non mai abbastanza screditata di ripetere senza esaminare,… di mescere al pubblico il suo vino medesimo e alle volte, quello che gli ha già dato alla testa. (op. cit.)

Esattamente quello che succede on line. Manzoni, come sempre, parla a noi, con quella sua straordinaria capacità di afferrare lo spirito del nostro paese, nelle sue altezze e, spesso, nella sua bassezza. Si conferma un acuto analista della nostra società i cui vizi permangono ancora oggi intatti.

Il libro è una riflessione profonda, mutuata dalla sua profonda fede e dalla sua mente lucida e razionale, sulla giustizia, sul terribile mestiere del giudicare e sugli errori commessi, spesso, in malafede. Non risparmia, naturalmente, la sua ironia bonaria e tagliente anche se in queste pagine appare più amara, più dolente, quasi a constatare, una volta di più, la capacità di fare male come connaturata alla natura umana.

Lo sguardo chirurgico dello scrittore mette a nudo le contraddizioni del processo a tre presunti untori, tre poveracci che passavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, denuncia l’orrore della tortura e, soprattutto, si arresta davanti all’abisso in cui è capace di sprofondare l’animo umano, abisso di cui, in questi giorni del colera, abbiamo continui esempi davanti agli occhi.

Basta il pettegolezzo, la voce incontrollata che accende l’ira della folla, a provocare una serie di eventi che porteranno a un assurdo e immotivato processo e all’altrettanto assurdo e immotivato martirio di tre poveracci.

Meccanismi che già Manzoni aveva analizzato in modo magistrale nella vicenda del forno delle grucce e che qui provocano un moto evidente di sdegno nell’autore, che sembra tavolta sul punto di perdere la sua misura.

Lettura istruttiva, amara ma necessaria, che parla di un oscuro fatto del seicento lombardo ma, come sempre accade con i classici, parla di noi oggi, di quello che è e di quello che potrebbe essere. Lettura che ammonisce, scritta a futura memoria con la consapevolezza che l’infamia è parte della natura umana.

Ricordi il lettore che quando apre un libro, se è un buon libro, de te fabula narratur. E questo è una grande libro.

Allego di seguito il link dove potete scaricare gratuitamente il pdf del libro.

manzoni_storia_della_colonna_infame

Allego anche il consueto link al mio libro: leggere può essere un buon modo per allentare la tensione e viaggiare con la mente lontano dalla realtà quotidiana. Credo che anche il mio, si parva licet, sia un buon libro, a giudicare dai tanti che hanno avuto la pazienza di leggerlo e che ringrazio.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Cecità, di Josè Saramago: una lezione sul tempo della peste

Foto di freakwave da Pixabay

Volevo recensire un titolo che avesse qualche attinenza con il momento che stiamo vivendo, con l’assoluto sonno della regione che sembra aver colto molti cittadini italiani alla notizia che il Corona virus è arrivato anche da noi. Un libro che ci parli del momento che stiamo vivendo e inviti a non dimenticare mai la nostra umanità.

In Cecità di Saramago, uno dei capolavori dello scrittore portoghese, l’epidemia si manifesta come un improvvisa cecità che invece di gettare chi ne è colpito nell’oscurità, gli fa percepire solo il colore bianco.

Dapprima i malati vengono segregati dal governo in un ex manicomio, dove si organizzano secondo nuove norme sociali improntate all’equità e alla giustizia ma presto, queste regole vengono stravolte e si creano due gruppi distinti secondo una logica hobbesiana: un gruppo di malvagi che stupra le donne e priva del cibo il gruppo sottomesso e un gruppo, appunto, di sottomessi che, grazie all’unica donna vedente che organizza le altre donne, riuscirà a liberarsi dei soverchiatori e riacquistare la libertà.

Nel frattempo, anche i governanti sono stati colpiti dalla cecità e le città sono piene di gente che vaga, lotta senza motivo, fugge, mentre il piccolo gruppo di superstiti fuggito dall’ex manicomio si organizza secondo regole solidali e cooperative, in una microsocietà armonica e pacifica. Un sorprendente finale chiude il romanzo che avrà un suo seguito, Saggio sulla lucidità.

Molti sono i temi che l’autore affronta in questo libro: gli effetti della paura sulla massa, la prevaricazione del più forte sul più debole, la diseguaglianza sociale come strumento di potere, la cecità che permette di vedere per la prima volta l’altro e di stabilire un rapporto con lui.

Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono. Dice l’unica vedente del gruppo, parole che dovremmo stamparci tutti nella memoria.

Credo sia una lettura che possa dirci molto su questi giorni, dove anche una tragedia sta diventando oggetto di speculazione, dove ignoranza, arroganza e approssimazione dilagano e ci si dimentica di chi, col proprio lavoro quotidiano, presta soccorso ai malati e difende tutti noi dall’epidemia. MI riferisco, ovviamente, a medici e infermieri impegnati in queste ore contro il Coronavirus, a cui va tutto il mio rispetto, alle autorità competenti e a tutti quelli che, come la protagonista di Saramago, non abiurano per paura alla propria umanità.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Storia dell’Italia mafiosa, di Isaia Sales

Ne Il Granello di sabbia, la mafia governa metà del paese direttamente e ha stretti rapporti con l’altra metà, guidata da un governo autoritario e tecnocratico. La fonte di quest’idea e la lettura del libro che oggi recensisco.

Alla luce dell’arresto della vedova Schifani, un fatto tristissimo che desta molta amarezza, ma non troppo stupore, in chi si occupa di mafia, mi sembra opportuno riproporre all’attenzione dei miei lettori questo libro di Isaia Sales, studioso di mafie e docente di Storia delle mafie,che cancella definitivamente quell’assurda narrazione delle mafie come fenomeno esclusivo del Mezzogiorno, che fino a tempi recenti ha costituito e costituisce ancora, un ostacolo alla piena comprensione del fenomeno.

Chi scrive ricorda ancora quando, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario, i magistrati parlavano della Liguria come di un’isola felice, rispetto alle infiltrazioni mafiose. la cronaca ha poi raccontato che si erano sbagliati di grosso. In anni più recenti, abbiamo constatato la difficoltà da parte dei giudici di identificare Mafia capitale come associazione mafiosa.

Isaia Sales parte dal presupposto che se un’organizzazione criminale dura da duecento anni e prospera all’interno di uno Stato, non si può più parlare di storia criminale ma di storia tout court: in Italia la storia della mafia, nelle sue tre declinazioni principali, è intrecciata con un filo indissolubile alla sua storia politica.

Il rapporto tra mafie e politica comincia già nell’Italia borbonica e continua dopo l’Unità senza che si sia mai interrotto. Forse, dopo le stragi costate la vita a Falcone e Borsellino, lo Stato ha avuto l’occasione per chiudere definitivamente il discorso, ma troppo profondo era quel rapporto, troppi segreti avrebbero dovuto essere svelati, troppi interessi in gioco.

Sales descrive con dovizia di particolari come agiscono le tre mafie sul territorio, come, alla forza bruta e alla violenza, si accompagnino capacità imprenditoriali e la tendenza a stare al passo con i tempi, a sfruttare le risorse fornite dalle innovazioni tecnologiche, a trovare sempre a disposizione un esercito di fiancheggiatori insospettabili, quella zona grigia che oggi appare il vero braccio armato delle mafie, la vera punta di diamante che gli permette di evadere fiumi di denaro e infiltrarsi nei consigli di amministrazione di grandi aziende. Descrive, soprattutto, l’atteggiamento ambiguo del potere politico nei primi anni della repubblica e nel dopoguerra e le connivenze evidenti che hanno acompagnato gli anni successivi.

Si arriva alla conclusione riflettendo sul mfatto che, più che di trattativa Stato- mafia, bisognerebbe parlare di un legame talmente lungo da sembrare quasi indissolubile.

Libro pieno amarezza partenopea, questo di Sales, che ricorda l’ironico pessimismo di Sciascia, completo, documentato e necessario, come quelli di Marcello Ravveduto, che con lui ha collaborato in passato, di Nando Dalla Chiesa, di Rocco Sciarrone, tutti intellettuali che studiano da anni le mafie e cercano di coglierne i cambiamenti e le mutazioni.

Ma il libro di Sales si distingue tra tutti, oltre che per la completezza e la visione d’insieme, per riflessione lucida e amarissima su un fenomeno che influenza, più di quanto ciascuno di noi possa immaginare, la vita di questo paese.

Lettura necessaria, quindi. Per tutti.

Permettetemi una nota a margine riguardante il rapporto tra antimafia e scuola.

Due anni fa è uscito un rapporto di Dalla Chiesa che riporta come la didattica dell’antimafia abbia fatto fatica a entrare nelle scuole, soprattutto al nord. Negli ultimi anni, queste attività vengono svolte quasi interamente dagli attivisti di Libera in forma laboratoriale. Io ho collaborato con Libera nella mia città e ho un grande rispetto per la loro dedizione e il loro lavoro anche se non amo una certa ripetitività nel modo di proporsi.

Credo che il problema oggi, alla luce di quanto sta accadendo nel nostro paese, sia quello di rendere questo insegnamento strutturale, di fare sì che l’impegno antimafia riguardi ogni insegnante e che ogni insegnante si formi adegutamente per informare e formare seguendo il proprio metodo e la propria sensibilità ( questo è il punto su cui divergono le mie opinioni da quelle di Libera). Troppe fiction che presentano il fenomeno come qualcoisa che appartiene al passato, troppe informazioni approssimative dai media, troppa indifferenza da parte della politica.

Per questo ho collaborato alla creazione del codice etico di Libera per le scuole medie, per questo ho tenuto corsi di aggiornamento per i colleghi, senza che però sia scattata quella sensibilizzazione generale necessaria per cambiare davvero le cose.

Parlo di me perché sono esperienze che conosco, per altro avviate in una città difficile e chiusa come Genova, ma sono certo che molti colleghi in tutta Italia si sono trovati nella stessa situazione: non si riesce a passare dal laboratorio alla didattica, dall’una tantum alla quotidianità e questo, senza dubbio, è colpa anche di noi docenti.

Il libro di Sales può essere un’ottimo strumento per parlare di mafia quando si fa storia, almeno nei momenti topici che hanno scandito la storia del nostro paese. Un modo per non discostarsi dai programmi scolastici, arricchendoli con note amargine che nella memoria dei ragazzi restano.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Guerra per sempre, di Dexter Filkins, recensione di un classico

Come tutti i classici, sebbene inserito in un determinato momento storico, quello delle guerre in Afghanistan e Iraq dopo l’11 Settembre, questo libro parla agli uomini di ogni tempo, denunciando l’orrore e l’insensatezza di ogni guerra.

Dexter Filkins è stato corrispondente del New York Times sul campo, questi sono i suoi taccuini. Il suo stile, tipicamente anglosassone, è essenziale, rapido e incisivo.

Non troverete nessuna giustificazione della guerra in questo libro, né una manichea divisione tra buoni e cattivi: solo la descrizione di una progressiva assuefazione all’orrore, l’azzeramento dell’umanità, la rottura dei vincoli sociali e dell’irrealtà quotidiana create da ogni guerra, in qualsiasi luogo del pianeta.

La foto di copertina, un’immagine della guerra in Vietnam, apparentemente incongruente, è in realtà molto significativa: non è cambiato niente, sembra dirci Filkins, tutto è assurdo, violento, disumano, orribile, oggi come ieri.

La guerra è un alterazione della natura, una rottura drammatica dell’equilibrio precario in cui tutti viviamo. Filkins è freddo e analitico, nelle sue osservazioni, ma tra le righe si legge la pietas, lo sgomento di chi sta assistendo all’azzeramento di ogni sicurezza, allo sterminio immotivato e indiscriminato di altri esseri umani.

Il libro offre anche uno squarcio della vita di un corrispondente di guerra, mestiere pericoloso ma necessario, per cercare di arrivare a una parziale verità dei fatti. Coraggiosi fino all’incoscienza i corrispondenti di guerra pagano, ogni anno, un prezzo alto in vite umane e nobilitano una professione che, specie nel nostro paese, sembra aver perso ogni dignità.

Notazioni atroci, come “la cosa più assurda era che la testa degli attentatori suicidi rimaneva intatta” o la descrizione dei bambini afghani che giocano felici nei campi minati, ci riportano alle scene più agghiaccianti di Apocalypes now, a quella dimensione disumana in cui ogni guerra riduce le vittime e i carnefici.

Non mancano squarci surreali: un pranzo abbondante con un informatore convinto che il giornalista non conosco l’arabo e quindi fa battute su di lui con un altro commensale o le donne in burqa e scarpe firmate che aspettano in aeroporto.

Viene messo in evidenza lo stupore dei soldati americani, che non riescono a comprendere che la pretesa di portare la libertà uccidendo e devastando si risolve nel sostituire un regime oppressivo con un altro e nel creare nuovi aspiranti martiri.

Un libro che è un pugno nello stomaco e che riporta la nostra attenzione, in un momento in cui il nostro paese sembra vivere una realtà parallela, fatta di polemiche, volgarità e inutili litigi, alle tante guerre ancora in corso che ci riguardano da vicino, alle tante vittime innocenti che, ogni giorno, perdono la vita nell’indifferenza di tutti.

Queste pagine, resoconto di nove anni vissuti in prima linea, sono forse una delle denunce più pacate, ferme e lucide dell’inutilità della guerra, di ogni guerra. Un classico, appunto.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Il viaggio dell’eroe: la scrittura come scoperta

Questo è il miglior manuale di scrittura creativa sul mercato: semplice, completo, schematico il giusto, è il testo guida utilizzato dagli sceneggiatori americani ma, pur essendo orientato alla scrittura per il cinema, può essere tranquillamente adattato anche per la scrittura tout court.

Cristopher Vogler, l’autore, ha sostanzialmente semplificato e reso accessibile a tutti L’eroe dai mille volti, di Joseph Campbell, un classico dell’antropologia diventato la Bibbia degli scrittori americani e utilizzato in tutte le scuole di scrittura creativa che, da quelle parti, sfornano fior di scrittori e sono gestite dalle università, mentre troppe volte da noi sono solo macchine mangia soldi. Quanto alla scuoila, la scrittura sembra essere la cenerontola delle materie, una faccenda noiosa da ottemeperare rapidamente svilendola in temi, relazioni, pensierini, ecc. e sporecando il potenziale creativo dei ragazzi.

Mi occupo, praticamente da quando ho cominciato ad insegnare, di scrittura creativa e sono arrivato alla conclusione, dopo aver tenuto numertosi corsi per i ragazzi, che a difettare nel loro approccio alla materia, non sia nè la fantasia, nè le buone idee, anche se spesso queste ultime sono mutuate dfalla televisione dal cinema o dai videogiochi, ma l’abilità di creare una concatenazione tra gli eventi e di rendere vivo quello che scrivono.

Questo libro fornisce le linee guida per arrivare a costruire una storia logica, avvincente e ben strutturata, usando tutti i trucchi del mestiere: flasback, flashforward, digressioni, ecc., senza scendere in particolari pedanti o fare esempi troppo alti.

Di solito, fornisco delle mappe tratte dal libro o adattate in prima persona e lascio che i ragazzi lavorino in libertà, seguendo poche indicazioni e rispettando quelli che sono i nodi principali della struttura del racconto: situazione di equilibrio_ rottura dell’equilibrio_ dubbi e passi indietro del protagonista_ accettazione della sfida_ ricerca_ conquista del risultato_ ritorno ad una nuova situazione di equilibrio in cui i protagonisti della storia sono cresciuti.

Ovviamente, la ricerca può essere quella dell’anello del potere, della dimora del vampiro, dell’amore di una ragazza, della libertà per un popolo oppresso, ecc.ecc. Lo schema è multitasking, per usare una parola orribile.

Se ci fate caso, il 90% delle produzioni cinematografiche hollywodiane, più o meno efficacemente, segue questo modello che, permette infinite variazioni sul tema e vale per ogni genere letterario o cinematografico. Non va quindi inteso come una serie rigidadi regole, piuttosto come una mappa per orientarsi e non perdere il filo di quanto si sta scrivendo.

Io stesso mi sono accorto di aver seguito in modo personale queste regole nella stesura del mio Il granello di sabbia, a riprova che dopo anni di pratica si maturano automatismi inconsci, il risultato che auspico di ottenere con i ragazzi e le ragazze con cui lavoro.

Contrariamente a quel che si crede, ai ragazzi scrivere piace, specialmente quando possono scrivere di sé. Detestano invece le prove strutturate, l’angusto spazio espressivo del tema o della relazione, la scrittura scolastica per eccellenza. Se lasciati liberi di esprimersi e di usare la fantasia, seguendo uno schema molto aperto come quello sopra indicato, magari non elaborano capolavori ma le loro capacità di scrittura migliorano rapidamente e il miglioramento si riverbera anche sulle prove strutturate.

Senza contare il fatto che la scrittura è un continuo dialogo con sé stessi, i propri fantasmi e i propri sogni, quindi la creazione letteraria è fondamentale per aumentare l’autostima e, se il lavoro è di gruppo, io di solito strutturo i corsi così, (con buona pace dei fanatici della meritocrazia credo che la cooperazione valga molto più della reiterazione dell’ovvio, se uno sa scrivere sa scrivere), per migliore le capacità di socializzazione e di cooperazione.

La maggior parte dei manuali di scrittura creativa sono verbosi, redatti secondo una logica “scolastica”, pedanti e, purtroppo, la scuola di oggi non è la palestra migliore per affinare il pensiero laterale e le proprie capacità creative. Sempre più nozionistica e competitiva, lascia pochissimo spazio all’espressione di sè, spazio che viene occupato, con risultati devastanti , dai social.

Il viaggio dell’Eroe è una felice eccezione e lo consiglio a chiunque si occupi di scrittura creativa, in prima persona o per lavoro.

Allego di seguito un estratto da Il granello di sabbia, scaricabile una volta aperto, ricordando a chi fosse interessato che può acquistarlo su Amazon.it in formaebook o cartaceo.

Estratto-da-Il-granello-di-sabbia-2

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail